Broletto, vi fece udire due suonate, e poscia entrò a fare la
questua. Bisogna che io noti che il pover uomo suonava assai male, ad
onta della sua presunzione e dei suggerimenti datigli dal
proprietario dello strumento. Fosse il braccio intirizzito dal
freddo, o partecipe dell'interna convulsione, il fatto sta che il
manubrio andava celere e lento tutt'insieme, e produceva una tiritera
di suoni affatto incomposti. E così era accaduto in tutti i luoghi
dove aveva fino allora fatto posta. Nessuno però badava a
quell'inconveniente, e chi era ben disposto gli dava tant'e tanto il
suo obolo. Anzi vi furono alcuni che glielo diedero appunto per aver
badato a quell'inconveniente; senza di che non si sarebbero
incomodati. Costoro nel metter mano alla borsa dissero ciascuno alla
sua volta: Pigliate, ma col patto di non suonare più oltre. Gente
burlona, o dotata di un'estrema irritabilità musico-nervosa. Antonio
aveva già radunato circa sedici soldi, e si prometteva di aumentare
ben bene la somma allorquando suonerebbe dinanzi ai caffè sontuosi e
popolati di signori. Egli arriva ad uno di questi, ma lo passa via
perchè sente che non ardirebbe di entrare in una magnifica sala
ornata di specchi, di dipinti e di dorature, e rischiarata
splendidamente dal gas. La stessa soggezione lo prende dinanzi al
secondo ed al terzo caffè, dove pensa che tremerebbe soltanto nello
spingere le imposte, per paura di rompere i grandi cristalli che vi
stanno incastrati.--Eh, perbacco, se io seguito così perderò le
migliori occasioni di far danaro, disse tra sè in un momento di
coraggiosa risoluzione. Cacciamo via la timidità, e facciamo come gli
altri suonatori, che penetrano da per tutto senza tanti riguardi. Io
guarderò bene dove metto i piedi e le mani, e spero che non mi
accaderanno disgrazie. Finalmente queste superbe botteghe sono luoghi
pubblici, e qualunque persona, anche mal in arnese, che abbia cinque
soldi da spendere, può entrarvi a dare degli ordini, può sedere a suo
agio sopra i morbidi cuscini, e stare a compiacersi in mezzo a tanto
lusso. Ecco appunto che io mi avvicino ad un caffè dei più sfarzosi
della città. È dunque deciso che io non passerò oltre senza aver dato
prove là entro della mia intrepidezza.--Antonio pose lo strumento sul
cavalletto, vi applicò il manubrio, e suonò una polka guastando il
tempo come al solito. Anzi questa volta fece peggio che mai, perchè
alle altre cagioni di tremito si aggiungeva l'idea di dover comparire
in quella ricca sala, di cui guardava intanto lo splendore attraverso
i vetri. I suoi proponimenti di voler essere intrepido andarono
dunque in fumo, come era da aspettarsi, giacchè non si può comandare
alle impressioni dei sensi nè alle commozioni dell'animo. Per altro
si può sfidarle e voler agire sotto il loro impero, ciò che appunto
fece Antonio. Battuti più volte i piedi per terra e scossa dai panni
la neve, egli entrò nel caffè colle timide cautele e cogl'impacci dei
profani che entrano per la prima volta in una reggia. Una trentina di
avventori sedevano in crocchi separati intorno ai tavolini,
sorseggiando bevande più o meno squisite, e tenendo discorsi più o
meno insipidi. Alcuni leggevano i giornali politici, e pensavano che
Sebastopoli è un osso duro da rodere. Altri leggevano i giornali
letterarii, e pensavano che non vi è più letteratura sopportabile nel
giornalismo. Un giovane ed elegante signore sedeva isolato in un
angolo, fumava un sigaro, e pensava ad altra cosa. I conoscenti e gli
amici non lo accostavano, perchè il suo saluto breve e fuggitivo
significava chiaramente: Lasciatemi tranquillo in questo momento. Chi
è sopraggiunto da una sventura o da una prosperità sente il bisogno
di star solo coll'affanno o colla gioia che lo possiede, almeno nei
primi istanti del sinistro o del fausto avvenimento. Non era la
sventura che avesse visitato quel giovane, e fattolo bramoso di
starsene in disparte muto e raccolto in sè medesimo. Infatti non
aveva alcun segno di mestizia in volto, anzi la sua fronte era lieta,
i suoi occhi brillavano di serenità, e le sue labbra si componevano
ad un sorriso di compiacenza. Il molle abbandono della persona, la
gamba che teneva sovrapposta e dondolante sull'altra, la giocosa
maniera con cui mandava in aria i buffi di fumo, tutto insomma diceva
che gli passavano per la mente immagini rallegranti, e che assaporava
il diletto della propria felicità. Sì, egli era compiutamente felice,
e considerava quel giorno come il più bello della sua vita. Quel
giorno aveva acquistato la certezza di essere riamato dalla donna del
suo cuore, e le prove avute erano le più infallibili e le più
soddisfacenti. Non vi cada in animo che avesse ottenuto i favori
lungamente sollecitati di qualche fanciulla o vedova restia, o che
fosse riuscito a burlarsi di qualche marito creduto generalmente
invulnerabile. No, egli non si dilettava di amori colpevoli e di
tresche vergognose. La sua fiamma era pura come la vergine che
gliel'aveva inspirata, e santi erano i suoi voti. Questo giovane
signore è nel novero dei pochi distinti per coltura d'ingegno, per
altezza di sentimenti, e per nobili qualità di cuore. Egli si toglie
dalla pluralità di coloro pei quali le ricchezze sono stimolo
all'ozio, alla dissipazione, alla burbanza, e alla nullità della
vita. Non è già che abbia rinunciato ai piaceri della sua età, nè ai
gusti nè alle abitudini proprie dei signori. Egli segue le mode,
guida cavalli sul corso, frequenta i teatri ed i convegni del bel
mondo, ma di questa occupazioni non fu l'unico e serio affare della
sua esistenza. La maggior parte del tempo lo impiega nello studio
delle arti geniali, della letteratura e d'ogni nobile disciplina. La
sua conversazione non può essere più sensata, più amabile e più
spiritosa. Nessuno poi lo supera in bontà d'animo, in affabilità e
cortesia di maniere. Insomma io ve lo do per un modello di perfetto
gentiluomo. Antonio gli si fece peritoso dinanzi, e gli sporge il
piattello, come aveva fatto verso gli altri signori che erano nel
caffè. Il giovane lo guardò attentamente, e rimase colpito dal suo
povero arnese, dalla sua timida esitanza, e dall'espressione di
dolore che gli stava in volto.
--Voi mi sembrate un suonatore novizio, gli disse il giovane con un
fare confidente e con un tuono di voce che mette i piccoli a loro agio
e li anima alle risposte. Io non vi ho mai veduto entrare in questo
caffè.
--Signore, rispose Antonio commosso dalla degnazione e dalla benignità
di quella domanda, io suono per la prima volta, e forse per l'ultima
in vita mia. Lo strumento mi fu prestato da chi per ora non può
adoperarlo, ed io cerco questa sera di farne mio profitto nelle dure
angustie in cui mi trovo colla mia famiglia.
--Voi avete una famiglia che patisce e che spera nel prodotto della
vostra musica?
--È una sorpresa che io preparo a' miei poveri tribolati. Essi non
sanno che al presente io giro per la città, onde radunare un po' di
danaro a loro sollievo.
--Quanto avete raccolto finora?
--Più di venti soldi, e non ho per anco finito. Tra il guadagno del
suonare e quello dell'accumular neve, posso dire d'aver fatto oggi una
buona giornata.
--Voi avete anche lavorato a nettar le strade, voi così vecchio e mal
fermo sulle gambe! Ditemi, la vostra famiglia è numerosa?
--Io ho una figlia vedova e madre di tre creature, una delle quali,
ragazza di sedici anni, ci fu insidiata e andò a pericolo di perdere
la sua virtù. E stato un avvenimento per cui ho l'animo ancora tutto
sconvolto.
--Voi mi presentate l'aspetto di un uomo dabbene. Lo siete veramente?
--Signore, io non posso negarlo nè affermarlo. Dirò soltanto che io
procuro di non far male a nessuno.
--Dove state di casa?
--Vicino alla Piazza Castello.
--Andiamo. Io voglio conoscere la vostra famiglia, e accertarmi della
sincerità delle vostre parole. Se voi non mi avete mentito, io vi
regalerò come non lo fu mai nessun suonatore di organetto.
Il giovane si levò risolutamente, ed uscì della bottega. Antonio gli
tenne dietro, parendogli di sognare. Preso lo strumento che stava di
fuori, si avviarono verso la Piazza Castello, continuando a discorrere
quando non lo impediva l'incontro della gente e la difficoltà del
cammino. Era cosa molto strana che un giovane signore vestito con
eleganza attraversasse la città accompagnato da un miserabile
suonatore di organetto, e parlando con lui affabilmente senza
impedimento di umani riguardi. No, no, gli umani riguardi e le
precauzioni si adoperano da chi segue un lenone, guidatore prezzolato,
a qualche misteriosa e facile conquista. Il giovane signore seguiva
invece un onesto vecchio nella persuasione che lo conducesse al
soggiorno della miseria virtuosa, che egli si proponeva di consolare.
Gli animi ben fatti, quando sono posseduti dalla gioja, si sentono
doppiamente inclinati alla beneficenza, e bramano di darne prove con
qualche atto nuovo e straordinario. Ecco perchè il giovane volle
recarsi egli stesso a vedere la famiglia di Antonio, dietro la
favorevole opinione che questi gli aveva inspirata. Quando entrò nel
brutto viottolo plebeo, mal rischiarato e quasi impraticabile per la
neve che lo ingombrava, egli provò una specie di pauroso disgusto, che
andò crescendo allorchè pose il piede nella casaccia che abbiamo
descritta. Nondimeno superò quel sentimento di vaga inquietudine, e
tenne dietro ad Antonio che aprì l'uscio e lo introdusse nella misera
stanza. Le due donne restarono come interdette e smarrite di
confusione al vedere il vecchio sotto il peso di un organetto, e lo
splendido visitatore che lo seguiva. La stanza era fredda come se
fosse aperta ai quattro venti, e del fuoco improvvisato poco prima da
Antonio non esisteva che un debole rimasuglio. La madre e la figlia
stavano occupate a rattoppare certe camicie degne del compratore di
stracci, ed avevano per lume un moccolo di sego piantato in un ordigno
di legno e fil di ferro, che usurpava il nome di candelliere. I due
fanciulli giacevano addormentati sopra un pagliericcio, che un cane
mediocremente trattato avrebbe avuto a sdegno. Visto nelle ore
notturne, l'albergo del povero è ancor più tetro e squallido di quando
è penetrato dalla luce del giorno. Egli pare che il silenzio della
notte, il semibujo del luogo, le ombre fantastiche e tremolanti che
disegna un lumicino sulle pareti, ed altre indescrivibili cagioni
diano alla miseria maggior rilievo, e all'animo una stretta maggiore.
Il giovane si sentiva impietosito e insieme rabbrividito allo
spettacolo nuovo e miserando che lo circondava. Egli sapeva
all'ingrosso ciò che è la povertà; sulle norme di quanto ne vedeva in
pubblico e sulle idee che gli fornivano i libri, ma non mai l'aveva
ravvisata nel suo vero aspetto, nè colta sul fatto nella intimità
della sua dimora. Ecco perchè i ricchi, generalmente parlando, non
inclinano molto alla compassione del povero. Essi non hanno provato il
bisogno, e rifuggono dal vederlo in altrui. Se il primo motivo non è
una colpa, il secondo lo è certamente. Il giovane aveva avuto da
Antonio lungo la strada molti dettagli circa le disgrazie della sua
famiglia, ma principalmente circa la trama ordita contro la nipote.
Ora egli aveva dinanzi la fanciulla, che rossa di vergogna non osava
guardarlo in volto, nè quasi rispondere alle sue domande. La bellezza,
la gioventù e la infelicità di Cecilia gli destavano un vivo e
virtuoso interessamento. Egli pensava alla donna del suo amore,
giovane e bella essa pure, ma non infelice, e questo pensiero gli
faceva trovare dei rapporti gentili e naturali fra le due giovani, e
gli era come stimolo ad apprezzare e beneficare l'una in grazia
dell'altra. Questi squisiti riflessi e queste delicatezze di sentire
sono proprie soltanto delle anime elette prese d'amore. Per
quell'istinto che hanno i buoni di comprendersi fra loro, il giovane
signore fu persuaso che quella famiglia era degna del bene che egli si
preparava di farle. Nell'atto di congedarsi pose in mano ad Antonio
due pezzi da cinque franchi, e gli disse che il domani a mezzogiorno
si recasse dal curato della parrocchia, presso il quale troverebbe
dichiarate le sue disposizioni. Io lascio immaginare a chi legge la
consolazione dei beneficati, i loro sentimenti di gratitudine, e le
benedizioni che invocarono dal cielo sopra il giovane sconosciuto.
Antonio pareva ringiovanito di dieci anni, e andava esclamando, che
non bisogna mai disperare della provvidenza, che al mondo vi sono
delle anime d'oro, e che il volere di Dio lo aveva fatto imbattere in
quel generoso signore.--A proposito, disse egli sobbarcandosi allo
strumento che aveva deposto sopra la tavola, io vado a portarlo a
Simone, al quale voglio dare uno di questi pezzi da cinque franchi.
Noi siamo intesi di dividere il prodotto, e sebbene, a stretto rigore,
queste due monete non siano il frutto della musica, pure mi sono
venute in conseguenza dello strumento che mi fu prestato. Se il suo
padrone mi ricusava il servigio, io non sarei entrato in quel caffè, e
non avrei la fortuna che là dentro mi è capitata. Oh sì, viva Simone
ed il suo strumento.
Il giorno seguente, all'ora indicata, Antonio si presentò al curato
della sua parrocchia. Il giovane signore vi era stato poco prima ad
affidargli una bella somma di danaro, e l'incarico di eseguire le sue
benefiche disposizioni. La famiglia di Antonio fu subito traslocata in
una casa decente, provveduta di letti, di biancheria, e di quanto
occorre per uscire di stento. Altri sussidj periodici doveva trovare
in seguito depositati presso il medesimo parroco, al quale
particolarmente veniva raccomandata Cecilia, colla promessa di darle
una doterella quando si maritasse.
Il giorno stesso Tribolo fu chiamato dalla polizia a render conto
della sua azione, che gli valse una nuova condanna, da lui subita
colla solita rassegnazione dell'innocenza calunniata. Quanto al ricco
bottegajo, egli gettò il suo danaro e fece naufragio vicino al porto.
Se il suo nome è stato pronunciato in polizia, non è tanto delicato da
soffrirne macchia.
Il cielo accordi tutte le sue grazie al giovane signore, e
specialmente gli conceda di potersi unire alla fanciulla sospirata.
Sì, il cielo benedica il suo amore, sotto la cui influenza egli fu
inspirato a così bella opera di carità.
FINE.
IL GENTILUOMO MENDICO
REMINISCENZA DI UN VIAGGIO
DI
PAOLO BETTONI
IL GENTILUOMO MENDICO
Lungo un mio viaggetto pedestre nel Tirolo italiano m'incontrai al di
sopra di Rovereto in un giovane artista, che viaggiava egli pure colla
vettura di San Francesco. Due individui presso a poco della medesima
età, che hanno entrambi una valigia dietro le spalle ed un bastone in
mano, che portano una _blouse_ ed un berretto, e che vanno per la
medesima strada, sono obbligati di salutarsi e di entrare in discorso,
giusta le leggi dell'attrazione umana e della fratellanza universale.
Queste leggi si fanno sentire principalmente nella solitudine delle
montagne, lungo i cammini disastrosi, vicino ai burroni e alle cascate
d'acque, e più ancora dove non si vedono che nibbi e falchi
svolazzanti, da una roccia all'altra, e capre pascolanti sulle aeree
punte dei precipizi. Bisogna dunque assolutamente che i due individui
così ravvicinati dal caso si facciano dei complimenti, e si chiamino
fortunati di camminare in compagnia, a meno che uno di essi, o tutti
due, non siano ceffi paurosi, o misantropi selvaggi. Nè l'uno nè
l'altro di noi si trovava in queste condizioni antipatiche, e perciò
fu subito aperta la conversazione, e dato luogo alle debite
confidenze. Egli si dilettava di dipingere paesaggi, e peregrinava per
copiare le bellezze della natura montuosa. Io aveva la smania di fare
un erbolajo, e andava errando per raccogliere ciò che mi pareva nuovo
o raro nel regno della vegetazione tirolese. Ah! vivaddio, che
botanica follia, che delirio delle verdure scientifiche mi aveva
invaso in illo tempore! Ora ne sono guarito da un pezzo, e rido
pensando a quella farragine di erbe e di pianticelle di cui aveva
piena una camera, quasi fosse stata un fienile. Non dico poi dei
libroni che contenevano tra foglio e foglio le mie conquiste
classificate e diseccate. Il mio compagno imitava le produzioni della
natura, ed io toglieva alla natura le sue produzioni medesime. Ognuno
vede che il mio lavoro era molto più facile e meno pregevole del suo.
Ad onta però della distanza dei meriti noi diventammo amici, e per
otto giorni facemmo vita insieme. Intanto che egli disegnava una rupe
od una grotta, io strappava dai crepacci dello scoglio qualche tesoro
vegetale ignoto alla mia scienza. Un giorno egli mi trasportò a colpi
di matita e mi fece figurare come macchietta in un suo abbozzo, mentre
io prendeva d'assalto una specie di cardo singolare che sorgeva nella
frana d'un dirupo, audace ed eroica impresa. Questo tratto di
bizzarria artistica e d'inspirazione confidenziale mise il colmo alla
nostra amicizia. Era una ragione più che bastante per fare di noi un
Pilade ed un Oreste.