[177] _Pag._ 138. Scimno di Chio (verso 452) dice l’Ambracia una

colonia di Corintii, e che Gorgo, figlio di Cipselo, fu il primo

a popolarla. Strabone (lib. VII) dice che la città di Ambracia fu

fondata da Tolgo figlio di Cipselo. Antonio Liberale (_Met._ lib.

IV) che chiama Torgo quello che Scimno di Chio e Strabone chiamano

Gorgo e Tolgo, facendolo fratello di Cipselo, assicura che Ambracia

preesisteva alla colonia mandata dai Corintii. Cipselo, tiranno di

Corinto, viveva circa il 620 av. C. Dal contesto delle varie opinioni

pare però risultare abbastanza positivo che gli Ambracioti gemessero

sotto la tirannia di Faleco, quando la colonia dei Corintii giunse in

Epiro condotta da Cipselo, il quale li tolse alla tirannia di Faleco, e

verosimilmente li pose sotto la propria; giacchè Periandro, figlio di

Cipselo, è chiamato tiranno degli Ambracioti da Aristotele e da Massimo

di Tiro; ed Aristotele soggiunge anche che il popolo avendo cacciato

Periandro, ricuperasse la propria libertà. Tucidide dice questi popoli

bellicosissimi (lib. III, § 108).

[178] _Pag._ 149. I Greci si giovavano per segnali di alcune grandi

torcie che si tenevano per mano dai soldati sulle mura. Per annunciare

l’arrivo di un nemico venivano agitate; e si tenevano immobili per

annunciare l’arrivo di un soccorso.

[179] _Pag._ 150. Oggidì _Despottaghi_.

[180] _Pag._ 150. Erano i Geti una tribù abitante sopra le due sponde

del Danubio, presso il suo estuario e lungo le spiaggie occidentali

dell’Eusino. La parte marittima della Getica era stata colonizzata dai

Greci; e questo rende ragione della civiltà parziale dei Geti ch’erano

al sud del Danubio, mentre i loro connazionali ch’erano al nord

dell’istesso fiume rimasero in istato di barbarie e di indipendenza. I

Geti vengono descritti da Erodoto (lib. IV, 93) come stanziati al suo

tempo al sud dell’Istro (Danubio), e sono da lui qualificati come i più

valorosi fra i Traci. Secondo Strabone (lib. VII), i Geti che stavano

alla parte occidentale salendo il Danubio, erano chiamati Daci; quelli

che erano all’oriente presso il Ponto Eusino erano detti propriamente

Geti; e chiamavansi Tirigeti quelli che abitavano lungo il fiume Tyras;

tutti però parlavano la lingua dei Traci; erano essi continuamente

alle prese cogli Sciti, coi Sarmati, coi Bastarni. I Geti che condotti

da Odino o Woden, conquistarono la Scandinavia, mossero anche dalle

spiaggie dell’Eusino, e vuolsi da alcuni che avessero origine comune

coi Geti.

[181] _Pag._ 150. Sopra un gran numero di carte geografiche del mondo

antico, e su quella stessa messa in fronte al Tucidide di Ducker,

questi popoli Dii sono designati col nome di _Macherofori_: l’errore è

assai strano; Tucidide chiama costoro Μαχαιροφορων cioè _portatori di

coltello_, ed i geografi presero un appellativo di un popolo pel popolo

stesso.

[182] _Pag._ 152. Del valor militare degli Sciti parlano a lungo

Erodoto (lib. IV, 46 e segg.), Giustino (lib. II, c. 3); Eforo presso

Strabone (lib. VII).

[183] _Pag._ 152. L’Alessandro di cui qui parla Tucidide era il figlio

di Aminta. La storia di Macedonia non va più oltre il regno di Carano,

principe argivo, che discendeva da Temene, il primo degli Eraclidi

che rientrò nel Peloponneso con Cresfonte suo fratello. I Temenidi

divennero celebri per essere stati posti in iscena da Euripide. La

storia di Temena vedila in Apollodoro (lib. II).

[184] _Pag._ 153. A Carano, salito al trono verso l’814 av. C.,

successero Ceno, Tirma, Perdicca I, Argeo, Filippo I, Eropante, Alceta,

Aminta I, e a questi l’Alessandro (497 av. C.) di cui parla Tucidide.

Erodoto (lib. VIII, 137) non menziona i tre primi re della Macedonia,

ma nomina quale fondatore di questo imperio Perdicca, dall’anno 729

all’anno 678 av. C.

[185] _Pag._ 153. Sitalce, dopo aver seguito l’Axio fino ad Edomene,

si trasferì sulla destra verso il settentrione della Tessaglia, prese

Gortinia ed Atalanta; dunque la città di Europo ch’egli assediò

inutilmente (come più sotto Tucidide accenna), non è quella che sorgeva

sull’Axio, come parecchi commentatori vorrebbero far credere, ma

sibbene quella che stava sulle frontiere della Tessaglia.

[186] _Pag._ 157. Tutte le città di Lesbo formavano allora una specie

di confederazione, a capo della quale era Mitilene, governata essa pure

dall’aristocrazia.

[187] _Pag._ 158. Mitilene, come tutte le città alleate degli

Ateniesi, era divisa in due fazioni, la democratica e l’aristocratica;

è a credersi che i progetti di defezione vennero rivelati dai capi

democratici, giacchè veggiamo poi il popolo, non appena ebbe armi,

costringere i magistrati a venire ad accordi cogli Ateniesi. Circa le

cause di questa guerra veggasi Aristotele (_Politic._, lib. V, 3). Vedi

anche più avanti alla nota 185.

[188] _Pag._ 158. Giacchè discendevano dagli Eolii.

[189] _Pag._ 158. Lesbo e Chio aveano esse sole fornite cinquanta navi

agli Ateniesi; vedi retro al lib. II, § 56.

[190] _Pag._ 161. Questa frase — _a causa della moltiplicità dei

suffragi_, vuolsi intendere, _per il gran numero di opinioni diverse

che dividevano fra loro quelli che aveano il diritto di suffragio_;

la frase δια πολυψηφιαν è dallo Scoliaste di Tucidide spiegata per

δια το μη τα αυτα πασι δοκειν. E qui vuolsi notare che l’isola di

Lesbo (oggidì Metelina), una delle più popolate del mare Egeo ed alla

quale Strabone dava 560 stadii di lunghezza, con un circuito di 1,500

stadii, conteneva Antilla, Eressa, Mitilene e Metimna, città quasi

tutte celebri in floridezza e popolazione. All’epoca di cui parla

Tucidide, cioè il quarto anno della guerra peloponnesiaca, la capitale

di Lesbo, Mitilene, volea scuotere il giogo d’Atene; ma Mitilene sola

poteva nulla; ciascuna città dell’isola avendo il suo (ψηφος) diritto

di suffragio; ciascuna usando ed abusando di questo diritto secondo

il proprio particolare interesse, bene spesso contrario all’interesse

generale, facea sì che i Mitilenei non potessero venire a capo di

quella conformità d’animo e di mente che sola potea renderli capaci di

scuotere il giogo d’una nazione oppressiva i suoi alleati. Vedi su di

ciò Gail, tom. VI, pag. 159.

[191] _Pag._ 165. La legislazione di Atene non avea per iscopo la

perfetta eguaglianza delle terre, ma volea soltanto impedire una

soverchia ineguaglianza di fortune. Non avendo Solone in Atene tanta

autorità quanta ne ebbe Licurgo in Lacedemonia, ma volendo pur mettere

un ritegno sicuro all’ingrandimento della proprietà, senza far legge

che prescrivesse l’eguaglianza nello spartimento delle terre, si

contentò di dividere il popolo in quattro classi, la prima delle quali

si componea di Pentacosiomedimni, vale a dire di coloro che possedevano

o ritraevano dalle loro proprietà una rendita annuale di cinquecento

_medimni_ (misura di sei moggia, cui i latini chiamano _medinum_); la

seconda di cavalieri possessori di 400 medimni; in Zeugiti che non

aveano che una rendita di trecento medimni; ed in Teti (i _capite

censi_ dei Latini) aventi una rendita minore delle surriferite; erano

questi i veri proletarii. Le sole tre prime classi di cittadini poteano

avere qualunque ufficio, e tutte aveano diritto di assistere alle

assemblee del popolo e di sedere nei tribunali; però le due prime

classi montavano assai raramente le navi, essendo il servizio di terra

considerato più onorevole. Vedi il PETIT già citato, _De legibus

atticis_.

[192] _Pag._ 166. Antissa, al dir di Strabone, era da principio

un’isoletta vicinissima all’isola di Lesbo, la quale allora avea il

nome di Issa; per la qual cosa veniva chiamata Antissa vale a dire

_opposta_ ad Issa. Fu in seguito riunita dalle sabbie alla grande isola

su cui venne poscia edificata una città detta Antissa. Tito Livio

riferisce come fosse stata distrutta dai Romani (XLV, 31). Eustazio

parla di questa isola nei suoi Commentarii al lib. III dell’Odissea; di

Antissa si hanno medaglie in oro, in argento, in bronzo, colla leggenda

ΑΝΤΙΣ.

[193] _Pag._ 166. Questa tassa, come notano i commentatori, non fu un

tributo imposto su tutto il popolo, ma una contribuzione volontaria dei

ricchi per la guerra. Il contingente di cui parla più sotto Tucidide

che Lisicle andava esigendo, non è ben chiaro se fosse un tributo

ordinario, od una contribuzione di guerra; pare però non verosimile

che gli Ateniesi avessero voluto accrescere i pesi ai loro tributarii,

mentre era generale in questi la diserzione.

[194] _Pag._ 166. Questo côlle Sandio è nominato da nessun altro

storico o geografo antico.

[195] _Pag._ 168. Presso gli antichi gli arcieri aveano sempre un piede

nudo onde esser meglio sicuri di non isdrucciolare sui terreni fangosi.

[196] _Pag._ 170. Questo Pausania non va confuso col Pausania figlio

di Cleombroto di cui parlò più volte Tucidide (lib. I, 94, 107, 114;

lib. II, 21, ecc.). Plistoanatte era in questi tempi condannato in

esiglio per non essersi portato oltre Eleusi nell’invasione che fecero

nell’Attica i Lacedemoni, quattordici anni avanti la guerra del

Peloponneso. Vedi Tucidide, lib. I, § 114.

[197] _Pag._ 172. Pare che questi fuorusciti fossero capi

dell’aristocrazia, esiliati dai democratici di Atene.

[198] _Pag._ 172. Questa Cuma, città marittima dell’Asia minore, godea

di una singolare celebrità pel carattere sciocco de’ suoi abitanti.

Strabone riferisce questo solo: che i Cumei stettero ben trecento anni

senza pensare a mettere un’imposta sulle mercanzie che entravano nel

loro porto; il che fece dire che non si erano accorti per ben trecento

anni che la loro città fosse in riva al mare. Vedi STRABONE, lib. XIII,

e VELL. PATERC., lib. I, c. 4. Questa Cuma è la Sandarli d’oggidì.

[199] _Pag._ 173. Facendo il giro del golfo di Smirne e della penisola

di Clazomene.

[200] _Pag._ 173. Anea sul continente di fronte a Samo, ed era il

consueto rifugio dei Samii esiliati.

[201] _Pag._ 174. La _Paralo_ era una nave d’Atene di singolare

venerazione, e della quale non si faceva uso se non per importanti

affari di Stato o di religione. La sua origine è incerta; Suida la trae

da un eroe che portava un tal nome (un Paralo passava in Grecia per

essere stato il primo che navigasse sopra una galera o nave lunga).

Qualche commentatore la dice destinata a portare gli ordini d’Atene

lungo la costa da παρα _juxta_, e άλς _mare_. La _Salamina_ poi era una

nave destinata esclusivamente alle corrispondenze fra Atene e Salamina.

[202] _Pag._ 175. Anche Diodoro riferisce che per un decreto di Cleone

doveano essere trucidati tutti gli uomini capaci di portar armi (lib.

XII, 55).

[203] _Pag._ 175. Cioè i pritani, o strategi, i quali in tempo di

guerra potevano anche convocare straordinariamente il popolo.

[204] _Pag._ 176. Questo Cleone è lo stesso messo in iscena da

Aristofane nei Cavalieri (verso 136). Lo Scoliaste di Luciano (Timone

§ 30) dice che Cleone mutò egli stesso consiglio mercè dieci talenti

che nella notte gli fecero tenere i Lesbii. Dell’ingegno, dei costumi

e della facondia di questo Cleone, vedi che ne dice Tucidide, lib. IV,

22, 27.

[205] _Pag._ 186. Pachete ebbe non molto dopo a pagare il fio della sua

condotta; e si trafisse egli stesso colla spada onde sottrarsi alla

condanna (PLUTARCO, _Vita di Nicia_, § 6).

[206] _Pag._ 186. Presso i Greci ed i Romani si assegnavano agli Dei

alcune delle terre appartenenti allo Stato; venivano esse date in

affitto a particolari, i quali si assumevano la manutenzione dei tempii

e le spese del culto (Vedi ARISTOTELE, _Politica_, VII, 10). Spesse

volte anche i privati consacravano agli Dei qualche fondo, del quale

continuavano però a godere le rendite tanto essi che i loro discendenti

(SENOFONTE, _Anab._, V, 3).

[207] _Pag._ 186. La mina valeva cento dramme, il che equivaleva a 90

lire italiane.

[208] _Pag._ 187. All’epoca del tentativo di Cnemo e di Brassida contro

Salamina.

[209] _Pag._ 190. Bloomfield fa qui con molta ragione considerare come

questa reputazione fosse ben immeritata. Oltre all’eccidio dei neutri

e la distruzione di Platea essi non si fecero scrupolo mai di alcun

delitto nel soddisfare la loro ambizione.

[210] _Pag._ 191. Ai tempi di Strabone venivano ancora mostrate queste

tombe a Platea.

[211] _Pag._ 200. Questa costumanza di consacrare le vesti ai morti, si

riscontra accennata in quasi nessun antico scrittore; è un fatto su cui

gli eruditi non hanno ancora sperimentate le loro forze.

[212] _Pag._ 200. Era riputato sacrilegio il recidere pur un ramo da un

bosco sacro.

[213] _Pag._ 204. Quest’istmo era stato tagliato da’ Corintii quando

inviarono una colonia a Leucade; ai tempi di Tucidide le sabbie

l’aveano nuovamente riunita al continente. Ai tempi di Tito Livio,

Leucade era ridivenuta un’isola; oggidì essa è separata dal continente

da un basso fondo che i flutti del mare lasciano asciutto in tempo di

calma.

[214] _Pag._ 204. Corfù avea due porti, l’uno prospiciente verso il

continente, l’altro, detto Iliaco, verso il mar Jonio. A quest’ultimo

era attigua la piazza publica, quartiere dei ricchi. Vedi MARMORA,

_Storia di Corfù_; e NEIGEBAUR, _Jonische Inseln_.

[215] _Pag._ 205. Aristotele fa osservare che gli Ateniesi distrussero

sempre dovunque l’oligarchia, i Lacedemoni i governi democratici.

[216] _Pag._ 206. Veggasi il mirabile riscontro di quello che qui

ragiona Tucidide con quanto scrisse il Machiavello sul principio del

libro III delle sue _Storie Fiorentine_. Anche Sallustio attinse da

queste pagine di Tucidide molte belle parti della sua _Congiura di

Catilina_.

[217] _Pag._ 209. Sulle cause di questa guerra veggasi ciò che ne dice

Diodoro (lib. XII, 54 e seg.).

[218] _Pag._ 209. Cioè Siracusa, Gela, Agrigento, Imera, Messina.

[219] _Pag._ 209. I Calcidesi aveano fondato Nasso, metropoli di

Leonzio e di Catania.

[220] _Pag._ 209. Capo di questa legazione era Gorgia Leontino, celebre

uomo di Stato, sofista ed oratore, immortalato dal dialogo di Platone

che porta il suo nome. Riuscita a bene, come si narra da Tucidide

stesso, la sua missione, i suoi concittadini gli coniarono una medaglia

d’onore. Gorgia campò, dicesi, oltre 120 anni. Venuto ad Atene vi si

trattenne come alla sede della civiltà e della scienza. Celebre è la

sua opera (però perduta) _Del non-ente o della Natura_, in cui, secondo

gli estratti che trovansi nell’opera pseudo-aristotelica _De Xenophane,

Zenone et Gorgia_ e in Sesto Empirico, si propose di mostrare 1º che

nulla assolutamente esiste; 2º che se pur cosa esiste non si può

conoscere; 3º che se pur qualche cosa esistesse e si conoscesse, pure

non si potrebbe esprimere e comunicare agli altri. Secondo Cicerone,

Gorgia fu il primo che all’improvviso parlasse in publico su qualunque

suggetto (_De Orat._, I, 22; III, 32). Intorno a questo celebre antico

veggasi FOSS, _De Gorgia Leontino, Comentatio_ (Halla, 1828).

[221] _Pag._ 209. Diodoro fa ascendere questi uomini a dieci migliaia.

[222] _Pag._ 209. Cioè le isole Eolie, oggidì dette _Isole Lipari_, dal

nome della principale fra esse. Sono sette, e giacciono fra la Sicilia

e penisola italiana; traevano il loro nome da Eolo, dio dei venti, che

si diceva aver quivi la sua sede; erano anche chiamate _Vulcanie_ dai

molti loro vulcani, e questa è la ragione per cui erano, come dice

Tucidide, mancanti d’acqua nella state.

[223] _Pag._ 211. Mila, presentemente Milazzo o Melazzo, città della

Sicilia, dalla parte occidentale sulle sponde d’un piccol fiume dello

stesso nome. Fu a poca distanza da questa città che la flotta d’Augusto

comandata da Agrippa vinse quella del giovane Pompeo (TITO LIVIO, XXIV,

20, 31).

[224] _Pag._ 211. Questo Demostene non vuol essere confuso col celebre

oratore. Demostene deve la sua celebrità al gran disastro in Sicilia

che viene qui narrando e descrivendo Tucidide, nonostante si fosse

mostrato valoroso soldato e capitano nella vittoria ottenuta sugli

Ambracioti, nella difesa di Pilo, e nella presa di Sfacteria (lib. IV,

§§ 31, 32, 38).

[225] _Pag._ 211. Qui Zevort nota a questo passo che _il testo è

evidentemente errato, giacchè Oropo_, dic’egli, _non è posta in faccia

a Melo, ma è città della Beozia di fronte all’Eubea_. Ma Zevort non

avverte che parecchie città della Grecia portavano il nome d’Oropo:

di questa una era nell’Attica sui confini beoti; un’altra nell’Eubea;

una terza era sulle côste dell’Argolide, e questa era forse quella a

cui allude Tucidide. Il singolare però si è che tutti i commentatori

ritennero che Tucidide alludesse qui all’Oropo attica o beota, il che è

assolutamente impossibile che fosse nella mente di Tucidide.

[226] _Pag._ 211. Era suocero di Alcibiade ed uno dei più ricchi

cittadini di Atene.

[227] _Pag._ 212. Di questa città si scorgono tuttavia le ruine sopra

un côlle a sedici chilometri circa dalle Termopili.

[228] _Pag._ 213. Gli Euritani formavano la tribù più bellicosa e

potente degli Etoli; è questa la ragione per cui Demostene dovea

assalirli ultimi: presso questi popoli Ulisse ricevette dopo la sua

morte gli onori eroici.

[229] _Pag._ 214. Circa i particolari di questa morte vedi Plutarco

(_Banchetto dei sette Savii_).

[230] _Pag._ 214. Nessun geografo antico ha lasciato notizie

riguardanti queste tre città.

[231] _Pag._ 215. Oggidì Abukor: borgo a sei leghe di Lepanto.

[232] _Pag._ 216. Gli Amfissei, cioè quelli della città di Amfissa

contigua alla Focide, che Ovidio chiama anche Isse (_Metam._, VI, 24),

è la Solona d’oggidì.

[233] _Pag._ 216. Citinio giaceva alle falde del monte Eta sui confini

della Doride e della Tessaglia. Vedi lib. I, § 107; e lib. III, § 95.

[234] _Pag._ 218. Ecco come Erodoto ci fa conoscere la purificazione

fatta da Pisistrato: «Avendo anche per l’avanti purgata l’isola di

Delo, secondo l’ammonizione degli Oracoli. E mondolla nella guisa

seguente. Per quanto dal sacrario colla vista si dominava, per tutto

questo tratto della contrada, scavati li cadaveri gli trasportò in

altro tratto di Delo» (lib. I, § 64).

[235] _Pag._ 218. Vedi retro al lib. I, § 13.

[236] _Pag._ 218. Questo inno che Tucidide fa d’Omero, è di Omero? Gli

inni che vanno tuttora sotto il nome di Omero, non sono da attribuirsi

a costui più che nol siano i poemi ciclici. Essi chiamavansi dagli

antichi προεμὰ come a dire _proemi_ o _preludii_, e cantavansi dai

rapsodi come introduzioni dei poemi epici alle feste degli Dei

rispettivi, cui sono dedicati. A questi rapsodi debbono probabilmente

gli inni la loro origine. «Cotesti inni, dice Müller, mostrano una

tale diversità di lingua e di ritmo poetico, che probabilissimamente

contengono frammenti di ogni secolo dal tempo di Omero sino alla guerra

persiana» (_Hist. of Greek Liter._, pag. 74). Ciò nondimeno la maggior

parte di essi furono annoverati tra i componimenti omerici, persino da

tali che vissero in tempo in cui fioriva tuttora la greca letteratura.

Ma la cagione non è difficile a indovinarsi. Essendo essi recitati

insieme co’ poemi omerici, vennero a poco a poco attribuiti allo

stesso autore, e continuossi a considerarli più o meno generalmente

come tali, finchè alcuni critici, e particolarmente gli Alessandrini,

avvertirono le differenze che correvano tra il loro stile e quello di

Omero. In Alessandria non furono mai tenuti per genuini, ond’è che

niuno dei grandi critici di quella scuola non pensò mai, per quanto

sappiasi, a farne una raccolta regolare. (WOLF, _Prolegomena_ ecc., p.

266). Degli inni tuttora esistenti, cinque sono quelli che meritano

attenzione particolare a ragione della maggiore loro lunghezza e

delle notizie mitologiche ch’essi contengono; e sono quelli ad Apollo

Delio, ad Apollo Delfico, a Mercurio, a Cerere e a Venere. All’inno

d’Apollo Delio, appartengono i passi qui citati da Tucidide, una volta

considerati come parte di quello d’Apollo Pitio, è lavoro di un Omeride

di Chio, e si accosta talmente al vero fare omerico, che l’autore il

quale chiamasi cieco poeta che visse nella dirupata Chio, fu riguardato

come Omero stesso da Tucidide; esso narra la nascita di Apollo in Delo;

ma se n’è perduta una gran parte. Oltre MÜLLER e WOLF su citati, si

consulti WELCKER, _Epische Cyclus_, ecc., WARDEMBURG, _Observationes

criticae in Homeri hymnos_, etc.

[237] _Pag._ 220. Nessun geografo antico lasciò notizie di questo

castello. Vedi che ne dice POPPO, _Adn. et Pref._ 2, pag. 142 lib. III,

§ 107.

[238] _Pag._ 223. Il Boni qui ed altrove (§§ 113, 114, ecc.) scrive

_Argei_; al lib. II, § 103 scrive _Agrai_; al lib. II, § 106 _Agrei_, e

questa è la vera lezione (Αγραιων).

[239] _Pag._ 225. Di questo Anattorio vedi lib. I, § 46, 55; lib. II,

§§ 9, 80, 81 ecc.

[240] _Pag._ 225. Qui meglio che _d’Imerea_, leggi _d’Imera_; vedi

Tucidide, lib. VI, §§ 5, 62. Più innanzi (lib. VII, § 1 e 58) parla

degli Imerei e della loro sede.

[241] _Pag._ 228. Questa Pilo, detta Pilo di Messenia per

differenziarla da altre tre città dello stesso nome, è l’attuale

_Zuchio_ o _Vecchio Navarino_.

[242] _Pag._ 229. Quelli che Boni chiama qui _ufficiali subalterni_

sono detti da Tucidide _tasiarchi_: tasiarchi erano detti anche quei

magistrati eletti annualmente in ciascuna delle dieci tribù d’Atene per

comandare l’infanteria quando il popolo intraprendeva in massa qualche

spedizione.

[243] _Pag._ 229. Mediante un muro fatto di pietre ammucchiate.

[244] _Pag._ 230. La frase del Boni — gli Spartani propio e i più

prossimi dei circonvicini — è la traduzione di ciò che Tucidide chiama

_Spartiati_ e _Perieci_. Gli _Spartiati_ erano gli abitanti della città

propria distinti da tutti gli altri Lacedemoni dimoranti fuor di città,

ai quali non concedevasi mai cittadinanza; e questi ultimi erano detti

_Perieci_.

[245] _Pag._ 230. Queste navi pare dovessero essere quelle di

Eurimedonte e di Sofocle che ritornavansi in Sicilia.

[246] _Pag._ 236. Qui alla frase _a testa_, aggiungi _per giorno_.

Che cosa fosse una chenica attica non è ancor ben dimostrato dagli

eruditi; ma dicendo qui Tucidide che gli Spartiati ricevevano ciascuno

due cheniche di farina, e che gli schiavi non ne ricevevano meno d’una,

puossi indurre che questa misura potesse stare fra l’una e le due

libbre delle nostre. Ben gli è vero che la Glossa antica ragguaglia

la chenica a mezzo moggio, ed altri la ragguaglia a due sestai, ma da

questo passo di Tucidide non pare che la chenica potesse valer tanto.

Un cotile era un quarto di chenica.

[247] _Pag._ 238. L’eccidio dei guerrieri di Sfacteria.

[248] _Pag._ 238. Ciascuno, infatti, avrebbe avuto a vendicare un

parente od un’amico, se i soldati di Sfacteria fossero stati trucidati.

[249] _Pag._ 239. Secondo Diodoro (lib. XII, 63), i legati avrebbero

proposto un numero eguale di prigionieri, e dietro il rifiuto degli

Ateniesi, avrebbero soggiunto ch’essi stimavano i lacedemoni da più di

loro stessi, dappoichè non ne accettavano il cambio.

[250] _Pag._ 240. Gli antichi hanno parlato molto dei pericoli che

correano i navigatori nel canale di Messina fra Scilla e Cariddi. Tali

pericoli esistono ancora tuttavia, ma dove il terreno ha cambiato

alquanto di figura, non sono sì terribili, come dagli antichi ci

vennero rappresentati. L’intervallo di mare fra la côsta da Messina

sino al capo Peloro e la Calabria è continuamente tormentato da

numerose correnti in diverse direzioni. Il corso di alcune è sempre

eguale, quello delle altre è vario. Il pericolo nasce dal non conoscere

bene la direzione di queste correnti.

[251] _Pag._ 241. Dove sorgeva il promontorio _Peloro_, alla sommità

del quale si eresse il _Faro di Messina_.

[252] _Pag._ 250. Tucidide veramente dice — in maggior pregio dovrebbe

tenersi l’_atracton_: — è questo il nome del legno con cui si facevano

le freccie; era una specie di acanto.

[253] _Pag._ 253. Mandare a chiedere per mezzo di un araldo i morti,

equivaleva confessarsi vinti: ciò nondimeno Nicia preferì all’onore

della vittoria il non lasciare i suoi senza sepoltura, giacchè ciò era

considerato un sacrilegio.

[254] _Pag._ 255. Queste scene hanno pur troppo un riscontro cogli

orrori dei settembrizzatori di Francia.

[255] _Pag._ 256. Qui Boni traducendo _fronteggiata da Lacedemoni_

cade in manifesto errore; il testo dice — Λακεδαιμόνιοι δ’εἰσὶ των

περιοικων, ecc., cioè _gli abitanti sono Lacedemoni della classe dei

perieci_.

[256] _Pag._ 256. Cioè _giudice di Citera_.

[257] _Pag._ 258. Fino allora non aveano avuto che infanteria pesante

gli Opliti; la cavalleria traenvanla dai loro alleati.

[258] _Pag._ 259. Meglio che _Siciliani_, qui avremmo tradotto

_Sicilioti_; giacchè trattasi qui delle città greche abitate da coloro

che Tucidide chiama Σικελιῶται per distinguerli dai Siciliani antichi

abitatori dell’isola detti da Tucidide Σικελοι.

[259] _Pag._ 261. Per cagione della loro parentela coi Lacedemoni

ugualmente dorici. Le prime colonie joniche stabilite in Sicilia erano

venute da Calcide d’Eubea. Come già notammo, i Calcidesi fondarono

Nasso, metropoli di Leonzio e di Catania.

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 34 / 35 段