108. Presa Amfipoli, vennero gli Ateniesi in gran timore, tanto più che

quella città era ad essi utile non solo perchè ne ricavavano legname da

navi e provento di danaro, ma ancora perchè ella offriva ai Lacedemoni

condotti dai Tessali un passaggio fino allo Strimone, contro i loro

alleati. Che se gli Spartani non si fossero insignoriti del ponte,

non arebbero potuto progredire più oltre; avvegnachè dalla parte di

terra sarebbero stati impediti per la vasta palude formata dal fiume;

e dalla parte di Eiona le flotte ateniesi gli avrebbero osservati. Ma

occupato il ponte, il passaggio compariva omai troppo facile. Temevano

inoltre che gli alleati non si ribellassero; perocchè Brasida in tutte

le occasioni mostravasi discreto, e dappertutto dichiarava co’ suoi

discorsi di essere spedito a liberare la Grecia. Onde le città soggette

agli Ateniesi udendo la presa di Amfipoli, e le profferte di Brasida, e

la sua dolcezza, si invogliavano grandemente di novità; e di nascosto

spedivano a lui messaggi, confortandolo a mostrarsi presso loro volendo

ciascuno essere il primo a ribellarsi. Pareva loro di poter far ciò

senza alcun pericolo, opinando falsamente non esser tanta la potenza

ateniese, quanta mostrossi in processo di tempo; perchè ne giudicavano

più con mal fondato desiderio, che con sicura previdenza; secondo

l’usato degli uomini, i quali sperano inconsideratamente ciò che

bramano, e ciò che non gradiscono arbitrariamente rigettano. Animavansi

inoltre alla ribellione per la recente sconfitta degli Ateniesi in

Beozia, e pei seducenti non già veridici discorsi di Brasida, del

non aver essi voluto a Nisea combattere con lui contro quel solo suo

esercito; onde confidavano che nessuno si moverebbe contro di loro. Ma

principalmente erano pronti ad esporsi a qualunque pericolo per quel

momentaneo piacere che danno di sè le novità, e per esser quella la

prima volta in che sperimenterebbero i Lacedemoni imperversiti contro

Atene. Questi mali umori non erano ignoti agli Ateniesi ed a Brasida,

e però quelli spedirono presidii nelle diverse città, secondochè il

permettevano il breve tempo e la vernata: e Brasida, intanto che si

apparecchiava a fabbricar triremi sullo Strimone, mandò a Sparta

sollecitando un nuovo esercito. Ma i Lacedemoni non lo compiacquero,

parte per astio dei primari cittadini, parte perchè amavano meglio di

riavere la loro gente dell’isola Sfatteria, e così terminare la guerra.

109. Nell’istesso inverno i Megaresi ripresero le mura lunghe tolte già

loro dagli Ateniesi e le spianarono. E Brasida coi confederati dopo la

presa di Amfipoli porta la guerra nella provincia chiamata Acte, che

dal canale scavato dal re[269] sporge verso noi, e verso Ato montagna

alta che finisce al mare Egeo. Questa provincia comprende la città di

Sane colonia degli Andri situata propio sul canale e voltata verso il

mare dell’Eubea, ed altre, cioè Tisse, Cleona, Acrotoo, Olofisso e

Dio, abitate da un miscuglio di genti barbare che parlano due lingue.

Vi è inoltre piccola porzione di Calcidesi, ma i più sono Bisaltici,

Crestonici ed Edoni, e più che altro Pelasgi della razza di quei

Tirreni che una volta abitavano Lenno ed Atene. Abitano costoro divisi

in piccole castella; e la maggior parte si resero a Brasida. Sane e Dio

gli fecero resistenza; e però si trattenne coll’esercito sulle loro

terre e le devastava.

110. Non volendo costoro ascoltare le proposizioni di Brasida, egli

marcia sopra Torona di Calcide occupata dagli Ateniesi, sollecitato da

pochi disposti a render la città. E pervenuto colà mentre era ancor

notte e verso l’alba fermava il campo presso il tempio dei Dioscuri,

distante dalla città circa tre stadii, senza essere stato veduto nè

dal resto de’ Toronesi, nè dalla guarnigione ateniese. Ma quelli che

facevano per lui, sapendo ch’or doveva venire, escono furtivamente

in piccol numero per spiarne l’arrivo. Appena le videro presentarsi

introducono in città sette soldati leggeri armati di pugnaletto; i

quali soli, di venti che prima erano destinati, non dubitarono di

entrarvi condotti da Lisimaco olintese. Entrati questi celatamente

dalla parte delle mura verso il mare, salirono in cima alla rocca

della città che è sulla schiena di un colle, ne uccisero le guardie, e

ruppero la porticciola voltata verso il promontorio Canastreo.

111. Brasida avanzossi un poco, e spediti innanzi cento palvesari

acciocchè si gettassero i primi nella città, quando venisse aperta

qualche porta e fosse alzato il segnale convenuto, teneva fermo il

restante dell’esercito. Ma quelli maravigliando dell’indugio che si

frapponeva, si trovarono a poco a poco presso della città. Intanto quei

Toronesi di dentro che insieme con gli altri introdottivi preparavano

la cosa, poichè ebbero rotta la porticciola e tolta la sbarra alla

porta verso il foro, primieramente fatto fare un giro ad alcuni di quei

palvesari, li introducevano per la porticciola, perchè spaventassero

all’improvviso quelli di città ignari del fatto, assalendoli alle

spalle ed ai lati. Quindi alzarono, come era convenuto, il segnale

di fuoco, ed ormai dalla porta del foro ricevevano il rimanente de’

palvesari.

112. Visto il segnale, Brasida ordinò la mossa, ed accorreva

frettolosamente coll’esercito, che alzando insieme le grida mise

in gran costernazione quei di città. Alcuni vi si precipitavano a

dirittura per la porta, altri per certe travi quadrangolari le quali

servivano a tirar su le pietre, e stavano casualmente appoggiate al

muro rovinato che si andava riedificando. Brasida poi col grosso

dell’esercito si rivolse alle parti più elevate della città, per

occupare le alture ed assicurare così la conquista. Il rimanente

dell’esercito si sparse indistintamente per tutta la città.

113. Nella presa della quale grande era lo scompiglio del maggior

numero dei Toronesi ignari del fatto; laddove i cospiratori e quelli

che ciò gradivano furono subito col vincitore. Quanto poi agli Ateniesi

(circa cinquanta dei quali armati alla grave dormivano per avventura

nel foro), poichè intesero il fatto, alcuni pochi che capitarono

nelle mani dei Brasidiani furono uccisi: gli altri, parte per la via

di terra, parte ricovratisi sulle due navi che vi stavano a guardia,

scamparono nel forte di Lecito, che essi medesimi tenevano fino da

quando occuparono l’estremità della città verso il mare, rinserrata

nel piccolo istmo. Colà si rifugiarono anche tutti quei Toronesi che

parteggiavano per Atene.

114. Fattosi giorno e bene assicurata la presa della città, Brasida

mediante una grida fece intendere ai Toronesi rifugiati presso gli

Ateniesi che ciascuno poteva tornare a possedere le cose proprie, e

vivere sicuramente da cittadino. All’opposto spedì agli Ateniesi un

araldo intimando loro che portando seco ciò che avevano, sotto la sua

parola, votassero Lecito, come appartenente ai Calcidesi. Rispondevano

essi che questo non farebbono; e lo pregavano di far tregua un giorno

per ripigliare i cadaveri. Brasida fe’ tregua per due; nel corso dei

quali afforzava le fabbriche vicine, e gli Ateniesi pure le loro. Tenne

inoltre un’adunanza de’ Toronesi, e a un dipresso disse lo stesso che

aveva detto in Acanto: Non esser giusto che coloro i quali si erano

adoprati per lui nella presa della città fossero tenuti cittadini meno

che buoni, o traditori; avvegnachè non avessero fatto ciò per metterla

in servitù, nè per ingordigia di denaro, ma per bene e libertà della

patria; che coloro i quali in questo trattato non avevano avuto parte,

non dovevano credere di non avere a godere dei medesimi dritti di

prima, perchè egli non era venuto per rovinare nè città, nè privati:

avere anzi diretta la sua grida ai rifuggiti presso gli Ateniesi,

perchè non gli credeva punto peggiori degli altri per l’amicizia avuta

con essi: che quando avessero sperimentato i Lacedemoni si avvedrebbero

che non sarebbero per riuscir loro meno benevoli degli Ateniesi, ma

anzi più di essi, in quanto che più giustamente operavano; e che ora

li temevano solo perchè non gli avevano in pratica. Esortava poi tutti

a disporsi a volere essere alleati costanti, persuasi che avrebbero

solo la colpa di quello che d’ora in poi commetterebbero; e che per

l’addietro non i Lacedemoni da loro, bensì i Toronesi erano stati

offesi da un popolo più forte, e che però meritavano perdono se in

nulla si fossero opposti.

115. Con tali parole Brasida rinfrancava i cittadini; e spirata

la tregua prese a battere Lecito, ove gli Ateniesi, sebbene si

difendessero da debole munizione e da case fornite di merli, pure nel

primo giorno respinsero il nemico. Ma siccome il dì seguente volevano i

Brasidiani avvicinar contro loro una macchina, colla quale intendevano

di gettare il fuoco su’ ripari di legname, così gli Ateniesi (quando

l’esercito già si avanzava verso la parte dove il luogo era meno

difendevole, e dove appunto si aspettavano che verrebbe condotta la

macchina) piantarono di faccia una torre di legno sopra una casa,

portarono assai brocche e barili di acqua e sassi grossissimi, e vi

salì su molta gente. Onde la fabbrica gravata di troppo peso a un

tratto sfasciossi con grande strepito, e quella vista recò più dolore

che paura ai vicini Ateniesi. Quelli però che ne erano distanti, e

specialmente i più lontani, immaginatisi che su quel punto fosse stata

già espugnata la terra, si diedero a precipitosa fuga verso il mare e

verso le navi.

116. Brasida, che si era trovato presente all’accaduto, visti

abbandonati i merli si avanza coll’esercito, prende incontinente il

forte ed uccide tutti quelli che ci trovò; e gli altri, che avevano

in questo modo abbandonato il posto, si condussero su barche e navi a

Pallene. Qui è da sapere che in Lecito avvi un tempio di Minerva, e che

Brasida quando era per dar l’assalto aveva fatto bandire che al primo

salito sulle mura darebbe trenta mine di argento. Ora però stimando

essere stata presa quella terra in tutt’altro modo che umano, offerse

alla Dea le trenta mine pel tempio, demolì Lecito e lo riacconciò

in nuova foggia, e tutto il suolo consacrò a Minerva. Nel restante

dell’inverno egli si occupava a dar buon sesto alle terre prese, senza

abbandonare il pensiero sopra quelle che restavano. E col compiersi

dell’inverno finiva l’ottavo anno di questa guerra.

117. Cominciando la primavera della estate seguente fu fatto tregua

per un anno dai Lacedemoni agli Ateniesi. Credevano gli Ateniesi che

Brasida in questo modo non potrebbe ribellar loro alcun’altra terra,

prima che e’ si fossero a bell’agio apparecchiati; e che se le cose

passassero bene, essi otterrebbero un più lungo accomodamento. I

Lacedemoni poi davansi a credere che gli Ateniesi dovessero temere quei

mali che di fatto temevano, e che però, dandosi luogo a cessamento di

calamità e di fatiche, per questa esperienza e’ sarebbero più bramosi

di accomodamento e restituirebbero la gente di Sfatteria perchè la

tregua si concludesse per più lungo tempo. Il riscatto di quelle genti

stava in cima de’ loro pensieri, riflettendo essi alle continuate

vittorie di Brasida; conciossiachè se egli facesse nuovi acquisti sino

a mettere alla pari tra sè le due potenze belligeranti, nondimeno

(quantunque allora fossero in istato di combattere gli Ateniesi a forze

eguali, e forse di vincerli) potrebbe darsi il caso di perdere quelle

genti. Pertanto fanno tregua insieme, comprendendovi anche gli alleati,

in questi termini.

118. «È tra noi risoluto potere, chiunque il voglia, usare del tempio

e dell’oracolo d’Apollo Pitio senza frode o paura, secondo le patrie

costumanze. Così piace ai Lacedemoni e agli alleati presenti; e

promettono di mandare araldo per indurvi, quanto sta in loro, anche

i Beozii e i Focesi. Quanto al tesoro del Nume, voi Ateniesi e noi

Lacedemoni, e chiunqu’altro il voglia, dovremo procurare di cercarne

gli espilatori seguendo tutti la rettitudine, la giustizia ed i patrii

statuti. Di questo convengono i Lacedemoni e gli altri alleati, purchè

gli Ateniesi promettano nella tregua che entrambi dovremo restare al

possesso dei luoghi che di presente tenghiamo; cioè che i Lacedemoni

rimangano a Corifasio dentro i monti Bufrade e Tomeo[270]; e gli

Ateniesi a Citera; senza che noi ci mescoliamo nelle loro alleanze, nè

essi nelle nostre. Gli Ateniesi poi a Nisea e Minoa non oltrepasseranno

la strada che dalla parte delle Termopile presso il tempietto di Niso

va al tempio di Nettuno, e dal tempio di Nettuno va direttamente al

ponte che accenna a Minoa. Ancora, i Megaresi ed i loro confederati non

passeranno questa medesima strada, riterranno pure l’isola occupata

già dagli Ateniesi (senza che nissuno entri su quel degli altri), e

riterranno quel che ora posseggono in Trezene, oltre a tutto quello

di che convennero con gli Ateniesi; e potranno usare il mare che

bagna le loro terre, e quelle de’ confederati. Ancora, non potranno i

Lacedemoni e loro alleati navigare con navi lunghe, ma solo con altra

sorta di barche che si spingano co’ remi, e che portino carico fino a

cinquecento talenti. Ancora, il salvocondotto varrà per gli araldi,

ambascerie e loro seguito quanto si creda conveniente nell’andare e

nel tornare tanto per terra che per mare al Peloponneso e ad Atene,

con commissioni relative allo scioglimento della guerra od altre

controversie; ma in questo tempo non si riceveranno nè da voi nè da noi

disertori, nè liberi nè servi. Ancora, che nelle nostre controversie

voi dobbiate esporre a noi le vostre ragioni, e noi all’opposto le

esporremo a voi conforme alle leggi della patria, decidendo così

per la via giuridica non per quella delle armi. Queste sono le

convenzioni dei Lacedemoni e dei loro confederati. Se credete di avere

proposizioni più decorose e più giuste di queste, portatevi a Sparta ed

esponetele; perocchè nè i Lacedemoni nè i confederati si ritireranno

da tutto quello che direte di giusto. Quelli che si porteranno colà

vi vadano con pieno mandato, siccome voi pure ordinate a noi di fare.

La tregua sarà per un anno. Così ha decretato il popolo.» In Atene

allora la tribù Acamantide teneva il posto dei Pritani, Fenippo era

il cancelliere, e Niciade il presidente. Lachete ne fece il rapporto

in questi termini: A buon augurio per gli Ateniesi vi sia tregua

secondochè consentono i Lacedemoni e i loro alleati, e l’adunanza del

popolo ratificò che la tregua fosse per un anno da cominciare quello

stesso giorno quattordici del mese Elafebolione; che intrattanto gli

ambasciadori e gli araldi andrebbero e verrebbero scambievolmente per

trattare del modo di por fine alla guerra; che però i generali ed i

pritani dovessero tenere adunanza, ove gli Ateniesi, prima d’ogni altra

cosa relativa alla pace, dovessero deliberare del modo e condizioni

colle quali verrebbero ammessi gli ambasciatori che tratterebbero dello

scioglimento della guerra; e che gli ambasciatori, i quali volta per

volta intervenissero alle adunanze del popolo, appena giunti dovessero

subito impegnare la loro fede di volere osservare costantemente la

tregua per tutto l’anno.

119. Queste furono le convenzioni ratificate anche dagli alleati, che

i Lacedemoni stabilirono con gli Ateniesi e loro confederati ai dodici

del mese chiamato a Sparta Gerastio. Queste condizioni furono pattuite

e confermate coi riti religiosi, per la parte dei Lacedemoni, da Tauro

di Echetimida, da Ateneo di Pericleide, da Filocarida di Erissidaide:

per quella dei Corintii, da Enea di Ocito, da Eufamide di Aristonimo:

per quella dei Sicionesi, da Damotimo di Naucrate, da Onasimo di

Megade: per quella dei Megaresi, da Nicaso di Cecalo, da Menecrate di

Amfidoro: per quella degli Epidauri, da Amfia di Eupaide: per la parte

poi degli Ateniesi, dai generali Nicostrato di Diotrefe, Nicia di

Nicerato e Autocle di Tolmeo. Così adunque fu fatta la tregua, durante

la quale continuamente sì l’una parte che l’altra mandavansi ambascerie

per trattare di più decisivo accomodamento.

120. Nei giorni di queste scambievoli gite Scione, città in Pellene,

si ribellò dagli Ateniesi per darsi a Brasida. Dicono gli Scionesi

di essere Pellenii oriundi del Peloponneso; ma che i loro maggiori

nel ritorno da Troia furono per tempesta sofferta dai Greci sbalzati

in questo luogo, e vi presero abitazioni. Brasida, per sostenere la

ribellione, tragittò di notte a Scione preceduto da trireme alleata,

tenendole egli dietro a qualche distanza in piccola barchetta,

perchè se s’incontrasse in una nave più grossa della barchetta,

lo difenderebbe la trireme; e se altra trireme di egual forza lo

sopraggiungesse, non si volterebbe al legno più piccolo, ma bensì

contro la nave, ed egli intanto si salverebbe. Arrivato a Scione riunì

a parlamento gli Scionesi e disse loro lo stesso che ad Acanto e a

Torona: ed aggiunse, esser loro i più degni di lode, perocchè, sebben

Pellene fosse tagliata fuori e riserrata nell’istmo dagli Ateniesi

che tenevano Potidea, e sebbene per ciò essi potessero dirsi isolani,

nondimeno, erano spontaneamente corsi a libertà, e non avevano per

codardia aspettato che la necessità li obbligasse a far quello che era

di evidente vantaggio alla patria: ciò mostrare che avendo lo stato

quella costituzione che si desidera, essi vorranno da prodi sostenere

i più grandi cimenti; ed egli per la verità li stimerebbe i più fedeli

amici dei Lacedemoni, e per ogni altro conto gli averebbe in onore.

121. Li Scionesi imbaldanziti a queste parole, e tutti del pari

incoraggiati, anche quelli che prima non gradivano queste pratiche,

prendevano consiglio di sostenere generosamente la guerra; ed oltre

alle altre onorevoli accoglienze fatte a Brasida, per decreto pubblico

gli cinsero la fronte di corona d’oro come a liberatore della Grecia;

ed i privati lo inghirlandarono di bende, corteggiandolo come un

atleta. Egli per allora lasciata piccola guarnigione, ripassò a Torona;

e poco dopo vi rimandò più genti, volendo insieme co’ Scionesi fare

dei tentativi contro Mende e Potidea. Era persuaso che gli Ateniesi

pure tenendo quei luoghi per un’isola, vi anderebbero a soccorso; e

però voleva prevenirli, tanto più che di sua intelligenza si ordiva

in codeste città qualche trama di tradimento: ed egli era nella

determinazione di assalirle.

122. Ma in questo mezzo vengono a lui sopra una trireme i messi spediti

in giro ad annunziar la tregua, cioè per gli Ateniesi Aristonimo, per i

Lacedemoni Ateneo. Allora il suo esercito ripassò nuovamente a Torona;

ed i legati ragguagliavano Brasida delle convenzioni, le quali tutti

i confederati dei Lacedemoni in Tracia accettarono. Aristonimo andava

d’accordo in tutte le altre cose: ma quanto agli Scionesi, rilevando

dal calcolo dei giorni ch’e’ si erano ribellati dopo la conclusione

della tregua, diceva che non vi dovevano esser compresi. Brasida

all’opposto con molta forza diceva che si erano ribellati innanzi, e

non voleva abbandonar la città. Però quando Aristonimo riferì questi

fatti ad Atene, immediatamente gli Ateniesi si mostrarono risoluti

a portar le armi contro Scione. Se non che i Lacedemoni spedirono

ambasciate per dir loro che romperebbero la tregua; e standosene a

Brasida pretendevano Scione esser sua, ed erano pronti a diffinire

la cosa per via di giudizio. Gli Ateniesi però non vollero mettersi

al rischio della lite, ma vi portarono incontinente la guerra,

indispettiti che anche gl’isolani si attentassero di ribellarsi per la

fiducia delle forze terrestri dei Lacedemoni per loro inutili. Ciò non

pertanto il fatto della ribellione era più vero di quel che pensavano

gli Ateniesi stessi, poichè i Scionesi si erano ribellati due giorni

dopo la tregua. Ma persuasi dal consiglio di Cleone decretarono subito

di espugnare e trucidare gli Scionesi; e mentre tutto il resto era

tranquillo, qua unicamente erano rivolte le loro mire.

123. Frattanto si ribella dagli Ateniesi Mende, città della

Pellene, colonia degli Eretrii, cui Brasida ricevè credendo di non

fare ingiustizia (benchè fosse chiaro che si erano resi a tregua

fatta), perchè aveva egli pure di che accusare gli Ateniesi, che la

trasgredivano. Laonde i Mondei vi si arrischiarono più francamente,

vedendo l’animo risoluto di Brasida; e prendendo argomento da Scione

che ei non abbandonava. Discorrevano inoltre che sebbene pochi fossero

fra loro i complici, nondimeno e’ non potrebbero tirarsi indietro nello

stato in cui erano, mentre per la paura di essere scoperti avevano

contro ogni espettativa forzata la plebe ad unirsi con loro. Gli

Ateniesi appena udito ciò, irritati maggiormente si preparavano contro

le due città. E Brasida, che si aspettava la flotta nemica, fa passare

ad Olinto di Calcide i fanciulli e le donne degli Scionesi e dei

Mendei; e per fare spalla ai restanti vi mandò cinquecento Peloponnesi

di grave armatura, e trecento palvesari calcidesi, tutto sotto il

comando di Polidamida, i quali persuasi che presto comparirebbero gli

Ateniesi, tutti insieme si apparecchiavano.

124. Intanto Brasida e Perdicca per la seconda volta uniscono in

Linco le loro armi contro il re Arribeo. Questi conduceva le forze di

Macedonia cui imperava, ed i soldati gravi de’ Greci che vi si erano

stanziati: quegli poi, oltre ai Peloponnesi che gli erano lì rimasti,

conduceva i Calcidesi e gli Acantii, ed altri secondo la possibilità

di ciascuno. Insomma tutto l’esercito era composto di tremila Greci di

grave armatura, cui tenevan dietro forse mille cavalli tra de’ Macedoni

e dei Calcidesi, e inoltre gran moltitudine di barbari. Assaltarono

gli stati di Arribeo, ma avendovi trovati i Lincesti già accampati per

far fronte, presero anch’essi il campo in faccia a loro. Le genti da

piè stavano ferme ai due lati sulle colline, nel mezzo era una pianura

ove scesi i cavalli dei due eserciti attaccarono battaglia i primi.

Dipoi avanzatasi la prima dal colle la fanteria grave de’ Lincesti per

sostenere la sua cavalleria, e mostrandosi disposta a battagliare,

Brasida e Perdicca si fecero innanzi anch’essi. Qui vennero alle prese,

fugarono i Lincesti, ne uccisero gran parte, e gli altri scamparono

sulle alture, ove si tennero fermi. Dopo questo, eretto un trofeo vi

si trattennero due o tre giorni per aspettare gl’Illirici che dovevano

venire al soldo di Perdicca, il quale senza altro indugio voleva

marciare contro le castella d’Arribeo. Ma Brasida, cui stava a cuore

che Mende non patisse qualche cosa se prima di lui vi arrivassero gli

Ateniesi, non inclinava a questo, ma piuttosto a ritirarsi, tanto più

che gl’Illirici non si vedevano comparire.

125. Stando essi così discordi, giunse la nuova aver gl’Illirici

tradito Perdicca per darsi ad Arribeo. Per lo che amendue impauriti di

quella gente armigera, si erano determinati di retrocedere: ma perchè

non erano mai d’accordo insieme, non avevano nulla fermato del quando

fosse da partire. In questa sopravvenne la notte: e come è solito, ai

numerosi eserciti sbigottirsi senza sapere il perchè, così i Macedoni

e la moltitudine dei barbari impaurirono; e credendo avvicinarsi i

nemici assai più numerosi di quello che erano, e di averli poco men che

addosso, si diedero a repentina fuga per tornarsene a casa. Perdicca,

che da primo non ne sapeva nulla, intesa la cosa fu obbligato a partire

senza poter vedere Brasida, perchè i due campi erano molto distanti.

E Brasida sul far dell’alba, poichè seppe che i Macedoni erano già

partiti e che gl’Illirici con Arribeo or ora l’assalirebbero, fatto

un quadrato delle genti gravi e poste in mezzo le leggere pensava di

ritirarsi. Scelse ancora per iscorridori alcuni dei più giovani, caso

che il nemico volesse da qualche parte assalirlo. Egli poi cappati

trecento soldati, aveva in animo di ritirarsi l’ultimo per ributtare

di piè fermo i nemici che fossero i primi ad assalirlo. E prima che

essi si avvicinassero secondochè permetteva la strettezza del tempo,

esortava in questa guisa le sue genti.

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 29 / 35 段