[158] _Pag._ 106. Un decreto di Carino obbligava i generali ateniesi al

giuramento di invadere per ben due volte ogni anno la Megaride.

[159] _Pag._ 106. Oggidì _Talantonisi_, di fronte alla città di Talanti.

[160] _Pag._ 115. La traduzione del celebre elogio di Pericle,

pubblicata dal Boni e che venne da noi qui riprodotta, non è opera

del Boni ma del Meini, siccome è detto nella prefazione del medesimo

Boni che sta in fronte a questo volume; Boni la stimò sì perfetta, da

non osare a farne egli una seconda; noi crediamo far cosa grata ai

nostri lettori, riferir qui quella che ne fece l’illustre ellenista

abate Peyron, tratta dalla elaboratissima sua traduzione del Tucidide

tuttavia inedita, con grave danno dei classici studii.

35. Sebbene la maggior parte degli oratori, che già di qui parlarono,

suolesse lodare colui, che alla legge dei funerei onori aggiunse questa

orazione, siccome bella a pronunziarsi sopra i sepolti guerrieri, io

crederei tuttavia che per gli uomini di forti fatti basta mostrarne

gli onori altresì col fatto, nel pubblico funebre apparato che vedete;

nè vorrei che ad un solo uomo si avventurassero le virtù dei molti,

cosicchè dalla sua od alta, o povera eloquenza dipender dovesse la

persuasione degli uditori. Imperocchè egli è difficile di parlare con

esattezza sopra un soggetto, del quale si possa a mala pena stabilire

in altrui l’estimazione del vero. Infatti l’uditore, che ama e conobbe

i defunti, per avventura giudicherà che l’orazione abbia scarsamente

toccato quanto egli vorrebbe e sa; ma l’uditore, che sia del tutto

ignaro, se ode cosa della sue forze maggiore, invidioso la stimerà

aggrandita a parole. Perchè gli uomini in tanto tollerano le lodi

sopra altrui pronunziate, in quanto reputano di aver la capacità

di arrivarle; quelle, che la trascendono, già si invidiano, e non

si credono. Ma dacchè i nostri antichi giudicarono conveniente tal

orazione, fa di mestieri che obbedendo anch’io alla legge mi argomenti

di soddisfare a poter mio la volontà, e l’espettazione vostra.

36. Dagli avi primieramente incomincierò; chè giusto e decoroso si

è in tanta solennità il tributar loro questo onore di ricordanza.

Infatti essi non avendo cessato mai di abitare questa contrada, libera

per la loro virtù la trasmisero alle generazioni succedentisi sino

alla nostra. Ma se costoro si meritano lode, meritevolissimi ne sono

i padri nostri, i quali allo Stato che ereditarono avendo non senza

fatica aggiunto quanto possediamo, a noi viventi lo lasciarono. Se non

che il principale incremento dello Stato si debbe a noi medesimi che

ora tocchiamo alla giusta età, ed ordinammo la repubblica in guerra ed

in pace per tutte cose a sè bastevolissima. Le loro geste guerriere,

che via via fruttarono conquisti, non che le vittorie da noi e dai

nostri padri alacremente riportate contro ai Barbari ed ai Greci, io

le tralascierò, sdegnando allungarmi in cose all’uditorio notissime.

Ma per quali instituti sì alto ci levammo, e per quali ordini politici

e civili venimmo in tanta grandezza, avendo io primamente esposto,

passerò quindi a dir delle lodi di costoro, riputando tale argomento

essere nella presente occasione decoroso a discorrersi, ed a tutta

l’adunanza dei cittadini e dei forestieri utile ad ascoltarsi.

37. Noi abbiamo una forma di governo non imitatrice delle leggi altrui,

essendo noi anzi esemplari a taluni, che non copia d’altrui; il suo

nome è democrazia, perchè lo Stato è dei molti, e non dei pochi.

Per le leggi ognuno gode ugual diritto nelle private differenze; ma

pel merito, come uno sale in qualche riputazione, così viene agli

onori della repubblica prescelto non per qualità di classe, ma per

virtù. Per la povertà niuno, che possa beneficare la patria, ne

viene dall’oscurità del grado impedito. Liberalmente procediamo sì

nell’amministrare i pubblici negozi, e sì nel sospettoso spiare l’un

dell’altro la giornaliera condotta, non mai adirandoci col vicino che

a suo genio si sollazza, nè mostrandogli il volto atteggiato da una

tristezza inoffensiva bensì, ma sempre molesta. Gravosi a nessuno nelle

relazioni private, all’ordine pubblico non contravveniamo massimamente

per riverenza, obbedendo ai magistrati succedentisi, ed alle leggi;

sopratutto a quelle, che proteggono gli oppressi, ed alle altre che,

sebbene non iscritte, tuttavia nella pubblica opinione infliggono

ignominia.

38. Inoltre in varie guise ristoriamo l’animo dalle fatiche, e coi

certami, e con gli annui sacrifizii e colla splendidezza del viver

privato, cosicchè dal quotidiano diletto viene la tristezza scacciata.

Per la grandezza poi della città ogni bene vi concorre da tutta la

terra, donde avviene che con pari domestico godimento ed i patrii

frutti raccogliamo e gli stranieri.

39. Ma altresì negli studii guerrieri noi avanziamo i rivali.

Conciossiachè la nostra città sta aperta a tutti; nè fu mai che

cacciandone i forestieri vietassimo a chicchessia l’impararvi od il

vedervi alcuna disciplina, di cui il nemico trovandola scoperta potesse

avvantaggiarsi, giacchè noi confidiamo non così nei preparativi e negli

inganni, come nell’animosità di noi stessi nel momento dell’azione.

Nell’educazione poi costoro sin dalla prima giovinezza procacciano con

laboriosi esercizii di raggiungere la fortezza virile; e noi anche

menando una più larga vita, nulladimeno pari cimenti affrontiamo.

Vagliane il vero. I Lacedemoni, non già soli, ma assistiti da tutta

la confederazione guerreggiano la nostra contrada; laddove noi soli

scendendo nell’altrui paese facilmente e spesso riportiamo vittoria sul

nemico suolo contra chi la sua patria difende. Se non che niuno sinora

ebbe a provare le nostre forze riunite, perchè, oltre all’attendere

alla marineria, dobbiamo noi stessi correre in varie parti, ad imprese

di terra. Che se il nemico avvenutosi in una qualche banda dei nostri

ne vinca alcuni, tosto si vanta d’averci respinti tutti, ma, lui vinto,

proclama d’essere stato da tutti noi sconfitto. Ora sebbene noi anzi

indolenti che esercitati nelle fatiche, e con un coraggio ispirato

più dai costumi, che non dalle leggi, vogliamo incontrare i pericoli,

abbiamo però questo vantaggio, che, senza tribolarci anzi tempo pei

mali avvenire, giunti poi nel frangente ci mostriamo non meno prodi di

chi sta penando ognora.

40. Ma, oltre a questi, altri pregii fanno ammiranda la nostra

città. Giacchè noi amiamo il bello, ma con parsimonia; filosofiamo,

ma senza ammollirci; ci serviamo delle ricchezze per l’occorrenza

dell’uopo, non per vento di parole; a niuno è turpe il confessare la

sua povertà, ma turpissimo il non fuggirla coll’operosità. Inoltre gli

stessi uomini attendono alle bisogne domestiche ed alle civili, e la

gente al lavoro intesa bastevolmente pur conosce i civili interessi;

perchè quel cittadino, che non prenda parte alla pubblica cosa, noi

soli lo riputiamo non che ozioso, ma inutile. Noi altresì rettamente

o concepiamo gli affari, od almeno li giudichiamo, persuasi che i

discorsi non nuocano all’operare, ma nuoca bensì il non illuminarci

coi discorsi prima di venire ai fatti. Imperocchè abbiamo questo

pregio singolare di essere e ardimentosi al sommo, e ponderatori delle

imprese; diversi dagli altri, nei quali l’ignoranza ingenera audacia,

e la ponderazione lentezza. Epperò fortissimi d’animo si debbono

meritamente giudicare coloro, che pienamente conoscendo le dolcezze ed

i travagli della vita, nientemeno non si ritraggono dall’incontrarne

i cimenti. Oltracciò la nostra bontà differisce dalla altrui, perchè

non ricevendo, ma compartendo benefizii acquistiamo amici. Ed il

benefattore è amico più stabile volendo coi benevoli modi conservare

nel gratificato viva l’obbligazione; laddove chi contraccambia è anzi

ottuso che no, ben conoscendo che la sua bontà non è favore, ma debito.

Quindi noi soli non già per calcolo di profitto, ma per la fiducia

inspirataci dalla nostra libertà benefichiamo gli altri senza timore.

41. E per raccogliere il molto in poco io dico: Atene è la scuola

della Grecia. In ciascun cittadino parmi di vedere un corpo con somma

disinvoltura e grazia acconcio a più generi d’opere. E che questo ora

non sia uno sfoggio di fraseggiamento, ma una verità di fatto, lo

palesa la presente potenza, che per tali modi acquistammo. Atene, sola

tra le città d’oggidì, maggiore della sua fama, ne viene alla prova;

da lei sola il nemico assalitore non si sdegna d’esser vinto, ed il

suddito non si lagna d’esser governato quasi che da indegna. Epperò noi

presentando una potenza da insigni prove e testimonianze avvalorata,

saremo da questa e dalle future età ammirati; senza che inoltre

abbisogniamo o d’un Omero encomiatore, o d’altro poeta, i cui versi

bensì momentaneamente dilettano, ma l’impressione sarà poi distrutta

dalla verità dei fatti. Sì, saremo ammirati noi, che le vie del mare

e della terra costringemmo ad aprirsi al nostro ardire, ed in ogni

parte collocammo di vendette e di beneficenze monumenti sempiterni.

Ora costoro, deliberati a non lasciarsi privare di una città cotanta,

morirono per lei generosamente combattendo, e niuno di noi superstiti

dee per lei ricusare qualunque travaglio.

42. Diffusamente io ho discorso sin qui i pregii della città, volendo

mostrare che uguale non è la gara proposta a noi, ed a coloro che nulla

di simile possedono; inoltre io voleva con argomenti porre in chiara

luce l’elogio di chi io ragiono. Epperò l’elogio è quasi compiuto.

Conciossiachè lodando la città io lodava le virtù di codesti e dei

pari loro, che le aggiunsero ornamento. Pochi Greci vantano, siccome

costoro, geste uguali alla fama; ed a me sembra, che primo indizio

ed ultima conferma delle virtù d’un uomo sia questa loro catastrofe.

Imperocchè gli uomini anche per altro rispetto biasimevoli hanno pur

diritto di produrre quella fortezza, che nelle guerre mostrarono in

pro della patria, perchè con un bene avendo cancellato un male più

giovarono come uomini pubblici, che non nocquero come privati. Niuno

di essi o per ricchezze, che ei preferisse di continuar a godere, si

ammolliva; ovvero sedotto dalla speranza di sottrarsi pur una volta

alla povertà e di arricchire, differiva di affrontare il pericolo. Ma

più che a tali voti anelando a vendicarsi dei nemici, e riputando esser

questo il più illustre dei cimenti, vollero nell’affrontarlo pigliar

vendetta del nemico, e quindi ottenere il compimento dei voti. Epperò

alla speranza accomandando l’incertezza della felice riuscita, ed in

realtà fidando in se stessi circa al periglio già presente, meglio

amarono morire resistendo, che non salvarsi cedendo; così schivarono

un nome opprobrioso, sostennero col corpo il conflitto, e per un breve

volger di fortuna, nel fior della gloria, impavidi trapassarono.

43. Tali furono questi, quali la città se li meritava. Voi superstiti

invocate fortuna più durevole, ma opponete al nemico un animo non

meno intrepido. Non vi contentate di risguardare nel solo discorso

dell’oratore i vantaggi d’una pari fortezza; perchè tal soggetto, a

voi pure notissimo, potrebbesi facilmente amplificare enumerando i

beni che ridondano dal vendicarsi dei nemici. Ma piuttosto operando

ogni giorno osservate la potenza della repubblica, e per lei di

carità v’infiammate. E quando la repubblica vi sembri grande, allora

ripensate, che a tanto grado la sublimarono uomini coraggiosi,

conoscitori del dovere, sensitivi dell’onore nelle imprese, uomini,

che, quando loro fallivano i disegni, non credevano di dovere

pertanto defraudare la città del loro valore, ma nientemeno in pro

di lei contribuivano la loro illustre quota. Quindi nell’abbandonare

alla repubblica i loro corpi ciascuno ne riportò gloria immortale e

tomba insigne. Non parlo di questa tomba nella quale riposano, ma

di quella in cui la loro fama sempre memoranda in ogni occasione di

discorso o di forti fatti, perennemente si conserva. Imperciocchè

degli illustri uomini è tomba l’universa terra. Nè soltanto dentro

la loro patria li mostrano le lapidi inscritte, ma altresì nelle

straniere contrade la loro memoria da niuna iscrizione ricordata sta

impressa nell’animo d’ognuno, anzichè sui monumenti. Ora voi emulando

questi prodi, e stimando che la felicità consiste nella libertà,

e la libertà nel coraggio, non mai schivate i guerrieri pericoli.

Non i miseri, che perderono ogni speranza di bene, hanno più giusto

motivo di prodigare la vita, che gli altri, i quali vivendo corrono

ancor pericolo di contrario rovescio, e per un menomo fallo possono

grandemente scapitare. Perchè all’uomo di alti spiriti torna più acerbo

un discapito patito per ignavia sua, che non una neppur sentita morte

fortemente e colla speranza del pubblico bene incontrata.

44. Per la qual cosa, o voi quanti qui siete genitori di questi

trapassati, non voglio compiangervi, ma sì consolarvi. Voi sapete

che l’uomo cresce fra mezzo a vicende d’ogni maniera, sapete essere

ben avventurati coloro, cui tocchi l’onorata sorte o d’un fine, pari

al loro, o d’un lutto simile al vostro, così che una bella vita sia

coronata da una bella morte. Tuttavia io scorgo la difficoltà di

consolarvi sopra un soggetto, di cui sovente vi ricorderete vedendo

altri felici posseditori di quanto formava già il vostro vanto; ben so,

che il dolore non deriva dalla mancanza di beni non provati mai, ma

dalla privazione di quelli a cui fummo avvezzi. Se non che, o genitori,

voi, cui l’età concede ancora di generare, durate sperando altri figli;

così nelle famiglie la nuova prole farà obliare la trapassata, e la

città avrà doppio vantaggio di popolazione e di sicurezza. Giacchè non

può alla repubblica dare imparziali e giusti consigli colui, che non

abbia, come altri, a pericolare esponendo per lei i figli. Voi poi

già provetti riflettete: un vero guadagno sono i molti anni da voi

felicemente passati; sopravvanzano pochi, e dei pochi alleviate il peso

rammentando la gloria dei figli. Perchè il solo amor dell’onore non

invecchia; ed in codesta inutile età non così, come dissero alcuni,

l’avarizia diletta, quanto l’onore.

45. Figli, fratelli, quanti qui siete, di questi prodi, io prevedo un

difficile gareggiamento. Sogliono tutti lodare chi più non è; epperò

voi, anche mostrando straordinaria virtù, tuttavia non che eguali

a loro sarete giudicati, ma inferiori d’alquanto. Perchè i viventi

sono gelosi del rivale; morto poi, lo onorano con benevolenza scevra

d’emulazione. Finalmente se debbo toccare della virtù di quante donne

ora rimangono vedove, il tutto ristringerò in una breve esortazione:

Donne, conservate il vostro natural carattere, fra gli uomini non

levate gran fama nè di virtù, nè di vizii; sarete gloriosissime.

46. Colla mia orazione, comandata dalla legge, io esposi quanto stimai

conveniente, ma col fatto, ed i sepolti già furono onorati, ed i loro

figliuoli saranno per l’avvenire sino all’età della milizia allevati

a spese della repubblica, la quale per simili certami propose una tal

utilissima corona sì a questi e sì a quelli che verranno. Imperocchè

lo Stato, che massimi premii alla virtù promette, quello è patria di

cittadini prestanti. Ora voi, dopo avere pianti i vostri congiunti,

partite.

[161] _Pag._ 115. La stupenda descrizione che viene qui facendo

Tucidide della pestilenza di Atene rivela ad un tempo il filosofo,

il medico, lo storico, il poeta. Gran numero di scrittori antichi e

moderni, o se la appropriarono con traduzioni e riduzioni, o se la

presero a modello; fra gli antichi potremmo citare LUCREZIO (lib. V,

verso 1136 e seg.), VIRGILIO (_Geor._, III, 478), OVIDIO (_Metamorf._,

VII, 623), ELIANO (_Nat. Anim._, XIV, 20), PROCOPIO (_Bell. Pers._, II,

20), XIFILINO (lib. III); fra i moderni il BOCCACCIO (_Decamerone_),

BARTHÉLEMY (_Viaggi del giovane Anacarsi_, tom. I), LA FONTAINE (I

primi 14 versi della fav. I del lib. VII), ecc., ecc. In questa

descrizione vuolsi notare l’ordine ammirabile con cui Tucidide procede:

divide egli la descrizione in due parti; nella prima (dal § 47 al 49)

nota l’origine e le cause della peste; nella seconda (dal § 50 al 51)

dipinge la natura, i sintomi e lo sterminio della peste; nella terza

è storico ed osservatore delle conseguenze così morali che fisiche

del terribile flagello. Questa pestilenza di Atene fu campo a lunghe

e numerose controversie dei medici, essendosi voluto stabilire se

fosse o no somigliante alla peste d’Oriente, se fosse contagiosa o

semplicemente epidemica. Larrey trovò punti di rassomiglianza fra la

peste ateniese e quella d’Oriente nei dolori di capo, nelle vertigini,

nel gonfiarsi della lingua, negli spasimi, ecc., nel languore che

precede la violenza del male, e nella diarrea che la segue. Perron,

che per ben quattordici anni, dirigendo la scuola di medicina del

Cairo, visse frammezzo agli infermi di peste, giudica la peste ateniese

affatto diversa da quella d’Oriente. Riferiamo qui una sua nota ch’egli

comunicava su questo proposito a Zevort. — La peste d’Athénes à en

juger par la description de Thucydide, diffère essentiellement de la

peste actuelle ou peste d’Orient. Il n’y a de rapports analogiques

entre les deux maladies que quelques symptômes. D’ailleurs, toutes les

épidémies ont quelques points de ressemblance symptomatologiques. Ce

qui fait, à priori et sans examen ou à peu près, admettre l’identité

ou la presque identité des grands fléaux dont parle l’histoire, c’est

le caractère épidémique, c’est le caractère contagieux et c’est

surtout encore le nome de peste qu’on a donné à ces fléaux. Mais il

ne faut pas oublier que ce mot de peste n’avait point autrefois la

signification délimitée qu’on lui a assignée aujourd’hui. Anciennement,

peste, contagion, épidémie étaient synonymes. De nos jours, chacun

de ces mots s’est isolé dans une signification spéciale; le langage

s’est précisé à mesure que la science médicale a précisé aussi ses

observations, discerné et individualisé les faits. — Gail nelle sue

memorie su Tucidide consacrò un lungo esame critico e filologico

a questa descrizione (vol. V, dalla pag. 154 alla 164). Un’opera

molto preziosa su di ciò ed altrettanto rara e meritevole di essere

consultata sono le _Prælectiones sive Commentaria in Thucyd. hist. seu

Narrationem de peste Atheniensium ex ore Fabii Paulini Utinens. philos.

ac med. Venetiis 1603 apud Juntas_. Chi meglio trattò la quistione

sotto l’aspetto medico è MEISTER (_Schauergemaelde der Kriegspeit in

Attika_), il quale conchiude per la nessuna somiglianza fra la peste

dell’Attica e quella dell’Oriente.

[162] _Pag._ 119. Leggi qui pure _ne avrebbero avuto vittoria_, in

luogo di _avrebbero vittoria_. Vedi lib. I, § 18, e quanto già dicemmo

nella nota (95).

[163] _Pag._ 120. Come gli notammo era Apollo il dio che mandava le

pestilenze.

[164] _Pag._ 120. Era un porto molto stimato sul golfo Argolico al sud

dell’isola Tiraca, detta più anticamente Oreate; oggidì _Prasto_.

[165] _Pag._ 121. Diodoro però (lib. XII, 45) attribuisce, e con

maggior verosimiglianza, la ritirata dei Lacedemoni alla spedizione

intrapresa da Pericle intorno il Peloponneso.

[166] _Pag._ 126. Questa multa, secondo Diodoro (lib. XII, 45) fu di

ottanta talenti, e venne provocata da Cleone suo accusatore. Secondo

quanto ne dice Diodoro e Plutarco (_Vita di Pericle_), il nuovo comando

di cui fu investito Pericle portava seco poteri straordinarii; era una

specie di dittatura.

[167] _Pag._ 126. Pericle morì di peste: ma secondo Plutarco il male

prese in lui un carattere tutto particolare; dopo languito lungo tempo,

soggiacque ad un generale esaurimento di forze.

[168] _Pag._ 128. Il testo greco dice realmente tre anni (τριὰ ἔτη),

ma pare vi sia qui errore; poichè il disastro di Sicilia successe nel

settembre del 412 av. C., e Atene si sottomise a Lisandro nell’aprile

404 av. C.; il che fa un intervallo di dieci anni.

[169] _Pag._ 128. Tucidide dice qui _da semplice privato_, perchè

gli Argivii erano allora alleati degli Ateniesi e non potevano

conseguentemente inviare pubblicamente legati in Persia. La narrazione

contenuta in questo paragrafo vedila anche in Erodoto, lib. VII, § 137.

[170] _Pag._ 131. Come fossero stati spesi questi duemila talenti, che

ragguagliano dieci milioni e ottocentomila lire italiane, lo mostra

Tucidide stesso più avanti al lib. III, § 17.

[171] _Pag._ 131. Questa capitolazione è conforme a quanto si praticava

costantemente in Grecia: ciò che in questa è singolare è la concessione

fatta del denaro pel viaggio.

[172] _Pag._ 131. Secondo Diodoro vi inviarono mille coloni, i quali si

divisero a sorte la città e il suo territorio.

Nota che più sotto a linea 15 di questa pagina vi è un _Potidea_ in

luogo di _Platea_; errore di stampa occorso anche nella edizione

originale del Boni.

[173] _Pag._ 136. Arturo (_Coda dell’Orsa_, da ἄρτος _Orsa_, e ουρα

_coda_). Stella fissa di prima grandezza situata nella costellazione

di Boote, verso la quale sembra che si diriga la coda dell’_Orsa

maggiore_. Gli antichi costumavano designare le diverse epoche

dell’anno mediante il levare ed il tramontare di certe stelle

più notevoli, cioè a dire mediante l’epoca in cui compaiono sul

nostro orizzonte, e in cui si rendono invisibili. Citansi quindi

frequentemente il levare ed il tramontare delle Plejadi, d’Orione, di

Arturo. Il levare di Arturo corrisponde presso a poco all’equinozio di

autunno, verso il 20 settembre.

[174] _Pag._ 136. Giacchè presso i Greci erano le donne di casa che

faceano e cuocevano il pane. Questa consuetudine la si riscontra nella

bibbia e in tutti i tempi eroici. Presso i Romani, che restarono per

ben quasi 600 anni senza avere publici fornai e panattieri, veggiamo

le più illustri donne applicarsi a fare il pane. La consuetudine passò

dall’Italia nelle Gallie, e dalle Gallie sino alle estreme regioni

settentrionali.

[175] _Pag._ 136. Nella sponda orientale del golfo Termaico (golfo di

Salonicchio).

[176] _Pag._ 138. Boni traduce qui per _ammiraglio_ il Ναυαρχον de’

Greci; e forse non si potea tradur meglio. Gli ammiragli dei Greci

aveano sotto di sè i _trierarchi_, i quali corrisponderebbero ai

nostri capitani di nave. Questi ultimi ascendevano ad un gran numero;

i _navarchi_ invece non erano più di dieci, e talvolta riducevansi ad

uno solo. Il _navarco_ presso i Romani chiamavasi _magister navis_.

Vegezio descrive nel seguente passo le sue funzioni. — _Singulæ liburnæ

singulos navarchos, id est quasi navicularios habebant qui exceptis

cæteris nautarum officiis, gubernatoribus, atque remigibus et militibus

exercendis, quotidianam curam et jugem exhibebant industriam_ (Lib.

V, c. 2.). Egli dava anche l’ordine del combattimento e ne regolava

ogni cosa. Le funzioni del _navarco_ pare avessero a Sparta una grande

importanza, poichè Aristotele, parlando di esso, ne dice: — A lato dei

re, che sono capi a vita, la navarchia sostituisce una specie d’altro

poter regio — (_Polit._, lib. I, c. 7.). Da un passo di Demostene

(contro Eschine) si rileva anche che al trierarco fosse affidata

la cura della flotta e l’autorità di costringere i cittadini, in

proporzione dei loro beni, ad allestire vascelli in tempo di guerra.

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 33 / 35 段