sorprese ed inquietò i suoi due carnefici. Il giovane pareva stanco di
piaceri, vi si abbandonava più di rado, e senza la brama e la
smoderatezza di prima. Dinanzi alle sue belle era diventato freddo e
quasi astinente, come sobrio dinanzi alle stuzzicanti imbandigioni.
Egli stava pensoso, e mal volentieri usciva di casa. Poche volte si
accostava al nascondiglio dei liquori spiritosi, e a quello delle
stampe e dei libri disonesti. Eppure non era ancora malandato di
salute, nè si lagnava di alcun male. Questo rivolgimento non si poteva
dunque attribuirlo a cagioni fisiche, ma piuttosto all'influsso e agli
avvisi di qualche secreto consigliere, oppure alle inspirazioni del
cielo. Siccome il signor Fabio e Leonardo non credevano nelle
inspirazioni del cielo, così pensarono che un mortale nascosto
lavorasse alla conversione di Faustino, e tremavano di essere perduti.
Invano Leonardo aveva interrogato più volte il giovane, e cercato di
scoprire l'arcano del suo mutamento. Al fine gli cavò di bocca la
confessione che era innamorato. Ecco l'avventura. Un giorno si
affacciò ad una finestra della casa dirimpetto una giovinetta
sedicenne di figura veramente angelica. Faustino vide dalla sua
finestra quel miracolo di bellezza, e rimase estatico a contemplarlo.
Un solo minuto durò la contemplazione, poichè la giovinetta, accortasi
della presenza e degli sguardi di lui, si ritirò confusa e colorata
del più amabile rossore. Ma quel solo minuto valse a commoverlo tutto
quanto, e a stampargli nell'anima l'immagine di lei. Il sentimento che
provò era affatto nuovo, e nullamente paragonabile a quello provato
per le altre donne. Ogni giorno si appostava dietro le persiane
socchiuse, spiando le sue apparizioni, che già succedevano con qualche
frequenza, perchè essa pure era rimasta colpita dalla vista del
giovane avvenente. Quando con un libro od un lavoro femminile in mano
si presentava alla finestra e rimaneva delusa nel suo desío e
sconfortata, Faustino era là nascosto a bearsi dei biondi capegli, dei
vaghi occhi cerulei, e delle dolci e virginali sembianze di lei,
comprimendo a fatica i battiti violenti del cuore. Egli non avrebbe
mai voluto possederla al modo delle altre donne; da questa idea
abborriva come dal più nefando sacrilegio. Vagheggiarla come cosa
santa, starle da vicino per udire il suono della sua voce, e per
respirare l'aria da lei respirata, ecco ciò che gli sarebbe parso il
colmo della felicità. Faustino aveva conosciuto il puro e virtuoso
amore. Nella speranza di farlo dividere, apriva alle volte le imposte
e si manifestava alla fanciulla, che trasaliva e imporporava le
guancie, ma rimaneva al suo posto. Quando i loro occhi s'incontravano,
le loro bocche si componevano ad un lieve sorriso che destava in
ambedue le più care vibrazioni di gioja. Le loro anime si erano
intese. Faustino venne a sapere che la giovinetta si chiamava Luigia,
che apparteneva ad una ragguardevole e ricca famiglia, e che usciva
appena dal monastero nel quale era stata allevata. Per due mesi
continuarono a vedersi dalle rispettive finestre, palesandosi il loro
amore col muto ma eloquente linguaggio degli occhi. Il ricambiare
parole non era possibile a motivo della distanza che li separava, e
potendolo fare, non avrebbero forse osato. Una inclinazione del capo,
od un cenno della mano erano i saluti che si volgevano al principio e
alla fine delle loro tacite ma dilettose conversazioni.
Leonardo, appena ricevuta la confessione di Faustino, andò a rivelarla
al signor Fabio, il quale così parlò al nipote: Tu hai fatto male ad
innamorarti alla tua età troppo giovanile, quando non hai ancora
compito la tua educazione. Tu devi accasarti, siamo d'accordo. Tu devi
dotare il paese d'una nuova famiglia, che si distinguerà per decoro di
meriti, per dignità, e per lustro di ricchezze. Senza dubbio ti è
riserbato il destino di sposo e di padre felice, e già io principiava
a volgermi attorno per iscoprire una fanciulla degna di esserti data a
tempo debito per compagna. Meno male che nella tua imprudenza la
fortuna ti ha guidato con benignità, facendo che tu non collocassi
bassamente il tuo amore. Io non ti dico di soffocarlo, nè di
abbandonare la speranza. Seguita pure a nutrire questo sentimento, ma
colla moderazione di chi dubita di riuscire a buona fine. Io forò
conoscenza coi genitori della fanciulla, m'informerò circa le qualità
di lei, e vedremo se sarà possibile di conchiudere questo matrimonio.
Sii però ragionevole, e non lusingarti molto, perchè l'affare può
avere dei gravi ostacoli. Tu intanto farai un viaggio in Francia, che
servirà insieme ad istruirti nella conoscenza del mondo, e ad
impedire, colla distrazione, i progressi del tuo amore, progressi che
sarebbero sconsigliati e pericolosi, finchè la certezza del matrimonio
non venga a giustificarli. Leonardo ti accompagnerà.
I preparativi della partenza vennero fatti senza indugio. Faustino,
che a malincuore intraprendeva questo viaggio, s'ingegnò d'informarne
Luigia colla mestizia del volto e coll'azione della mimica, e vi
riuscì perfettamente. La fanciulla comprese tutto, e s'immestì come
lui. Ciò che Faustino avrebbe voluto farle sapere, ma che non tentò
neppure per l'impossibilità del buon successo, erano le favorevoli
disposizioni di suo zio, e le pratiche consolatrici che egli si
disponeva a fare presso i genitori di lei. Troppo ardire parevagli
quello di scriverle una lettera, e poi come fargliela pervenire? Si
contentò dunque di pensare che un giorno ella avrebbe saputo per altro
mezzo questa lieta novella, e le fece i suoi addio con tanta
commozione d'animo, che le lagrime gli rigavano il volto. La
giovinetta gli corrispose colla medesima tenerezza dolorosa, e
recandosi agli occhi il fazzoletto per asciugarvi il pianto. Le
finestre si chiusero, e dopo altri sguardi e saluti ricambiatisi
attraverso i vetri, gl'innamorati disparvero colmi del più amaro
affanno.
VI.
Parigi è certamente la città per eccellenza, dove l'amore dei piaceri
trova uno stimolo violento, e insieme un pascolo agevole. Tutte le
seduzioni e le raffinatezze del sibarismo, tutte le arti di allettare,
tutti i ritrovati che accarezzano i cinque sensi e riscaldano le
fantasie sono colà portati al grado di perfezione. Abbiate molta
salute, molta inclinazione ai godimenti e soprattutto molto danaro in
tasca, e voi vi create a Parigi un paradiso terrestre, colla
differenza però che quello di Adamo conteneva più semplici e più
innocenti delizie. Faustino serbava in cuore l'immagine di Luigia, ma
offuscata dal fumo delle dissolutezze, cui si era di bel nuovo e con
più lena abbandonato. Leonardo raddoppiava di furberia per nascondere
sempre meglio il suo ufficio diabolico d'instigatore al vizio. Appena
giunti a Parigi, egli tenne al giovane un lungo sermone morale, e gli
tracciò la linea di savia condotta che sarebbe obbligato di seguire.
Principiò col condurlo alla visita delle gallerie, delle biblioteche,
dei monumenti, e di quanto sogliono occuparsi coloro che viaggiano per
osservare e per istruirsi. Era un continuo passare da uno stabilimento
all'altro, un discorrere di archeologia, di belle arti, di commercio e
d'industria; un fare annotazioni sulle cose più interessanti e degne
di memoria. Leonardo voleva annojarlo, e in capo a pochi giorni
ottenne l'intento. Faustino, che realmente credeva d'aver fatto
prevaricare quella specie di suo ajo, e che sapeva di poterlo condurre
pel naso, dichiarò che non voleva sottomettersi ai patti stabiliti
senza il proprio consenso, e che egli non era venuto a Parigi per fare
la vita dello scienziato. Leonardo finse di opporgli una forte
resistenza, mise in campo i diritti e l'autorità di cui era investito,
la responsabilità che pesava sopra di sè, i rimordimenti della
coscienza, e passò perfino a parere sdegnato, e a tenergli il broncio.
Intanto le brame del giovane erano fatte dal contrasto vieppiù ingorde
ed impazienti di ritegno. Egli passava dall'umile pregare
all'imperioso volere, e finalmente Leonardo, come se cedesse a tante
importunità, gli fece alcune concessioni, che in breve si allargarono
senza misura. Faustino si paragonava in cuor suo al destriero che
prende il morso tra i denti e mena dove vuole il suo cavaliere. Le più
belle cortigiane maestre nelle blandizie, i pasti squisiti e copiosi
presso i celebri _ristoranti_, i concerti musicali, gli spettacoli
equestri del circolo Franconi colle sue amazzoni leggiadre, quelli dei
balli dell'Opera colle sue ninfe succinte e voluttuose, e quelli delle
danze popolari piene di movenze e di abbandoni indecenti occuparono
per sei mesi lo spirito ed il corpo di lui, tanto che la sua salute ne
fu rovinata. In sulle prime Leonardo non se ne diede per inteso, e
allora soltanto che il giovane cominciò a deperire troppo
evidentemente, egli aprì gli occhi e manifestò le sue inquietudini.
Parlò di riposo, di medico, di consulti e di medicine, ma Faustino non
volle saperne, e preferì di tornare in patria. Nella stanchezza dei
piaceri e nel malessere in cui era caduto gli parlava più che mai la
memoria di Luigia, e si sentiva spinto vivamente verso di lei.
Leonardo scrisse al signor Fabio, e n'ebbe in risposta una lettera che
pareva inspirata dal timore, dall'affanno e da tutti i sentimenti che
prova un padre affettuoso al quale si annunzia la malattia di suo
figlio lontano. Faustino leggendola, esclamava: Che ottimo cuore! Che
uomo eccellente! Quanto mi ama! Abbandonarono Parigi, e dopo cinque
giorni furono a casa. I disagi del viaggio avevano peggiorato lo stato
del giovane, il quale scendendo di carrozza colpì di doloroso stupore
coloro che stavano ad aspettarlo. Il signor Fabio medesimo, profondo
scellerato com'era, non potè esimersi dalla compassione quando,
nell'abbracciare il nipote, lo vide squallido, sfinito, cogli occhi
infossati e colle labbra smorte; compassione che durò quanto
l'abbracciamento. I malvagi e feroci istinti prevalsero subito alla
pietà, della quale non rimase che le apparenze nella umanità delle
parole e nella tristezza del volto. Il medico dichiarò che Faustino
era tisico, e pur troppo si appose al vero. Ciò che il medico non
seppe mai erano le cause della sua etisia. Il signor Fabio volle
informarlo egli stesso, come a modo di diagnosi, sulle antecedenze del
nipote, inventando falsità che potessero illudere la scienza e sviarla
nelle sue ricerche. Secondo lui, Faustino nasceva da una madre debole,
e morta di languore; il fanciullo partecipava della condizione
materna, e più volte fece temere di non sopravvivere alla genitrice.
In seguito parve fortificarsi, e venne posto in collegio, dove forse
lo studio e il sistema di vita colà praticato gli furono di
detrimento. Nondimeno vi stette per lo spazio di sei anni,
abbisognando però di riguardi a motivo della sua gracilità. Quindi,
nei due anni vissuti presso di lui, suo zio, aveva preso l'aspetto del
giovane sano e robusto, con maraviglia di quanti lo conobbero nella
sua fanciullezza. Ma ora che toccava l'età fatale ai disgraziati che
covano il germe della tisichezza, era caduto con rapido progresso in
tanto deperimento. Il medico fu pago di queste informazioni, non cercò
di più, e si diede a tentare la guarigione dell'ammalato. Prima di
mettersi a letto, Faustino aveva più volte riveduto Luigia alla solita
finestra, e tenuto con lei le solite conversazioni di cenni, di
sguardi e di sorrisi. Se non che gli sguardi ed i sorrisi erano
diventati malinconici da ambe le parti, ed esprimenti il dolore.
Luigia si affliggeva al vedere Faustino in quel misero stato, ed egli
al vederla afflitta, e al pensare alla propria infermità. Tutti due
poi si rattristavano di un amore che fino allora non aveva fondamento
di speranze.
Già da una settimana il giovane guardava il letto, e ubbidiva alle
mediche prescrizioni. Suo zio passava molte ore accanto a lui, e sotto
la larva della mestizia e del compianto, nascondeva un tripudio
feroce. Egli spiava con avido sguardo gli andamenti del male, e a
misura che aumentava il pallore e l'infossamento delle guancie, che
languivano gli occhi e scemavano le forze della sua vittima, cresceva
in lui la satanica gioja. I tisici quasi tutti non s'accorgono di
andare lentamente verso il sepolcro. Essi sperano sempre di guarire,
anche quando si trovano giunti agli estremi. Con un filo di voce
interrotta dalla tosse dicono di sentirsi bene, e fanno progetti e
assegnamenti sull'avvenire. Faustino domandò un giorno allo zio se
avesse parlato ai genitori di Luigia, come aveva promesso di fare. Il
signor Fabio non si era neppure sognato di entrare in questa pratica.
Nondimeno voleva rispondere all'infermo in modo da consolarlo, vale a
dire che le sue proposizioni non erano state disaggradite. Ma un lampo
d'inspirazione infernale fece sì che rispondesse: Mio caro Faustino,
io pensava di tacerti la cattiva novella, ma giacchè mi hai
interrogato, sappi che bisogna rinunciare all'idea di questo
matrimonio. Il padre della fanciulla, col quale mi sono abboccato, non
può acconsentire al nostro desiderio, perchè una promessa anteriore lo
tiene obbligato, e sua figlia senza ancora saperlo, è destinata ad
altre nozze. Ciò mi disse colla fermezza di chi renderebbe vano ogni
tentativo di farlo piegare a nuovi consigli. Vedi quello che ti ha
fruttato l'amare di nascosto e senza prima consultare tuo zio? Non
darti però travaglio, e lascia a me la cura di trovarti una sposa.
Intanto pensa a guarire, e fa di obbliare Luigia. Il giovane pianse
sommessamente e cadde in una profonda malinconia, che sempre più
aggravò la sua infermità. Quando lo zio non era in camera, egli si
alzava a stento e si trascinava alla finestra nella speranza di
vedervi Luigia, ma sempre vanamente. La fanciulla, sapendolo obbligato
al letto, aveva cessato dalle sue apparizioni, e se ancora ne faceva
alcuna, era per volgere un sospiro ed una mesta occhiata al luogo che
racchiudeva l'infelice oggetto del suo amore. Il caso fece che una
volta s'incontrarono, e fu l'ultima. Luigia rimase quasi tramortita,
giunse le mani, e guardò il cielo in atto di dolore e di
supplicazione. Erale parso di vedere un cadavere che si movesse.
L'amore e la pietà fecero al suo animo un crudele assalto, e non
permisero che avesse lo sfogo del pianto. Faustino la guardò con occhi
semispenti che più non potevano esprimere ciò che sentiva, alzò la
mano scarnata per fare il cenno di salutarla, e poi con estrema fatica
ritornò a coricarsi. Indi a poco entrò in camera Leonardo, che soleva
visitarlo almeno due volte al giorno. Egli avrebbe voluto non più
mostrarsi al letto di Faustino, ma bisognava che sostenesse fino al
termine la parte di amico premuroso e affezionato. Ad onta della sua
estrema perversità e del sangue freddo con cui aveva consumato un
lungo e barbaro delitto, non poteva vedere con indifferenza gli
effetti spaventosi dell'opera sua. Quel giovine sì bello e florido
poc'anzi, da lui ridotto come scheletro, eragli uno spettacolo
increscioso e svegliatore di rimordimenti. Non si dà uomo tanto
perverso e fracido nelle colpe, che non oda in certi momenti qualche
rimprovero di coscienza. Leonardo cercava di tranquillarsi col
pensare: In fine dei conti non è poi una morte dolorosa la sua. Io non
gli ho cacciato un pugnale nel petto, ma dolcemente l'ho condotto alla
tomba sopra un sentiero sparso di rose.
--Come va, Faustino mio? gli domandò inchinandosi sopra di lui, e
posandogli una mano sulla fronte che bolliva di febbre.
--Mi sento un poco debole, ma del resto non c'è male, rispose
l'infermo con languida voce. Che ti pare del mio aspetto?
--A dirti la verità è tristo, ma lo era di più i giorni passati. Mi
sembra che l'occhio sia meno appannato, e le labbra meno scolorate.
Questi sono buoni indizj. Coraggio, amico mio, e guarirai.
--Voglio sperarlo. Alle volte però mi cade l'animo, e penso che mi
sovrasta la morte.
--Malinconie! Il mio presentimento è che tu debba scamparla.
--Tanto meglio, caro Leonardo. Allora io farò una vita ben diversa
dalla passata, e metterò in opera le riforme che ti aveva promesse.
Intanto comincerò con un atto, che mi gioverà egualmente se vivo come
se muojo, e tu sei incaricato di eseguirlo. Domani farai sparire per
sempre i libri, le stampe e le bottiglie che tu sai, e queste sono le
chiavi dei ripostigli. Mi farai il favore?
--Certamente, rispose Leonardo mettendosi una mano sul petto, e
pigliando coll'altra le chiavi. Entro domani non vi sarà più traccia
di quelle cose.
--Sono contento, e ti ringrazio. Vivendo, non avrò più tentazioni in
casa, e morendo, non lascierò le prove rivelatrici de' miei peccati
nascosti. Ah, Leonardo, io mi persuado che l'abuso dei piaceri è la
vera causa della mia infermità. I medici non sanno e non indovinano
niente.
--Essi però ti curano bene, come se sapessero e indovinassero tutto.
--Ah, perchè non ho ascoltato le tue ragioni! Perchè mai ti ho
costretto a fare la mia volontà! L'amore che tu mi portavi ti ha
chiuso gli occhi e reso incapace di resistermi più fermamente. Ma io
ti assolvo della tua condiscendenza, e mi accuso come il solo
colpevole. Quando sarò guarito, non avverrà più che tu debba
secondarmi nelle mie intemperanze, perchè non voglio più commetterne.
Le sensualità, alle quali mi sono abbandonato, non meritano il nome di
piaceri, ma producono il disgusto ed il dolore. Ah, i veri piaceri
sono quelli di un amore virtuoso e conducente ad una santa e stabile
unione. Io mi prometteva di gustarli, ma la fortuna mi è stata
contraria al loro conseguimento. Tu non sai che Luigia è destinata ad
altri.
--Vi è luogo a sperare ancora.
--Che dici?
--Tuo zio non ha fatto il ragionamento che fo io. Potrebbe darsi che
il padre di Luigia, quando la saprà innamorata di te, cambiasse
consiglio per non renderla infelice. Bisognerà pur vedere il grado di
resistenza che opporrà la fanciulla ad un matrimonio contro suo genio.
La resistenza io credo che sarà grande come l'amore che ti porta. La
speranza dunque non ti abbandoni.
--Ah, quanto mi consolano le tue parole! Rimane a vedersi se io
guarirò.
--Senza dubbio tu guarirai. Nutri soltanto la fiducia, e tieni l'animo
in calma.
--Sappi che l'ho veduta un momento.
--Chi?
--Luigia.
--Dove? Quando?
--Alla finestra, poco prima della tua venuta. Io fui capace di
discendere dal letto, e di condurmi fin là.
--Imprudente! Io dovrei sgridarti per lo sforzo e per la commozione
che avrai sostenuto, ma sarebbe inutile dopo il fatto. Or bene?
--Or bene, ci siamo guardati e salutati colla più grande passione.
Aimè, quale angoscia il non poterci veder più da vicino, e dirci più
chiaramente quello che proviamo di piacere e di tormento. Se avessi
alcun che di lei, una sua memoria da tenermi sul cuore!
--Viva il cielo, te la procurerò io, esclamò Leonardo, come colpito da
un'idea felice. Era l'idea di confortare con una dolce illusione gli
ultimi giorni di Faustino. Era un nuovo suggerimento della coscienza e
della pietà che tardi e debolmente si risvegliarono. Egli prese le
forbici e tagliò una ciocca di capegli del giovane, soggiungendo:
Luigia riceverà questi tuoi capegli, e ne darà altrettanti de' suoi.
--Sarebbe mai possibile! disse Faustino animandosi per quanto gli era
concesso, e mutando il pallore del cadaverico volto in una rosea tinta
leggiera. Sarebbe mai possibile questo ricambio! Come riuscirai ad
effettuarlo?
--Mediante la cameriera di Luigia, che io conosco e che saprò
interessare a favorirci.
Il giorno dopo Leonardo si presentò al letto di Faustino con una
ciocca di capegli biondi soavemente profumata e ravvolta in finissima
carta. L'anima e le forze vitali del giovane si distribuirono nelle
mani, negli occhi e nelle labbra di lui, che tenevano, guardavano e
baciavano quel tesoro. Povero ingannato! Povero trastullo dei malvagi
anche sul limitare della fossa! Ma di quest'ultimo inganno poco
importa; egli non sentivasi per ciò meno felice. Egli credeva di
possedere e baciare i capegli di Luigia, e tanto bastava a procurargli
una gioja immensa. Il fatto sta che quei capegli appartenevano ad una
delle giovani svergognate che avevano contribuito alla sua rovina.
Questa baratteria, questo burlarsi dei sentimenti di un moribondo era
cosa degna del tristo e fraudolento Leonardo. Se non altro Faustino
aveva un talismano che serviva a mantenerlo nella gemina speranza
della sua guarigione e delle sue nozze con Luigia. Eppure al misero
non restavano che pochi giorni di vita. I soccorsi dell'arte non
potevano più nulla per lui; i medici avevano già dato la loro
sentenza, e lo visitavano ormai per solo atto di formalità. Il signor
Fabio pareva costernato, e ordinava preghiere e tridui nei santuarii
della città, onde impetrare il risanamento del nipote. Il manigoldo
prendeva a gabbo anche il cielo, domandandogli un miracolo che mai non
avrebbe voluto ottenere. Una sera sullo scorcio di ottobre Faustino
spirò senza agonia e così tranquillamente come se si fosse
addormentato. Tutti gli astanti piangevano quella morte immatura e
compassionevole. Chi lo crederebbe? Anche le lacrime del signor Fabio
e di Leonardo erano abbondanti, e quello che più fa stupire, erano
sincere e spremute da una specie di dolore. Ciò ricorda il detto
volgare che il coccodrillo uccide e poi piange le sue vittime. Egli è
vero che il loro dolore finì prestissimo, ma ripetiamo che non era una
finzione. Non si può ridere internamente, nè simulare il pianto che
per la morte di un nemico, di alcuno che si odiava. Il signor Fabio e
Leonardo non erano punto nemici di Faustino, nè gli portavano il più
piccolo odio. Anzi possiamo dire che lo amavano alla lor maniera. Con
tutto ciò si sarebbero guardati bene dal desiderarlo risuscitato, e
molto meno guarito. La sua morte fruttava a Leonardo il premio di
cinquantamila lire, e al signor Fabio l'eredità di capitali, case e
terreni per due grossi milioni. Egli era il solo parente di Faustino.
I funerali furono solenni per numeroso corteo e profusione di ceri.
Oltre un centinaio di preti, vi assistevano gli individui di molte
confraternite e case di beneficenza. Il signor Fabio fece distribuire
elemosine ai poveri della parrocchia affinchè pregassero per l'anima
del defunto. Fra la moltitudine accorsa nella chiesa addobbata di
nero, si vedeva Luigia e la sua governante inginocchiate in una
cappella appartata. La giovinetta gemeva secretamente e nascondeva
sotto il velo le sue lacrime acerbe. Povera angioletta! Povero cuore
sensitivo e piagato d'infelice amore! Quanti affanni, quanti sospiri,
quante notti insonni! Abbi pazienza, creatura bella, e il tempo
apporterà rimedio al tuo penare. A poco a poco la memoria di Faustino
sarà cancellata; non andrà molto che tu accenderai un altro amore, e
quello non sarà infelice.
Sul monumento funebre di Faustino sono registrate le ottime qualità
che aveva perdute, e le virtù di cui non possedeva che i germi
isteriliti per colpa de' suoi esecrabili pervertitori. L'epitaffio
dice che lo zio amava il giovane con affetto paterno, e che il dolore
della sua perdita sarà inconsolabile. Generalmente parlando le
iscrizioni mortuarie non meritano gran fede, ma come non credere a
quella dettata dal signor Fabio sul sepolcro di Faustino? Come
dubitare del suo amore verso il nipote, e della sua afflizione per
averlo perduto? Questi sentimenti non possono essere finti in un uomo
che professa la virtù, e che possiede la stima de' suoi concittadini.
Così nessuno li revoca in dubbio, e tutti prendono parte al suo
cordoglio.
Leonardo ha portato a casa le sue cinquantamila lire in tanto
bell'oro, e non vede più il signor Fabio, se non quando lo incontra
per caso. Di giorno egli è passabilmente allegro, ma la notte si
addormenta a stento, e fa dei sogni paurosi. Alle volte gli appare il
fantasma di Faustino che lo minaccia, e gli domanda conto del governo
che ha fatto di lui. Leonardo si risveglia tutto sudato, si frega gli
occhi e si lamenta della brutta visione. Per consolarsene, accende il
lume, apre la cassa del tesoro, e colle mani e cogli sguardi si
procura sensazioni e pensieri gradevoli.
Il signor Fabio egli pure stenta un poco a prender sonno, ed è
visitato qualche volta da due larve importune. Che avete voi fatto di
mio figlio? gli grida la cognata. Era questo l'amore che mi portavate?
gli grida il nipote. Cento altri rimproveri gli fanno udire quelle
povere anime tradite. Il signor Fabio si desta di sbalzo, si mette a
sedere sul letto, ed eccolo già tranquillo dal momento che si è
accertato non essere quello che un sogno. Di giorno egli è troppo
distratto dagli affari, e non ha tempo di pensare al suo assassinio.
Ora per giunta si occupa ad effettuare il suo progetto di nobilitarsi,
e di passare a seconde nozze con una ricca gentildonna. Ah, signor
Fabio, che altro manca alla vostra felicità?
FINE.
End of Project Gutenberg's Tre racconti sentimentali, by Paolo Bettoni