giuramento di invadere per ben due volte ogni anno la Megaride.
[159] _Pag._ 106. Oggidì _Talantonisi_, di fronte alla città di Talanti.
[160] _Pag._ 115. La traduzione del celebre elogio di Pericle,
pubblicata dal Boni e che venne da noi qui riprodotta, non è opera
del Boni ma del Meini, siccome è detto nella prefazione del medesimo
Boni che sta in fronte a questo volume; Boni la stimò sì perfetta, da
non osare a farne egli una seconda; noi crediamo far cosa grata ai
nostri lettori, riferir qui quella che ne fece l’illustre ellenista
abate Peyron, tratta dalla elaboratissima sua traduzione del Tucidide
tuttavia inedita, con grave danno dei classici studii.
35. Sebbene la maggior parte degli oratori, che già di qui parlarono,
suolesse lodare colui, che alla legge dei funerei onori aggiunse questa
orazione, siccome bella a pronunziarsi sopra i sepolti guerrieri, io
crederei tuttavia che per gli uomini di forti fatti basta mostrarne
gli onori altresì col fatto, nel pubblico funebre apparato che vedete;
nè vorrei che ad un solo uomo si avventurassero le virtù dei molti,
cosicchè dalla sua od alta, o povera eloquenza dipender dovesse la
persuasione degli uditori. Imperocchè egli è difficile di parlare con
esattezza sopra un soggetto, del quale si possa a mala pena stabilire
in altrui l’estimazione del vero. Infatti l’uditore, che ama e conobbe
i defunti, per avventura giudicherà che l’orazione abbia scarsamente
toccato quanto egli vorrebbe e sa; ma l’uditore, che sia del tutto
ignaro, se ode cosa della sue forze maggiore, invidioso la stimerà
aggrandita a parole. Perchè gli uomini in tanto tollerano le lodi
sopra altrui pronunziate, in quanto reputano di aver la capacità
di arrivarle; quelle, che la trascendono, già si invidiano, e non
si credono. Ma dacchè i nostri antichi giudicarono conveniente tal
orazione, fa di mestieri che obbedendo anch’io alla legge mi argomenti
di soddisfare a poter mio la volontà, e l’espettazione vostra.
36. Dagli avi primieramente incomincierò; chè giusto e decoroso si
è in tanta solennità il tributar loro questo onore di ricordanza.
Infatti essi non avendo cessato mai di abitare questa contrada, libera
per la loro virtù la trasmisero alle generazioni succedentisi sino
alla nostra. Ma se costoro si meritano lode, meritevolissimi ne sono
i padri nostri, i quali allo Stato che ereditarono avendo non senza
fatica aggiunto quanto possediamo, a noi viventi lo lasciarono. Se non
che il principale incremento dello Stato si debbe a noi medesimi che
ora tocchiamo alla giusta età, ed ordinammo la repubblica in guerra ed
in pace per tutte cose a sè bastevolissima. Le loro geste guerriere,
che via via fruttarono conquisti, non che le vittorie da noi e dai
nostri padri alacremente riportate contro ai Barbari ed ai Greci, io
le tralascierò, sdegnando allungarmi in cose all’uditorio notissime.
Ma per quali instituti sì alto ci levammo, e per quali ordini politici
e civili venimmo in tanta grandezza, avendo io primamente esposto,
passerò quindi a dir delle lodi di costoro, riputando tale argomento
essere nella presente occasione decoroso a discorrersi, ed a tutta
l’adunanza dei cittadini e dei forestieri utile ad ascoltarsi.
37. Noi abbiamo una forma di governo non imitatrice delle leggi altrui,
essendo noi anzi esemplari a taluni, che non copia d’altrui; il suo
nome è democrazia, perchè lo Stato è dei molti, e non dei pochi.
Per le leggi ognuno gode ugual diritto nelle private differenze; ma
pel merito, come uno sale in qualche riputazione, così viene agli
onori della repubblica prescelto non per qualità di classe, ma per
virtù. Per la povertà niuno, che possa beneficare la patria, ne
viene dall’oscurità del grado impedito. Liberalmente procediamo sì
nell’amministrare i pubblici negozi, e sì nel sospettoso spiare l’un
dell’altro la giornaliera condotta, non mai adirandoci col vicino che
a suo genio si sollazza, nè mostrandogli il volto atteggiato da una
tristezza inoffensiva bensì, ma sempre molesta. Gravosi a nessuno nelle
relazioni private, all’ordine pubblico non contravveniamo massimamente
per riverenza, obbedendo ai magistrati succedentisi, ed alle leggi;
sopratutto a quelle, che proteggono gli oppressi, ed alle altre che,
sebbene non iscritte, tuttavia nella pubblica opinione infliggono
ignominia.
38. Inoltre in varie guise ristoriamo l’animo dalle fatiche, e coi
certami, e con gli annui sacrifizii e colla splendidezza del viver
privato, cosicchè dal quotidiano diletto viene la tristezza scacciata.
Per la grandezza poi della città ogni bene vi concorre da tutta la
terra, donde avviene che con pari domestico godimento ed i patrii
frutti raccogliamo e gli stranieri.
39. Ma altresì negli studii guerrieri noi avanziamo i rivali.
Conciossiachè la nostra città sta aperta a tutti; nè fu mai che
cacciandone i forestieri vietassimo a chicchessia l’impararvi od il
vedervi alcuna disciplina, di cui il nemico trovandola scoperta potesse
avvantaggiarsi, giacchè noi confidiamo non così nei preparativi e negli
inganni, come nell’animosità di noi stessi nel momento dell’azione.
Nell’educazione poi costoro sin dalla prima giovinezza procacciano con
laboriosi esercizii di raggiungere la fortezza virile; e noi anche
menando una più larga vita, nulladimeno pari cimenti affrontiamo.
Vagliane il vero. I Lacedemoni, non già soli, ma assistiti da tutta
la confederazione guerreggiano la nostra contrada; laddove noi soli
scendendo nell’altrui paese facilmente e spesso riportiamo vittoria sul
nemico suolo contra chi la sua patria difende. Se non che niuno sinora
ebbe a provare le nostre forze riunite, perchè, oltre all’attendere
alla marineria, dobbiamo noi stessi correre in varie parti, ad imprese
di terra. Che se il nemico avvenutosi in una qualche banda dei nostri
ne vinca alcuni, tosto si vanta d’averci respinti tutti, ma, lui vinto,
proclama d’essere stato da tutti noi sconfitto. Ora sebbene noi anzi
indolenti che esercitati nelle fatiche, e con un coraggio ispirato
più dai costumi, che non dalle leggi, vogliamo incontrare i pericoli,
abbiamo però questo vantaggio, che, senza tribolarci anzi tempo pei
mali avvenire, giunti poi nel frangente ci mostriamo non meno prodi di
chi sta penando ognora.
40. Ma, oltre a questi, altri pregii fanno ammiranda la nostra
città. Giacchè noi amiamo il bello, ma con parsimonia; filosofiamo,
ma senza ammollirci; ci serviamo delle ricchezze per l’occorrenza
dell’uopo, non per vento di parole; a niuno è turpe il confessare la
sua povertà, ma turpissimo il non fuggirla coll’operosità. Inoltre gli
stessi uomini attendono alle bisogne domestiche ed alle civili, e la
gente al lavoro intesa bastevolmente pur conosce i civili interessi;
perchè quel cittadino, che non prenda parte alla pubblica cosa, noi
soli lo riputiamo non che ozioso, ma inutile. Noi altresì rettamente
o concepiamo gli affari, od almeno li giudichiamo, persuasi che i
discorsi non nuocano all’operare, ma nuoca bensì il non illuminarci
coi discorsi prima di venire ai fatti. Imperocchè abbiamo questo
pregio singolare di essere e ardimentosi al sommo, e ponderatori delle
imprese; diversi dagli altri, nei quali l’ignoranza ingenera audacia,
e la ponderazione lentezza. Epperò fortissimi d’animo si debbono
meritamente giudicare coloro, che pienamente conoscendo le dolcezze ed
i travagli della vita, nientemeno non si ritraggono dall’incontrarne
i cimenti. Oltracciò la nostra bontà differisce dalla altrui, perchè
non ricevendo, ma compartendo benefizii acquistiamo amici. Ed il
benefattore è amico più stabile volendo coi benevoli modi conservare
nel gratificato viva l’obbligazione; laddove chi contraccambia è anzi
ottuso che no, ben conoscendo che la sua bontà non è favore, ma debito.
Quindi noi soli non già per calcolo di profitto, ma per la fiducia
inspirataci dalla nostra libertà benefichiamo gli altri senza timore.
41. E per raccogliere il molto in poco io dico: Atene è la scuola
della Grecia. In ciascun cittadino parmi di vedere un corpo con somma
disinvoltura e grazia acconcio a più generi d’opere. E che questo ora
non sia uno sfoggio di fraseggiamento, ma una verità di fatto, lo
palesa la presente potenza, che per tali modi acquistammo. Atene, sola
tra le città d’oggidì, maggiore della sua fama, ne viene alla prova;
da lei sola il nemico assalitore non si sdegna d’esser vinto, ed il
suddito non si lagna d’esser governato quasi che da indegna. Epperò noi
presentando una potenza da insigni prove e testimonianze avvalorata,
saremo da questa e dalle future età ammirati; senza che inoltre
abbisogniamo o d’un Omero encomiatore, o d’altro poeta, i cui versi
bensì momentaneamente dilettano, ma l’impressione sarà poi distrutta
dalla verità dei fatti. Sì, saremo ammirati noi, che le vie del mare
e della terra costringemmo ad aprirsi al nostro ardire, ed in ogni
parte collocammo di vendette e di beneficenze monumenti sempiterni.
Ora costoro, deliberati a non lasciarsi privare di una città cotanta,
morirono per lei generosamente combattendo, e niuno di noi superstiti
dee per lei ricusare qualunque travaglio.
42. Diffusamente io ho discorso sin qui i pregii della città, volendo
mostrare che uguale non è la gara proposta a noi, ed a coloro che nulla
di simile possedono; inoltre io voleva con argomenti porre in chiara
luce l’elogio di chi io ragiono. Epperò l’elogio è quasi compiuto.
Conciossiachè lodando la città io lodava le virtù di codesti e dei
pari loro, che le aggiunsero ornamento. Pochi Greci vantano, siccome
costoro, geste uguali alla fama; ed a me sembra, che primo indizio
ed ultima conferma delle virtù d’un uomo sia questa loro catastrofe.
Imperocchè gli uomini anche per altro rispetto biasimevoli hanno pur
diritto di produrre quella fortezza, che nelle guerre mostrarono in
pro della patria, perchè con un bene avendo cancellato un male più
giovarono come uomini pubblici, che non nocquero come privati. Niuno
di essi o per ricchezze, che ei preferisse di continuar a godere, si
ammolliva; ovvero sedotto dalla speranza di sottrarsi pur una volta
alla povertà e di arricchire, differiva di affrontare il pericolo. Ma
più che a tali voti anelando a vendicarsi dei nemici, e riputando esser
questo il più illustre dei cimenti, vollero nell’affrontarlo pigliar
vendetta del nemico, e quindi ottenere il compimento dei voti. Epperò
alla speranza accomandando l’incertezza della felice riuscita, ed in
realtà fidando in se stessi circa al periglio già presente, meglio
amarono morire resistendo, che non salvarsi cedendo; così schivarono
un nome opprobrioso, sostennero col corpo il conflitto, e per un breve
volger di fortuna, nel fior della gloria, impavidi trapassarono.
43. Tali furono questi, quali la città se li meritava. Voi superstiti
invocate fortuna più durevole, ma opponete al nemico un animo non
meno intrepido. Non vi contentate di risguardare nel solo discorso
dell’oratore i vantaggi d’una pari fortezza; perchè tal soggetto, a
voi pure notissimo, potrebbesi facilmente amplificare enumerando i
beni che ridondano dal vendicarsi dei nemici. Ma piuttosto operando
ogni giorno osservate la potenza della repubblica, e per lei di
carità v’infiammate. E quando la repubblica vi sembri grande, allora
ripensate, che a tanto grado la sublimarono uomini coraggiosi,
conoscitori del dovere, sensitivi dell’onore nelle imprese, uomini,
che, quando loro fallivano i disegni, non credevano di dovere
pertanto defraudare la città del loro valore, ma nientemeno in pro
di lei contribuivano la loro illustre quota. Quindi nell’abbandonare
alla repubblica i loro corpi ciascuno ne riportò gloria immortale e
tomba insigne. Non parlo di questa tomba nella quale riposano, ma
di quella in cui la loro fama sempre memoranda in ogni occasione di
discorso o di forti fatti, perennemente si conserva. Imperciocchè
degli illustri uomini è tomba l’universa terra. Nè soltanto dentro
la loro patria li mostrano le lapidi inscritte, ma altresì nelle
straniere contrade la loro memoria da niuna iscrizione ricordata sta
impressa nell’animo d’ognuno, anzichè sui monumenti. Ora voi emulando
questi prodi, e stimando che la felicità consiste nella libertà,
e la libertà nel coraggio, non mai schivate i guerrieri pericoli.
Non i miseri, che perderono ogni speranza di bene, hanno più giusto
motivo di prodigare la vita, che gli altri, i quali vivendo corrono
ancor pericolo di contrario rovescio, e per un menomo fallo possono
grandemente scapitare. Perchè all’uomo di alti spiriti torna più acerbo
un discapito patito per ignavia sua, che non una neppur sentita morte
fortemente e colla speranza del pubblico bene incontrata.
44. Per la qual cosa, o voi quanti qui siete genitori di questi
trapassati, non voglio compiangervi, ma sì consolarvi. Voi sapete
che l’uomo cresce fra mezzo a vicende d’ogni maniera, sapete essere
ben avventurati coloro, cui tocchi l’onorata sorte o d’un fine, pari
al loro, o d’un lutto simile al vostro, così che una bella vita sia
coronata da una bella morte. Tuttavia io scorgo la difficoltà di
consolarvi sopra un soggetto, di cui sovente vi ricorderete vedendo
altri felici posseditori di quanto formava già il vostro vanto; ben so,
che il dolore non deriva dalla mancanza di beni non provati mai, ma
dalla privazione di quelli a cui fummo avvezzi. Se non che, o genitori,
voi, cui l’età concede ancora di generare, durate sperando altri figli;
così nelle famiglie la nuova prole farà obliare la trapassata, e la
città avrà doppio vantaggio di popolazione e di sicurezza. Giacchè non
può alla repubblica dare imparziali e giusti consigli colui, che non
abbia, come altri, a pericolare esponendo per lei i figli. Voi poi
già provetti riflettete: un vero guadagno sono i molti anni da voi
felicemente passati; sopravvanzano pochi, e dei pochi alleviate il peso
rammentando la gloria dei figli. Perchè il solo amor dell’onore non
invecchia; ed in codesta inutile età non così, come dissero alcuni,
l’avarizia diletta, quanto l’onore.
45. Figli, fratelli, quanti qui siete, di questi prodi, io prevedo un
difficile gareggiamento. Sogliono tutti lodare chi più non è; epperò
voi, anche mostrando straordinaria virtù, tuttavia non che eguali
a loro sarete giudicati, ma inferiori d’alquanto. Perchè i viventi
sono gelosi del rivale; morto poi, lo onorano con benevolenza scevra
d’emulazione. Finalmente se debbo toccare della virtù di quante donne
ora rimangono vedove, il tutto ristringerò in una breve esortazione:
Donne, conservate il vostro natural carattere, fra gli uomini non
levate gran fama nè di virtù, nè di vizii; sarete gloriosissime.
46. Colla mia orazione, comandata dalla legge, io esposi quanto stimai
conveniente, ma col fatto, ed i sepolti già furono onorati, ed i loro
figliuoli saranno per l’avvenire sino all’età della milizia allevati
a spese della repubblica, la quale per simili certami propose una tal
utilissima corona sì a questi e sì a quelli che verranno. Imperocchè
lo Stato, che massimi premii alla virtù promette, quello è patria di
cittadini prestanti. Ora voi, dopo avere pianti i vostri congiunti,
partite.
[161] _Pag._ 115. La stupenda descrizione che viene qui facendo
Tucidide della pestilenza di Atene rivela ad un tempo il filosofo,
il medico, lo storico, il poeta. Gran numero di scrittori antichi e
moderni, o se la appropriarono con traduzioni e riduzioni, o se la
presero a modello; fra gli antichi potremmo citare LUCREZIO (lib. V,
verso 1136 e seg.), VIRGILIO (_Geor._, III, 478), OVIDIO (_Metamorf._,
VII, 623), ELIANO (_Nat. Anim._, XIV, 20), PROCOPIO (_Bell. Pers._, II,
20), XIFILINO (lib. III); fra i moderni il BOCCACCIO (_Decamerone_),
BARTHÉLEMY (_Viaggi del giovane Anacarsi_, tom. I), LA FONTAINE (I
primi 14 versi della fav. I del lib. VII), ecc., ecc. In questa
descrizione vuolsi notare l’ordine ammirabile con cui Tucidide procede:
divide egli la descrizione in due parti; nella prima (dal § 47 al 49)
nota l’origine e le cause della peste; nella seconda (dal § 50 al 51)
dipinge la natura, i sintomi e lo sterminio della peste; nella terza
è storico ed osservatore delle conseguenze così morali che fisiche
del terribile flagello. Questa pestilenza di Atene fu campo a lunghe
e numerose controversie dei medici, essendosi voluto stabilire se
fosse o no somigliante alla peste d’Oriente, se fosse contagiosa o
semplicemente epidemica. Larrey trovò punti di rassomiglianza fra la
peste ateniese e quella d’Oriente nei dolori di capo, nelle vertigini,
nel gonfiarsi della lingua, negli spasimi, ecc., nel languore che
precede la violenza del male, e nella diarrea che la segue. Perron,
che per ben quattordici anni, dirigendo la scuola di medicina del
Cairo, visse frammezzo agli infermi di peste, giudica la peste ateniese
affatto diversa da quella d’Oriente. Riferiamo qui una sua nota ch’egli
comunicava su questo proposito a Zevort. — La peste d’Athénes à en
juger par la description de Thucydide, diffère essentiellement de la
peste actuelle ou peste d’Orient. Il n’y a de rapports analogiques
entre les deux maladies que quelques symptômes. D’ailleurs, toutes les
épidémies ont quelques points de ressemblance symptomatologiques. Ce
qui fait, à priori et sans examen ou à peu près, admettre l’identité
ou la presque identité des grands fléaux dont parle l’histoire, c’est
le caractère épidémique, c’est le caractère contagieux et c’est
surtout encore le nome de peste qu’on a donné à ces fléaux. Mais il
ne faut pas oublier que ce mot de peste n’avait point autrefois la
signification délimitée qu’on lui a assignée aujourd’hui. Anciennement,
peste, contagion, épidémie étaient synonymes. De nos jours, chacun
de ces mots s’est isolé dans une signification spéciale; le langage
s’est précisé à mesure que la science médicale a précisé aussi ses
observations, discerné et individualisé les faits. — Gail nelle sue
memorie su Tucidide consacrò un lungo esame critico e filologico
a questa descrizione (vol. V, dalla pag. 154 alla 164). Un’opera
molto preziosa su di ciò ed altrettanto rara e meritevole di essere
consultata sono le _Prælectiones sive Commentaria in Thucyd. hist. seu
Narrationem de peste Atheniensium ex ore Fabii Paulini Utinens. philos.
ac med. Venetiis 1603 apud Juntas_. Chi meglio trattò la quistione
sotto l’aspetto medico è MEISTER (_Schauergemaelde der Kriegspeit in
Attika_), il quale conchiude per la nessuna somiglianza fra la peste
dell’Attica e quella dell’Oriente.
[162] _Pag._ 119. Leggi qui pure _ne avrebbero avuto vittoria_, in
luogo di _avrebbero vittoria_. Vedi lib. I, § 18, e quanto già dicemmo
nella nota (95).
[163] _Pag._ 120. Come gli notammo era Apollo il dio che mandava le
pestilenze.
[164] _Pag._ 120. Era un porto molto stimato sul golfo Argolico al sud
dell’isola Tiraca, detta più anticamente Oreate; oggidì _Prasto_.
[165] _Pag._ 121. Diodoro però (lib. XII, 45) attribuisce, e con
maggior verosimiglianza, la ritirata dei Lacedemoni alla spedizione
intrapresa da Pericle intorno il Peloponneso.
[166] _Pag._ 126. Questa multa, secondo Diodoro (lib. XII, 45) fu di
ottanta talenti, e venne provocata da Cleone suo accusatore. Secondo
quanto ne dice Diodoro e Plutarco (_Vita di Pericle_), il nuovo comando
di cui fu investito Pericle portava seco poteri straordinarii; era una
specie di dittatura.
[167] _Pag._ 126. Pericle morì di peste: ma secondo Plutarco il male
prese in lui un carattere tutto particolare; dopo languito lungo tempo,
soggiacque ad un generale esaurimento di forze.
[168] _Pag._ 128. Il testo greco dice realmente tre anni (τριὰ ἔτη),
ma pare vi sia qui errore; poichè il disastro di Sicilia successe nel
settembre del 412 av. C., e Atene si sottomise a Lisandro nell’aprile
404 av. C.; il che fa un intervallo di dieci anni.
[169] _Pag._ 128. Tucidide dice qui _da semplice privato_, perchè
gli Argivii erano allora alleati degli Ateniesi e non potevano
conseguentemente inviare pubblicamente legati in Persia. La narrazione
contenuta in questo paragrafo vedila anche in Erodoto, lib. VII, § 137.
[170] _Pag._ 131. Come fossero stati spesi questi duemila talenti, che
ragguagliano dieci milioni e ottocentomila lire italiane, lo mostra
Tucidide stesso più avanti al lib. III, § 17.
[171] _Pag._ 131. Questa capitolazione è conforme a quanto si praticava
costantemente in Grecia: ciò che in questa è singolare è la concessione
fatta del denaro pel viaggio.
[172] _Pag._ 131. Secondo Diodoro vi inviarono mille coloni, i quali si
divisero a sorte la città e il suo territorio.
Nota che più sotto a linea 15 di questa pagina vi è un _Potidea_ in
luogo di _Platea_; errore di stampa occorso anche nella edizione
originale del Boni.
[173] _Pag._ 136. Arturo (_Coda dell’Orsa_, da ἄρτος _Orsa_, e ουρα
_coda_). Stella fissa di prima grandezza situata nella costellazione
di Boote, verso la quale sembra che si diriga la coda dell’_Orsa
maggiore_. Gli antichi costumavano designare le diverse epoche
dell’anno mediante il levare ed il tramontare di certe stelle
più notevoli, cioè a dire mediante l’epoca in cui compaiono sul
nostro orizzonte, e in cui si rendono invisibili. Citansi quindi
frequentemente il levare ed il tramontare delle Plejadi, d’Orione, di
Arturo. Il levare di Arturo corrisponde presso a poco all’equinozio di
autunno, verso il 20 settembre.
[174] _Pag._ 136. Giacchè presso i Greci erano le donne di casa che
faceano e cuocevano il pane. Questa consuetudine la si riscontra nella
bibbia e in tutti i tempi eroici. Presso i Romani, che restarono per
ben quasi 600 anni senza avere publici fornai e panattieri, veggiamo
le più illustri donne applicarsi a fare il pane. La consuetudine passò
dall’Italia nelle Gallie, e dalle Gallie sino alle estreme regioni
settentrionali.
[175] _Pag._ 136. Nella sponda orientale del golfo Termaico (golfo di
Salonicchio).
[176] _Pag._ 138. Boni traduce qui per _ammiraglio_ il Ναυαρχον de’
Greci; e forse non si potea tradur meglio. Gli ammiragli dei Greci
aveano sotto di sè i _trierarchi_, i quali corrisponderebbero ai
nostri capitani di nave. Questi ultimi ascendevano ad un gran numero;
i _navarchi_ invece non erano più di dieci, e talvolta riducevansi ad
uno solo. Il _navarco_ presso i Romani chiamavasi _magister navis_.
Vegezio descrive nel seguente passo le sue funzioni. — _Singulæ liburnæ
singulos navarchos, id est quasi navicularios habebant qui exceptis
cæteris nautarum officiis, gubernatoribus, atque remigibus et militibus
exercendis, quotidianam curam et jugem exhibebant industriam_ (Lib.
V, c. 2.). Egli dava anche l’ordine del combattimento e ne regolava
ogni cosa. Le funzioni del _navarco_ pare avessero a Sparta una grande
importanza, poichè Aristotele, parlando di esso, ne dice: — A lato dei
re, che sono capi a vita, la navarchia sostituisce una specie d’altro
poter regio — (_Polit._, lib. I, c. 7.). Da un passo di Demostene
(contro Eschine) si rileva anche che al trierarco fosse affidata
la cura della flotta e l’autorità di costringere i cittadini, in
proporzione dei loro beni, ad allestire vascelli in tempo di guerra.