Il più astuto e maligno di questi corvi era Tribolo, il qual

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TRE RACCONTI SENTIMENTALI

DI

PAOLO BETTONI

_Proprietà letteraria dei Tipografi-Editori._

Illustrazione: --Signore, rispose Antonio.... io suono per la prima

volta e forse per l'ultima....

BETTONI. _Vizio, miseria e virtù_, Pag. 34.

TRE RACCONTI SENTIMENTALI

1.°

VIZIO, MISERIA E VIRTÙ

2.°

UN GENTILUOMO MENDICO

3.°

UN AGNELLO FRA DUE LUPI

DI

PAOLO BETTONI

MILANO

PER BORRONI E SCOTTI

1855.

VIZIO, MISERIA E VIRTÙ

In un viottolo poco lungi dalla Piazza Castello in Milano avvi una

casaccia coi muri qua e là screpolati e puntellati, una casaccia

umida, o scura, immonda e dotata di tutte le qualità necessarie per

destare ribrezzo in chiunque non abbia i sensi ottusi e grossolani

affatto. Questa schifosa e pericolosa catapecchia è abitata da dieci o

dodici inquilini, tutta gente miserabile, che sta in armonia col

luogo, gente cenciosa, di cattivo odore e di sinistro o malaticcio

aspetto. Pare impossibile che vi sia un uomo abbastanza sfrontato da

confessarsi proprietario di un tale ammasso di pietre guaste, di

legnami tarlati e di ferramenta corrose dalla ruggine. Si crederebbe

che questo lurido albergo fosse per vergogna abbandonato in perpetuo a

chi ha il coraggio di abitarlo. Ma non facciamo paradossi, nè strane

osservazioni a danno della verità. Non vi è cosa materiale al mondo, e

sia pur vile e spregevole, purchè utile, la quale non appartenga ad un

padrone, sempre pronto con tutte le sue forze a difenderla dalle

usurpazioni, e far valere i suoi diritti di proprietà. Anche la casa

in proposito ha dunque un padrone, il quale è visibile alle scadenze

per riscuotere il danaro degli affitti, danaro scaturito in complesso

da tre fonti, vale a dire dal lavoro, dall'elemosina e dal delitto. Al

padrone non importa un cavolo di queste provenienze: egli bada

soltanto se le monete sono di buona lega e di giusto valore. Chi non

paga puntualmente la pigione deve sloggiare senza misericordia. Per

verità non sarebbe un castigo l'abbandonare quella fetida tana, ma il

guajo si è che bisogna lasciarvi i mobili. Mio Dio, i mobili! Sì, sì,

questa parola indica tanto la bella e preziosa suppellettile del

ricco, quanto i vecchiumi e gli stracci del povero. Ci vorrebbero due

nomi diversi per significare due cose diverse. I morbidi letti, gli

specchi dorati, le intarsiature, i vasi del Giappone, i divani e le

poltrone di velluto sono arnesi differenti dai grossolani pagliericci,

dai rappezzati e smilzi materassi, dalle tavole greggie e dondolanti,

dalle cassapanche rovinate, e dalle scranne di paglia dure e

zoppicanti. La parola _mobili_ pare alle volte uno scherno, quando non

si voglia considerarla come la parola _uomo_, che esprime tanto il

principe quanto il facchino. Ma non proponiamo inutili riforme, e

seguitiamo a chiamar mobili quelli del ricco e quelli del povero

indistintamente. Sarebbe piuttosto da impedire che il secondo non ne

fosse molte volte spogliato, come il primo è sicuro di non esserlo

mai. Bello, ma impossibile voto finchè vi saranno pigionali che non

possono pagare, e padroni che vogliono essere pagati. Quello della

casa screpolata e puntellata è il più feroce e inesorabile dei

padroni. Ad ogni ricorrenza di Pasqua e San Michele vi sono mobili per

suo conto sequestrati e venduti all'incanto. Così per suo conto vi

sono poveretti che piangono, o sloggiano denudati delle cose più

necessarie.

Il pigionale anziano di questa casa, colui che ha veduto succedervi

molti cambiamenti, colui che non è disturbato nel possesso di due

stanze, perchè paga esattamente il suo fitto, è un uomo di

sessant'anni soprannominato Tribolo, un vecchietto svelto, allegro,

sorridente e garbato quanto mai. Egli vive per dare una mentita ai

fisionomisti lavateriani. Il suo volto presenta tutti i caratteri

della bontà, ed è il volto di un fino e consumato briccone. Tribolo è

usurajo, mezzano, falsario e compratore di roba rubata. Non si dà

tristizia che egli non sia capace di commettere per amore del

guadagno. Nondimeno i suoi modi e la sua cera non rivelano punto il

suo carattere odioso, e le malvagie abitudini nelle quali è indurato.

Sia pur vero e stabilito che il vizio e le turpitudini dell'animo

stampano più o meno il loro marchio nella fisonomia dell'uomo: Tribolo

è un'eccezione alla regola, una verità meravigliosa, un fenomeno

singolare. Egli domanda il sessanta per cento con una gentilezza

ammirabile, accompagna una proposizione diabolica con uno sguardo

soave, nega la verità con un suono di voce armonioso, e ordisce una

furfanteria senza alterare la serenità della fronte. Neppure i rabuffi

e gli strapazzi ai quali è soggetto possono intorbidirlo; e dare ai

suoi lineamenti una contrazione disgustosa. Quando è chiamato in

giustizia, egli si atteggia sempre come un pover uomo calunniato, come

una vittima innocente e rassegnata. Le varie condanne che ha subito

non valsero ad emendarlo, ma a renderlo più cauto e più sbirbato nelle

sue imprese. Tribolo esercita l'usura in piccolo, vale a dire impresta

delle somme sottili e restituibili a brevi scadenze, ma l'interesse

non manca di essere enorme. Un povero falegname, per esempio,

abbisogna di trenta lire onde comperare delle assi? Tribolo gli dà le

trenta lire, col patto che in capo a due settimane avrà la

restituzione di quaranta. Imprestando il lunedì dodici lire ad un

cenciajuoio, ne riceve quindici il sabato, compreso il prezzo del suo

servigio. Una serva, un cameriere d'osteria, un garzone di caffè o

altro tale individuo che aspetta un collocamento, ricorre a Tribolo

per avere una sovvenzione sul suo futuro salario, e Tribolo pieno di

compiacenza lo contenta alle condizioni che potete indovinare dietro

le norme che vi ho date. Voi non potreste però indovinare le

condizioni riguardanti le somme che egli impresta alle donne di mal

affare per comperarsi uno sciallo, un cappellino od altro oggetto di

vestiario, di cui dicono avere urgenza. Allora l'usura è favolosa,

incredibile, senza esempio. Tribolo non perde quasi mai il suo danaro,

grazie al tatto sopraffino che egli ha per conoscere le persone a cui

lo presta, e le circostanze in cui si trovano. Per indurlo a sborsare

un fiorino bisogna che egli veda chiaro quali mezzi di guadagno o

quali future risorse abbia il debitore da offrirgli come garanzia. Un

raccoglitore d'immondizie è sicuro di ottenere un prestito, purchè si

mostri proprietario libero ed assoluto d'una certa quantità di letame

da vendersi prossimamente.

Quali sono gli altri abitatori attuali di questa casa? Un conciatore

di pelli, un sarto che aggiusta e trasforma abiti frusti, un

fruttajuolo ambulante, un beccamorti, un suonatore girovago, due o tre

cialtroni oziosi, altrettante donne di vita problematica, e qualche

vecchietta che fila o lavora di calze. A questa ciurmaglia

appartengono dodici o quindici ragazzi d'ambo i sessi, creature mal

nutrite, sucide, pezzenti, riottose, piene di audacia e di malizia. La

maggior parte non vanno a scuola nè a bottega, ma birboneggiano il dì

e la sera sulla Piazza Castello e nei dintorni. Uno di costoro, che ha

appena nove anni, è il più tristo monello che si possa immaginare. Con

una cassetta di zolfanelli sospesa al collo egli gira i caffè e le

osterie, vendendo la sua mercanzia e domandando l'elemosina a chi gli

pare di benevolo aspetto. Se l'occasione si presenta, egli trae

leggermente un fazzoletto dalla tasca altrui. Non di rado si ferma con

altri piccoli furfanti a trafficare il soldo al giuoco, e quasi sempre

li spoglia dopo averli ingannati e battuti per giunta. Egli non

rientra mai prima della mezzanotte, e guai a lui se non presenta a suo

padre molti avanzi di sigari raccolti qua e là da terra, o domandati

ai fumatori stando alla porta dei teatri.

Le bestemmie e le imprecazioni che si odono, le baruffe e gli scandali

che succedono nel cortile e sopra le loggie di questa casa, le scene

di violenza, di vizio e di miseria che hanno luogo nelle camere, i

ceffi paurosi che s'incontrano negli anditi ammuffiti e lungo le scale

anguste, le figure abbrutolite dall'inedia o dall'abuso dei liquori

che vanno e vengono per questa porta metterebbero i brividi e la

confusione fra gli ottimisti che magnificano la civiltà e le dolcezze

dell'attuale progresso. No, signori ottimisti e panegiristi del

benessere e della moralità del popolo, voi dipingete le cose come se

fossimo tornati al secol d'oro, ai tempi beati dell'innocenza e della

felicità universale. Suvvia, non esagerate il bene, e non dissimulate

il male. Certamente Milano ha una quantità di stabilimenti

filantropici e di buone istituzioni che nessun'altra possiede. I

ricoveri dei bambini lattanti, gli asili dell'infanzia, le scuola

elementari dominicali, quelle di arti e mestieri, gli orfanatrofi, gli

ospizi d'ogni maniera, il patronato pei liberati dal carcere, i luoghi

di ritiro per la gioventù pericolante, gl'istituti elemosinieri, ed

altre emanazioni della carità milanese sono invero sante provvidenze e

meritevoli d'ogni benedizione. Tuttavia siamo lontani che tutti i

bisognosi possano o vogliano parteciparne, e quindi lontani che la

miseria e il mal costume siano distolti. Su tale argomento non bisogna

dunque illudersi nè illudere gli altri. Lodiamo pure la generosità di

chi ha innalzato e di chi mantiene questo grande edificio della

pubblica beneficenza. Diciamo pure i mali che previene, i disordini

che ripara, e le lacrime che asciuga, ma nello stesso tempo facciamo

noto che il rimedio non è abbastanza efficace nè generale. Molto

rimane a fare per vantaggio della classe povera, e le sue condizioni

materiali e morali non arrivano ancora a quel grado di miglioramento

che si può ragionevolmente sperare. Questa verità si deve dirla

francamente, non per fare uno sterile lamento, ma per illuminare i

benefattori del popolo sulle piaghe ancora esistenti, e per

infervorarli sempre più nella santa opera di risanarle.

Al S. Michele del 1854 un muratore venne ad abitare due camere in

questa casa, non sapendo probabilmente come fosse infetta e

malaugurata. Egli aveva la moglie, due figli maschi dai cinque ai

sette anni, ed una femmina di sedici. Inoltre ricoverava da qualche

tempo il padre di sua moglie, un vecchio indebolito di vista che non

poteva più lavorare del suo mestiere di canestrajo. Era una buona e

quieta famiglia che viveva col pane della fatica, ma condito dalla

pace e dall'amore. Stabilitasi appena nel nuovo albergo, il più

terribile infortunio venne a piombarla del lutto e nella desolazione.

Il povero muratore cadde dal ponte di una fabbrica, e rimase morto sul

colpo. È inutile il dire le scene di pianto e di disperazione che

accaddero fra i superstiti all'annunzio ed in seguito di tanta

sventura. Ecco una famiglia rimasta priva del sostegno che la faceva

vivere col frutto del suo mestiere. Oh, le lacrime sono doppiamente

amare quando si piange la perdita d'una persona cara, ed i mezzi di

sussistenza che vengono a mancare con lei! Quali risorse rimanevano a

questi tapini? Il lavoro della madre e della figlia, lavoro di donne

che rende generalmente uno scarso guadagno. La prima faceva treccie di

paglia colle quali si compongono stuoje, e la seconda era operaja

nella fabbrica dei tabacchi, guadagnando fra tutte due un trenta soldi

al giorno. Quell'epulone che è solo, e cui non bastano cento lire al

giorno, mi dica egli come possono vivere cinque persone con trenta

soldi, principalmente oggidì che tutto costa caro? Quell'epulone si

scuote nelle spalle, e risponde che egli medesimo per vivere senza

stento avrebbe bisogno del doppio di quanto ha.

La grama famiglia tirava innanzi come Dio vel dica, ricevendo di

quando in quando un sussidio dal parroco, e impegnando o vendendo nei

giorni di maggior penuria qualche capo di rame o di biancheria. Il

povero vecchio gemeva secretamente di essere a carico della figlia e

della nipote, e si rimproverava di togliere loro il pane di bocca.

Alle volte fingeva di non aver fame per mangiar poco, o per

astenersene del tutto. Queste privazioni lo costringevano poi ad un

atto, pel quale aveva grandissima ripugnanza e vergogna. Dopo aver

condotto i due fanciulli alla scuola infantile, il che era sua

incombenza, girava una contrada remota, o si appostava sotto una

porta, aspettando al varco qualche persona ben vestita per domandarle

con voce tremante un poco di carità. Egli cercava pure di occuparsi in

qualche faccenda permessa dalle sue deboli forze e da' suoi occhi poco

veggenti, ed era tutto lieto quando gli riusciva di mettere in mano a

sua figlia alcuni soldi guadagnati portando un fardello, scopando un

cortile, o facendo altri servigi di questa sorta. Se il tempo era

buono, usciva ancora della città a raccogliere pei campi e lungo le

siepi dei fuscelli di legna, ed era per lui un'altra cagione di

contentezza quando ne portava a casa un bel fascio.

Ma perchè mai Tribolo mostra tanto interessamento per questo meschino?

Perchè lo saluta e gli sorride amichevolmente? Perchè gli offre sempre

una presa di tabacco, e lo chiama il suo caro Antonio? Egli spinge non

di rado la cortesia fino ad invitarlo nelle sue stanze a bere un

bicchierino di liquori. E queste dimostrazioni di cordialità

principiarono dal giorno che morì suo genero il muratore. La cosa è

molto strana, e fuori del naturale. Antonio medesimo, che sa di non

avere alcun titolo a questo trattamento, ne fa le più alte meraviglie,

e conchiude che ciò non può essere altro che un effetto della bontà

straordinaria di Tribolo. Costui gli disse un giorno, dopo averlo

regalato di rosolio: Caro Antonio, se io fossi in grado, vorrei darvi

qualche soccorso, perchè siete un uomo dabbene, e perchè le vostre

disgrazie mi destano compassione. Ma io sono povero quasi come voi, e

non posso donare agli altri quello che basta appena per me. Nondimeno

le mie finanze mi permettono d'imprestarvi un pajo di talleri, senza

un centesimo d'interesse, e dandovi tutto il tempo che vorrete per

farmene la restituzione. Eccovi le due monete, che vi prego di

accettare. Antonio restò commosso a questo tratto di amicizia, ma

rispose che ne avrebbe approffittato nel solo caso di un'estrema

necessità. La maggior parte dei bisognosi, a cui si offrissero danari

in prestito, accetterebbero sul momento senza pensare al come poterli

restituire. Costoro tirerebbero in lungo il debito fino all'infinito,

colla scusa sincera della propria impotenza a pagare, o coll'audace

pretesto che essi non avevano già domandato di farsi debitori. Antonio

avrebbe accettato un'elemosina, ma pensava che un prestito gli avrebbe

turbata la quiete e levato il sonno. Dopo alcuni giorni accadde che

sua figlia si ammalò in conseguenza del troppo lavoro, e dell'affanno

sofferto per la morte del marito. Egli si sentiva straziare l'animo al

vederla priva di cibi sostanziosi, con una coperta leggera sul letto e

coi lenzuoli laceri, perchè i buoni erano stati messi in pegno. Allora

si ricordò dell'offerta fattagli da Tribolo, e non potè resistere alla

tentazione di giovarsene per provvedere ai bisogni dell'ammalata.

Contraendo questo debito, egli si proponeva di nasconderlo alla

famiglia, e di pagarlo quando avrebbe radunata la somma col deporre in

un salvadanajo ciò che potrebbe spizzicare da' suoi eventuali

guadagni. Ci voleva molto tempo a mettere insieme due talleri soldo a

soldo, ma egli si ricordava altresì di potersi pigliar comodo alla

restituzione. I due talleri furono sborsati da Tribolo con un piacere,

che Antonio non provò l'eguale a riceverli. E sì che il buon vecchio

vedeva in quelle monete il mezzo di confortare la sua cara figlia.

Giacchè non voleva dire d'averle avute in prestito, bisognava che

inventasse una favola per giustificare la loro provenienza. Egli entrò

dunque facendole ballare in mano, e dicendo tutto allegro che la

provvidenza gli aveva fatto vincere un ambo al lotto. Sì, un ambo al

lotto, replicò egli per dissipare l'incredulità della figlia. Io non

giuoco mai, è vero, ma questa volta mi venne l'inspirazione di

giuocare i numeri di un sogno, e la fortuna mi ha favorito. Grazie a

tale fandonia, l'ammalata si consolò, i lenzuoli furono disimpegnati,

e per qualche giorno v'ebbe in casa provvigione del necessario.

Cecilia, la nipote di Antonio, l'operaja alla fabbrica dei tabacchi è

una bella fanciulla, bionda di capegli, bianca di carnagione, e

delicata di forme come una figlia di nobile razza. Non dispiaccia alle

contessine e alle marchesine questa mia asserzione, e non l'abbiano

per ardita e profana, essendo una verità incontrastabile. Anzi vi sono

contessine e marchesine meno bianche e meno delicate di lei. Se

vogliono assolutamente aversene a male del paragone, pensino per

calmarsi, che Cecilia porta i zoccoli di legno ed una veste di cotone

rattoppata, che mangia pane bigio quando ne ha, e che lavora a fare

quei sigari che per avventura sono fumati dai galanti giovinotti che

aspirano alle loro grazie.

La venuta di Cecilia in questa casa aveva destato la curiosità, la

maraviglia e l'interessamento di tutti i pigionali. Uomini e donne

parlavano della giovinetta bionda, spiavano l'occasione di vederla, di

salutarla e di fare la sua conoscenza. Dire i pettegolezzi, i comenti

e le supposizioni fatte pro e contro di lei, sarebbe cosa impossibile.

Della sua bellezza tutti convenivano, e della sua virtù i buoni

soltanto. Chi era cattivo, la somigliava a sè stesso, per la sola

ragione che abitavano sotto il medesimo tetto. I buoni si consolavano

di aver comune con lei l'abitazione, parendo loro che la sua presenza

ne avrebbe purificato l'atmosfera infetta. I cattivi volgevano

nell'animo pensieri e disegni proprj della loro natura. Due mariuoli

si proponevano di sedurla, ciascuno per suo conto, e principiarono

sfacciatamente le loro manovre. Una vecchia peccatrice le sorrideva e

cercava di amicarsela colla mira di darla in braccio a qualche

libertino che pagasse bene il servizio. I più discreti si

contentavano, incontrandola, di farle un vezzo villano, e di dirle

certe parolaccie che la facevano arrossire come una bragia. Povera

colomba, fra quali corvi era caduta!

Il più astuto e maligno di questi corvi era Tribolo, il quale per

circuire ed insidiare una preda nessuno lo superava. Non è già che

egli fosse invaghito di Cecilia, e che operasse per soddisfare una sua

voglia amorosa. Tribolo non aveva nessuna inclinazione per le donne, e

fossero pur belle come Venere, non gli destavano il più piccolo

desiderio. La sua grande ed unica passione, quella che gli teneva

luogo di tutte, era l'amore del danaro. Egli dunque insidiava Cecilia

per commissione altrui; era il bracco del cacciatore. Un ricco

bottegajo dei dintorni aveva veduto la fanciulla, e concepito

un'ardente brama di possederla a suo modo. Costui apparteneva alla

specie di quegli attempati libertini, che la morte soltanto può

guarirli della lussuria. Uomo dai quarantacinque ai cinquant'anni,

grosso e tarchiato, colla faccia salsedinosa e bernoccoluta, goffo di

parole e di maniere, non aveva altro mezzo di vincere una donna

fuorchè quello delle monete. Laonde tutte le sue conquiste erano fatte

nella classe delle giovani bisognose, e per mezzo ancora di torcimani,

che parlassero in suo favore, e le disponessero alla caduta. Questi

preliminari erano indispensabili, altrimenti volendo mettere innanzi

la sua figura e trattare da sè la propria causa, non sarebbe riuscito

a nulla. Eppure questo fauno ributtante non si contentava di roba

mediocre, ma voleva avere fior di bellezze e di gioventù. Tribolo, che

lo aveva servito in altre occasioni, si preparava adesso a servirlo di

nuovo, e con zelo maggiore, a motivo che la ricompensa promessa era

larga più del consueto. Questo aumento avvenne in parte perchè il

bottegajo trovò la fanciulla molto di suo genio, e in parte perchè

Tribolo espose i grandi ostacoli che bisognava superare per vincere la

sua virtù. I grandi ostacoli esistevano realmente, quantunque il

mezzano, volendo presentare l'impresa come difficile per farsi pagar

meglio, li avesse dichiarati prima ancora d'averne fatta la prova.

Egli cominciò a tendere le sue reti a Cecilia, guardandola coll'occhio

e col sorriso della bontà, volgendole parole garbate e facezie oneste

ogni volta che s'imbatteva in lei, e le volte erano frequenti e non

procurate dal caso. Abitando essa il piano superiore a quello di lui,

doveva necessariamente passare dinanzi al suo uscio quando andava e

tornava per le sue faccende. L'uscio era aperto, e il vecchio si

trovava occupato ora a spazzolare il suo vestito, ora a nettare le sue

scarpe, ed ora a stuzzicare il suo merlo in gabbia, senza parere che

pensasse ad altro. Ecco belle e naturali occasioni di fermare la

fanciulla, di cambiare parole seco lei, e d'invitarla a venir dentro

per vedere il suo piccolo appartamento. Come poteva essa non

corrispondere alle gentilezze di un vecchio così affabile, così lieto

d'umore, e così onesto d'aspetto? Egli era il solo uomo in quella casa

che le fosse simpatico, e col quale s'intrattenesse volentieri.

Infatti, mentre gli altri la guardavano avidamente, le mormoravano

propositi indecenti, e le mettevano le mani addosso, egli solo si

mostrava rispettoso nel contegno e nel discorso. Quando Tribolo si

ebbe in tal modo procurata la sua confidenza, cambiò linguaggio e

tentò bel bello il colpo della seduzione. È un peccato, diceva, che

una sì bella tosa debba vivere nella miseria. Tu meriteresti uno stato

di prosperità, e te lo desidero di tutto cuore. Io sarei contento di

vederti meglio nutrita e meglio vestita di quello che sei. Quale

risalto darebbero alla tua bellezza un abito di stoffa non ordinario

ed uno sciallo confacente all'abito! Come starebbero bene i tuoi

piccoli piedi calzati in un pajo di stivaletti alla moda! Altro che

zoccoli! Eppure io conosco alcune ragazze che erano povere e mal in

arnese al pari di te, e che ora vestono pulitamente, mangiano di buoni

bocconi, ed hanno la borsa ben provveduta di danaro. E come avvenne

questo cambiamento? Avvenne perchè ciascuna di esse ascoltò le

proposizioni di un amante ricco e generoso, che sovviene ai loro

bisogni e le fa vivere comodamente. Io non le condanno se per uscire

dalla miseria, che è tanto dura e insopportabile, si sono appigliate a

questo partito, che certi bacchettoni chiamano vergognoso. La vergogna

sarebbe di avere molti amanti, ma quando si tratta di uno solo, si può

accettare il suo amore e i suoi beneficj senza scrupolo. E perchè tu

medesima non potresti fare altrettanto? Se tu vuoi ascoltarlo, io

conosco un galantuomo che ti ama, e che volentieri ti si farebbe

amico, pagando largamente la tua compiacenza. Di più si prenderebbero

tutte le misure necessarie perchè nessuno sapesse mai il secreto della

vostra relazione.--Così parlava Tribolo a Cecilia ogni volta che

poteva averla a quattr'occhi; ma la fanciulla, turbata e

scandalizzata, gl'imponeva silenzio, protestando che non voleva

saperne di tali proposizioni, e che si sarebbe seco lui disgustata,

quando non tralasciasse quell'argomento. Tribolo conobbe che l'impresa

era malagevole, ma non pertanto desistette dalle tentazioni finchè la

fanciulla se ne liberò coll'evitare possibilmente il suo incontro.

Allora il vecchio malvagio pensò di attaccarla con altre armi, e di

vincerla colle minaccie. Ecco perchè offrì ad Antonio il prestito di

due talleri, colla quale astuzia si preparava un mezzo di spaventare

Cecilia nella sua giovanile semplicità. Una sera che costei era

discesa per attingere acqua, la fermò sul pianerottolo, e così le

disse:--Giacchè sei ostinata a ricusare la fortuna che ti si offre,

non parliamone altro, e seguita pure a vivere nella tua indigenza.

Sappi soltanto che quel galantuomo non cessa dalle sue intenzioni di

giovarti, ogni qualvolta tu ti disponga ad ascoltare il suo amore. Il

tuo rifiuto non lo ha distolto dal pensare a te, e quando tu mutassi

consiglio, è sempre pronto a fare il tuo bene. Io non ti dico di più

su tale proposito, e tu sei libera della tua volontà. Siccome però in

faccia all'amico tu mi fai passare per un uomo da nulla, ed incapace

di rendergli un servigio, e siccome il mio amor proprio è molto

irritato, così ho deciso di vendicarmi collo spogliarti di ciò che hai

di meglio in casa. Io voglio essere pagato dei due talleri che ho

imprestati a tuo nonno. Questo malanno accaderà ben tosto, e tu avrai

a rimproverarti di non averlo impedito mentre lo potevi, giacchè era

mia intenzione di assolvere il debitore, se tu fossi stata docile a

quanto ti veniva proposto.

Cecilia se ne andò tutta intimorita per la minaccia di Tribolo,

pensando con sorpresa al debito del nonno, che essa ignorava. Tuttavia

non disse nulla in casa, perchè delle afflizioni e dei guai ve n'erano

abbastanza. Da cinque o sei giorni la mancanza d'ogni cosa necessaria

si faceva crudelmente sentire. La madre si era alquanto ristabilita in

salute, ma il lavoro le era venuto meno. Antonio, per quanto

s'ingegnasse, non riusciva a procurarsi che pochi centesimi, e Cecilia

riscuoteva la scarsa mercede del suo lavoro in fine di settimana. Il

freddo era rigoroso, e si penuriava di legna, di vestito e di

calzatura. Il pane a rigor di termine mancava. Cecilia diventò

pensierosa, taciturna, e sbandì affatto il riso dalle labbra. La

poveretta paventava di vedersi da un momento all'altro sequestrata,

per ordine di Tribolo, la poca roba buona che ancora rimaneva in casa.

Essa pensava che avrebbe potuto allontanare quella nuova sventura, e

rimediare in parte alle altre che travagliavano la sua misera

famiglia. Quantunque abborrisse da questa idea vergognosa, pure doveva

ascoltarla suo malgrado, perchè le assediava la mente in casa, lungo

la strada e durante il lavoro.

Una sera, verso la fine di gennajo, la fanciulla, tremante dal freddo

e colla fame in corpo, veniva dalle sue occupazioni ed entrava nella

sua squallida camera, sperando di scaldarsi un poco e di sedere alla

povera cena consueta. Non vi era nè fuoco nè cibo di sorta. I due

fanciulli non erano andati quel giorno alla scuola infantile per la

molta neve caduta e per le loro scarpe estremamente sdruscite. Laonde

avevano perduta la solita minestra dello stabilimento, e piangevano di

fame. La madre, che pativa per sè medesima e per essi, procurava di

consolarli, dicendo loro che la provvidenza non avrebbe tardato a

venire. La provvidenza era il nonno Antonio, che fino dal mattino

lavorava a sgombrare le strade della neve per guadagnarsi una lira dal

Municipio. Cecilia stette seduta alquanto in un angolo, col cuore

angosciato e col capo nascosto in grembo. Quivi si levò

improvvisamente, e disparve della camera. Quando rientrò, dopo cinque

minuti, parve lieta ed espansiva, fece coraggio alla madre, baciò i

fratellini, e disse che il domani le cose sarebbero andate meglio.

Questo buon umore non durò che pochi istanti per dar luogo al più

tristo abbattimento. La fanciulla impallidì, ricadde nel silenzio e,

grado grado, passò dai sospiri al pianto. La madre, stupefatta ed

inquieta di tale contegno, si fece ad interrogarla ora con dolce ed

ora con severa insistenza, e venne a sapere la verità. Cecilia, nella

sua disperazione, era corsa da Tribolo per dirgli che il giorno

vegnente si sarebbe venduta all'uomo che la chiedeva. Qui ebbe luogo

tra la madre e la figlia una scena delle più commoventi. Nè l'una nè

l'altra non avevano più fame nè freddo, ma strettamente abbracciate

piangevano quelle lacrime sante che il pentimento di un obbrobrioso

consiglio, l'idea della virtù in pericolo, e l'orrore di una colpa non

ancora consumata fanno versare alle anime buone. La madre sentiva di

non aver mai tanto amato la sua figlia come in quel momento solenne

che la teneva ancor pura fra le braccia, e salva della caduta. La

figlia sentiva più vivo l'affetto verso la madre, perchè le aveva

aperto gli occhi e compatita del suo traviamento. Non vi era bisogno

di rimproveri, giacchè la fanciulla col rossore del viso, col tremito

della persona e colla voce spezzata dai singulti, manifestava

abbastanza il suo pentimento, e faceva credere che anche di proprio

impulso avrebbe rigettata quel reo partito preso in un istante di

disperazione. Intanto comparve Antonio mezzo intirizzito, ma tuttavia

sorridente e contento di poter deporre sulla tavola due grossi pani di

mistura, alquanti pomi di terra cotti, tre once di zucchero ed

altrettante di formaggio. La carta che involgeva lo zucchero non aveva

nulla da invidiare per grossezza e grandezza a quella che involgeva il

formaggio. Sì l'una che l'altra dovevano pesare un quarto della merce

contenuta. I signori pizzicagnoli e droghieri non si fanno scrupolo di

vendere così la carta dieci volte più del suo valore, e di affibbiarne

la maggior parte ai poveretti che sogliono comperare i generi al

minuto.--Ecco qua, disse il buon vecchio mostrando la provvigione,

ecco qua la spesa fatta col guadagno delle mie braccia, che hanno

ammucchiato non poca neve. Domani e l'altro vi sarà lo stesso impiego,

giacchè non cessa di fioccare allegramente. Ogni giorno di lavoro una

svanzica, e per bacco non c'è male, quantunque si abbiano le mani ed i

piedi gelati durante dieci ore. Animo dunque, prepariamo la cena. Tu,

figlia mia, ti farai un po' di caffè e latte per riscaldarti lo

stomaco, e noi, che siamo sani mangieremo pane, formaggio e pomi di

terra. Un tantino di caffè ed un bicchiere di latte ci debbono essere

ancora, e queste sono tre once di zucchero greggio, colla solita carta

turchina, che, in fede mia, potrebbe contenerne il doppio. Suvvia,

diamo mano alla faccenda ... ma voi non avete acceso il fuoco, mi

pare. Sebbene io sia mezzo orbo, dovrei pure veder luccicare qualche

cosa là verso il focolajo. Sì, sì, oscurità perfetta, da quella parte,

nulla che somigli ad una bragia. Ma voi non dite una parola? Oimè! vi

asciugate gli occhi? In nome del cielo, perchè piangete quando io

venga a casa coll'occorrente per la cena? Che cosa vi è accaduto?

Parlate.--.Antonio si lasciò andare sopra ima sedia, e stette ad

ascoltare l'accaduto.

--Gesummaria! esclamò egli dopo udita la rivelazione, alzandosi tutto

sconvolto ed agitato. La mia Cecilia ha potuto inclinare l'orecchio

alla voce della seduzione, e consentire di perdere la sua innocenza!

Non era il vizio, è vero, che ti persuadeva al passo disperato, ma il

dolore delle tue e nostre sofferenze. Nondimeno era egualmente una

tentazione del demonio, e la tua caduta non avrebbe avuto

giustificazione alcuna presso la gente dabbene, perchè si deve

piuttosto morire che diventare colpevoli ed infami. Come avresti tu

potuta godere un bene procurato col traffico della tua virtù? Con qual

animo avresti offerto a tua madre, ai tuoi fratelli, a tuo nonno un

sussidio procacciato con tal mezzo obbrobrioso? Ah! sia lodato Iddio

che ti abbiamo salvata dal precipizio. Mai più, Cecilia, mai più una

simile tentazione. Sfidiamo la miseria, sopportiamo le privazioni, ma

restiamo innocenti e senza rimorsi di coscienza. Finalmente nessuno

muore di fame, e la Provvidenza arriva per tutti, un po' tardi qualche

volta, ma sempre in tempo di consolarci. Ah! dunque il signor Tribolo

colla sua cera onesta e colle sue belle parole è un pessimo uomo, che

voleva fare la tua rovina. Sì, io debbo confessare che ho tolto in

prestito da lui due talleri, e che ho detto la bugia di averli

guadagnati al lotto. Ma egli mi ha quasi costretto a riceverli, ed ora

capisco il motivo delle sue istanze. Egli però si è ingannato ne' suoi

artificj, ed io pagherò il mio debito un poco alla volta, come siamo

convenuti. Non parliamo più di questo brutto affare, che mi ha messo

lo spavento addosso. Cari fanciulli, lasciate stare i cartocci, e

aspettate un poco.... Suvvia, se avete fame, vostra madre vi darà

subito un pezzo di pane ed un pomo di terra per ciascheduno. Figlia

mia, contenta questi piccini, che io accenderò il fuoco.... Ah,

diamine, non abbiamo legna. Niente paura. Questo coperchio di un

vecchio coffano, che non serve a nulla, io lo riduco in liste e

scheggie che arderanno come torcie di resina. Qua il pestalardo, che

servirà di scure. Una, due, tre, quattro.... per bacco, si fende giù

dritto e facilmente come il sambuco. Si può ben dire che è stagionato

questo combustibile. Ecco supplito per adesso.... domani poi avremo

della vera legna, se mi riesce Un certo progetto di guadagno.... È un

progetto bizzarro, ma ho speranza che riuscirà. Ora non vi dico

altro.... Qua i zolfanelli e una manata di paglia. Bisogna convenire

che io sono un uomo industrioso, perchè trovo rimedio a tutto. Ah, che

fiamma superba! ditemi bravo, chè lo merito davvero. Figlia mia, vieni

colle tue creature a godere questo bel fuoco, e poi mangiate tutti in

santa pace. Io vado a tentare il mio progetto, e voi non siate

inquieti sulla mia assenza d'un pajo d'ore, o poco più.

Antonio si mise in tasca un pezzo di pane, ed uscì con premura dalla

stanza, lasciando le due donne a fantasticare sul suo misterioso

progetto. Egli montò all'ultimo piano della casa, e battè ad un uscio

logoro, macchiato, e pieno di spiragli turati coi cenci e colla carta.

Una voce rispose debolmente: Entrate. Antonio si trovò in una specie

di bugigattolo rischiarato appena da un lumicino a olio. Un uomo

calvo, magro, e ravvolto in un lacero arnese, che pareva un capotto da

militare, stretto ai fianchi da una corda stava seduto dinanzi al

cammino, covando alcune bragie prossime alla consunzione. Un gatto gli

era accosciato sulle ginocchia, e gli serviva col suo calore di

supplemento a quel fuoco in miniatura.

--Come va, Simone, disse Antonio accostandosi e mettendo una mano sul

grosso e benefico gatto. Come vi trattano i vostri reumatismi?

--Caro voi, mi fanno guaire dolorosamente, rispose Simone toccandosi

il collo e le spalle. Ecco il terzo giorno che non posso uscire di

casa a guadagnarmi il pane.

--Vi compiango di vero cuore, come un mio confratello di miseria.

Volete acconsentire ad una proposizione?

--Udiamo quale,

--Imprestatemi il vostro organetto, e questa sera andrò io a suonare

dinanzi i caffè e le osterie. Metà per uno del prodotto.

--Ma.... voi mi proponete una cosa.... Ci ho le mie difficoltà di

acconsentirvi. Voi non avete pratica collo strumento, e temo che lo

guastiate.

--Eh, giusto! Quando fosse un violino od una chitarra voi potreste

aver ragione. Ma qui si tratta soltanto di menare un manubrio. Voi mi

credete ben dappoco e mi fate torto.

--La cosa non è facile come vi pare.

--Scusatemi, Simone, io vedo tutto giorno ragazzi e donnette che

trattano questo strumento colla massima disinvoltura e guardandosi

attorno sbadatamente. Questo è segno che si può suonare con grande

facilità.

--Inoltre ci vogliono molti riguardi nel portarlo in volta, nel

caricarlo sulle spalle, e nel deporlo sopra il cavalletto. Se fosse

sulle ruote, non occorrebbero queste attenzioni.

--Via via, state sicuro che farò le cose come si deve. Da bravo, caro

Simone, rendetemi questo servigio, datemi il mezzo di raggranellare

qualche soldo, perchè il bisogno in questi giorni mi angustia

ferocemente.

--Or bene, io mi arrendo al vostro desiderio, perchè noi, povera

gente, dobbiamo ajutarci in tutto quello che possiamo. Venite qua,

Antonio, e badate ad alcune mie istruzioni. Ahi! ahi! che trafitture

lungo il filo della schiena. Ogni volta che mi muovo è uno spasimo.

Ecco lo strumento, che ora è alquanto scordato, ma che tant'e tanto fa

l'ufficio suo. Questo è il così detto registro, che serve a mutare la

posizione del cilindro pel cambiamento delle suonate, le quali sono

cinque, cioè due valtzer, due polke, ed un'aria dei Puritani.

Osservate bene come si tocca il registro. Avete capito?

--Perfettamente.

--Suonate per lo più le due polke, perchè sono le meglio intuonate e

le meglio gradite dagli ascoltatori. Vi raccomando di condurre il

manubrio con eguale andamento, e non a strappate senza misura,

altrimenti il tempo musicale sarebbe difettoso, e le suonate

riuscirebbero come chi cammina a salterelli e sbalzi disordinati. Vi

avverto ancora che il manubrio si applica e si distacca ad ogni

stazione, e che si porta in mano per non perderlo nei tragitti.

Finalmente abbiate la diligenza di assicurare ben bene lo strumento

sopra il cavalletto, e di collocarlo rasente il muro, affinchè, mentre

voi siete nella bottega a raccogliere le offerte, non abbiano i

passanti a gettarlo per terra come ingombro del marciapiede. Prendete

il piattello di latta che si porge ai benevoli contribuenti, e

mettetelo in tasca. Abbiate l'aria umile e rispettosa, e non insistete

dinanzi a chi non vi bada, o vi dice di non aver moneta. Questa frase

significa per lo più: non vi voglio dar nulla; e noi dobbiamo

sopportarlo in pace. Ora andate, e la fortuna vi sia propizia.

Antonio sottopose le spalle alla cassa armonica, infilò le cinghie, a

cui è raccomandata, tolse in mano il cavalletto, e trasformato in

Orfeo, andò a spargere i suoni e l'allegria per le strade di Milano.

Intanto che egli fa i primi esperimenti della nuova arte, vediamo ciò

che succede in un'osteria situata sul corso di Porta Comasina. I

bevitori vi sono in gran numero, vuotano bicchieri a profusione,

giuocano alle carte e alla mora, e fanno un baccano che assorda il

luogo, contaminato da un fumo denso e pestifero di tabacco. Sieno pure

i tempi infelici e caro fin che si vuole il vino, ma gli ubbriaconi

trovano sempre il modo di soddisfare il vizio. In una stanza appartata

siedono ad una tavola due personaggi con davanti un gran fiasco di

vino, un piatto di salame, un pollo arrosto, un pezzo di torta, ed

altre squisitezze gastronomiche. L'uno è Tribolo, e l'altro il ricco

bottegajo, che celebrano la buona riuscita della loro impresa. Tribolo

ha l'aria gioiosa e trionfante di chi ha riportato una vittoria. Egli

mangia con tanto appetito e gradimento, che è un piacere a vederlo.

Fra un boccone e l'altro mostra dello spirito, e dice una barzelletta

allusiva alla prossima felicità del suo anfitrione, il quale è tutto

ringalluzzito, e schizza faville dagli occhi infiammati e dalle

guancie porporine. Costui mangia poco a motivo dell'amoroso vulcano

che gli arde di dentro. L'idea che domani stringerà fra le braccia una

fanciulla di sedici anni, bella e pura come una colomba, lo agita

tutto quanto, e gli fa perdere l'appetito.

«E perchè si è fatta tanto pregare quella cara tosa, domandò egli

movendo le grosse labbra come se assaporasse qualche cosa di

delizioso. Sai tu che sono quaranta giorni che sospiro per lei?

«Lo so, rispose Tribolo, dopo aver vuotato un bicchiere colmo fino

all'orlo, e preparandolo ripieno per una nuova ed imminente libazione.

Lo so certamente, perchè io medesimo ho sospirato tutto questo tempo

per una ragione, ben intesi, diversa dalla vostra. Quanti raggiri ho

dovuto adoperare, quanta fatica mi ha costato il persuaderla! Voi

domandate perchè si è fatta tanto pregare? Andate là, che siete anche

troppo fortunato. Credevate voi di aver a che fare con una di quelle

ragazze che sanno già il vivere del mondo? Cecilia è un boccone raro e

prelibato che andava ottenuto a forza di arte, di pazienza e di

aspettazione. Certe creaturelle son ritrose a lasciarsi vincere più di

quello che si pensa. Voi sapete come ho lottato con costei per

domesticare la sua salvatichezza. Il numero dei bomboni, dei

manicaretti, dei nastri e delle cianciafruscole di cui l'ho regalata è

stato grande, ve ne assicuro. E tutto questo coll'apparenza di

un'onesta liberalità, col pretesto di favorire e rallegrare

semplicemente la giovinetta, senza insospettirla de' miei secondi

fini.

«Ah, il vecchio mariuolo che tu sei!

«Questi regalucci complessivamente mi avranno costato non meno di

cinquanta lire.

«Io te ne ho già date più di cento.

«E spero che me ne darete ancora, perchè ho meritato molto. Voi mi

fate fare di quelle cose.... In verità che la coscienza mi rimorde.

«Udite il briccone che parla di coscienza!

«Se non fosse il desiderio che ho di servirvi, la speranza che ho

posta nella vostra generosità....

«Basta basta, furfante matricolato. Tu avrai un'altra sommetta quando

Cecilia sarà mia.

«Un diminutivo! dite piuttosto una somma. Vi raccomando di allargare

la mano, perchè i miei bisogni sono grandi. Voi avete il danaro a

bizzeffe.

«Il bel sesso, ed i furbi tuoi pari me ne divorano la maggior parte.

Orsù, ripetimi l'intelligenza che hai fatta colla ragazza.

«Domani sera quando ritorna dal lavoro, Cecilia entrerà nelle mie

stanze. Voi ci sarete ad aspettarla per dirle il fatto vostro, e

stabilire seco lei gli articoli dell'amorosa corrispondenza. Che

momento felice per voi. L'ora vi tarda di poter toccare il cielo col

dito, non è vero? Via via, moderate l'ardore, e non fate quegli occhi

sfavillanti e bramosi. Io voglio credere che il vostro non sarà un

capriccio passeggiero. Voi legherete con Cecilia una relazione ferma,

e profittevole alla sua povertà.

«Ciò dipenderà da lei. Quando sia seducente nei modi, come lo è nella

persona, quando corrisponda di buona grazia al mio amore non avrà a

lagnarsi della mia instabilità.

Durante questa conversazione, Antonio aveva suonato la cassa armonica

davanti l'osteria, e raccolto le offerte nella sala del baccano. Ora

si avanzava, per fare altrettanto nella camera dove stavano coloro, e

pochi altri individui ad una tavola separata.--Oh oh! chi vedo!

esclamò Tribolo. Il nostro caro Antonio si è fatto suonatore di non so

che? Eravate dunque voi che strimpellava lì fuori? Me ne consolo

infinitamente. Animo, bevete questo bicchiere di vino, e poi vi farò

la mia offerta abbondante.--Antonio, corto di vista com'era, gli aveva

sporto il piattello senza ravvisarlo, ma appena lo riconobbe, scappò

via sdegnosamente, ricusando il vino ed il danaro, e lasciandolo col

compagno ad interpretare il motivo del suo rifiuto. Questo incidente

disturbò alquanto la loro allegria, e sparse dei dubbj sulla certezza

del loro trionfo.--È strano davvero il contegno di Antonio, diceva

Tribolo con una certa inquietudine. Ricusare un regalo prezioso, un

bicchiere di vino squisito, egli che non ne beve mai di nessuna sorta!

Che ragione può avere per usarmi ora questo dispregio, mentre è sempre

stato umile e garbato con me, ed ha gradito infinitamente i miei

bicchierini di rosolio? Che avesse scoperto il nostro secreto? Che

Cecilia si fosse lasciata indovinare? No, no, è più probabile che essa

gli abbia parlato dei due talleri, di cui ho finto di volere quanto

prima la restituzione. Scommetterei che il fatto sta appunto così. Il

vecchio mi terrà il broncio per quella mia intenzione.

Antonio si era diretto verso il centro della città, tormentato

fieramente nell'anima e nel corpo. Dopo aver lavorato tutto il giorno

in mezzo alla neve, camminava la notte sopra un suolo sdrucciolevole,

coi piedi gonfi dal freddo e dalla stanchezza, portando un peso sulle

spalle, e sbocconcellando per tutto ristoro un pezzo di pane nero ed

asciutto. Il suo stato morale era ben più doloroso ancora. Sebbene

facesse pompa di buon umore e di coraggio in famiglia, aveva dentro di

sè la tristezza e l'affanno, che non sempre riusciva a padroneggiare

quando era solo. L'agguato teso a Cecilia, e l'idea che potesse

rinnovarsi il pericolo corso, e trovarla più debole e disposta a

soccombere, mettevano il colmo alle sue afflizioni e davano dei fieri

crolli alla sua paziente e rassegnata natura.--Io sono indurato ai

patimenti della miseria, pensava egli tentennando sotto il carico

dello strumento, ma tutti gli eccessi finiscono collo stancare. Che

abbiamo noi fatto al cielo per meritarci questa vita così dura e

travagliosa? Che abbiamo non fatto agli uomini, perchè debbano

insidiarci il solo bene posseduto, la virtù della nostra Cecilia,

dell'angelo della nostra casa? La povera creatura si è ravveduta in

tempo, ma chi mi assicura che una volta o l'altra non venga meno a'

suoi buoni sentimenti, e alla confidenza che ho posta in sua madre? La

miseria è consigliera di triste cose, e ci vorrebbe un santo per

resistere sempre ai suoi suggerimenti. Ahimè; se avessi un giorno a

veder piangere la mia Cecilia di un tardo ed inutile pentimento!

Peggio ancora se la vedessi lieta e sfrontata nella colpa, compiacersi

del guadagno che ne avrebbe ricavato. No, no, mio Dio, allontanate da

me e da mia figlia questo flagello, che ci farebbe morire di

crepacuore e di disperazione. Voi mi esaudirete, mio Dio, in riguardo

dei tanti altri mali che sopportiamo da sì lungo tempo. Una voce

secreta mi conforta a credere che la nostra Cecilia si conserverà

buona e degna di noi. Ah ah, il signor Tribolo stava gozzovigliando

forse coll'uomo che gli aveva ordinato una sì bella impresa. Egli

voleva darmi da bere, e poi mettermi nel piattello la sua offerta

abbondante. Grazie dell'una e dell'altra cosa. Se io fossi stato

giovane, gli avrei pestato ben bene quella sua faccia da impostore.

Quanto ai due talleri, mi dia tempo un mese, e li radunerò quand'anche

dovessi limosinarli quattrino a quattrino stando sulla porta di una

chiesa. Solo che non si attenti mai più di fare simili uffici presso

Cecilia, altrimenti le forze mi basteranno ancora per dargli un

ricordo di santa ragione. Chi avrebbe mai creduto che colui fosse

capace di un tiro così birbo e maledetto? Fidatevi di certi uomini

dalla fisonomia ridente e dai discorsi edificanti. Sono lupi vestiti

da agnelli, come diceva un predicatore. Ma io era in buona fede, e

credeva che le sue cortesie fossero un effetto della sua umanità e

della compassione che io gli destava. Quale inganno! Però io sono

stato un balordo, bisogna confessarlo. Un uomo accorto avrebbe

sospettato che gatta ci covasse sotto quelle amichevoli gentilezze.

Che merito aveva io dinanzi a lui perchè mi facesse sedere al suo

fuoco, mi regalasse di liquori, e mi offrisse danaro in prestito? Ora

l'enigma è spiegato. Il traditore mi carezzava onde farsi strada

presso Cecilia. Quando si è amico del nonno, avrà pensato, si ha un

titolo per legare conoscenza colla nipote. Io scommetto che a

guardarlo bene in volto si deve scoprire qualche segno disgustoso

sotto quella maschera di uomo simpatico. È impossibile che chi trama

di cotali birbanterie non mostri alcun indizio visibile della

bruttezza del suo animo. E poi questo suo nome di Tribolo, suona

piuttosto male e mi pare che non si debba trovare nel calendario.

Quanto a quell'altro signore, sarà un poco di buono ed un indegno non

meno di lui, se voleva disonorare una povera fanciulla. Avrei piacere

che l'individuo seduto con Tribolo all'osteria fosse stato appunto

quel tale. Per bacco, la mia condotta deve aver messo loro una pulce

nell'orecchio. Da bravi, state là intanto a lambiccarvi il cervello

per indovinare la cosa. Domani poi capirete tutto chiaramente.

Tre racconti sentimentali · 第 1 / 6 段