pure che i Beozi dopo avere preso possesso del territorio cui essi
diedero il proprio nome, ne furono cacciati dai Traci e dai Pelasgi,
ritraendosi ad Arne nella Tessaglia, d’onde ripartirono più tardi per
rioccupare la Beozia. Questa regione avea a settentrione la Focide,
al mezzodì l’Attica, al ponente il mare e il golfo di Corinto, ed al
levante l’isola di Eubea. Secondo Pausania ebbe il nome di Beozia da
Beoto figlio di Itono e della ninfa Menalippe; secondo Diodoro, di
Nettuno e di Arne, la quale diede il proprio nome alla città capitale
del regno. Questa regione ebbe il nome di Aonia dagli Aoni di cui parla
Strabone; quella di Ogigia da Ogige, che secondo Varrone fondò la
città di Tebe; quella di Cadmeide da Cadmo fondatore di Cadmea, città
che in progresso fu congiunta a Tebe. Ovidio pretende che il nome di
Beozia derivasse da bove, perchè Cadmo fu condotto in questa terra da
un bue. Sono celebri in questo paese le montagne di Idmeto, Citerone
ed Elicona; le fontane di Aretusa, di Dirce, di Aganippe; ed i fiumi
Asopo, Cefiso ed Ismeneo. I Beozi aveano riputazione di uomini rozzi e
di grosso ingegno; ciò nondimeno il loro paese diede Esiodo, Pindaro,
Plutarco, Epaminonda e Pelopida.
[13] _Pag._ 9. Vedi ciò che dice Tucidide di questa isola al lib.
III, § 104. Renea ed anche Renia e Renaca era il cimitero dell’isola
di Delo, perchè non era permesso il tumulare i morti in un’isola
sacra. Secondo Giustino (lib. XLIII, c. 5) la guerra di cui parla qui
sotto Tucidide, sorta fra i Focesi ed i Cartaginesi, ebbe occasione
da questioni per alcune barche pescareccie. Forse invece di _mentre
fondavano Marsilia_, sarebbesi meglio detto _fondatori di Marsilia_,
giacchè Marsilia venne fondata dai Focesi, secondo notano i cronologi,
il primo anno della XLV olimpiade, e la battaglia navale di cui parla
Tucidide non avvenne che circa cinquant’anni dopo.
[14] _Pag._ 10. Gelone offeriva ai Greci dugento triremi contro Serse,
a condizione gli venisse affidato il comando supremo della spedizione.
Od. Muller contro l’asserzione di Tucidide raccolse numerose
testimonianze di storici antichi comprovanti che anche prima della
spedizione di Serse la Grecia avea messe in mare flotte assai numerose.
E particolarmente Egina dovea avere fatto mostra di una grande forza
marittima, da poi che gli storici danno ad essa il titolo di regina dei
mari.
[15] _Pag._ 10. Cioè la venuta di Serse; ecco che dice Erodoto
diversamente da Tucidide circa Temistocle. — Una gran massa di danaro
era stata raccolta de’ tributi della Republica; che però quella del
provento dei metalli che sono in Sannio, poteali dividere a tanto per
testa che ne toccassero dieci dramme a ciascuno della gioventù. Allora
Temistocle dissuase agli Ateniesi questa divisione; ma li persuase a
preparare di cotal danaro un’armata di dugento navi per la guerra di
Egina. Poichè questa guerra, allora svegliata, apportò alla Grecia
salute; forzando gli Ateniesi a divenir buoni marinari (lib. VII, §
144). Plutarco e Cornelio (_Vita di Temistocle_) e Polieno (_Strateg._,
lib. I, c. 30) differiscono nel numero e nella qualità delle navi fatte
costruire da Temistocle, perchè dicono cento triremi.
[16] _Pag._ 11. L’Alis è fiume della Paflagonia nella Cappadocia,
regione dell’Asia minore, sulle sponde del quale Creso ricevette
l’oracolo che lo ingannò (STRABONE lib. IX; TOLOMEO, lib. V, c. 4). Gli
antichi designavano ordinariamente per tal modo l’Asia minore, che essi
chiamavano anche _marittima, Asia al di qua del Tauro_.
[17] _Pag._ 11. La Fenicia era stata sottoposta alla Persia da Cambise.
Erodoto (lib. I, § 41) dice però che le isole Jonie si erano sottomesse
a Ciro volontariamente.
[18] _Pag._ 11. Infatti Ippia, tiranno di Atene, fu cacciato da
Cleomene re di Sparta. Aristotele riferisce pure (_Polit._ lib. V, C.
8) che la maggior parte dei tiranni fu distrutta dai Lacedemoni. In
Sicilia la tirannia cessò in Agrigento verso il 472 av. C. mediante la
cacciata di Trasideo. Trasibulo, ultimo tiranno di Siracusa, fu espulso
nel 465.
[19] _Pag._ 11. I Dorii non furono i fondatori di Lacedemone; essi
l’occuparono cacciandone gli Achei.
[20] _Pag._ 11. Questo giudizio di Tucidide è opposto a quello di
Erodoto, il quale asserisce che nessun popolo avea avute leggi peggiori
di quelle che governavano gli Spartani avanti Licurgo (lib. I, § 65).
Intorno a ciò veggasi HEYNE, _De Spartanorum republica judicium_, nei
_Comment. Soc. Gott._, vol. IX, e _Sparta, ossia saggio dell’istoria
e del governo di questo Stato_, di T. C. F. MANSO. Lipsia 1810. Opera
tedesca e di cui i Tedeschi fanno tuttavia un gran conto.
[21] _Pag._ 12. Leocorio era un tempio d’Atene consacrato alle figlie
di Leo figliuolo di Orfeo, sagrificate dal padre stesso, avendo Delfo
dichiarato la loro morte necessaria per salvare Atene (ELIANO, _Hist.
div._, XII, 28).
_Panatenaica_ ed anche _panatenea_ era detta la grande festa che ogni
anno si celebrava in Atene in onore di Minerva. Institutore di questa
festa, secondo alcuni, fu Erittonio, secondo altri Orfeo; ma pare più
verosimilmente ne sia stato Teseo, all’epoca in cui centralizzò nel
governo di Atene le diverse borgate dell’Attica, come narra Tucidide
stesso più avanti lib. II, § 15; e le _panatenee_ commemoravano
appunto una tale riunione. A queste feste erano ammessi tutti i popoli
dell’Attica, coll’intendimento di assuefarli a riconoscere Atene, in
cui si celebravano, come loro patria comune. Quelle feste nella loro
prima origine erano semplicissime e non duravano più di un giorno: ma
in progresso ne fu accresciuta la pompa e la durata. Furono quindi
instituite le grandi e le piccole _panatenee_; le grandi celebravansi
ogni cinque anni il 23 del mese ecatombeone, che corrisponde al
nostro settembre, ma che era il primo dell’anno ateniese; le piccole
solennizzavansi ogni tre anni o piuttosto, come altri vuole, tutti
gli anni il 20 del mese targellione che era l’undecimo dell’anno
ateniese e corrispondeva il suo principio al nostro fine di aprile.
Ogni città dell’Attica, ogni colonia in quelle occasioni dovea come
tributo offrire un bue a Minerva. La dea avea l’onore dell’ecatombe,
e al popolo ne spettava il profitto, venendo le carni della vittima
distribuite agli spettatori. Durante queste feste vi aveano tre sorta
di combattimenti. Il primo era una corsa a piedi, che poscia divenne
equestre; il secondo una lotta di atleti ignudi; il terzo, stabilito da
Pericle, era una gara di poesia e di musica. In queste gare interveniva
il fiore dell’ingegno greco, e i vincitori aveano in premio una corona
d’alloro ed un barile di olio squisito. La festa avea fine con pubblici
banchetti.
[22] _Pag._ 13. Certamente Tucidide qui fa allusione ad Erodoto, poichè
è Erodoto stesso che riporta la tradizione del doppio suffragio dei re
di Lacedemone (lib. VI, 67), e quello relativo alla compagnia o coorte
_pitanate_. Circa questa coorte veggasi l’Erodoto di Larcher, tom. VI,
p. 117, prima edizione, il MEURSIO, _Att._, I, 16, e POPPO, VIII, p.
177.
[23] _Pag._ 14. Le due battaglie di mare furono quelle di Artemisio e
di Salamina, quelle di terra delle Termopili e di Platea.
[24] _Pag._ 14. Ciò fu il 445 A. C. La tregua fu mantenuta per
quattordici anni.
[25] _Pag._ 15. Epidauro più tardi fu chiamato Dyrrachium; è il Durazzo
d’oggidì sull’Adriatico.
[26] _Pag._ 15. Ecco a che allude Tucidide colla frase _giusta l’antica
usanza_. Allorquando una colonia intendeva fondare essa stessa una
nuova città dovea chiedere un capo alla sua metropoli: Corfù, colonia
di Corinto, fondando Epidamno non avea mancato di conformarsi a questa
usanza. I coloni ricevevano dai loro concittadini armi e viveri;
si dava loro una specie di atto pubblico chiamato ἀποίκια, con cui
venivano mantenuti ed assicurati i loro diritti e i loro rapporti
verso gli alleati della metropoli; portavano seco, partendo, il fuoco
sacro, preso al tempio della madre patria, e al quale doveano ricorrere
quando si fosse estinto per riaccenderlo. Veggasi su di ciò le _Nozioni
istoriche e geografiche sulle colonie greche_ del tedesco D. A.
HEGEWISCH (Altona 1808); il SAINTE-CROIX, _De l’état et de la sort des
colonies des anciens peuples_ (Paris 1806), e RAOUL-ROCHETTE, _Histoire
critique de l’établissement des colonies grecques_ (Paris 1815).
[27] _Pag._ 17. Vi avevano parecchie specie di dramma, quella di
Atene che valeva sei oboli (circa 90 centesimi); quella di Egina che
valeva dieci oboli attici, e quella di Corinto che pare avesse lo
stesso valore. Cinquanta dramme corrispondevano quindi a circa 75 lire
italiane.
[28] _Pag._ 17. Notisi che i Megaresi erano strettamente confederati
co’ Corintii, dappoichè riuscirono coll’aiuto di questi a scuotere il
giogo di Atene.
[29] _Pag._ 17. Vuote, cioè destinate pel trasporto delle truppe.
[30] _Pag._ 18. Questo Azio è l’_Actium_ dei latini, posta in faccia a
Nicopoli, è l’attuale Prevesa vecchia.
[31] _Pag._ 26. I Megaresi mentre erano in guerra coi Corintii, per
una questione di territorio aveano abbandonata la lega dei Lacedemoni
per unirsi agli Ateniesi. Vedi in seguito lib. I, § 103. Più avanti il
Boni traduce _perocchè l’ultimo beneficio_, ec.; noi avremmo tradotto
_perocchè un ultimo beneficio_, ec.: si allude qui al servizio che i
Corintii sollecitavano e che potea far dimenticare l’offesa fatta e che
riferivasi ai Megaresi.
[32] _Pag._ 28. Ecco in che consistevano questi segnali; onde far
conoscere in mezzo alla mischia gli ordini dei capi si innalzava
come si farebbe oggidì colla bandiera, un segno, il quale venendo
abbassato ordinava la cessazione del combattimento. Vedremo più innanzi
in Tucidide come gli antichi sapessero anche per mezzo de’ fuochi
sollevati o abbassati, segnare l’arrivo o la partenza del nemico, ed
anche il numero delle navi.
[33] _Pag._ 29. Usavasi rimorchiare le carene delle navi sommerse
le quali divenivano quindi i trofei della vittoria. I vincitori
raccoglievano tutti gli avanzi che galleggiavano sul mare, e il poter
far ciò era pure un argomento di riportata vittoria, giacchè mostrava
di essere stati padroni del campo di battaglia.
[34] _Pag._ 29. _Peana_ veramente nel senso più comune è inno o cantico
in onore degli Dei e dei grandi uomini. Qui però ed anche altrove (lib.
IV, § 43, lib. VII, § 44), Tucidide lo usa in senso di canto militare
dopo una vittoria. Era questo un inno cantato in onore di Apollo, ed
anche per allontanare qualche sventura. Il nome di _peana_ tragge
la sua origine da una avventura di cui ci conservò memoria Ateneo.
Ci narra egli che essendo Latona partita dall’isola Eubea coi due
figliuoli Apollo e Diana, passò presso l’antro del serpente Pitone;
essendo il mostro uscito per assalirli, Latona prese Diana fra le
sue braccia e gridò ad Apollo _ie paian_, cioè _fermati figlio mio_;
o _lancia i tuoi dardi Apollo_; nel tempo stesso le Ninfe di quelle
contrade, essendo accorse per incoraggiare il giovine dio, seguendo
l’esempio di Latona, gridarono _ie paian, ie paian_, e questo motto
servì poscia di intercalare a tutti gli inni in onore di Apollo. Anche
per Marte furono composti dei _peana_, e si cantavano accompagnati
dal suono del flauto, andando alla battaglia. Diversi esempii abbiamo
di ciò anche in Senofonte. Su di che lo scoliaste di Tucidide osserva
che al principio di un combattimento con siffatti inni invocavasi il
dio Marte, mentre dopo la vittoria Apollo diveniva il solo oggetto del
cantico. Ciò è pure confermato da Suida.
[35] _Pag._ 29. Qui _presero a indietreggiare_ non riproduce abbastanza
fedelmente e chiaramente la frase di Tucidide, il quale dice _presero
a remigare dalla poppa_, cioè a remigare in modo da indietreggiare
insensibilmente senza cessare di mostrar faccia al nemico.
[36] _Pag._ 30. Era il Caduceo una verga attorcigliata ad una estremità
da due serpenti i cui corpi erano piegati in due semicerchi uguali sì
che la testa dell’uno guardava quella dell’altro, e con due piccole ali
in cima. Questa verga era uno dei principali attributi di Mercurio.
L’opinione più sparsa presso gli antichi e la più ricevuta dai moderni
circa la sua origine è questa. Mercurio avendo un giorno trovato due
serpenti che si battevano, avea placato il loro furore percuotendoli
colla verga di cui si serviva per guidare le gregge. Questo avvenimento
fe’ nascere l’idea di porre due serpenti attortigliati sulla verga di
Mercurio, la quale pigliò di poi il nome di Caduceo e fu riguardato
come simbolo di pace. Di qui il nome di _Caduciferi_, dato presso
gli antichi agli araldi o ambasciatori incaricati di negoziare od
annunciare la pace. In questo passo, Tucidide dice _senza caduceo_,
giacchè l’inviare un araldo con Caduceo avrebbe significato che si
fosse in guerra cogli Ateniesi.
[37] _Pag._ 32. Nella Calcide, l’istmo di Pallene era compreso fra il
golfo Termaico (golfo di Solonicco) ed il golfo Canastreo (golfo di
Cassandria). Potidea posta sull’istmo medesimo, potea essere separata
dal continente e dalla penisola di Pallene col mezzo di un doppio muro.
Pallene giaceva al sud di Potidea sul golfo Termaico.
[38] _Pag._ 32. Chiamavansi _Demiurgi_ i magistrati spediti dalla
metropoli come amministratori della colonia. Erano poco dissimili dai
_demarchi_ ateniesi.
[39] _Pag._ 33. Olinto era città libera di Tracia, molto fortemente
situata sull’istmo di Pallene al nord di Potidea. Durante la guerra
del Peloponneso seppe mantenersi indipendente così dagli Ateniesi come
dai Lacedemoni. Estese la sua dominazione sopra la maggior parte della
Calcide, nè fu soggiogata che da Filippo di Macedonia (il 348 av. C.)
[40] _Pag._ 34. Abbandonando Pidna, essi doveano, onde restituirsi per
terra a Potidea, far il giro del golfo Termaico seguendo la côsta e
lasciar Berrea sulla sinistra. Egli è per ciò che Tucidide disse in
seguito κακειθεν επιστρεψαντες: dopo aver troppo inclinato all’ovest.
La costruzione di questa frase imbarazzò molto i traduttori. Bastava,
per togliere ogni difficoltà, por mente che le parole πειρασαντες
πρωτον τοὺ X.... debbono logicamente precedere κακειθεν επιστρεψαντες;
la voce πρωτον l’indica assai chiaramente come nota il Zevort.
[41] _Pag._ 34. Gli Ateniesi seguendo la côsta, doveano lasciar Olinto
alquanto sulla sinistra, mentre si innoltravano nella parte angusta
dell’istmo.
[42] _Pag._ 34. Quella di Filippo e di Pausania.
[43] _Pag._ 35. Settanta stadii ragguagliano circa undici chilometri.
[44] _Pag._ 35. Fu in questa battaglia che Socrate meritò il premio del
valore, che però i capitani conferirono ad Alcibiade che erasi al pari
di lui mostrato valoroso, ma che era per nascita a lui superiore. In
altro fatto d’arme in cui fu l’esercito ateniese sbaragliato, Socrate
ha pure col suo valore salvato la vita a quel suo amico e discepolo.
[45] _Pag._ 35. Assediando questo muro, gli Ateniesi intercettavano
ai Potideati ogni comunicazione coi loro alleati del continente, e
particolarmente di Olinto; la circonvallazione dal lato della penisola
non era del pari importante e necessaria.
[46] _Pag._ 35. Afitide è piccola città all’est di Pallene; avea un
tempio d’Apollo assai celebre pei responsi. Narra Pausania che Lisandro
avendo intrapreso l’assedio d’Afitide, fu costretto di abbandonarla
atterrito da un ordine avuto da Apollo in sogno (lib. III, c. 18).
[47] _Pag._ 36. La campagna bottica di cui è qui parola, non vuol
essere confusa colla Bottia che stava al nord-est del golfo Termaico,
di cui era capitale Pella. I Bottiesi cacciati dai Macedoni, eransi
stabiliti all’ovest del golfo medesimo, verso i confini nordici della
Calcide, e di quivi s’erano disseminati fino alla Tracia; ed è questa
la contrada appunto di cui qui parla Tucidide. Dei Bottiesi Tucidide
parlò già al lib. I, § 58, e ne parla più avanti al lib. II, §§ 79, 89
e 100.
[48] _Pag._ 36. Nessun commentatore ha ancora potuto riconoscere quali
siano gli accordi a cui qui allude Tucidide; la tregua dei trent’anni
a cui taluno vorrebbe trovar riferimento, certo non può riguardarli,
giacchè la sommissione degli Egineti era anteriore. Su di ciò vedi
KRUEGER _Studi. hist._, I pag. 192 e seguenti.
[49] _Pag._ 37. Il decreto che escludeva dai mercati dell’Attica i
Megaresi, era stato promosso da Pericle. Lo Scoliaste di Tucidide
riferisce che Pericle era stato a ciò indotto per sue vendette
personali contro i Megaresi, i quali avevano insultata Aspasia come
prostituta.
[50] _Pag._ 40. Evidentemente Aristotele nella sua _Politica_ allude
a questo passo di Tucidide, come nota Zevort, quando scrive: — Si fa
quistione se sia più utile o di danno agli Stati mutar le loro antiche
leggi. — Non v’ha dubbio essere assurdo il rimanere in perpetuo negli
stessi errori..... ma fa d’uopo aver in ciò somma prudenza.... Ciò
nondimeno il paragone colle arti è fuor di ragione; far progredire le
arti e mutare le leggi sono cose fra loro ben diverse (lib. II, 5).
[51] _Pag._ 40. I Potideati erano d’origine Dorica.
[52] _Pag._ 42. Secondo Erodoto (lib. VIII, 44) gli Ateniesi ne
somministrarono 160: quanto complessivamente tutti gli altri
confederati.
[53] _Pag._ 42. I Lacedemoni gli decretarono una corona di olivo ed il
più bel carro di Sparta. Uno stuolo di giovanette l’accompagnò sino ai
confini del loro territorio.
[54] _Pag._ 44. Qui meglio che non _disonore_ avrebbe dovuto dirsi
_vituperio_.
[55] _Pag._ 44. Tutte le querele d’interesse publico fra gli Ateniesi e
gli alleati loro venivano giudicate in Atene, e davano sempre campo a
recriminazioni molte e violenti perchè non sempre imparziali; la sede
del tribunale non dava guarentigie sufficienti di imparzialità.
[56] _Pag._ 44. La durezza di Pausania aveva irritati tutti i
confederati, e fatto quindi deferire agli Ateniesi il comando.
[57] _Pag._ 45. La frase _esca di patria_, vuolsi prendere in senso di
_in tempo di guerra_. La licenza dei Lacedemoni nei tempi di guerra era
somma e proverbiale.
[58] _Pag._ 45. Questo Archidamo era figlio di Zeusidamo del secondo
ramo dei re di Sparta; cominciò a regnare il 476 A. C., succedendo
non al padre, che era morto avanti occupare il trono, ma all’avo
Leutichide, esiliato dai Lacedemoni. Verso il dodicesimo anno del suo
regno, la Laconia fu devastata dai terremoti, in seguito ai quali i
Messeni ribellaronsi ai Lacedemoni e fortificaronsi sul monte Itome.
Archidamo mostrò molta forza d’animo in tali avvenimenti, e andò ad
assediare i Messeni, i quali dopo una difesa di dieci anni capitolarono
a patto che si permettesse loro di ritirarsi dove volessero. Tale è
l’uomo che qui si oppone col suo consiglio alla guerra del Peloponneso,
nella quale si distinse poi come egregio capitano ed ambasciatore (Vedi
più avanti Tucidide, lib. II, §§ 7, 10, 11, 12, 13, 18, 19, 20, 47,
71; lib. III, §§ 1, 89). Nei primi suoi dieci anni questa guerra fu
chiamata guerra d’Archidamo. Pausania nel suo libro III ha dato un buon
sommario della vita di questo re, il quale morì il 428 A. C., lasciando
due figli Agide ed Agesilao ed una figlia Cinissa.
[59] _Pag._ 49. Leggi meglio _Stenelaida_ Σθενελαῖδας.
[60] _Pag._ 49. Gli efori, cioè _esaminatori_, formavano un corpo di
magistrati spartani i quali godevano di grandi privilegi. Comunemente
si attribuisce l’istituzione di quest’uffizio a Teopompo, nipote di
Carilao il Proclide: ma dall’esistenza d’un’_eforeria_ negli altri
Stati dorici prima che vivesse Teopompo, e dall’essere apparentemente
posta fra le istituzioni di Licurgo da Erodoto e Senofonte, si
conchiuse che fosse un antico magistrato dorico. Il dottore Arnold
suppone (nel suo Tucidide, vol. I, p. 646), che gli efori, i quali
erano in numero di cinque, fossero coevi col primo stabilimento de’
Dorii in Isparta, e non fossero che magistrati municipali di cinque
villaggi che componevano la città (Vedi i _Dorii_ di Muller, II): ma
che di poi, quando gli Eraclidi incominciarono trarre a sè i privilegi
degli altri Dorii, e, a quanto pare, sotto il regno di Teopompo che
cercò di scemare il potere dell’assemblea generale dell’aristocrazia
spartana, i Dorii, nella lotta che ne seguì, guadagnarono per gli efori
un’estensione di autorità che li pose virtualmente alla testa dello
Stato, quantunque si lasciasse ancora la sovranità nominale nelle mani
degli Eraclidi. Così gli efori furono magistrati popolari per quanto
concerneva gli stessi Dorii, e furono infatti i custodi de’ loro
dritti contro le usurpazioni de’ re e del senato, quantunque fossero
in relazione coi Perieci (Περιωικοι), stromenti oppressivi di una
soverchiante aristocrazia (PLATONE, _Legg._, IV, p. 712D.). Gli efori
venivano scelti nell’autunno d’ogni anno; il primo dava il suo nome
all’anno, e ciascuno spartano era eleggibile senza riguardo ad età o
ricchezza. Avevano facoltà di multare chi loro piaceva, e farsi pagare
immediatamente la multa; potevano sospendere le funzioni di qualunque
altro magistrato; e arrestare e processare fin anco i re (SENOFONTE,
_Degli Spartani_, VIII, p. 4). Presiedevano e votavano nelle pubbliche
assemblee (come mostra Tucidide nel seguente § 87) e facevano tutte le
funzioni del principato, ricevendo e congedando ambascerie, trattando
cogli Stati forestieri, e facendo spedizioni militari. Il re, quando
comandava, era sempre accompagnato da due efori che lo facevano stare a
segno ne’ suoi andamenti. Gli efori vennero trucidati nelle loro sedi
di giustizia da Cleomene III, e allora se ne abolì l’uffizio. Volendosi
prestar fede a quanto Plutarco fece dire da questo re a giustificazione
di questa uccisione, gli efori non erano dapprima più che delegati de’
re, de’ quali fungevano le veci in Isparta, mentre erano occupati nelle
guerre contro i Messeni. Gli efori furono rimessi in vigore da Antigono
Dosone e dagli Achei nell’anno 222 A. C., e il loro uffizio sussisteva
ancora sotto il dominio dei Romani.
[61] _Pag._ 49. Gli alleati si ritiravano nel tempo della deliberazione
allorquando trattavasi di quistioni sottoposte alla decisione dei
Lacedemoni. Dal contesto di questo passo risulta, nota Zevort, che il
governo aristocratico dei Lacedemoni avea conservato alcune delle forme
democratiche, e particolarmente l’intervento del popolo per deliberare
della pace o della guerra.
[62] _Pag._ 50. Questa città era di somma importanza, poichè assicurava
ai Persi il passaggio dell’Asia nella Tracia, e di lì nella Macedonia
e nel resto della Grecia, giacchè sorgeva al mezzo della costa
dell’Ellesponto dirimpetto alla città di Abido. È celebre questa
città per gli amori di Eco e Leandro, e pel ponte di battelli fattovi
costruire da Serse per passare lo stretto, che quivi non è più largo di
mezza lega.
[63] _Pag._ 54. Plutarco parla in più luoghi (particolarmente nella
vita di Cicerone e d’Aristide) delle violenze di Pausania: le enormezze
sue andavano al punto di percuotere i capi stessi dei popoli alleati e
d’infligger loro delle pene derisorie. La defezione di cui qui parla
Tucidide avvenne l’anno stesso delle battaglie di Micale e di Platea
(479 A. C.)
[64] _Pag._ 54. _Prontavano_, cioè importunamente sollecitavano.
[65] _Pag._ 55. Qui Boni traduce la parola φορος per _tributo_; ma
questo era un tributo, tutto speciale, era una contribuzione unicamente
destinata per la guerra medesima: la ripartizione di questo tributo
venne fatta da Aristide.