storici della Grecia: nacque a Mitilene nell’isola di Lesbo, verso il
496 av. C. (A. GELLIO, XV, 23). Secondo Luciano (_Macrob._, c. 22)
visse sino all’età di 85 anni. Suida lo fa vissuto insieme ad Erodoto
alla corte di Aminta re di Macedonia; ma questa asserzione è erronea,
poichè nella Macedonia ai tempi di Ellanico e di Erodoto non fu alcun
re del nome di Aminta. Ellanico scrisse più opere frequentemente
citate dagli antichi scrittori. Fra le più importanti si annoverano
una _Storia d’Argo_ disposta per ordine cronologico secondo le
successive sacerdotesse del tempio di Ena di questa città; la _Storia
dell’Attica_, di cui fa qui menzione Tucidide, la _Storia di Cipro,
dell’Eolia e di Lesbo_; un ragguaglio della Fenicia, della Persia,
della Siria e di altre nazioni orientali; e alcuni scritti geografici.
I frammenti che ci rimangono dei suoi scritti, furono pubblicati da
Sturz a Lipsia nel 1788, e quivi stesso ristampati nel 1826; comparvero
pure nel _Musæum criticum_ di Cambridge nel 1826 (vol. II, pag.
90-107). La miglior edizione di Ellanico è però quella data da Creuzer
nella sua celebre raccolta _Historicarum græc. antiquis fragmenta_,
ecc. (Eidelberga 1806, 8).
[67] _Pag._ 55. Eiona nella Tracia, alla foce dello Strimone, sulle
frontiere della Macedonia (POMPONIO MELA, lib. II, c. 2). Ella portò
successivamente i nomi di Acra, Anfipoli, Mirica, di _Città di Marte,
Nove-strade_; e porta oggi quello di Crisopoli o Cristopoli. Di questa
città vedi quanto ne dice più avanti Tucidide stesso al lib. IV, §§ 50,
102, 104, 106, 107.
[68] _Pag._ 55. I Dolopi erano popoli della Tessaglia alle falde del
monte Pindo, che Bolco mandò all’assedio di Troia sotto il comando
di Fenice: questi popoli erano dati alla pirateria; spogliavano e
trucidavano tutti gli stranieri che capitavano sulle loro coste (_Æn._,
lib. II. STRAB., lib. IX).
[69] _Pag._ 55. I Caristii erano il solo popolo dell’Eubea che non
fosse stato sottomesso dagli Ateniesi. Cariste, loro città principale
posta alla estremità della punta meridionale dell’Eubea, venne in fama
pel suo marmo chiamato caristio. Avea un tempio dedicato ad Apollo che
ebbe il soprannome di Apollo _marmoreo_. Questa città sussiste tuttavia
sotto il nome di Caristo; detta _Château roux_ dai Francesi.
[70] _Pag._ 55. Questi Nassii non vanno confusi cogli abitanti di
Nasso, di cui lo stesso Tucidide parla in progresso. I Nassii di cui
è qui parola, sono gli abitanti di Nasso isola del mare Egeo, di cui
dicemmo già alla nota (2). Nasso è pure città di Creta rinomata per
le sue pietre da affilar ferri; città di Acarnania conquistata dagli
Etoli sugli Acarnani, ed è città di Sicilia prossima ad un’altra Nasso,
chiamata, per differenziarla, anche Taurontinium (Taormina), ed è di
questa che parla appunto Tucidide più avanti (al lib. IV, § 25; lib.
VI, §§ 3, 98) fondata dai Calcidesi d’Eubea.
[71] _Pag._ 56. Guidati, secondo Erodoto (lib. IX, 75), da Leagro e da
Sofane. Diodoro però (XII, 68) e con lui Pausania, dicono essere stati
disfatti dai soli Edoni.
[72] _Pag._ 56. Il terremoto di cui qui parla Tucidide avvenne il 446
av. C. Secondo Diodoro, (XII, 53) fece perire ventimila Lacedemoni,
e atterrò, secondo narra Plutarco (nella vita di Cimone), tutta la
città tranne sole cinque case. Gli Iloti a cui qui allude Tucidide,
erano popoli della Laconia abitatori della città di Elo, e ridotti dai
Lacedemoni nella più abbietta schiavitù. Iloti vennero anche chiamati i
Messenii poscia che furono dai Lacedemoni soggiogati.
[73] _Pag._ 57. Anche Diodoro (XI, 64) narra che i Lacedemoni temevano
di vederli passare alla parte dei Messenii.
[74] _Pag._ 58. Naupatto è la moderna Lepanto, città d’Etolia che
deve il suo nome all’essere stato il luogo in cui gli Eracliti
costrussero la prima nave. Sorge all’imboccatura del fiume Eveno. Dopo
d’avere appartenuta ai Locriozoli cadde in potere degli Ateniesi, i
quali la cedettero, come narra Tucidide, ai Messenii. I Lacedemoni
essendosene poscia impadroniti, dopo cioè la battaglia di Egospotamos,
la restituirono ai Locri. Fu anche presa da Filippo il Macedone, il
quale donolla agli Etoli, che ne fecero la loro città principale (Vedi
STRABONE, lib. IV. PAUSANIA, lib. IV, 25.)
[75] _Pag._ 58. Era questo il porto, secondo che ne dice Strabone (lib.
VII), in cui i Megaresi aveano i loro arsenali ed i loro cantieri,
sorgeva sul golfo Saronico ad otto stadii da Megara.
[76] _Pag._ 58. Marea era un borgo a breve distanza da Alessandria,
sul ramo Canopico: diede il nome al lago o palude Mareotide. Faro poi,
qui menzionata da Tucidide, era una piccola isola alla foce del ramo
Canopico, che più tardi venne riunita al continente mercè d’un rialto.
Fu in questa isola che venne costruita sotto Tolomeo Sotero e Tolomeo
Filadelfo la celebre torre di marmo bianco, su cui s’accendevano dei
fuochi per guida dei naviganti in tempo di notte. Di qui venne il
nome di Faro a tutte le torri destinate allo stesso scopo. Il nome di
quest’isola servì pure ai poeti per designare tanto l’Egitto, quanto
le cose ad esso appartenenti. Così troviamo in Ovidio _pharia juvenca_
per giovenca egizia; _pharius piscis_ per pesce egizio o coccodrillo;
Lucano chiama i re d’Egitto _pharii reges_; e l’egizia nazione _pharia
gens_; Stazio chiama _pharia puppis_ una nave d’Egitto.
[77] _Pag._ 58. È questi l’Artaserse Longimano che regnò dal 467 al 425
av. C. La spedizione ateniese di cui qui parla Tucidide, avvenne verso
il 460 av. C.
[78] _Pag._ 58. Piccola città dell’Argolide, poco lungi da Trezene (V.
Tucidide, lib. II, § 56; IV, § 45); oggidì è detta Haack.
[79] _Pag._ 58. È un’isola al nord-ovest d’Egina nel golfo Saronico.
[80] _Pag._ 59. È un promontorio della Megaride di malagevolissimo
passo. Vedi Tucidide più avanti, lib. I, §§ 107 e 108, lib. IV, § 70.
[81] _Pag._ 60. L’aristocrazia vedea a malincore il progressivo
incremento della marina che spostava continuamente le fortune a tutto
beneficio della democrazia. Furono gli aristocratici che chiamarono i
Lacedemoni.
[82] _Pag._ 60. È il patto di cui già parlò Tucidide al § 102 di questo
libro I.
[83] _Pag._ 60. A poca distanza da Tanagra, sull’Asopo.
[84] _Pag._ 60. Questo arsenale era Gizio, al nord del Peloponneso, sul
golfo della Laconia.
[85] _Pag._ 61. Qui Boni cade in errore nella sua traduzione. Questo
secondo inviato, non fu più un altro _Megabazzo_, ma sibbene Megabizo,
figlio di Zopiro, quegli di cui Erodoto (lib. III, 160) racconta la
volontaria mutilazione; tutti i testi di Tucidide dicono Μεγαβυζον e il
vocabolo _altro_ fu aggiunto dal Boni.
[86] _Pag._ 61. Isola posta in uno dei rami del Nilo: in seguito venne
chiamata isola di Nicia, secondo che ne dice lo Scoliaste di Tucidide.
[87] _Pag._ 61. Queste paludi formavano una parte del Delta, e
propriamente quella compresa fra il ramo Bolbitico ed il Sebennitico.
[88] _Pag._ 61. Ciò avvenne il 457 av. C. Diodoro narra questo fatto
assai diversamente. Gli Ateniesi, secondo lui, abbandonati dagli Egizii
loro alleati, non ismarrirono il coraggio; abbruciarono le loro navi,
e giurarono di difendersi l’uno l’altro sino all’ultimo sangue; per
il che i Persi, veduta l’impossibilità di vincerli senza troppo gravi
sacrifizii, vennero seco loro a patti, in forza dei quali abbandonarono
liberamente l’Egitto, e si portarono a Cirene, di dove rinavigarono ad
Atene (lib. XI, 77).
[89] _Pag._ 62. Diodoro dopo aveva narrato ciò, soggiunge, che la
ragion che avea particolarmente mossi a ciò gli Ateniesi; era una
vendetta ch’essi agognavano di fare del tradimento dei Tessali a
Tanagra.
[90] _Pag._ 62. Vedi in Plutarco, nella vita di Pericle, maggiori
particolari di questo fatto: fu a Nemea, città molto addentro in quelle
terre, che Pericle attaccò i Sicionesi, li sconfisse, ed elevonne
trofeo.
[91] _Pag._ 62. Diodoro narra molto diversamente: secondo lui gli
Ateniesi si sarebbero impadroniti di Cipro, ed avrebbero fatto ritorno,
dopo la morte di Cimone, vincitori.
[92] _Pag._ 63. Qui il Boni cade in errore; Tucidide dice: _condotti da
Plistoanace figlio di Pausania_.
[93] _Pag._ 63. Tucidide dice: _pianura triasia_, e Boni stesso così
traduce più innanzi a pag. 99, al § 19, lib. II. Vuolsi che questa
pianura fosse fra Eleusi, Eleutera e Acarne.
[94] _Pag._ 63. Plutarco, nella vita di Pericle, scrive che Pericle
corrompesse Plistoanace e Cleandrida suo consigliere, comperando la
ritirata dei Peloponnesi.
[95] _Pag._ 64. Vuolsi da molti scrittori dell’antichità, che fra
questi nove capitani vi fosse Sofocle il tragico. Nel 440 av. C.
avea egli publicata la trentesimaseconda sua tragedia, l’_Antigone_,
che ebbe il premio. Gli Ateniesi, che in questo componimento aveano
scôrta la sapienza di uomo di stato e di capitano, lo nominarono tra
i comandanti preposti a questa guerra contro gli aristocrati di Samo.
Non trovasi alcuna menzione di ciò ch’egli facesse come soldato; solo
dicesi che egli si giovasse di tal congiuntura per arricchirsi. Per
maggiori particolari vedi lo SCHULTZ, _De vita Sophoclis poetae_,
(_Bona_ 1836), e A. SHÖLL, _Sophocles, sein Virken und Leben_, ecc.
(Francoforte 1837).
[96] _Pag._ 64. È una piccola isola, prossima a Samo.
[97] _Pag._ 64. In questa battaglia i Samii erano capitanati dal
filosofo Melisso, secondo che narra Plutarco nella vita di Pericle.
[98] _Pag._ 64. Questo Tucidide non va confuso col nostro storico: era
cognato di Cimone, uomo di somma saggezza; fu il rivale che opposero a
Pericle i nemici di costui. Non avea egli i grandi talenti militari di
Pericle, ma possedeva quanto questi l’arte di dominare lo spirito del
popolo. Sistematicamente in opposizione a Pericle, riuscì per qualche
tempo a frenare il predominio di lui; ma dovette poi egli stesso
soggiacere alla prepotenza del genio di Pericle, e subire l’ostracismo.
Vedi Plutarco nella vita di Pericle; Marcellino nella _vita di
Tucidide_. Vi fu un terzo Tucidide di Farsaglia, di cui è discorso al
lib. VIII, § 92.
[99] _Pag._ 65. Secondo Diodoro le spese di guerra ammontarono a
dugento talenti (lib. III, p. 28).
[100] _Pag._ 65. Il testo dice κατὰ κράτος πολεμοῦσι νίκην ἔσεσθαι,
cioè _che combattendo con tutte le forze ne avrebbero avuto vittoria_:
il qual _ne_ è riferibile ad amendue i popoli; colla traduzione del
Boni, l’amfibologia dell’oracolo scomparirebbe.
[101] _Pag._ 65. Lo Scoliaste fa notare essere evidente qui l’allusione
alla peste che infierì poscia in Atene, essendo Apollo il dio che
mandava le pestilenze. Di questa peste Tucidide porge una stupenda
descrizione più avanti al lib. II, § 47 al 54.
[102] _Pag._ 67. Qualche commentatore scorgeva qui un saccheggio dei
templi; ma evidentemente sbagliando; qui i Corinti non facevano più che
proporre di ricorrere, come era consuetudine nelle supreme necessità,
ai tesori di Delfo e di Olimpia.
[103] _Pag._ 70. Secondo lo Scoliaste di Tucidide si celebravano feste
olimpiche tanto in Macedonia, come in Atene.
[104] _Pag._ 70. Queste Diasìe erano feste dedicate a Giove collo
scopo di pregare questo dio perchè allontanasse i mali di cui si era
minacciati. Celebravansi fuori della città di Atene verso la fine
del mese _antesterione_ (il nostro dicembre); mese particolarmente
consacrato alla memoria dei morti, in onore dei quali celebravansi
molte pratiche lugubri e superstiziose. Il popolo, che in gran
moltitudine vi accorreva, affettava una profonda tristezza. Questa
festa era accompagnata da una fiera assai rinomata, e finiva con
banchetti e bagordi d’ogni natura. E Giove, a cui erano le Diasìe
consacrate, avea il soprannome di _melichio_, cioè _propizio_, datogli
dagli Elei dopo una guerra civile. Era festeggiato sotto questo nome
anche in altre parti di Grecia; in Atene era adorato sotto la figura di
una piramide.
[105] _Pag._ 71. È questa la sedizione di Isagora sôrta in occasione
della cacciata di Clistene, capo del partito democratico, autore della
legge dell’ostracismo che egli applicò primamente contro di Ippia.
[106] _Pag._ 72. A Minerva si dava il soprannome di _Calcieca_ (da
καλκος: rame), come quella che avea insegnato il lavoro del rame.
Sotto questo nome gli veniva celebrata una festa detta _Calcea_ dagli
Ateniesi il 13 del mese _Pianepsione_ (sta fra l’ottobre e il novembre
nostro), intervenendovi particolarmente i ramai: in progresso fu
celebrata in onore di Vulcano dio dei fabbri.
[107] _Pag._ 72. Erodoto riferisce, però senza asseverarlo, che egli
sposasse la figlia di Megabate della stirpe degli Achemenidi, cugino di
Dario figliuolo d’Istaspe (lib. V, § 32).
[108] _Pag._ 73. Qui la traduzione del Boni _resterà eternamente
scritta in seno di mia famiglia_ non è esatta. Notisi innanzi tutto
essere stata costumanza dei re di Persia far registrare negli annali
domestici il nome di coloro che prestavano al trono qualche servigio.
Qui Tucidide allude evidentemente a quella costumanza; e vuol quindi
essere tradotto il _tuo beneficio rimarrà eternamente nella mia casa
ricordato_.
[109] _Pag._ 73. Scitala era chiamato un pezzo di legno intorno al
quale si avvolgeva una pergamena scritta. Volendo i Lacedemoni impedire
che si scoprissero gli ordini ch’essi inviavano per iscritto ai
loro capitani, immaginarono di formare due rotoli di legno d’uguale
lunghezza e grossezza, lavorati sul torno onde ridurli a perfetta
rotondità; di questi uno era conservato presso gli efori, l’altro
era dato al capitano in guerra. Ogni qualvolta gli efori volevano
inviare ordini secreti al loro generale e che non potessero essere
conosciuti dal nemico nel caso fossero intercettati, prendevano una
lista di pergamena strettissima e lunga quanto era necessario, e
l’attorcigliavano esattamente intorno alla scitala. Vi scrivevano
quindi fra un orlo e l’altro della pergamena i loro ordini, i quali
quando la pergamena fosse stata svolta dalla scitala si rendevano
inintelligibili, perchè del tutto interrotta la scrittura. Non v’era
che il solo possessore dell’altra scitala che fosse in grado di
discifrarli, riavvolgendo nella prima disposizione sulla scitala la
lista scritta.
[110] _Pag._ 74. Circa il potere degli efori veggasi quanto fu già
detto nella nota (55).
[111] _Pag._ 74. Secondo lo Scoliaste di Tucidide, questo tripode fu in
progresso collocato dai Romani sopra l’ippodromo di Bisanzio.
[112] _Pag._ 75. Nel tempio di Nettuno, considerato come un asilo
inviolabile.
[113] _Pag._ 76. Plutarco e Diodoro consentono pure nel dire che
Temistocle conosceva il tradimento di Pausania; ma soggiungono che
Temistocle erasi rifiutato di associarvisi. Diodoro opina poi che lo
scopo dei Lacedemoni, accusando Temistocle, era di far pesare anche su
gli Ateniesi l’onta di questo tradimento.
[114] _Pag._ 76. Secondo lo Scoliaste Temistocle avea impedito che
venissero punite le città che non aveano preso parte alla lotta contro
i Persi; fra queste eravi Corfù.
[115] _Pag._ 77. Diodoro narra che passasse direttamente in Argo presso
Admeto, e di là nell’Asia.
[116] _Pag._ 77. E, secondo Diodoro (XII, 56), malgrado anche le loro
minaccie.
[117] _Pag._ 77. Sul golfo Termaico, giacchè gli Stati di Admeto
giacevano sul golfo Pagasetico.
[118] _Pag._ 77. Alessandro Filelleno.
[119] _Pag._ 78. Temistocle che volle e seppe sempre unire l’arte col
valore, dopo di avere con falsi consigli e con segreti raggiri tratti i
Persi nell’agguato da lui teso a Salamina, avea fatto uso degli stessi
mezzi dopo la battaglia per liberare intieramente la Grecia e della
presenza di Serse e della maggior parte dell’innumerevole suo esercito,
facendogli giungere, per segreti avvisi, la notizia che i Greci
aveano risoluto di rompere il famoso ponte di barche, stato costrutto
sull’Ellesponto; a tale annunzio Serse, côlto da subito spavento, di
nottetempo prese la fuga seguendolo il suo esercito a grandi giornate.
[120] _Pag._ 78. Plutarco e Diodoro (l. c.) porgono una lunga
narrazione degli onori concessi a Temistocle nella corte persiana.
[121] _Pag._ 79. Di questo uso dei Persiani nell’assegnare a diverse
città come tributo le somministranze cibarie, ne parlano tutti gli
storici antichi. Erodoto narrando delle spese domestiche del preside di
Babilonia ci narra: — Di cani indiani poi tale moltitudine si nutria,
che quattro gran borghi nella pianura essendo immuni degli altri
tributi, erano destinati di somministrare a’ cani le vivande — (lib. I,
§ 192).
[122] _Pag._ 79. Miunte era città della Caria.
[123] _Pag._ 79. Le legge portava: — Chi sia convinto d’aver tradito lo
Stato o rapite cose sacre, non abbia sepoltura nell’Attica, e vengano i
suoi beni confiscati. — Vedi SAM. PETITUS, _De legibus atticis_, 1635.
[124] _Pag._ 79. Questo territorio, posto sui confini dell’Attica
e della Megaride, era chiamato _Orgas_, e consacrato a Cerere e
Proserpina.
[125] _Pag._ 79. Allusione alle serve d’Aspasia di cui parla Aristofane
negli _Acarnani_ (Vedi pag. 18 della bella traduzione del Capellina,
tom. I, Torino 1852).
[126] _Pag._ 81. lin. 12. Ah! serbiamo i nostri pianti, ecc. Questo
periodo vorrebbe essere tradotto — Non le ville adunque deplorate e le
campagne, ma la perdita delle persone; con queste quelle si acquistano
non con quelle si acquistano gli uomini. — Questa variante la dobbiamo
all’Illustre abate Peyron.
[127] _Pag._ 87. Chi fossero questi alleati vedi la nota più avanti al
§ 9, pag. 92.
[128] _Pag._ 87. L’Eubea fu presa da Pericle. Vedi retro al lib. I, §
114. Il tempio di Giunone, di cui Criside era sacerdotessa, non era
in Argo, ma secondo Pausania (lib. II, c. 17), sulla via che da Argo
mette a Corinto, lungi circa 40 stadii dalla città. — La sacerdotessa
Criside essendosi addormentata, lasciò prender fuoco agli ornamenti
sacri da una lampada che essa avea imprudentemente dimenticata ad essi
troppo vicina; il fuoco s’apprese al tempio, rimanendone vittima essa
stessa. Altri pretendono che ella fuggisse ricovrandosi presso l’altare
di Minerva Alea in Tegea, di dove non si potè trarla per rispetto che
aveano gli Argivi a quell’asilo. Essi conservarono anzi la sua statua,
che al tempo di Pausania vedevasi ancora all’ingresso del tempio.
Questo incendio dicesi essere succeduto al nono anno della guerra del
Peloponneso. Gli Argivi avendo scelta un’altra sacerdotessa, Feinide,
la nomina a questa dignità servì poscia ad essi per regolare le loro
date e la loro cronologia.
[129] _Pag._ 87. Gli Arconti assumevano la loro magistratura nel
mese ecatoarbeone (settembre). Il tentativo quindi su Platea sarebbe
avvenuto al primo anno della LXXXVII Olimpiade.
[130] _Pag._ 87. I Beotarchi erano nella Beozia ciò stesso che erano
gli Arconti in Atene: eletti in numero di dodici, rappresentavano ciò
che si direbbe da noi il potere esecutivo, sotto il sindacato di un
Senato.
[131] _Pag._ 88. Questa nota per errore tipografico porta il numero
(121). La frase del Boni _stranezza veruna_, va intesa per _nessuna
novità_, od anche _ostilità_.
[132] _Pag._ 89. Cioè sul declinare della luna.
[133] _Pag._ 91. Cioè non prendessero alcuna deliberazione circa quei
Tebani, ecc.
[134] _Pag._ 91. Qui Boni si discosta dal testo; il vero significato
del quale è — _I Lacedemoni oltre le navi che fornivano l’Italia e la
Sicilia, ordinarono alle città che seguitavano la parte loro_, ecc.
[135] _Pag._ 93. Cioè due terzi del contingente di ciascuna città.
[136] _Pag._ 94. Meglio che non _più generosi_, qui starebbe la frase
_più valorosi_.
[137] _Pag._ 95. Tenere in pugno, cioè contenere gli alleati.
[138] _Pag._ 95. Ciò facea più di tre milioni di lire italiane, giacchè
il talento attico ne equivaleva 5,560. Il tributo degli alleati fu in
seguito portato alla somma 1,200 talenti. Le sorgenti principali delle
rendite ateniesi, erano l’affitto delle terre pubbliche, le miniere
d’oro e d’argento, l’imposta sugli stranieri domiciliati in Atene.
[139] _Pag._ 95. Antiporti, cioè Propilei (προπύλαια), erano superbi
vestiboli o portici, che mettevano alla cittadella di Atene, di cui
formavano una delle maggiori bellezze. Pausania li descrive coperti di
un bel marmo bianco, il quale per la mole dei pezzi ed il lavoro degli
ornamenti, sopravanzava tutto ciò che di più magnifico erasi altrove
veduto. Pericle gli avea fatti edificare da Mneside, uno dei più
celebri architetti del suo secolo, e furono terminati in cinque anni:
costarono 2,012 talenti attici.
[140] _Pag._ 96. Fra queste spoglie eravi il trono, sul quale Serse
contemplò la battaglia di Salamina, e la scimitarra di Mardonio.
[141] _Pag._ 96. Questo valore ragguagliava quattrocento talenti in
moneta d’argento, giacchè allora l’oro era in proporzione decupla
dell’argento. Gli ornamenti d’oro poteano essere levati, perchè Fidia
incaricato di questo lavoro, ed al quale era stato pesato l’oro
destinato per questi ornamenti, avea preso questa precauzione onde
avere un mezzo pronto di giustificarsi ogni qualvolta fosse stato
imputato d’avere sottratto una qualche porzione di quel metallo.
[142] _Pag._ 97. La voce greca che il Boni traduce qui per _tribunali_,
è πρυτανεῖα: e noi la tradurremmo _pritaneo_, giacchè questo magistrato
non era solo un tribunale, ma sì anche ciò che dicesi fra noi
municipio, e sede della amministrazione locale. Secondo lo Scoliaste di
Tucidide era anche il luogo in cui si conservava il fuoco sacro.
[143] _Pag._ 97. Cioè di Minerva. Queste feste celebravansi in
commemorazione di questa unione, come lo dinota il loro nome, ed
erano dedicate a Minerva per esprimere la sapienza dell’atto politico
di Teseo. Queste feste cadevano nel giorno 16 del mese ecatombeone
(luglio). Plutarco nella vita di Teseo chiama queste feste col nome non
di ξυνοικια dinotante la coabitazione, ma di μετοικια, significando il
trasferimento della popolazione in Atene.
[144] _Pag._ 97. Limne di Bacco era il quartiere di una tribù
dell’Attica in poca distanza da Atene, ove sorgeva il tempio di Bacco
accennato da Tucidide. In questo tempio leggevasi un decreto degli
Ateniesi, il quale obbligava il loro re, ammogliandosi, di prendere una
donna che fosse del paese, e, vergine.
[145] _Pag._ 98. Era da questo luogo che i Pelasgi aveano assalita
Atene; dopo la loro cacciata, era stato assolutamente vietato
l’abitarlo.
[146] _Pag._ 99. Piccola fortezza sulla strada che da Eleusi metteva a
Tebe: secondo Stanhope e Bloomfield è la _Gifto Castro_ d’oggidì.
[147] _Pag._ 99. Verso la metà di giugno. L’eclisse di sole di cui
Tucidide parla più avanti a pag. 104, § 28, avvenne il 3 agosto, dopo
la partenza dei Lacedemoni, i quali non ponno esservi rimasti più oltre
di un mese.
[148] _Pag._ 102. Questo passo — ciascuno dei quali comandava la sua
parte — non è esatta traduzione; noi avremmo detto _anche di diversa
fazione_, o _partito_ (απο τῆς στασεως εκατερος). Larissa era allora
divisa in due fazioni, democratica l’una, e a questa apparteneva
Polimede, l’altra oligarchica, ed a questa apparteneva Aristenoo.
Così lo Scoliaste di Tucidide. Ben qui fa meraviglia che la parte di
Aristenoo non siasi dichiarata pei Lacedemoni, i quali furono sempre
fautori e protettori dell’aristocrazia e dell’oligarchia.
[149] _Pag._ 102. Parnete, oggidì Nozia, è la montagna più elevata
dell’Attica; estendesi dalle falde del Pentelico alle pianure di Tria.
Pausania dice che su di essa si cacciava il cinghiale e l’orso (lib.
II, 32). Britesso è il _Turko Boni_ di oggidì.
[150] _Pag._ 102. Gli Oropii abitavano il territorio detto pur oggidì
Oropo, sui confini della Beozia poco lungi dal mare. La campagna
Piraica era interposta fra Oropo e Tanagra.
[151] _Pag._ 102. Questo periodo sarebbe più conforme al testo,
tradotto così — Dopo la loro ritirata gli Ateniesi stabilirono le
guardie, che per terra e per mare far si dovrebbero durante la guerra.
— Ἀναχωρὴσαντων δεαυτῶν οἱ Ἀθηναιόι φυλακὰς κατεστήσαντο κατὰ γῆν καί
κατὰ θάλασσαν ἴσπερ δή ὤμελλον διὰ παντὸς τοῦ πολέμον φυλὰξειν.
[152] _Pag._ 103. Qui pure la traduzione non è esatta; noi tradurremmo
— mandarono trenta navi verso la Locride che guardassero anche l’Eubea.
— Gli Ateniesi non potevano certamente mandar soccorsi ai Locri, i
quali, come vedemmo al § 9, erano alleati dei Lacedemoni.
[153] _Pag._ 104. Più innanzi Tucidide (lib. II, § 97, pag. 151) dice
che questo impero degli Odrisii era il più potente che fosse in Europa
dal Ponte Eussino al Mar Jonio. Vedi in Tacito maggiori particolari di
questo popolo.
[154] _Pag._ 104. Iti era figliuolo di Tereo e di Procne; avendo suo
padre fatto violenza a Filomela sorella di Procne, queste due sorelle
risolvettero di vendicarsi di lui, uccidendo il figliuolo Iti ed
imbandendoglielo cotto sulla mensa; Tereo per siffatta atrocità, già
stava per punirle, ma gli Dei, narra la favola, cambiarono l’una in
rondine, l’altra in usignuolo, detto eziandio Filomela, cioè amante
dell’armonia; Iti fu convertito in fagiano.
[155] _Pag._ 105. Pouqueville crede avere scoperte le ruine di Solio a
breve distanza di Slavena.
[156] _Pag._ 105. Presso la foce dell’Acheloo, oggi _Dragomestri_.
[157] _Pag._ 105. La pestilenza di cui porge la celebre descrizione più
avanti, § 47.