quella città era ad essi utile non solo perchè ne ricavavano legname da
navi e provento di danaro, ma ancora perchè ella offriva ai Lacedemoni
condotti dai Tessali un passaggio fino allo Strimone, contro i loro
alleati. Che se gli Spartani non si fossero insignoriti del ponte,
non arebbero potuto progredire più oltre; avvegnachè dalla parte di
terra sarebbero stati impediti per la vasta palude formata dal fiume;
e dalla parte di Eiona le flotte ateniesi gli avrebbero osservati. Ma
occupato il ponte, il passaggio compariva omai troppo facile. Temevano
inoltre che gli alleati non si ribellassero; perocchè Brasida in tutte
le occasioni mostravasi discreto, e dappertutto dichiarava co’ suoi
discorsi di essere spedito a liberare la Grecia. Onde le città soggette
agli Ateniesi udendo la presa di Amfipoli, e le profferte di Brasida, e
la sua dolcezza, si invogliavano grandemente di novità; e di nascosto
spedivano a lui messaggi, confortandolo a mostrarsi presso loro volendo
ciascuno essere il primo a ribellarsi. Pareva loro di poter far ciò
senza alcun pericolo, opinando falsamente non esser tanta la potenza
ateniese, quanta mostrossi in processo di tempo; perchè ne giudicavano
più con mal fondato desiderio, che con sicura previdenza; secondo
l’usato degli uomini, i quali sperano inconsideratamente ciò che
bramano, e ciò che non gradiscono arbitrariamente rigettano. Animavansi
inoltre alla ribellione per la recente sconfitta degli Ateniesi in
Beozia, e pei seducenti non già veridici discorsi di Brasida, del
non aver essi voluto a Nisea combattere con lui contro quel solo suo
esercito; onde confidavano che nessuno si moverebbe contro di loro. Ma
principalmente erano pronti ad esporsi a qualunque pericolo per quel
momentaneo piacere che danno di sè le novità, e per esser quella la
prima volta in che sperimenterebbero i Lacedemoni imperversiti contro
Atene. Questi mali umori non erano ignoti agli Ateniesi ed a Brasida,
e però quelli spedirono presidii nelle diverse città, secondochè il
permettevano il breve tempo e la vernata: e Brasida, intanto che si
apparecchiava a fabbricar triremi sullo Strimone, mandò a Sparta
sollecitando un nuovo esercito. Ma i Lacedemoni non lo compiacquero,
parte per astio dei primari cittadini, parte perchè amavano meglio di
riavere la loro gente dell’isola Sfatteria, e così terminare la guerra.
109. Nell’istesso inverno i Megaresi ripresero le mura lunghe tolte già
loro dagli Ateniesi e le spianarono. E Brasida coi confederati dopo la
presa di Amfipoli porta la guerra nella provincia chiamata Acte, che
dal canale scavato dal re[269] sporge verso noi, e verso Ato montagna
alta che finisce al mare Egeo. Questa provincia comprende la città di
Sane colonia degli Andri situata propio sul canale e voltata verso il
mare dell’Eubea, ed altre, cioè Tisse, Cleona, Acrotoo, Olofisso e
Dio, abitate da un miscuglio di genti barbare che parlano due lingue.
Vi è inoltre piccola porzione di Calcidesi, ma i più sono Bisaltici,
Crestonici ed Edoni, e più che altro Pelasgi della razza di quei
Tirreni che una volta abitavano Lenno ed Atene. Abitano costoro divisi
in piccole castella; e la maggior parte si resero a Brasida. Sane e Dio
gli fecero resistenza; e però si trattenne coll’esercito sulle loro
terre e le devastava.
110. Non volendo costoro ascoltare le proposizioni di Brasida, egli
marcia sopra Torona di Calcide occupata dagli Ateniesi, sollecitato da
pochi disposti a render la città. E pervenuto colà mentre era ancor
notte e verso l’alba fermava il campo presso il tempio dei Dioscuri,
distante dalla città circa tre stadii, senza essere stato veduto nè
dal resto de’ Toronesi, nè dalla guarnigione ateniese. Ma quelli che
facevano per lui, sapendo ch’or doveva venire, escono furtivamente
in piccol numero per spiarne l’arrivo. Appena le videro presentarsi
introducono in città sette soldati leggeri armati di pugnaletto; i
quali soli, di venti che prima erano destinati, non dubitarono di
entrarvi condotti da Lisimaco olintese. Entrati questi celatamente
dalla parte delle mura verso il mare, salirono in cima alla rocca
della città che è sulla schiena di un colle, ne uccisero le guardie, e
ruppero la porticciola voltata verso il promontorio Canastreo.
111. Brasida avanzossi un poco, e spediti innanzi cento palvesari
acciocchè si gettassero i primi nella città, quando venisse aperta
qualche porta e fosse alzato il segnale convenuto, teneva fermo il
restante dell’esercito. Ma quelli maravigliando dell’indugio che si
frapponeva, si trovarono a poco a poco presso della città. Intanto quei
Toronesi di dentro che insieme con gli altri introdottivi preparavano
la cosa, poichè ebbero rotta la porticciola e tolta la sbarra alla
porta verso il foro, primieramente fatto fare un giro ad alcuni di quei
palvesari, li introducevano per la porticciola, perchè spaventassero
all’improvviso quelli di città ignari del fatto, assalendoli alle
spalle ed ai lati. Quindi alzarono, come era convenuto, il segnale
di fuoco, ed ormai dalla porta del foro ricevevano il rimanente de’
palvesari.
112. Visto il segnale, Brasida ordinò la mossa, ed accorreva
frettolosamente coll’esercito, che alzando insieme le grida mise
in gran costernazione quei di città. Alcuni vi si precipitavano a
dirittura per la porta, altri per certe travi quadrangolari le quali
servivano a tirar su le pietre, e stavano casualmente appoggiate al
muro rovinato che si andava riedificando. Brasida poi col grosso
dell’esercito si rivolse alle parti più elevate della città, per
occupare le alture ed assicurare così la conquista. Il rimanente
dell’esercito si sparse indistintamente per tutta la città.
113. Nella presa della quale grande era lo scompiglio del maggior
numero dei Toronesi ignari del fatto; laddove i cospiratori e quelli
che ciò gradivano furono subito col vincitore. Quanto poi agli Ateniesi
(circa cinquanta dei quali armati alla grave dormivano per avventura
nel foro), poichè intesero il fatto, alcuni pochi che capitarono
nelle mani dei Brasidiani furono uccisi: gli altri, parte per la via
di terra, parte ricovratisi sulle due navi che vi stavano a guardia,
scamparono nel forte di Lecito, che essi medesimi tenevano fino da
quando occuparono l’estremità della città verso il mare, rinserrata
nel piccolo istmo. Colà si rifugiarono anche tutti quei Toronesi che
parteggiavano per Atene.
114. Fattosi giorno e bene assicurata la presa della città, Brasida
mediante una grida fece intendere ai Toronesi rifugiati presso gli
Ateniesi che ciascuno poteva tornare a possedere le cose proprie, e
vivere sicuramente da cittadino. All’opposto spedì agli Ateniesi un
araldo intimando loro che portando seco ciò che avevano, sotto la sua
parola, votassero Lecito, come appartenente ai Calcidesi. Rispondevano
essi che questo non farebbono; e lo pregavano di far tregua un giorno
per ripigliare i cadaveri. Brasida fe’ tregua per due; nel corso dei
quali afforzava le fabbriche vicine, e gli Ateniesi pure le loro. Tenne
inoltre un’adunanza de’ Toronesi, e a un dipresso disse lo stesso che
aveva detto in Acanto: Non esser giusto che coloro i quali si erano
adoprati per lui nella presa della città fossero tenuti cittadini meno
che buoni, o traditori; avvegnachè non avessero fatto ciò per metterla
in servitù, nè per ingordigia di denaro, ma per bene e libertà della
patria; che coloro i quali in questo trattato non avevano avuto parte,
non dovevano credere di non avere a godere dei medesimi dritti di
prima, perchè egli non era venuto per rovinare nè città, nè privati:
avere anzi diretta la sua grida ai rifuggiti presso gli Ateniesi,
perchè non gli credeva punto peggiori degli altri per l’amicizia avuta
con essi: che quando avessero sperimentato i Lacedemoni si avvedrebbero
che non sarebbero per riuscir loro meno benevoli degli Ateniesi, ma
anzi più di essi, in quanto che più giustamente operavano; e che ora
li temevano solo perchè non gli avevano in pratica. Esortava poi tutti
a disporsi a volere essere alleati costanti, persuasi che avrebbero
solo la colpa di quello che d’ora in poi commetterebbero; e che per
l’addietro non i Lacedemoni da loro, bensì i Toronesi erano stati
offesi da un popolo più forte, e che però meritavano perdono se in
nulla si fossero opposti.
115. Con tali parole Brasida rinfrancava i cittadini; e spirata
la tregua prese a battere Lecito, ove gli Ateniesi, sebbene si
difendessero da debole munizione e da case fornite di merli, pure nel
primo giorno respinsero il nemico. Ma siccome il dì seguente volevano i
Brasidiani avvicinar contro loro una macchina, colla quale intendevano
di gettare il fuoco su’ ripari di legname, così gli Ateniesi (quando
l’esercito già si avanzava verso la parte dove il luogo era meno
difendevole, e dove appunto si aspettavano che verrebbe condotta la
macchina) piantarono di faccia una torre di legno sopra una casa,
portarono assai brocche e barili di acqua e sassi grossissimi, e vi
salì su molta gente. Onde la fabbrica gravata di troppo peso a un
tratto sfasciossi con grande strepito, e quella vista recò più dolore
che paura ai vicini Ateniesi. Quelli però che ne erano distanti, e
specialmente i più lontani, immaginatisi che su quel punto fosse stata
già espugnata la terra, si diedero a precipitosa fuga verso il mare e
verso le navi.
116. Brasida, che si era trovato presente all’accaduto, visti
abbandonati i merli si avanza coll’esercito, prende incontinente il
forte ed uccide tutti quelli che ci trovò; e gli altri, che avevano
in questo modo abbandonato il posto, si condussero su barche e navi a
Pallene. Qui è da sapere che in Lecito avvi un tempio di Minerva, e che
Brasida quando era per dar l’assalto aveva fatto bandire che al primo
salito sulle mura darebbe trenta mine di argento. Ora però stimando
essere stata presa quella terra in tutt’altro modo che umano, offerse
alla Dea le trenta mine pel tempio, demolì Lecito e lo riacconciò
in nuova foggia, e tutto il suolo consacrò a Minerva. Nel restante
dell’inverno egli si occupava a dar buon sesto alle terre prese, senza
abbandonare il pensiero sopra quelle che restavano. E col compiersi
dell’inverno finiva l’ottavo anno di questa guerra.
117. Cominciando la primavera della estate seguente fu fatto tregua
per un anno dai Lacedemoni agli Ateniesi. Credevano gli Ateniesi che
Brasida in questo modo non potrebbe ribellar loro alcun’altra terra,
prima che e’ si fossero a bell’agio apparecchiati; e che se le cose
passassero bene, essi otterrebbero un più lungo accomodamento. I
Lacedemoni poi davansi a credere che gli Ateniesi dovessero temere quei
mali che di fatto temevano, e che però, dandosi luogo a cessamento di
calamità e di fatiche, per questa esperienza e’ sarebbero più bramosi
di accomodamento e restituirebbero la gente di Sfatteria perchè la
tregua si concludesse per più lungo tempo. Il riscatto di quelle genti
stava in cima de’ loro pensieri, riflettendo essi alle continuate
vittorie di Brasida; conciossiachè se egli facesse nuovi acquisti sino
a mettere alla pari tra sè le due potenze belligeranti, nondimeno
(quantunque allora fossero in istato di combattere gli Ateniesi a forze
eguali, e forse di vincerli) potrebbe darsi il caso di perdere quelle
genti. Pertanto fanno tregua insieme, comprendendovi anche gli alleati,
in questi termini.
118. «È tra noi risoluto potere, chiunque il voglia, usare del tempio
e dell’oracolo d’Apollo Pitio senza frode o paura, secondo le patrie
costumanze. Così piace ai Lacedemoni e agli alleati presenti; e
promettono di mandare araldo per indurvi, quanto sta in loro, anche
i Beozii e i Focesi. Quanto al tesoro del Nume, voi Ateniesi e noi
Lacedemoni, e chiunqu’altro il voglia, dovremo procurare di cercarne
gli espilatori seguendo tutti la rettitudine, la giustizia ed i patrii
statuti. Di questo convengono i Lacedemoni e gli altri alleati, purchè
gli Ateniesi promettano nella tregua che entrambi dovremo restare al
possesso dei luoghi che di presente tenghiamo; cioè che i Lacedemoni
rimangano a Corifasio dentro i monti Bufrade e Tomeo[270]; e gli
Ateniesi a Citera; senza che noi ci mescoliamo nelle loro alleanze, nè
essi nelle nostre. Gli Ateniesi poi a Nisea e Minoa non oltrepasseranno
la strada che dalla parte delle Termopile presso il tempietto di Niso
va al tempio di Nettuno, e dal tempio di Nettuno va direttamente al
ponte che accenna a Minoa. Ancora, i Megaresi ed i loro confederati non
passeranno questa medesima strada, riterranno pure l’isola occupata
già dagli Ateniesi (senza che nissuno entri su quel degli altri), e
riterranno quel che ora posseggono in Trezene, oltre a tutto quello
di che convennero con gli Ateniesi; e potranno usare il mare che
bagna le loro terre, e quelle de’ confederati. Ancora, non potranno i
Lacedemoni e loro alleati navigare con navi lunghe, ma solo con altra
sorta di barche che si spingano co’ remi, e che portino carico fino a
cinquecento talenti. Ancora, il salvocondotto varrà per gli araldi,
ambascerie e loro seguito quanto si creda conveniente nell’andare e
nel tornare tanto per terra che per mare al Peloponneso e ad Atene,
con commissioni relative allo scioglimento della guerra od altre
controversie; ma in questo tempo non si riceveranno nè da voi nè da noi
disertori, nè liberi nè servi. Ancora, che nelle nostre controversie
voi dobbiate esporre a noi le vostre ragioni, e noi all’opposto le
esporremo a voi conforme alle leggi della patria, decidendo così
per la via giuridica non per quella delle armi. Queste sono le
convenzioni dei Lacedemoni e dei loro confederati. Se credete di avere
proposizioni più decorose e più giuste di queste, portatevi a Sparta ed
esponetele; perocchè nè i Lacedemoni nè i confederati si ritireranno
da tutto quello che direte di giusto. Quelli che si porteranno colà
vi vadano con pieno mandato, siccome voi pure ordinate a noi di fare.
La tregua sarà per un anno. Così ha decretato il popolo.» In Atene
allora la tribù Acamantide teneva il posto dei Pritani, Fenippo era
il cancelliere, e Niciade il presidente. Lachete ne fece il rapporto
in questi termini: A buon augurio per gli Ateniesi vi sia tregua
secondochè consentono i Lacedemoni e i loro alleati, e l’adunanza del
popolo ratificò che la tregua fosse per un anno da cominciare quello
stesso giorno quattordici del mese Elafebolione; che intrattanto gli
ambasciadori e gli araldi andrebbero e verrebbero scambievolmente per
trattare del modo di por fine alla guerra; che però i generali ed i
pritani dovessero tenere adunanza, ove gli Ateniesi, prima d’ogni altra
cosa relativa alla pace, dovessero deliberare del modo e condizioni
colle quali verrebbero ammessi gli ambasciatori che tratterebbero dello
scioglimento della guerra; e che gli ambasciatori, i quali volta per
volta intervenissero alle adunanze del popolo, appena giunti dovessero
subito impegnare la loro fede di volere osservare costantemente la
tregua per tutto l’anno.
119. Queste furono le convenzioni ratificate anche dagli alleati, che
i Lacedemoni stabilirono con gli Ateniesi e loro confederati ai dodici
del mese chiamato a Sparta Gerastio. Queste condizioni furono pattuite
e confermate coi riti religiosi, per la parte dei Lacedemoni, da Tauro
di Echetimida, da Ateneo di Pericleide, da Filocarida di Erissidaide:
per quella dei Corintii, da Enea di Ocito, da Eufamide di Aristonimo:
per quella dei Sicionesi, da Damotimo di Naucrate, da Onasimo di
Megade: per quella dei Megaresi, da Nicaso di Cecalo, da Menecrate di
Amfidoro: per quella degli Epidauri, da Amfia di Eupaide: per la parte
poi degli Ateniesi, dai generali Nicostrato di Diotrefe, Nicia di
Nicerato e Autocle di Tolmeo. Così adunque fu fatta la tregua, durante
la quale continuamente sì l’una parte che l’altra mandavansi ambascerie
per trattare di più decisivo accomodamento.
120. Nei giorni di queste scambievoli gite Scione, città in Pellene,
si ribellò dagli Ateniesi per darsi a Brasida. Dicono gli Scionesi
di essere Pellenii oriundi del Peloponneso; ma che i loro maggiori
nel ritorno da Troia furono per tempesta sofferta dai Greci sbalzati
in questo luogo, e vi presero abitazioni. Brasida, per sostenere la
ribellione, tragittò di notte a Scione preceduto da trireme alleata,
tenendole egli dietro a qualche distanza in piccola barchetta,
perchè se s’incontrasse in una nave più grossa della barchetta,
lo difenderebbe la trireme; e se altra trireme di egual forza lo
sopraggiungesse, non si volterebbe al legno più piccolo, ma bensì
contro la nave, ed egli intanto si salverebbe. Arrivato a Scione riunì
a parlamento gli Scionesi e disse loro lo stesso che ad Acanto e a
Torona: ed aggiunse, esser loro i più degni di lode, perocchè, sebben
Pellene fosse tagliata fuori e riserrata nell’istmo dagli Ateniesi
che tenevano Potidea, e sebbene per ciò essi potessero dirsi isolani,
nondimeno, erano spontaneamente corsi a libertà, e non avevano per
codardia aspettato che la necessità li obbligasse a far quello che era
di evidente vantaggio alla patria: ciò mostrare che avendo lo stato
quella costituzione che si desidera, essi vorranno da prodi sostenere
i più grandi cimenti; ed egli per la verità li stimerebbe i più fedeli
amici dei Lacedemoni, e per ogni altro conto gli averebbe in onore.
121. Li Scionesi imbaldanziti a queste parole, e tutti del pari
incoraggiati, anche quelli che prima non gradivano queste pratiche,
prendevano consiglio di sostenere generosamente la guerra; ed oltre
alle altre onorevoli accoglienze fatte a Brasida, per decreto pubblico
gli cinsero la fronte di corona d’oro come a liberatore della Grecia;
ed i privati lo inghirlandarono di bende, corteggiandolo come un
atleta. Egli per allora lasciata piccola guarnigione, ripassò a Torona;
e poco dopo vi rimandò più genti, volendo insieme co’ Scionesi fare
dei tentativi contro Mende e Potidea. Era persuaso che gli Ateniesi
pure tenendo quei luoghi per un’isola, vi anderebbero a soccorso; e
però voleva prevenirli, tanto più che di sua intelligenza si ordiva
in codeste città qualche trama di tradimento: ed egli era nella
determinazione di assalirle.
122. Ma in questo mezzo vengono a lui sopra una trireme i messi spediti
in giro ad annunziar la tregua, cioè per gli Ateniesi Aristonimo, per i
Lacedemoni Ateneo. Allora il suo esercito ripassò nuovamente a Torona;
ed i legati ragguagliavano Brasida delle convenzioni, le quali tutti
i confederati dei Lacedemoni in Tracia accettarono. Aristonimo andava
d’accordo in tutte le altre cose: ma quanto agli Scionesi, rilevando
dal calcolo dei giorni ch’e’ si erano ribellati dopo la conclusione
della tregua, diceva che non vi dovevano esser compresi. Brasida
all’opposto con molta forza diceva che si erano ribellati innanzi, e
non voleva abbandonar la città. Però quando Aristonimo riferì questi
fatti ad Atene, immediatamente gli Ateniesi si mostrarono risoluti
a portar le armi contro Scione. Se non che i Lacedemoni spedirono
ambasciate per dir loro che romperebbero la tregua; e standosene a
Brasida pretendevano Scione esser sua, ed erano pronti a diffinire
la cosa per via di giudizio. Gli Ateniesi però non vollero mettersi
al rischio della lite, ma vi portarono incontinente la guerra,
indispettiti che anche gl’isolani si attentassero di ribellarsi per la
fiducia delle forze terrestri dei Lacedemoni per loro inutili. Ciò non
pertanto il fatto della ribellione era più vero di quel che pensavano
gli Ateniesi stessi, poichè i Scionesi si erano ribellati due giorni
dopo la tregua. Ma persuasi dal consiglio di Cleone decretarono subito
di espugnare e trucidare gli Scionesi; e mentre tutto il resto era
tranquillo, qua unicamente erano rivolte le loro mire.
123. Frattanto si ribella dagli Ateniesi Mende, città della
Pellene, colonia degli Eretrii, cui Brasida ricevè credendo di non
fare ingiustizia (benchè fosse chiaro che si erano resi a tregua
fatta), perchè aveva egli pure di che accusare gli Ateniesi, che la
trasgredivano. Laonde i Mondei vi si arrischiarono più francamente,
vedendo l’animo risoluto di Brasida; e prendendo argomento da Scione
che ei non abbandonava. Discorrevano inoltre che sebbene pochi fossero
fra loro i complici, nondimeno e’ non potrebbero tirarsi indietro nello
stato in cui erano, mentre per la paura di essere scoperti avevano
contro ogni espettativa forzata la plebe ad unirsi con loro. Gli
Ateniesi appena udito ciò, irritati maggiormente si preparavano contro
le due città. E Brasida, che si aspettava la flotta nemica, fa passare
ad Olinto di Calcide i fanciulli e le donne degli Scionesi e dei
Mendei; e per fare spalla ai restanti vi mandò cinquecento Peloponnesi
di grave armatura, e trecento palvesari calcidesi, tutto sotto il
comando di Polidamida, i quali persuasi che presto comparirebbero gli
Ateniesi, tutti insieme si apparecchiavano.
124. Intanto Brasida e Perdicca per la seconda volta uniscono in
Linco le loro armi contro il re Arribeo. Questi conduceva le forze di
Macedonia cui imperava, ed i soldati gravi de’ Greci che vi si erano
stanziati: quegli poi, oltre ai Peloponnesi che gli erano lì rimasti,
conduceva i Calcidesi e gli Acantii, ed altri secondo la possibilità
di ciascuno. Insomma tutto l’esercito era composto di tremila Greci di
grave armatura, cui tenevan dietro forse mille cavalli tra de’ Macedoni
e dei Calcidesi, e inoltre gran moltitudine di barbari. Assaltarono
gli stati di Arribeo, ma avendovi trovati i Lincesti già accampati per
far fronte, presero anch’essi il campo in faccia a loro. Le genti da
piè stavano ferme ai due lati sulle colline, nel mezzo era una pianura
ove scesi i cavalli dei due eserciti attaccarono battaglia i primi.
Dipoi avanzatasi la prima dal colle la fanteria grave de’ Lincesti per
sostenere la sua cavalleria, e mostrandosi disposta a battagliare,
Brasida e Perdicca si fecero innanzi anch’essi. Qui vennero alle prese,
fugarono i Lincesti, ne uccisero gran parte, e gli altri scamparono
sulle alture, ove si tennero fermi. Dopo questo, eretto un trofeo vi
si trattennero due o tre giorni per aspettare gl’Illirici che dovevano
venire al soldo di Perdicca, il quale senza altro indugio voleva
marciare contro le castella d’Arribeo. Ma Brasida, cui stava a cuore
che Mende non patisse qualche cosa se prima di lui vi arrivassero gli
Ateniesi, non inclinava a questo, ma piuttosto a ritirarsi, tanto più
che gl’Illirici non si vedevano comparire.
125. Stando essi così discordi, giunse la nuova aver gl’Illirici
tradito Perdicca per darsi ad Arribeo. Per lo che amendue impauriti di
quella gente armigera, si erano determinati di retrocedere: ma perchè
non erano mai d’accordo insieme, non avevano nulla fermato del quando
fosse da partire. In questa sopravvenne la notte: e come è solito, ai
numerosi eserciti sbigottirsi senza sapere il perchè, così i Macedoni
e la moltitudine dei barbari impaurirono; e credendo avvicinarsi i
nemici assai più numerosi di quello che erano, e di averli poco men che
addosso, si diedero a repentina fuga per tornarsene a casa. Perdicca,
che da primo non ne sapeva nulla, intesa la cosa fu obbligato a partire
senza poter vedere Brasida, perchè i due campi erano molto distanti.
E Brasida sul far dell’alba, poichè seppe che i Macedoni erano già
partiti e che gl’Illirici con Arribeo or ora l’assalirebbero, fatto
un quadrato delle genti gravi e poste in mezzo le leggere pensava di
ritirarsi. Scelse ancora per iscorridori alcuni dei più giovani, caso
che il nemico volesse da qualche parte assalirlo. Egli poi cappati
trecento soldati, aveva in animo di ritirarsi l’ultimo per ributtare
di piè fermo i nemici che fossero i primi ad assalirlo. E prima che
essi si avvicinassero secondochè permetteva la strettezza del tempo,
esortava in questa guisa le sue genti.