perchè i Macedoni ci abbandonarono, e perchè uno sciame di barbari
viene ad assalirci, non mi sarei proposto di ammaestrarvi insieme ed
incoraggirvi. Ed è però che quanto all’abbandonamento de’ nostri ed
alla moltitudine de’ nemici, voglio ora far di tutto per convincervi
di cosa importantissima con breve ricordo ed esortazione. E vaglia
il vero, a voi è richiesto esser sempre prodi in guerra non per
la presenza degli alleati, ma pel vostro proprio valore; nè deve
intimorirvi la moltitudine altrui, siccome quelli che venite da
repubbliche, ove non i molti su i pochi, ma piuttosto i meno hanno
comando su i più, comando non in altra guisa acquistato che con le
vittorie fra l’armi. Quanto poi ai barbari che per inesperienza
temete, dovete imparare che e’ non saranno formidabili, sì dai
combattimenti avuti contro loro in grazia dei Macedoni, sì da quello
ch’io ne so per congettura e per udita. Imperciocchè quando il nemico
è debole di fatto, ma induce opinione di fortezza, il procacciare una
verace istruzione intorno ad esso, rinfranca maggiormente chi vuol
resistergli: ed all’opposto è temerario colui che assale un nemico
veramente valoroso, senza prima brigarsi di conoscerlo. Or sono costoro
spaventosi agli inesperti mentre s’indugia ad attaccarli, perchè ti
atterrisce la vista di lor moltitudine[271], ti sgomenta la grandezza
delle grida, e perchè quel vano crollar delle armi ha in sè non so
qual minacciosa significanza. Ma ove tu regga a queste apparenze,
dessi non son più i medesimi. Avvegnachè non serbando nissun ordine,
ove sieno forzati non si fanno caso di abbandonare il suo posto;
fuggire od assalire è per loro decoroso egualmente, onde al valore non
resta modo a distinguersi; e poi quel battagliare a capriccio deve
procacciare a ciascuno colorata occasione di salvarsi. Stimano più
sicuro lo spaventarci da lungi senza pericolo, che venir con noi alle
mani; altrimenti piuttostochè di quello, avrebbero usato di questo
modo. Voi vedete chiaro adunque che quel terrore che li precede, è
ben piccola cosa nel fatto, e che solo confonde la vista e l’udito.
Le quali cose sostenendo quando costoro vi vengano addosso; e dando
addietro posatamente e con ordine, arriverete ben presto a salvamento,
e conoscerete pel futuro che con chi regga al primo impeto, sì fatta
marmaglia solo ostenta da lungi fortezza colle minacce prima del
conflitto; con chi poi ceda, sopraggiungendo essa alle spalle, e così
trovandosi al sicuro, fa mostra di valore coll’inseguir velocemente.»
127. Dopo questa esortazione Brasida ritirava le sue genti. Le videro
quei barbari, e credendo che fuggissero e che raggiungendole ne
farebbero strage furono loro addosso con alto urlo e tumulto. Ma gli
scorridori paravansi loro davanti ovunque si presentassero; e Brasida
stesso colla milizia scelta ne sosteneva l’impeto; talchè con sorpresa
de’ barbari poterono reggere a quella prima furia. Inoltre i Greci,
quando i barbari li assaltavano, facendo alto li ributtavano, quando si
fermavano ei proseguivano la loro ritirata. Ma pervenuti i Brasidiani
in luoghi aperti allora desisterono i barbari d’incalzarli: lasciarono
però alcune bande che seguitassero a tribolarli con frecce, e gli altri
si misero a correr dietro ai fuggitivi Macedoni, ammazzandone quanti
ne incontravano. Quindi occuparono i primi l’angusto sboccamento di
una via tra due colli, che mette sulle terre d’Arribeo, sapendo non vi
essere per Brasida altra strada di ritirata. E mentre ei si avvicinava,
prendono a circondarlo appunto nel passo più scabroso della strada,
tenendone per sicuro l’arresto.
128. Egli accortosi di ciò comandò ai suoi trecento di correre al più
presto possibile senza ordine veruno a quel dei due colli che credeva
più facile ad occupare, e di sforzarsi a respingere quei barbari che
già vi salivano, prima che maggior numero venisse a circondarli.
Scagliatisi i trecento sopra i barbari saliti sul colle, gli vinsero;
onde al grosso dell’esercito greco riusciva oramai più agevole la
montata sul colle stesso, essendo i barbari spaventati per la cacciata
dall’altura toccata ai suoi. Così cessarono di più inseguire i Greci,
credendoli ormai sulle frontiere ed in luogo di salvamento. Brasida
presa la via de’ monti marciava più al sicuro, ed il giorno stesso
fece la sua prima fermata ad Antissa negli stati di Perdicca; ed i
soldati stessi adirati contro i Macedoni, che se ne erano andati senza
aspettarli, tutte le cose loro che incontravano per istrada o carri
tirati da bovi od altro bagaglio caduto per terra (come naturalmente
avviene in una ritirata paurosa e di notte), staccandone i bovi parte
mettevano in pezzi, parte appropriavano a se stessi. Di qui Perdicca
cominciò ad avere in odio Brasida, e d’allora in poi nutriva verso i
Peloponnesi un odio non consueto, perchè già disamava gli Ateniesi.
Nondimeno riavuto dalle sue gravi calamità cercava pronta via di
accomodarsi con questi, e di spacciarsi da quelli.
129. Brasida al suo ritorno di Macedonia a Torona trovando gli
Ateniesi già padroni di Mende, non credendosi in istato di tragittare
in Pellene per soccorrerla, teneva guardata Torona. Imperciocchè nel
tempo delle cose seguite a Linco, gli Ateniesi secondo gli apparecchi
fatti si erano già messi in mare con cinquanta navi per riprendere
Mende e Scione, dieci delle quali erano chie, con mille soldati di
greve armatura e seicento arcieri dei loro, mille Traci presi a soldo
ed altri palvesari somministrati dagli alleati di quei luoghi. Erano
alla testa di quell’armata Nicia di Nicerato, e Nicostrato di Diotrefe.
Fatto vela da Potidea presero terra presso il tempio di Nettuno, e
marciavano contro i Mendei. I quali accorsi da se stessi insieme con
trecento Scionesi, e colle truppe ausiliarie dei Peloponnesi, in tutti
settecento di greve armatura, guidati da Polidamide, si erano accampati
fuori della città sopra un’altura forte per la sua situazione. Nicia
con centoventi Metonesi armati alla leggere, e sessanta di scelta
grave milizia ateniese e tutti gli arcieri tentava di salire sulla
collina per un tragetto; ma ferito dai nemici non potè sloggiarli.
Nicostrato poi il quale per un’altra via più lontana con tutto il
resto dell’esercito saliva il colle che è disagevole, fu interamente
disordinato; talchè poco mancò che tutto l’esercito ateniese non fosse
vinto. Nel medesimo giorno gli Ateniesi vedendo che i Mendei e loro
confederati non si volevano arrendere, si ritirarono a riprendere il
loro campo: e i Mendei, sopravvenuta la notte, rientrarono in città.
130. Il giorno appresso gli Ateniesi fecero colle navi il giro della
costa, e presero terra dirimpetto a Scione; ne espugnarono il suburbio,
per tutta la giornata saccheggiavano la campagna, non essendo uscito
alcuno a contrastarli dalla città, ove era insorto qualche tumulto. I
trecento Scionesi la notte seguente tornarono a casa. Fattosi giorno
Nicia con metà delle truppe si avanzò sui confini del territorio per
devastare le campagne degli Scionesi, nel tempo che Nicostrato col
resto dell’esercito si era accampato sotto Mende presso le porte di
sopra onde si va a Potidea. Ma siccome quivi dentro le mura era il
deposito delle armi dei Mendei e dei loro alleati, però Polidamida gli
dispone in ordine di battaglia, e confortava i Mendei a far sortita.
Ora un tale della parte del popolo, animato da spirito di sedizione gli
si oppose, dicendo che e’ non farebbero sortita, e che non conveniva
ingaggiar la battaglia. Polidamida insisteva, quando ecco colui
gli mise le mani addosso e sconcertollo; onde il popolo infuriato,
colle armi alla mano correva sopra i Peloponnesi, e sopra quelli che
d’accordo con loro avevano seguito la parte contraria al popolo. E
venuti alle mani li mettono in rotta col repentino assalto, tanto più
che erano impauriti dal pensiero che ciò fosse avvenuto d’intelligenza
con gli Ateniesi, ai quali erano state aperte le porte. Quelli che
non restarono uccisi sul fatto si ritirarono nella cittadella, di cui
anche di prima erano padroni. Mentre Nicia tornato indietro era vicino
a Mende, gli Ateniesi tutti insieme si precipitano in città; e siccome
le porte non erano state aperte per convenzione, così la corsero
tutta come presa d’assalto, e con tanta furia che appena i generali
poterono rattenerli che e’ non trucidassero anche i cittadini. Dopo
questo ordinarono che i Mendei si governassero siccome eran soliti, e
facessero da se stessi il giudizio di coloro che stimassero i colpevoli
della rivolta; rinserrarono i Peloponnesi nella cittadella con un muro
che da due parti andava sino al mare, e vi misero una guarnigione. In
questo modo assicuratisi di Mende, marciarono sopra Scione.
131. Quivi gli Scionesi insieme coi Peloponnesi uscirono di città
incontro a loro, e posaronsi sopra un colle forte per natura ed a
sopraccollo della città, senza occupare il quale non potevano i nemici
cingerli colle fortificazioni. Gli Ateniesi diedero ad esso un vigoroso
assalto, fecero quindi snidiare gli avversari, e vi si posero a campo;
ed eretto il trofeo ordinavano la circonvallazione della città. E poco
dopo, mentre erano sopra questo lavoro, gli ausiliarii Peloponnesi
assediati nella cittadella di Mende sforzarono le sentinelle dalla
parte di mare, e col favor della notte la maggior parte di loro
trafugaronsi a traverso il campo degli Ateniesi posto sotto Scione, ed
entrarono in Città.
132. Frattanto che si costruiva la circonvallazione di Scione, Perdicca
fa accordo con gli Ateniesi mediante un araldo spedito ai loro
generali; il qual maneggio aveva già cominciato subito fino da quando
gli venne in odio Brasida per la ritirata di Linco. Isagora lacedemone
doveva per avventura in quei giorni condurre delle truppe a Brasida
per la via di terra. Onde Perdicca, parte sollecitato da Nicia che,
poichè era seguito l’accomodamento, volesse dare agli Ateniesi qualche
chiaro argomento della sua fermezza, parte non volendo egli stesso che
i Peloponnesi venissero d’ora innanzi nel suo territorio, acconciò la
cosa co’ suoi corrispondenti di Tessaglia, ove era in dimestichezza
co’ primi personaggi, e così frastornò l’esercito e gli apparecchi dei
Peloponnesi, a segno che nemmeno si affacciarono ai Tessali. Tuttavia
Isagora, Amenio e Aristeo spediti dai Lacedemoni per visitare lo
stato delle cose, si portarono a Brasida, e contro il divieto delle
leggi spartane vi condussero alcuni dei loro giovani per costituirli
comandanti delle città[272], il governo delle quali non volevano
commettere a chicchefosse. Brasida infatti stabilisce in Amfipoli
Cleonida di Cleonimo, ed in Torona Epitalide di Egesandro.
133. Nella medesima estate i Tebani incolpando i Tespiesi di atticismo
demolirono le loro mura, la qual cosa avevano sempre avuto in animo di
fare: se non che allora si offerse ad essi più facil modo, per essere
perito il fiore de’ Tespiesi nel combattimento contro gli Ateniesi.
Nella medesima estate bruciò in Argo il tempio di Giunone per colpa
di Criside sacerdotessa, che posta una lucerna accesa vicino alle
sacre cortine vi si addormentò; onde senza che alcuno se ne accorgesse
appiccatosi il fuoco, fu tutto consunto dalle fiamme. E Criside per
paura degli Argivi fugge subito nella stessa notte a Fliunte; e gli
Argivi secondo che la legge disponeva crearono un’altra sacerdotessa
per nome Faenida. Quando Criside fuggì volgeva l’ottavo anno e metà
del nono di questa guerra: e sul cadere di questa estate fornita
interamente la circonvallazione di Scione, gli Ateniesi lasciaronvi
presidio e partirono col rimanente dell’esercito.
134. Nell’inverno seguente gli Ateniesi e i Lacedemoni a cagione
dell’armistizio stavano tranquilli; ma i Mantineesi e i Tegeati coi
respettivi confederati vennero alle mani a Laodicea dell’Orestide.
La vittoria fu indecisa perchè entrambi fugarono l’ala che avevano a
fronte, ed entrambi ersero trofeo, e spedirono a Delfo le spoglie.
Molti furono i morti da tutte e due le parti in quel dubbioso
combattimento a cui pose fine la notte. I Tegeati pernottarono nel
campo, e subito ersero trofeo: ed i Mantinei si ritirarono a Bucolione,
e poi alzarono anch’essi un altro trofeo dirimpetto al primo.
135. In sullo scorcio del medesimo inverno, essendo vicinissima la
primavera, Brasida volle tentar Potidea. Vi si accostò di notte, e
gli riuscì di appoggiare le scale senza essere fino allora scoperto.
Imperocchè le scale furono appoggiate in quello spazio rimasto vuoto di
guardie, quando la sentinella passata avanti per portare ad altra il
campanello[273], non era ancora ritornata al suo posto. Ma poi scopetta
la cosa prima che alcuno salisse, Brasida ritirò prestamente le sue
genti senza aspettare che si facesse giorno. Così finiva l’inverno e
l’anno nono di questa guerra che Tucidide ha descritta.
FINE DEL LIBRO QUARTO.
NOTE DELL’EDITORE
[6] _Pag._ 3. Sebbene la Grecia sia stata originariamente abitata da
molte picciole popolazioni, ciò non di meno vi si distinguono due genti
principali, cioè i Pelasgi e gli Elleni; ed amendue secondo Heeren
(_Stor. Ant._, Prima età, § 1) verisimilmente provenivano dall’Asia;
ma la differenza delle loro lingue le dimostra chiaramente schiatte
diverse. Di questa seconda schiatta cominciò ad avere il nome di
Ellena quella sola parte che abitava la Ftiotide, piccolo Stato al sud
della Tessaglia, ed ebbe un tal nome da Elleno (figlio di Deucalione
e di Pirra) loro re, verso il 1526 A. C., come rilevasi dall’epoca
sesta dei marmi di Paros. Elleno sposò Orseide, dalla quale ebbe tre
figli, Doro, Suto, Eolo, dai quali provennero i quattro principali
popoli in cui si divise poscia la schiatta ellenica: i _Dorii_ da
Doro; gli _Achei_ e gli _Jonii_ da Acheo e Jone figli di Suto; e gli
_Eolii_ da Eolo; i quali popoli in progresso di tempo furono sempre
l’uno dall’altro distinti per differenza di dialetti, di costumi e
di politiche costituzioni (V. _Diod. Sic._, lib. V; _Apollod._, lib.
I, c. 16; _Pausan._, lib. III, c. 20). Secondo Pausania (lib. IV, c.
20; lib. VII, c. 1) e Diodoro Siculo (lib. V) i Greci non assunsero
complessivamente il nome di Elleni che al principio delle olimpiadi;
e questo spiega ciò che Tucidide dice d’Omero, giacchè Omero fioriva
tra il 900 ed il 1000 A. C., e la guerra di Troja precedette di quasi
due secoli la nascita di Omero. Su di ciò si consultino i _Primi tempi
dell’Istoria greca_ di L. D. HULMANN (1814), e la _Storia delle tribù e
delle città greche_ di D. C. OTTOFREDO MÜLLER (1820).
[7] _Pag._ 3. Queste _Cicladi_ sono un gruppo di numerose isole
comprese tra l’Eubea e l’Attica al nord; il Peloponneso all’ovest;
l’isola di Creta al sud. La loro disposizione quasi simmetrica e
circolare (d’onde il loro nome di κυκλος circolo) intorno a Delo le
fece considerare dagli antichi come una specie di corona alla culla
di Apollo. Strabone, seguendo Artemidoro, annovera in questo gruppo
Helena, Ceos, Cynthus, Seriphus, Melus, Siphiis, Cimalus, Prepesinthus,
Olearus, Naxus, Parus, Syrus, Myconus, Tenus, Andrus, Gyarus. Delo
siccome supposta centro al circolo, non veniva compreso nel numero.
Secondo Erodoto (lib. I, § 171) i Carii sarebbero stati cacciati molto
tempo dopo di Minos dai Dorii. I Carii sarebbero stati sudditi di
Minos, senza obbligo di tributi, ma sarebbersi prestati a fornir di
marinai e soldati le sue navi, _attesochè mentre Minosse molta terra
soggiogava e prosperava in guerra, era la gente Caria fra le genti
tutte verso quel tempo medesimo ragguardevolissima di gran lunga_.
L’opinione di Tucidide fu seguita da Isocrate e Libanio: ma Strabone
(lib. XIV), dice essere l’opinione di Erodoto universalmente riputata
la più vera. Per ciò che riguarda Minos vedi più avanti la nota 4.
[8] _Pag._ 4. I Locri erano divisi in tre stirpi o tribù, le quali
rimasero sempre separate per la differente forma di lor politica
costituzione. I _Locri Ozolii_ di cui qui parla Tucidide erano
stanziati nella parte occidentale della Focide, aveano il miglior
territorio, nel quale ciascuna città sembrava essere libera, quantunque
Anfissa fosse detta principale. Questi _Locri Ozolii_, distinguevansi
poi dai _Locri Opunzii_, così detti dalla loro città Opunto: di essi
parla Tucidide al lib. I, § 108.; II, 32; III, 99, e dai _Locri
Opinnemidii_ dal monte Cnemide cui erano vicini, dei quali ci è
affatto sconosciuta la costituzione. I _Locri Ozolii_ erano chiamati
anche _Epizesirii_, come si vede anche in Tucidide, lib. VII, § 1. —
Gli Etolii rimasero il più rozzo e barbarico stormo fra gli Elleni,
poichè non erano che ladri di terra e di mare. Etolo, che diede loro
il nome, Peneo, Meleagro, Diomede furono i loro antichi eroi; essi non
uscirono dallo stato di loro primitiva selvatichezza che dopo la ruina
di Sparta e di Atene; rendendosi poscia formidabili ai Romani, e come
nemici, e come alleati; furono soggiogati da Fulvio. Di questo popolo
è pure ignota la costituzione. — Gli Acarnani abitavano quella parte
dell’Epiro, che è separata dall’Etolia pel fiume Acheloo, e confina al
mezzodì col mare Jonio. Erano prima detti _Careti_, cioè _Tonsurati_,
perchè lasciavano crescere i loro capelli solamente dietro il capo, e
radevano quelli davanti, per non dar presa ai loro nemici: costumanza
che presero da essi anche gli Abanti. Questi popoli che Tucidide fa
ladroni passavano per effeminati e dirotti ad ogni dissolutezza: di qui
il nome di _porci d’Acarnania_ che i Greci applicavano a coloro che
abbandonavansi con eccesso ai piaceri dell’amore (V. Luciano, _Dial.
Meretr._; Pausania, lib. VIII, c. 24). Pare che ai tempi della guerra
di Troja una parte dell’Acarnania fosse soggetta alla vicina isola
di Itaca; ma non abbiamo contezza del quando e del come il governo
repubblicano s’introducesse fra gli Acarnani, e quale ne fosse la
costituzione. Traevano il loro nome da Acarnano, figlio di Alcmeone, il
più antico loro re.
[9] _Pag._ 5. Della potenza marittima di Minos ecco come ne parla
Erodoto al lib. II, §122: — Conciossiachè Policrate è il primo fra i
Greci per noi conosciuti, il quale meditato abbia all’impero del mare,
quando eccettui Minos il Cnossio, o tal altro, se pur vi fu, che avanti
costui al mare signoreggiasse. — Anche Strabone (lib. XIV) celebra la
potenza marittima di Minos. Aristotele narra come Minos conquistasse
e colonizzasse parecchie isole, e perisse da ultimo in una spedizione
contro Sicilia. Minos regnando in Creta sarebbe anche stato uno de’
più sapienti legislatori dell’antichità. Disputano i critici non pur
sull’età in cui visse questo Minos, ma sì anche sulla realtà della
sua persona. Coloro che considerano tutti i personaggi della storia
mitologica come poco più che numi a cui si connette la storia dello
sviluppo sociale, non veggono in Minos altro che la concentrazione di
quello spirito d’ordine che circa il suo tempo cominciò a manifestarsi
nell’isola di Creta sotto le forme di una politica regolare. Ma perchè
intorno a Minos regna una grande incertezza mitologica, non dobbiamo
già credere ch’egli non sia mai esistito. Molti distinguono il Minos
legislatore di Creta da Minos primo signoreggiatore del mare. Fanno
quello figliuolo di Giove Asterio re di Creta e di Europa figlia
d’Angenore, fondatore di molte città: a questi Esiodo dà il nome di
_re per eccellenza_, e Omero di _confidente di Giove_. L’altro, pure
re dei Cretesi, è fatto figliuolo di Licasto, nipote di Minos I; ebbe
guerra cogli Ateniesi, a cui impose il celebre tributo dei sette
garzoni e delle sette giovanette da immolarsi al minotauro. Il primo
è fatto regnante verso il 1450 A. C.; questo secondo avrebbe cessato
di vivere in Sicilia 35 anni avanti l’assedio di Troja. Nel secondo
libro della _Politica_ Aristotele fa un paragone tra le instituzioni
cretesi e spartane, e attribuisce l’ordinamento delle leggi cretesi
al Minos I. Questo paragone, aiutato forse dalla connessione che
sin dal tempo di Omero esistette fra Creta e Sparta a cagione delle
colonie, ha suggerito certamente la teoria imaginata e sostenuta dal
Müller, che Minos fosse un principe dorico, teoria che, come osserva
Thirlwall, fu totalmente ignota agli antichi. Questo punto viene molto
abilmente discusso da questo storico (nella sua _Hist. of Greece_, I,
135). Alcuni autori post-omerici fanno Minos giudice dell’Inferno in
compagnia di Eaco e sotto la presidenza di Radamanto. — È singolare
che Creta al tempo di cui qui parla Tucidide, così rinomata tanto pel
suo poter navale quanto per essere stata culla degli dei olimpici, non
abbia di poi conseguito punto di quella celebrità che la sua posizione
parea prometterle. Egli pare che ad essa non sia toccato altro che
l’ufficio di aprir la via all’altrui primato marittimo. Meursio ha un
dottissimo lavoro su Creta antica, ora Candia; ma la miglior opera
sulla storia antica di quest’isola è quella di Hoeck, apparsa in
tedesco nel 1823.
[10] _Pag._ 6. Questo Pelope è uno dei più celebri personaggi dei tempi
eroici. Noi non riferiremo qui ciò che la favola narra di Tantalo suo
padre; solo diremo che Tantalo, re della Lidia, sconfitto da Troo
fu costretto rifugiarsi in Elide alla corte del re di Pisa, Enomao.
Quivi Pelope conquistò in isposa, vincendo Enomao alla corsa, la bella
Ippodamia che gli portò in dote il trono di Pisa. Pelope si rese ben
tosto formidabile ai principi suoi vicini; estese il proprio dominio
sopra tutta l’Elide, e perciò tutta la penisola conosciuta sotto i nomi
di Pelasgia, Apia, Argolide ricevette da lui il nome di Peloponneso.
È ignoto come e quando questo principe morisse; ebbe però dopo la
morte onori divini. Gli Elei, secondo Pausania (lib. V, c. 13), gli
innalzarono un tempio in Olimpia presso a quello di Giove; Ercole gli
consacrò un certo spazio di terra presso il tempio medesimo, perchè
ei discendeva da Pelope per quattro gradi di generazione. Aggiungasi
che questo eroe gli offerse un sacrificio sull’orlo di una fossa, dove
i magistrati e gli Arconti non mancarono poscia di recarsi ogni anno
per farvi un sagrificio prima di entrare in carica; uso che ai tempi
degli Antonini era ancora in vigore. Vuolsi che Pelope instituisse i
giuochi olimpici, o che almeno li facesse celebrare con nuova pompa.
Ebbe Pelope tre figliuoli, due dei quali troppo famosi Atreo e Tieste,
l’altro Ippalimo od Ippalco. I discendenti di Pelope furono chiamati
Pelopidi, e il loro carattere crudele e turbolento fe’ sì che Cicerone
applicasse il loro nome a quei perversi cittadini che avean prese le
armi contro la patria.
[11] _Pag._ 7. Queste cinque parti erano, secondo la divisione di
Tucidide, la Laconia, l’Arcadia, l’Argolide, la Messenia e l’Elide. Le
parti su cui i Lacedemoni aveano il loro particolare dominio erano la
Laconia e la Messenia. Successivamente il Peloponneso si fece constare
di otto parti, nelle quali fu sempre diviso da tutti i geografi greci
e latini, delle quali otto parti diamo qui un cenno che gioverà a
meglio intendere Tucidide, nelle descrizioni e narrazioni che viene
facendo, nel corso della sua storia. Queste parti erano 1º l’Arcadia,
paese montagnoso ed abbondante di pascoli, in mezzo alla penisola;
lunga 20 leghe, larga al più 13, s’alzano i monti Cillene, Erimanto,
ec.; è divisa dai fiumi Alfeo ed Erimanto, e da fiumetti; le città
sono Mantinea, Tegea, Orcomeno, Erea, Psofide, e poi Megalopoli,
città principale di tutto il paese: 2º Laconia, pur montagnosa; la
sua maggior lunghezza corre per 20 leghe, e la maggior larghezza per
15; il fiume Eurota la divide; s’alzano i monti Taigeto, e si veggono
i promontorii Maleo e Tenero. V’era Sparta città presso l’Eurota; e
le borgate Amicla, Sellasia ed alcune altre eran poco considerevoli.
3º Messenia, è posta a parte occidentale della Laconia, paese piano
ed assai fertile, che nell’anno 668 fu soggiogato dagli Spartani;
la sua maggior lunghezza è di 12 leghe, e la larghezza 15. Messene
città; fortezze alle frontiere, Itome ed Ira. Fra le altre borgate
Pilo e Metone, sono le più note. 4º Elide col piccolo territorio
detto Trifilia è nella parte occidentale del Peloponneso; la sua
lunghezza 25 leghe, e larghezza 12; è divisa dai fiumi Peneo, Alfeo
e Sello, e da minori fiumi: eranvi nella settentrionale parte Elide;
Cillene, e Pilo città: presso l’Alfeo era Pisa, ed a lato Olimpia:
nella Trifilia eravi un’altra Pelo. 5º Argolide che distendesi lungo
la costa orientale della penisola, dirimpetto all’Attica, con la quale
forma il golfo Saronico; è lunga 27 leghe, larga da 3 a 12: contiene
le città Argo, Micene, Epidauro; e l’altre minori Nemea, Cinuria e
Trezene. 6º Acaja, per antico detta Jonia, ed anche Egialo, formava
la côsta settentrionale: era lunga per 24 leghe, e larga da 6 a 12;
e comprendeva 12 città, e le più considerevoli erano Dime, Patra e
Pellene. 7º Il piccolo paese di Sicione, che era lungo 8 leghe e largo
3 con le città di Sicione e di Flio. 8º La piccola contrada di Corinto,
quasi della stessa ampiezza, stava vicino all’istmo che unisce il
Peloponneso alla terraferma; Corinto città, innanzi detta Efira, coi
porti di Lecheo sul golfo di Corinto e di Cencre su quella di Saro. V.
HEEREN, _Storia antica considerata rispetto alle costituzioni_ ecc.
Sez. III.