piedi della montagna, dove esisteva un'osteria insperata e miracolosa,
alla quale domandammo alloggio e cena. O santa ospitalità, io ti
benedico e ti esalto anche quando sei vendereccia e mungi la borsa ai
pellegrini; anche quando imbandisci loro non altro che pane secco,
pomi di terra e cacio pecorino; anche quando li metti a giacere sopra
letti di equivoca nettezza e di durizia incontrastabile, esigendo
nondimeno il prezzo che valgono i delicati mangiari e le morbide
piume. Un tale trattamento è preferibile pur sempre al digiuno e alla
stazione sotto la cappa dei cielo. Fortunatamente che vicino al male
si trova il bene, e l'assioma si manifestò vero per la millionesima
volta. Noi avemmo un compenso al nostro disagio. Mentre stavamo in
cucina affrontando il gramo pasto, e pensando al giaciglio ancor più
gramo da affrontarsi dappoi, ecco nella camera attigua un violino e un
contrabasso che principiano a stridere confusamente colla buona
intenzione di montarsi al medesimo diapason. Erano come due amici che
gridano e contrastano più in apparenza che in sostanza, per fare
quindi la pace e camminare d'accordo nella stessa faccenda. A questo
miagolio disarmonioso tenne dietro una monferina tutta brìo da mettere
in gongolo un piagnone, e snodare le gambe d'un paralitico. Potenza
degli Dei, sarebbe mai vero che qui succede una festa da ballo? Era
vero come il magro pasto che avevamo finito, e come il duro letto che
ci aspettava. Noi balzammo in piedi, e il passare dalla cucina al
teatro delle danze fu un volo. Quattro coppie di ballerini erano già
in moto, e il sesso forte sgambettava e faceva salti da dare il capo
nel solajo. Altri giovinetti e altre forosette sopraggiungevano mano
mano finchè la camera fu piena. Quel giorno si era fatto uno
sposalizio, e l'oste aveva prestato il locale per la celebrazione di
una festa in onore di Tersicore montanina. I due orfei stavano sopra
l'eminenza di una tavola collocata in un angolo, e di là diffondevano
torrenti d'armonia, frase che io tolgo in prestito da una gazzetta
teatrale. Colui che dava vita al violino era il sarto del villaggio;
l'animatore del contrabasso era il sacristano della parrocchia, due
genj sorprendenti, due personaggi meravigliosi che sapevano unire i
talenti più disparati. Voi che ridete, trovatemi voi due uomini che
trattano gli strumenti di Sivori e di Bottesini colla stessa
disinvoltura con cui tirano l'ago e accendono le candele. Noi
pigliammo parte al divertimento con una lena straordinaria in chi si è
arrampicato tutto il giorno su pei monti. Ma la gioventù non sente
fatica quando si tratta di ballare. Quell'idea di stringere la mano ad
una fanciulla, di allacciarla mediocramente ai fianchi, di condurla in
giro, e di specchiarsi nel suo visetto, è un potente rimedio contro
ogni stanchezza. Ma qui non erano visetti pallidi e delicati che
miravamo, nè personcine smilze e fragili che cingevamo, come succede
nei balli sontuosi e profumati delle città. Erano pezzi di fanciulle
rigogliose e massiccie, coi volti parte brunotti e parte impastati di
rosa e latte, cogli occhi neri scintillanti, piene tutte di floridezza
e di vigore, tipi insomma della bellezza alpigiana. Questo era per noi
un'attraente novità, che aggiunta alla fortuna di lasciar vedovo per
molte ore il nostro letto ci rendeva al sommo contenti. Noi ballammo
lungamente e con tutte quelle care napee, compresa la bella sposa, che
non faceva smorfie nè ritrosìe vere o affettate, ma che palesava una
schietta letizia, velata alquanto dalle sue commozioni misteriose, e
dal contegno pudibondo di chi è fanciulla per l'ultimo giorno. Una
sorella di lei era per me la regina della festa, e aveva la preferenza
nelle mie attenzioni e ne' miei omaggi di galanteria. Io le custodiva
il posto da sedersi, e con premura la serviva di birra, il solo genere
di rinfreschi circolanti nella sala da ballo. In fede mia quella
ragazza mi avrebbe fatto fare pazzie, quando avessi continuato a
vederla per molti giorni. Era fiera ed imponente come Diana, della
quale aveva un poco i gusti e le abitudini silvestri. Tuttavia non
mancava di mansuetudine, e rideva graziosamente mostrando un tesoro di
denti bianchissimi, e facendo due pozzette che nulla di più vezzoso.
Aveva nome Bettina, e ballava la forlana che era un incanto. Il mio
compagno non si divertì meno di me, e inoltre come pittore e mezzo
poeta ebbe delle idee e delle inspirazioni che a me non vennero.
Quella rustica camera illuminata da quattro candele di sego, quel
fermento dei giovani ballerini, quella lieta tranquillità dei vecchi
spettatori, quelle voci di allegria miste ai suoni di quell'orchestra
singolare, gli facevano l'effetto di un quadro animato di Van-Dick o
di Rembrand. Io ebbi invece dei momenti di raccoglimento per
fantasticare intorno ad un vecchio vestito di abiti signorili, ma
logori e macchiati fino all'indecenza, che tutti chiamavano il signor
conte, che mostrava infatti una fisionomia e modi distinti, che aveva
ballato due volte con molta degnazione e allegramente come un
giovinetto. Per mancanza di agio, di motivi sufficienti, e di persone
di confidenza per farmi fare la sua biografia, rimasi per allora colla
mia curiosità in corpo. Il divertimento durò fin oltre la mezzanotte,
e quindi ognuno se ne andò a casa sua. Una camera qualunque, dove si è
fatta una festa da ballo, appena rimane deserta, fa male
all'immaginazione, ed inspira tristi e filosofici pensieri. Io stetti
un poco sulla soglia in atteggiamento di meditazione a guardare quella
camera vuota e silenziosa, che un momento prima echeggiava di suoni,
ed era il campo di tanta gioja rumorosa. Fu allora che principiai ad
accorgermi della fugacità e insufficienza dei piaceri umani, e mi
sentii alquanto sconfortato. Ah, non è a ventidue anni che si fanno di
queste gravi e barbute riflessioni. In gioventù quando un piacere
fugge, ne intravediamo un altro nel domani, e ci consoliamo. La vera
cagione del mio sconforto era Bettina, che non avrei più veduta, e che
mi andava girando nella fantasia. Il mio compagno intanto mi chiamò
dall'alto della scala di legno che conduceva al nostro dormitorio, il
quale era una specie di granajo dove in mezzo ai fagiuoli, alle fave e
alle patate sorgeva il nostro letto di Procuste. Il diavolo non è
brutto come si dipinge. Una volta entrati fra le lenzuola, spento che
fu il lume, e voltati che ci fummo cinque o sei volte sui fianchi,
discese sopra di noi il sonno benigno, e quando si dorme ogni letto è
buono. La mattina per tempo noi uscivamo dal villaggio, allorchè un
ostacolo per parte mia venne a ritardare alquanto il proseguimento del
nostro cammino. Io aveva le scarpe molto rotte. Questa disgrazia mi
era nota da due giorni, ma il male era allora nel primo stadio, e si
poteva sopportarlo. Un moralista qui direbbe: Noi dobbiamo riparare un
male, qualunque sia, appena si manifesta, affinchè non diventi
maggiore col trascurarlo. Un economo soggiungerebbe: Quando si rompe
un punto ad una scarpa, correte subito al rimedio, altrimenti una
piccola fessura si convertirà presto in uno squarcio. Mille grazie
all'uno e all'altro, ma i saggi avvisi non sempre si possono mettere
in pratica. Nel caso mio un pronto rimedio era impossibile, perchè al
manifestarsi del guasto io non avrei saputo dove trovare un calzolaio.
Eccomi giustificato della mia apparente incuria. Del resto niente di
più naturale che il rompere le scarpe allorchè si viaggia a piedi
tutto il giorno, e che per giunta si balla tutta la sera come
disperati. Coloro che viaggiano in carrozza sono sottoposti al malanno
di avere una ruota spezzata, ma è un caso molto più raro dell'altro, e
perciò se potessi io vorrei sempre viaggiare in carrozza. Dunque come
si fa quando le scarpe sono rotte? Quando non se ne hanno portate seco
delle altre da sostituirvi? Diamine, la cosa è chiara per sè medesima,
bisogna comperarne un pajo di nuove, oppure far rattoppare le vecchie
a meno che non vogliate tirare innanzi così, e farvi credere un
giramondo pezzente. Vi è anche la ragione di conservarsi i piedi
asciutti, e di chiudere la via ai sassolini che entrano pei buchi a
darvi fastidio. Lasciamo stare le scarpe nuove, io dico fra me
pensando all'economia, e facciamo mettere le mezze suole a queste qui,
che hanno ancora un buon tomajo. E poi dove trovare in questi luoghi
delle scarpe che non sieno di materia e di fattura grossolane, e di
peso enorme? Io mi guardo attorno, e vedo una botteguccia di
ciabattino che ha per insegna due forme infilate ad una corda e
penzolanti in aria. L'indicazione era equivoca, anzi del tutto falsa,
poichè invece di fabbricare scarpe, sembrava che là dentro si
fabbricassero forme. Suvvia, non andiamo a cercare la logica nè
l'esattezza dei simboli sopra le insegne delle botteghe. Il barbiere
tiene inalberato sulla sua tre piattelli di stagno o di ottone, e ciò
non vuol significare che egli sia artefice di quella sorta d'utensili.
Io entro dal ciabattino, e intanto il mio compagno va a copiare la
chiesetta del villaggio, bellamente situata sopra un'altura, e poi un
mulino a vento che sorgeva poco discosto di là, e che egli non prese
per un gigante, come avrebbe fatto Don Chisciotte di piacevole
memoria. Il ciabattino era un vecchiotto di circa sessant'anni,
grasso, rubicondo e colla bontà dipinta in faccia. Aveva una di quelle
fisonomie che si guardano volentieri, e per le quali si prova subito
simpatia. Egli mi disse, toccandosi la berretta, che m'avrebbe servito
nel mio bisogno, ma che non ci voleva meno di due ore a fare la
fattura come andava fatta. Vi era in quella bottega un odor di pece e
di cipolle che non rallegrava l'olfatto, ma i viaggiatori pedestri non
debbono essere schizzinosi, nè cadere in deliquio al più piccolo
disgusto dei sensi. Nondimeno, se avessi avuto un altro pajo di
scarpe, sarei andato volentieri a passeggiare e respirare liberamente.
Non potendo uscire di là, mi sedei sopra uno sgabello di paglia, e
stetti a guardare l'opera e l'operajo. Maestro Giacomo (si nominava
così) aveva principiato a battere il cuojo colla solita armonia dei
ciabattini, quando entrò in bottega il conte che io aveva veduto alla
festa da ballo. Il racconciatore delle mie scarpe si alzò
premurosamente, e tutto ossequioso lo invitò a seguirlo in una stanza
vicina. Colà si trattennero due o tre minuti, ed io senza volerlo
intesi qualche cosa di quel breve colloquio, tenuto non abbastanza
sommessamente. Maestro Giacomo chiamava illustrissimo il suo
interlocutore, e gli dava non so quale danaro, scusandosi che fosse
poco. L'illustrissimo diceva che era anche troppo, faceva i suoi
ringraziamenti, e si protestava obbligato di tanta bontà. Quindi
ricomparvero in bottega, e Giacomo, sempre riverente, accompagnò il
visitatore fino all'uscita sulla strada. Allora io notai che il
calzolajo era zoppo, e che rimettendosi a sedere aveva preso un'aria
di tristezza mal confacente al suo volto sereno e gioviale. Egli tornò
a battere il cuojo, ma con misura concitata e precipitata, non dicendo
parola, e mandando qualche sospiro. Ecco l'occasione, io pensai, di
cavarmi la mia curiosità di jeri sera, curiosità cresciuta
infinitamente dopo ciò che aveva allora inteso e veduto.
«Galantuomo, voi siete turbato da qualche dispiacere, dissi rompendo
il silenzio, e gettando via un ritaglio di pelle che io aveva
foracchiato colla lesina come per baloccarmi.
«Non signore, soggiunse egli richiamando sul volto la serenità di
prima. Io per me sono lontano da ogni fastidio, perchè ho buona
salute, mezzi da vivere, e tranquillità di coscienza. Alle volte però
mi dolgo dei mali altrui, e penso con rammarico a certe vicende
umane.... Ha ella veduto quel personaggio di poco fa?
«L'ho veduto, e credo anzi che vi siate disturbato per causa sua.
«Intanto che lavoro, se vuole ascoltarmi, io le racconterò la storia
di quell'uomo, ed anche un poco la mia insieme.
«Molto volentieri, giacchè le storie sono la mia passione. Narrate
pure, chè io vi ascolto senza perdere una sillaba.
Per difendermi i piedi dal freddo, li cacciai provvisoriamente in un
pajo di grosse scarpe da montanaro, che stavano li disoccupate e
malconce, aspettando anch'esse il rimedio alle loro ferite. Quindi mi
rassettai sullo sgabello, e delle tre o quattro posizioni convenienti
all'ascoltatore, presi quella che denotava maggiore attenzione.
Maestro Giacomo principiò a dire così:
«Quando io era giovane faceva il cacciatore di professione, e circa il
tirar giusto, pochi altri mi stavano al confronto. Non lo dico per
vantarmi, ma io trapassava un cappello collocato sopra un ramo
d'albero a cinquecento passi di distanza. Più di dieci volte riportai
il premio al tiro del bersaglio. Se avessi poi in un cumulo tutto il
selvaggiume che ho ucciso, basterebbe a riempirne.... che so io?....
la nostra chiesa parrocchiale fin sotto la vôlta. Ella ride? In
verità, non l'ho detta grossa. Il prodotto delle mie caccie è stato
assai grande, e d'altra parte la nostra chiesa parrocchiale è
piuttosto piccola.
«Io credo benissimo al prodotto assai grande delle vostre caccie. Solo
io rideva all'idea di una chiesa riempita di selvaggiume.
«Ah ah, sicuro, la cosa è proprio da ridere. Ma io non trovava subito
un altro recipiente un po' vasto.... Dio mi perdoni la mescolanza
delle cose sacre colle profane. Un giorno d'inverno io stava cacciando
in un bosco del nostro distretto, quando, sulla strada che lo
costeggia, si fecero udire dei gridi umani e degli urli di fiera.
Presentendo qualche disgrazia, io corro sul luogo e vedo uno
spettacolo terribile e meraviglioso insieme. Un cavallo ed il suo
cavaliere erano assaliti da un lupo smisurato e rabbioso per fame.
Benchè fossero due contro uno, l'assalto pareva più forte e impetuoso
della difesa, e senza il mio ajuto chi sa come l'affare sarebbe
terminato. Io lo terminai nel miglior modo possibile, cioè traforando
il collo a quel demonio di lupo con una palla di piombo scoccata dalla
mia carabina. Il cavallo tremava in tutte le membra come preso da
convulsione, e sbuffava dalle narici un vapore di fuoco. Il cavaliere
era più morto che vivo, ed ebbe appena fiato di dirmi il suo nome, e
d'invitarmi pel domani al suo castello di Belvedere, che sorgeva a tre
miglia del luogo della scena. L'uomo che io trassi da quel pericolo
era niente meno che il conte Roberto G. di Trento, un gran signore che
possedeva dei beni in diverse parti del Tirolo. Tutti gli uomini sono
eguali, e le loro vite hanno indistintamente il medesimo prezzo. Ciò è
vero senza dubbio, e quello che io ho fatto pel signor conte e pel suo
bel cavallo, l'avrei fatto egualmente per un carbonajo e per la sua
povera mula. Nondimeno io provai un piacere ed una soddisfazione che
probabilmente non avrei provato nel supposto caso del carbonajo. Sono
io perciò degno di biasimo?
«No, galantuomo. Giacchè confessate l'eguaglianza degli uomini, e le
vostre disposizioni a soccorrere tanto il grande come il piccolo, io
non vedo alcun male nella parzialità delle vostre compiacenze. Sapendo
di aver salvato un conte, vi brillò nella mente la speranza di un
premio, e la lusinga che il mondo avrebbe parlato con lode della
vostra azione, la quale ove si fosse trattato di un carbonajo, sarebbe
rimasta senza ricompensa, e quasi ignorata. La ricompensa di una buona
azione sta nel pensiero d'averla operata, come dicono quelli che
praticano la morale, e quelli che la predicano soltanto, in ciò siamo
d'accordo; ma anche una ricompensa materiale non è da disprezzarsi, e
l'idea di ottenerla ci fa essere contenti. insomma voi avete sentito
secondo la natura umana, che, riguardo al nostro amor proprio e al
nostro interesse, ci parla assai vivamente.
«Così è infatti. Egli pare che vostra signoria mi veda nell'animo, e
sa spiegare la cosa come farebbe un libro stampato. Il giorno seguente
io mi presento al castello di Belvedere, dove il conte m'accoglie con
molte dimostrazioni di benevolenza, mi regala una somma di danaro, e
vuole assolutamente che vada a star sempre con lui. Io gli espongo le
mie difficoltà di acconsentire all'ultimo articolo. Il rinunciare alla
libertà e all'abitudine di girare le selve per fare la vita del
servitore, e sia pure del servitore favorito, era una risoluzione che
non mi piaceva gran fatto. Ma il conte insistette fermamente, dicendo
fra le altre cose, che il mio mestiere di cacciatore era pericoloso, e
che egli aveva bisogno di vedere ogni giorno colui che gli aveva
salvata la vita. Sicchè io mi lasciai piegare alla sua volontà, e mi
posi al suo servizio in qualità di cameriere a condizioni molto
vantaggiose. Io guadagnava assai più che facendo il cacciatore, e
poteva così provveder meglio alla sussistenza de' miei vecchi
genitori. Ma le mie armi e la mia vita libera e avventurosa mi stavano
sempre nel pensiero. Io aveva venticinque anni quando lasciai il mio
primo stato, e ci volle del tempo per accomodarmi al nuovo, e per
cambiare la mia rozzezza nativa colle maniere garbate e proprie del
servitore. Il conte però era con me la stessa bontà, e tollerava le
mie goffaggini senza dar segno di avvedersene, o tutt'al più facendo
un certo sorriso piacevole, che esprimeva il compatimento e
l'indulgenza. Questo suo modo di sopportare la mia inettitudine mi
spronò ad impiegare tutto lo zelo e tutta l'attenzione di cui era
capace, e finii col diventare un abile servitore come qualunque altro.
Il conte era vedovo con un figlio unico, da lui amato ciecamente, vale
a dire di quell'amore che non lascia vedere i difetti della persona
amata e ne crea in lei di nuovi. Questo suo idolo era cresciuto fino
ai venti anni trascurato nell'educazione, e avvezzo a fare la propria
volontà quasi sempre capricciosa e irragionevole. Egli era caparbio,
impetuoso, amico dell'ozio e del darsi bel tempo. Ad onta di ciò, suo
padre non cessava di carezzarlo e di compiacerlo in ogni desiderio.
Qualche rara volta gli volgeva un'ammonizione od un consiglio, che
tanto valeva come il farne risparmio. Pare impossibile che un uomo di
senno su tutto il resto, fosse poi così imbecille su questo
particolare. Eppure se vi è cosa importante nella quale si debba
adoperare il proprio senno, è appunto nell'allevar bene i figli. Non è
egli vero, signore?
«Anzi verissimo, e questo conte al quale voi attribuite del senno, io
penso che non ne avesse punto se non vedeva, o vedendoli, non
correggeva i cattivi andamenti di suo figlio.
«Mi rincresce che vostra signoria abbia tirato questa sfavorevole
conseguenza, che d'altronde potrebbe essere giusta in generale. Io
però debbo credere che il signor conte fosse debole e inavveduto come
padre soltanto, perchè considerato come uomo, io ho mille prove del
suo retto giudizio. E poi, come dice il nostro dottore, vi sono dei
misteri e delle contraddizioni inesplicabili nella condotta e nelle
affezioni degli uomini.
«Bravo il vostro dottore, e bravo anche voi che ripetete la sua giusta
osservazione. Andate avanti.»
«Il conte aveva tolta di collegio e presa in casa sua nipote orfana,
colla mira di maritarla un giorno a suo figlio, che viaggiava allora
per divertimento in Inghilterra ed in Francia. Questa giovane era
piena di bellezza, di grazia e di bontà, e credo che sulla terra non
vi fosse una creatura più perfetta di lei. Donna Ernestina (la
chiamavano così) non aveva più veduto il cugino dal giorno che ora
entrata in collegio a undici anni, e ne contava allora diciotto
compiti. Essa ignorava pure i difetti e la poco lodevole condotta di
lui. Sapendo di essergli destinata in moglie, se lo dipinse nel
pensiero come adorno d'ogni virtù, e dietro le reminiscenze della
fanciullezza, bello di volto ed elegante di forme. In ciò aveva
indovinato, perchè il contino Federico era, come si dice, un beniamino
della natura. Quindi sulla fede di questa prevenzione essa lo amò
anticipatamente, e quando lo vide tornato in patria, dopo venti mesi
di assenza, ne rimase colpita, e il suo amore andò di galoppo. Anche
il contino parve tocco amorosamente dalla vista di lei. Questo
incontro ebbe per testimonio un personaggio, che badando al contegno
dei due giovani, ricevette egli pure nell'anima un colpo improvviso,
ma d'un genere tutto diverso. Qui io debbo dire che il contino aveva
fatto amicizia con un certo cavaliere Giordano, uomo di trenta anni,
senza beni di fortuna, ma capace d'ogni mala industria per
procurarsene. Era costui di aspetto e di maniere piacevoli, abile
parlatore, scaltro, simulato, e profondo nell'arte di adulare e di
sostenere i più opposti caratteri. Al conte padre era gradito perchè
divideva le sue opinioni politiche, giuocava con lui agli scacchi, e
lusingava la sua passione per le anticaglie. Il contino lo aveva
carissimo e non poteva vivere lontano da lui, che era, senza parerlo,
il fomentatore ed il compagno delle sue sregolatezze. Io dico senza
parerlo, perchè il briccone sapeva fare in modo che invece di
seduttore compariva come sedotto. Guai allorquando un uomo di questa
natura si mette al fianco di un giovane ricco, inesperto, e già
inclinato alla dissipazione. Egli è perduto senza rimedio, come la
preda che il serpente attortiglia nelle sue spire. Dio sa quale
profitto avrà ricavato il contino, e quali divertimenti avrà gustati
ne' suoi viaggi con un tale furfante che lo accompagnava! Tornato
dunque in patria, come dissi, e vista la bella e graziosa cugina, egli
ne restò incantato di ammirazione. Il cavaliere comprese subito il
pericolo che il contino potesse innamorarsi seriamente di lei, e farla
sua sposa. Ciò accadendo, si sarebbe cambiata la faccia delle cose, e
lo scapolo disordinato avrebbe probabilmente preso la condotta di un
savio marito. Questa idea spaventava il cavaliere, che vedeva così
perduta la sua influenza e rovinati i suoi interessi. Bisognava dunque
impedire questo matrimonio, e si pose all'opera con tutte le sue arti
sopraffine. Vi era in Trento una donna famosa per le sue galanterie e
civetterie, chiamata la Flora. Sebbene non fosse della prima gioventù,
conservava ancora tanta bellezza e tanto brio da sedurre gli uomini ed
allacciarli nelle sue reti. Il cavaliere era stato nel numero de' suoi
amanti, e sussisteva ancora fra loro un certo legame che non saprei
come qualificare. Era quell'abitudine di vedersi con indifferenza dopo
gli amori dileguati, quella famigliarità ora satirica ed ora scherzosa
di due tristi che si conoscono e si disprezzano a vicenda. Il
cavaliere si concertò con lei, ed un giorno le condusse in casa il
contino Federico, il quale morse all'amo e cadde nel trabocchetto.
Sugli uomini viziosi e corrotti possono più, io credo, i vezzi
artifiziosi d'una sirena, che le schiette attrattive d'una giovane
innocente. Il contino non badò più alla cugina, e tutti i suoi
pensieri furono rivolti alla Flora. Il padre non sapeva nulla di
questa tresca, e vanamente andava sollecitando il figlio perchè si
disponesse al divisato matrimonio. Dopo avere con varj pretesti menato
la cosa per le lunghe, il contino dichiarò che non amava la cugina, e
che ricusava di sposarla. Il padre montò sulle furie, e fu quella
l'unica volta che io lo vidi seriamente in opposizione col figlio. Ma
era troppo tardi per destarsi e far valere la sua autorità. Anche in
questa occasione egli dovette cedere e sacrificare le proprie
speranze. Donna Ernestina volle andare a nascondere in un monastero il
suo infelice amore e l'umiliazione di vedersi rifiutata. Lo zio tentò
indarno di distoglierla da tale proponimento, e di confortarla colla
promessa che le avrebbe trovato un altro e più splendido partito. La
povera signorina fu inconsolabile, e molte volte io la sorpresi che
sospirava e aveva gli occhi rossi dal pianto. Ferma nel suo
divisamento, essa entrò nel monastero della Visitazione, vi prese
l'abito e pronunziò i voti delle suore professe. Certamente la è una
bella cosa il consacrarsi a Dio, ma io avrei desiderato che donna
Ernestina si fosse data pace del suo mal collocato amore per
accenderne un altro più degno di lei, che era fatta per formare la
felicità di qualunque uomo egregio. Il disperarsi poi e l'abbandonare
il mondo a cagione di un poco di buono, è stata una stravaganza che io
non le ho mai perdonata. È ben vero che dopo qualche anno diventò
abbadessa del convento, ma io ripeto, che avrebbe fatto meglio a
diventare sposa di un signore virtuoso, e madre di cinque o sei figli
che somigliassero ai genitori. Dico io bene, signor mio?
«Dite benissimo, maestro Giacomo. Le belle e savie fanciulle devono
maritarsi e procreare dei figliuoli per adempire ai voti della natura,
ed ai bisogni della società. Vadano nei monasteri le difettose di
corpo, e quelle che per vocazione speciale sono chiamate alla vita
ritirata e contemplativa.
«Ho piacere che siamo d'accordo nella massima. L'anno medesimo della
monacazione di donna Ernestina venne a morire il conte Roberto per un
attacco violento di podagra alla quale era soggetto da qualche tempo.
Per amore della verità debbo dire che, durante la sua malattia, il
contino mostrò tutte le sollecitudini di un figlio affettuoso. Per
quindici o venti giorni egli fece tregua colle sue sregolatezze. Poche
volte usciva di casa onde rimanere presso il letto del padre, dando
segni di tristezza quando il male imperversava, e rallegrandosi quando
appariva qualche indizio di miglioramento. Questa dimostrazione
d'amore figliale voglio credere che fosse sincera, e avrà servito a
confortare gli ultimi giorni del vecchio conte, il quale spirò fra le
braccia di lui, che lo pianse amaramente. Ciò mi conferma nella
credenza che non avesse un cuore cattivo, e di più sono persuaso che
in quella occasione egli si sarebbe convertito al bene, se invece del
cavaliere avesse avuto per amico un uomo di proposito da consigliarlo
saviamente. Ma dominato da quel pessimo arnese, non che convertirsi,
andò sempre più ingolfandosi nel vizio. Anche il trovarsi padrone di
una ricca sostanza e libero dalla soggezione paterna contribuì non
poco a fargli rompere il freno alle sue voglie. Il lusso, il giuoco,
le orgie e le donne fecero un gran guasto nella sua fortuna. La sola
Flora gli cavò di mano la bontà di venti e più mila scudi, la qual
somma io non ho scrupolo di dire che venne divisa col cavaliere.
Costui aveva poi altre frodi e gherminelle per estorcere danaro dal
suo zimbello. Per esempio lo barava al giuoco, andava d'accordo cogli
usurai e coi fornitori di generi per giuntarlo, e fingeva bisogni e
disgrazie onde mettere a contribuzione la sua liberalità. La casa del
contino era il convegno di tutti i buontemponi e gli scapati della
città. Ivi succedevano canti, suoni, feste da ballo, splendide cene,
ed ogni sorta di divertimenti più o meno sbrigliati. La si figuri che
spese rovinose per andare innanzi con queste corti bandite. Al
contrario degli altri servitori, io non era ben veduto dal contino,
perchè col mio silenzio e colla mia serietà io disapprovava la sua
brutta e scandalosa maniera di vivere. Una sera lo incontrai che
montava lo scalone colla persona in disordine e barcollando per
ubbriachezza. Viva il cielo, egli avrà bevuto dello Sciampagna o del
Lacrimacristi, ma era ubbriaco nientemeno di un plebeo che avesse
bevuto del vino a dodici soldi ai boccale. Quello spettacolo
vergognoso mi fece torcere lo sguardo e brontolare qualche parola di
disgusto, che per mala sorte venne da lui intesa. Chiamatomi da
vicino, mi disse due o tre parolacce poco degne della sua nobiltà, e
poi mi congedò con un urtone, molto men degno ancora. Io perdetti
l'equilibrio e caddi a rotolone giù per la gradinata. Dopo questo bel
tratto egli entrò nelle sue stanze, ed io rimasi senza potermi alzare,
finchè vennero i miei compagni di servizio ad ajutarmi. Il fatto sta
che aveva una gamba rotta, e per coronar l'opera il chirurgo ignorante
me l'aggiustò in modo che riuscì quattro dita più corta dell'altra. È
ben vero che il contino si mostrò dolente della sua brutalità, e che
volle riparare il danno con una borsa di danaro, ma io ricusai la sua
offerta, e abbandonai il suo servizio, maledicendo il giorno che mi
persuasi ad indossare una livrea. Collocarmi in un'altra casa per
seguitare la stessa vita, era cosa che io non voleva fare. D'altronde,
chi avrebbe voluto prendere un servitore zoppo, quando pure fosse
stato dieci volte più galantuomo di un altro colle gambe dritte come
fusi? I servitori delle gran case debbono essere svelti, appariscenti,
e senza alcun difetto visibile.
«Sicuramente. Se hanno poi delle magagne nascoste, se sono furbi,
immorali e maldicenti dei padroni non importa. Basta che facciano
bella mostra delle loro persone, e che lusinghino per tal modo la
vanità di chi li paga.
«Io presi dunque il partito di tornarmene qui nel mio villaggio, e di
occuparmi in qualche altro mestiere. Alla caccia non bisognava più
pensarci, perchè oltre al buon occhio, ci voleva ancora buona gamba, e
poi i begli anni della gioventù erano andati. Laonde io misi nel
cappello due pezzetti di carta rotolati, sull'uno dei quali era
scritta la parola sarto, e sull'altro la parola calzolajo, e ne tirai
uno a sorte. Così fu che diventai calzolajo, come sarei diventato
sarto se la mano fosse caduta sull'altro pezzo di carta. Mi si dirà
che per esercitare un mestiere bisogna averlo imparato a tempo debito,
e che da un giorno all'altro non si acquistano le cognizioni. Io ne
convengo, ma con un poco d'ingegno e di entratura si riesce presto in
certe piccole faccende. Non si trattava già di trasformarmi in medico
nè in avvocato. Dopo un mese di studio e di pratica sulle mie proprie
scarpe, io fui in grado di racconciarne e farne di nuove ai miei
compaesani, che per verità non sono di molto difficile contentatura.
In seguito poi ho potuto perfezionarmi così che i miei lavori non
temettero più confronti, e persino il sindaco ed il curato mi diedero
la loro clientela. Guardi mo' se dico esagerazioni e millanterie. Una
delle sue scarpe è finita; esamini un po' che solature coi fiocchi sa
fare maestro Giacomo,
Egli mi porse la scarpa da esaminare. O amor proprio ingannatore! O
cieca stima di noi medesimi! O ignoranza delle nostre dappocaggini!
Quella scarpa era aggiustata orribilmente. Il nuovo non combaciava col
vecchio, i punti erano lunghi e disuguali, la suola mal ritagliata e
sporgente qua e là dal tomajo, un lavoro insomma da guastamestieri.
Quella scarpa mi fece dubitare dell'antica perizia di Giacomo
cacciatore. Non pertanto bisognava dire: va bene, tanto più che egli
stava lì colla faccia ridente in aspettazione d'una parola di lode.
Sebbene un poco stizzito, io non volli lamentarmi, nè distruggere la
confidenza che egli aveva nella propria abilità. Io gli dissi dunque:
Va bene, maestro Giacomo, in riguardo se non altro del piacere che mi
procurava il suo racconto. Soddisfatto della mia approvazione, benchè
non troppo ammirativa, egli continuò a dire.