90. Intanto Ippocrate, che aveva sollecitato gli Ateniesi tutti,

cittadini, inquilini e quanto vi era di forestieri, arriva a Delio, ma

troppo tardi, quando già i Beozi eransi ritirati da Sifa. Ivi postosi

ad oste prese a fortificare Delio, luogo sacro ad Apollo, nel seguente

modo. Scavavano intorno al sagrato ed al tempio una fossa circolare,

e dallo scasso gettavano su il cavaticcio per formare un argine, e

rasente ad esso ficcarono su’ due lati dei pali tolti da una vigna

attorno al sacro recinto, la quale tagliarono, e gettavano nel mezzo i

tritumi di essa insieme con sassi e mattoni, levandoli dai pavimenti

delle vicine case cui demolivano; e in ogni maniera si ingegnavano di

alzare quel riparo. Collocavano ancora, ove fosse opportuno, delle

torri di legno, di modo che nel sacro recinto non restava punto di

fabbricato, imperocchè anche dove sorgeva il portico era già andato in

rovina ogni cosa. Avevano cominciato questo lavoro il terzo giorno da

che si erano partiti da casa, e vi si occuparono questo giorno medesimo

e il quarto e il quinto fino all’ora del pranzo. Dipoi essendo quasi

tutto fornito il lavoro, primieramente l’esercito si scostò dà Delio

circa dieci stadii, con animo di tornarsene a casa. La milizia leggera,

che formava il maggior numero, seguitò immediatamente il suo cammino;

ma quella di grave armatura fermato il campo, si teneva quieta.

Ippocrate continuò a trattenersi a Delio per mettervi guardie e dar

l’ultima mano, secondo il bisogno, a quanto mancava ai ripari di quella

terra.

91. I Beozii che in questi giorni si riunivano a Tanagra, essendo ivi

concorsi da tutte le città alla nuova che gli Ateniesi si avviavano a

casa, gli altri Beotarchi, i quali sono undici, disconfortavanli dal

combattere, dappoichè i nemici non erano più nella Beozia: infatti gli

Ateniesi quando piantarono il campo erano precisamente sui confini

dell’Oropia. Ma Pagonda di Eolade beotarco di Tebe, a cui toccava il

comando dell’esercito insieme con Ariantide di Lisimaco, desiderando

venire a battaglia, e credendo miglior partito l’arrischiarvisi,

chiamatine a sè tanti per compagnia acciocchè non tutti abbandonassero

il campo, con queste parole persuadeva i Beozii ad andar contro gli

Ateniesi e far giornata.

92. «Valorosi Beozii, egli facea di mestieri che a nissuno di noi

magistrati non venisse pure in pensiero, che non voleasi venire a

battaglia con gli Ateniesi, eccetto che se li trovassimo tuttora nella

Beozia. Imperciocchè con quel riparo da essi piantato ai confini della

Beozia vogliono avere un luogo onde muoversi a rovinarla: onde è che

ci sono certamente nemici ove che si trovino e dovunque partano per

commettere ostilità. Che se ancora vi è cui sembri più sicuro il non

combatterli, costui muti pensiero: attesochè la prudenza in chi è

assalito da altri con pericolo di perdere il proprio non ammette una

ponderazione così esatta, come in chi ritenendo le proprie cose, ma

bramandone delle maggiori, invade altrui per mero capriccio. Inoltre è

vostra patria costumanza far fronte agli assalti di straniero esercito

nelle vostre terre del pari che nelle altrui: ciò che dovete fare con

assai maggior sollecitudine contro gli Ateniesi che vi confinano.

Conciossiachè se, trattandosi di confinanti, la libertà consiste nella

parità delle forze; come non dovrassi venire fino all’ultimo del

cimento contro costoro che non solo i vicini ma anche i lontani si

brigano di fare schiavi? Ci sia d’esempio lo stato a che son da loro

ridotti gli Eubeesi dell’opposto lido, e la maggior parte degli altri

Greci. Dobbiamo altresì persuaderci che laddove gli altri battagliano

coi loro vicini per i termini del territorio, noi all’opposto, se

restiam vinti, non potremo piantare in tutto il nostro dominio un sol

termine incontrastabile: perocchè entrati costoro nelle nostre terre

vorranno a forza insignorirsi di tutto; cotanto la vicinanza di costoro

più che degli altri, è per noi pericolosa. Considerate poi che quelli

i quali (siccome ora gli Ateniesi) baldanzosi di loro forze assaltano

altrui, sogliono portar con più audacia le armi contro chi stia a sè e

solo si difenda nel proprio paese; ma insistono con meno ardore contro

chi si faccia innanzi ad incontrarli fuori dei confini, e ad attaccarli

se l’occasione si presenti. Ne abbiamo contro di loro l’esperienza;

allorchè per sedizione insorta avendo essi occupato il nostro suolo,

noi li vincemmo a Cheronea e ristabilimmo in Beozia quella sicurezza

che dura anche adesso. Le quali cose rammemorando noi più vecchi

sforziamoci di imitare i fatti d’allora, e voi giovanetti figli di

padri già valorosi procurate di non profanare quelle virtù che per

retaggio vi appartengono. Pertanto affidati al Nume che sarà per noi,

il cui santuario ritengono sacrilegamente afforzato, ed alle vittime

che nei nostri sacrifici ci si mostrano propizie, corriamo tutti ad

affrontarli, e mostriamo loro che assalendo gente che non sappiano

respingerli, potranno appagare le proprie voglie; ma trattandosi di

un popolo che per innata generosità vuole combattendo mantener sempre

libera la sua patria, e non assoggettare ingiustamente l’altrui, e’ non

torneranno indietro senza venire al paragone dell’armi.»

93. Con questa esortazione Pagonda persuase i Beozii ad andar

contro gli Ateniesi; e poichè era già sul tardi del giorno, mosso

subito il campo si mise alla testa dell’esercito. Quando fu vicino

all’accampamento degli Ateniesi fece alto ove una collina trapposta

impediva ai due eserciti di vedersi scambievolmente; schierò le sue

genti e si disponeva alla battaglia. Ippocrate che era a Delio,

avuto contezza che i Beozii gli venivano addosso, spedisce al suo

esercito imponendo di mettersi in ordinanza: e poco dopo partì

anch’egli, lasciati circa quattrocento cavalli ne’ contorni di Delio

per guardarlo, se mai qualche corpo nemico volesse assalirlo, e per

cogliere insieme l’opportunità di sorprendere i Beozii nell’atto della

battaglia. E i Beozii destinarono alcune squadre per far fronte a

costoro; e quando ebbero tutte in ordine si fecero vedere di sulla

collina; e si misero sulle armi in quella ordinanza colla quale

dovevano combattere. Erano in tutti forse settemila di milizia grave, e

di leggera sopra diecimila, con mille cavalli e cinquecento palvesari.

I Tebani con quelli del loro comune[268] tenevano l’ala destra; il

centro gli Aliarti, i Coronei, i Copeesi, e gli altri abitanti sul lago

di Copa; la sinistra i Tespiesi, i Tanagresi e gli Orcomenii. L’una

e l’altra ala era coperta dalla cavalleria e dalle genti leggere. I

Tebani erano schierati con venticinque di fronte; e gli altri senza

verun ordine stabilito. Tale era l’apparecchio e l’ordinanza de’ Beozii.

94. Dalla parte degli Ateniesi i soldati gravi, che erano pari di

numero ai nemici, si schieravano con otto di fronte, e sulle due ali

era la cavalleria. Non si trovavano presenti nell’esercito milizie

leggere, e nemmeno ve n’erano in Atene; e quelle che con Ippocrate

erano entrate nella Beozia, sebbene in molto maggior numero dei nemici,

lo avevano però seguito senz’armi, perchè erasi fatta in Atene una leva

generale sì di forestieri che di cittadini; e perchè dopochè da prima

elle si furono mosse per tornarsene a casa, non erano più comparse

salvo che poche. Ma quando i due erano ordinati a battaglia e vicini ad

azzuffarsi, Ippocrate generale scorrendo le file dell’esercito degli

Ateniesi gli incoraggiava con queste parole.

95. «Ateniesi, breve è la mia esortazione, ma importa lo stesso per

uomini valorosi. Non è dessa eccitamento ma ricordanza di prodezza.

A niuno di voi cada in mente che sulle terre altrui noi senza pro ci

gettiamo in tanto pericolo, perchè la battaglia nel suolo di questi

sarà per salvezza del nostro. E se vinceremo, i Peloponnesi privati

della cavalleria beozia non assalteranno più il vostro territorio:

talchè con una sola battaglia voi conquistate queste terre, e

viemaggiormente affrancate le vostre. Marciate adunque contro di essi

in modo da fare onore a quella città che ciascuno di voi si gloria di

avere per patria, e che è la prima fra i Greci; non meno che ai padri

vostri che guidati da Mironida vinsero costoro ad Enofite, ed allora

conquistarono la Beozia.»

96. Mentre Ippocrate animava così le sue genti, era pervenuto a mezzo

dell’esercito senza poter percorrere alla maggior parte; perchè

i Beozii incitati anch’essi brevemente da Peonida ed intonato il

Peana, si avanzavano dalla collina. Onde gli Ateniesi si mossero loro

incontro, e correndo si azzuffarono. Le ultime file di ambedue gli

eserciti non poterono venire alle mani perchè impedite egualmente

dai torrenti; ma le altre si affrontarono con aspra battaglia e con

incioccamento di scudi. L’ala sinistra dei Beozii fino al mezzo era

vinta dagli Ateniesi, i quali incalzarono in questa parte anche gli

altri; e singolarmente i Tespiesi. Imperciocchè avendo ceduto quei

che erano schierati dirimpetto agli Ateniesi, i Tespiesi si trovarono

circondati in angusto spazio: onde quelli che vi morirono furono

tagliati a pezzi nel difendersi petto a petto. Alcuni poi degli

Ateniesi che nel circondarli eransi disordinati, non riconoscendosi

più tra loro, si ammazzarono scambievolmente. Pertanto i Beozii

perdevano su questo lato e si ritiravano presso quelli che reggevano

alla battaglia. All’opposto l’ala destra, ove erano i Tebani,

superava gli Ateniesi: e dopo averli in breve respinti cominciava ad

inseguirli. E accadde che Pagonda sentendo che pativa l’ala sinistra

de’ suoi, aveva spedito in giro alla collina per occulta via due

squadroni di cavalleria; all’improvviso comparir dei quali, quell’ala

degli Ateniesi, che era vincitrice, credendo che un nuovo esercito

sopravvenisse, entrò in gran paura. Cosicchè l’esercito ateniese parte

costernato per questo stratagemma, parte inseguito e sbaragliato dai

Tebani, si diede tutto a fuggire. Correvano alcuni verso Delio e verso

il mare; altri ad Oropo, altri al monte Parnete, ed altri ovunque

ciascuno avesse qualche speranza di salvezza. I Beozii, e specialmente

i loro cavalli, insieme coi Locresi accorsi in rinforzo appena seguita

la rotta li incalzavano e li uccidevano. Ma la notte sopravvenuta a

questo conflitto facilitò lo scampo ai fuggitivi; e il giorno appresso

quei che s’erano ricovrati ad Oropo e a Delio (il quale nondimeno

tuttora ritenevano), lasciatovi un presidio ritornarono colle navi a

casa.

97. I Beozii ersero il trofeo, ripresero i cadaveri dei loro,

spogliarono quelli de’ nimici, e lasciate ivi delle genti tornarono

a Tanara coll’intenzione di assaltar Delio. In questo mezzo l’araldo

degli Ateniesi spedito per riavere i cadaveri incontra quello dei

Beozii, che lo fa tornare indietro col dirgli: che prima del suo

ritorno non otterrebbe nulla. Quindi venuto alla presenza degli

Ateniesi, disse da parte dei Beozii: aver essai oprato nefandamente,

violando gl’istituti dei Greci, perciocchè era presso tutti stabilito

che entrando sulle terre gli uni degli altri, si risparmiassero i

luoghi sacri del paese. Nondimeno (soggiungeva) avere gli Ateniesi

munito Delio ed abitarlo; commettersi ivi tutto quello che ne’ luoghi

profani si suole commettere; ed avere attinta l’acqua vietata a

toccare, salvo che nelle abluzioni, pei sacrifizii. Che però i Beozii

in riguardo del Nume e insieme di se stessi, invocate le divinità

partecipi del culto, e Apollo principalmente, intimavano ad essi di

andarsene dal sacro luogo portando seco le robe loro.

98. Dopo che l’araldo ebbe parlato così, gli Ateniesi spedirono ai

Beozii il loro, rispondendo: che essi non avevano in nulla violato il

sacro luogo, e nemmeno volontariamente lo violerebbero in avvenire; che

neanche da principio vi erano entrati con questa intenzione, ma solo

per aver un ridotto onde meglio difendersi dalle loro ingiustizie; che

gl’instituti dei Greci portavano, che chiunque, fosse padrone di un

territorio più o meno esteso, di lui fossero sempre ancora i luoghi

sacri, per doverli onorare colle cerimonie ch’ei potesse, oltre le

consuete; che i Beozii stessi, e gli altri non pochi che posseggono un

paese dal quale abbiano colla forza cacciati gli abitanti, per quanto

da prima invadessero luoghi sacri appartenenti ad altrui, li ritengono

ora in proprio; che se essi medesimi potessero acquistar qualche altra

terra di più nella Beozia la riterrebbero; e che ora, per quanto in

loro stesse, non partirebbero da quella ove si trovavano, perchè

la credevano sua. Quanto all’acqua poi rispondevano: che l’avevano

toccata per necessità, la quale necessità non si erano procurata

colla propria insolenza ma erano stati astretti ad usarne, nel caso

di dover respingere i Beozii che i primi avevano invaso il loro

territorio; che in ogni modo volevasi credere che ciò a cui costringe

la guerra o altro grave pericolo, sarebbe pur perdonato anche dal

Nume; che però gli altari sono il refugio dei falli involontarii; e

trasgressione si chiama quella commessa da chicchessia senza alcuna

necessità, non quella a che i disastri ti spingano. Ond’è che essi,

pretendendo rendere i morti per riscatto de’ luoghi sacri, adoprano

assai più empiamente degli Ateniesi i quali non vogliono riacquistare

collo scambio di luoghi sacri ciò che loro si conviene. In ultimo

ordinavano all’araldo di dir chiaramente che essi non uscirebbero da

una terra de’ Beozii che non più apparteneva ai Beozii, dappoichè era

stata acquistata con l’armi, ma che intendevano di riavere i cadaveri

mediante la tregua, secondo il patrio costume.

99. I Beozii, credendo che Oropia (su’ confini della quale giacevano

per avventura i cadaveri, essendo ivi accaduta la pugna) fosse per

titolo di vassallaggio degli Ateniesi, i quali però non potrebbero

riprendere i morti, s’e’ non lo permettessero, risposero: che se gli

Ateniesi erano in Beozia se ne andassero da un paese beozio portando

seco le robe loro; se poi erano in paese loro proprio, dovevano essi

ben sapere quello che era da fare: che a loro non toccava certo a dare

salvocondotto in terra altrui; ma che ove si trattasse di uscire da una

terra dei Beozii il decoro esigeva si rispondesse, che partissero, e

riprendessero le cose richiedevano. A questa risposta l’araldo degli

Ateniesi partì senza nulla concludere.

100. Ma i Beozii, essendo venuti in loro aiuto dopo la battaglia

duemila Corintii di grave armatura, e quei soldati peloponnesi che

erano di presidio a Nisea ed anche i Megaresi, spedirono subito per dei

lanciatori e frombolieri dal seno Meliaco, marciarono contro Delio, e

diedero l’assalto alla fortificazione. Tra gli altri tentativi fatti,

accostarono al muro una macchina che lo espugnò, fatta in questa

foggia. Segarono una grande antenna in due parti, le quali vuotate

quanto erano lunghe le ricommessero esattamente a guisa d’una tromba.

All’estremità vi attaccarono con catene una caldaia, e dall’antenna

scendeva voltato verso la caldaia lo sfiatatoio di ferro, e di ferro

era pur foderata non poca parte del resto dell’antenna. Portata questa

per non piccolo spazio in su de’ carri l’accostarono al muro in quel

punto che era fatto, più che d’altro, di sarmenti e di legni: e quando

fu vicina vi applicarono grandi mantici alla estremità dalla parte

loro, e gonfiavano. Il fiato scorrendo ben serrato nella caldaia

fornito di carboni accesi, di zolfo e di pece, suscitò fiamma grande

che appiccò fuoco al muro tanto che, non potendo più alcuno rimanervi,

lo abbandonarono, e si misero in fuga; e fu in questa maniera espugnata

quella munizione. Alcuni del presidio morirono, dugento furono presi, e

l’altra moltitudine montata sulle navi si ricondusse a casa.

101. Dalla battaglia alla espugnazione di Delio erano corsi diciassette

giorni; e poco dopo il messaggio degli Ateniesi ignaro del fatto

ritornò pei cadaveri, cui i Beozii restituirono senza più fare la

medesima risposta. Nel combattimento d’Oropia mancarono poco meno di

cinquecento Beozii, Ateniesi forse mille col generale Ippocrate, e gran

numero di genti leggere e di saccardi. Poco tempo dopo questa battaglia

Demostene, che non era riuscito in questa sua navigazione a prendere

Sifa per tradimento, avendo sulla sua flotta una truppa di quattrocento

soldati gravi tra Acarnani, Agrei e Ateniesi, fece scala sulla costa

di Sicione. Ma prima che approdasse tutta la flotta i Sicionesi corsi

all’incontro di quelli che erano già smontati, li misero in fuga e li

perseguirono fino alle navi, uccidendone alcuni, altri prendendone

vivi: ed erettovi trofeo restituirono i cadaveri con salvocondotto.

Circa i medesimi giorni dei fatti di Delio, Sitalce re degli Odrisii

morì in una battaglia perduta nella sua spedizione contro i Triballi; e

Seute di Sparadoco suo nipote regnò sugli Odrisii e sull’altra porzione

di Tracia stata soggetta al dominio di esso.

102. Nel medesimo inverno Brasida con i confederati di Tracia marciò

contro Amfipoli colonia degli Ateniesi sul fiume Strimone. Quivi

appunto nel sito ove ora risiede la città si era prima provato

a fondare una colonia anche Aristagora di Mileto, quando era

fuggiasco dal re Dario; ma ne fu bruttamente scacciato dagli Edonii.

Medesimamente trentadue anni dopo vi si provarono gli Ateniesi,

avendovi spediti per prendervi stanza diecimila tra di loro e di

altri volontari, i quali furono trucidati a Drabesco dai Tracii. E

nuovamente, passati ventinove anni, vi andarono gli Ateniesi con Agnone

figliolo di Nicia speditovi a fondar la colonia, e cacciatine gli

Edonii fabbricarono il castello che prima chiamavasi le Nove Strade.

Erano essi partiti da Eione, terra marittima e di commercio che avevano

all’imboccatura del fiume, distante venticinque stadii dalla città

presente, alla quale Agnone diede il nome di Amfipoli, o vogliam dire

città a due facce; perchè la cinse con mura lunghe da un ramo all’altro

del fiume, il quale, coi due rami, onde è diviso, abbracciandola, la

bagna intorno da ambe le parti: e così la fabbricò in modo che avesse

il prospetto della marina e della terraferma.

103. Brasida adunque movendo da Arne della Calcidica marciava col

suo esercito contro Amfipoli. Arrivato sulla sera ad Aulona e a

Bromesco, ove sbocca nel mare la palude Bolbe, cenò e la notte

proseguì la sua gita. Faceva temporale con del nevischio, e però

sollecitò la partenza volendo tenersi celato a quei d’Amfipoli, salvo

che ai complici del tradimento; perocchè abitavano in quella città

alcuni di Argilo, colonia degli Andrii, ed altri che favoreggiavano

questo trattato, parte mossi da Perdicca, parte da’ Calcidesi. Ma

in questa trama adopravansi soprattutto quelli d’Argilo, sì perchè

vicinavano con Amfipoli, sì ancora perchè dagli Ateniesi erano avuti

in sospetto di male intenzionati contro questa città: laonde quando si

offerse l’occasione all’arrivo di Brasida, che già molto prima teneva

delle pratiche con quei di loro che avevano preso casa in Amfipoli,

trattavano del modo onde si dovesse rendere quella città. E non solo

lo ricevettero in Argilo; ma ribellatisi agli Ateniesi, in quella

medesima notte prima dell’alba collocarono l’esercito presso al ponte

del fiume da cui Amfipoli è distante un poco più della larghezza del

fiume stesso. Non vi erano ancora state tirate le mura come adesso, ma

vi stava piccolo presidio, cui Brasida respinse agevolmente mediante

il tradimento, il temporale e l’improvviso assalto. Traversato così

il ponte s’impadronì delle cose fuori di città appartenenti agli

Amfipolitani che abitavano tutto quel luogo.

104. Il suo tragitto inaspettato per quei di città, l’arresto di molti

di quei di fuori, e l’essersi altri rifugiati dentro le mura, mise in

grave scompiglio gli Amfipolitani, tanto più che non si fidavano l’uno

dell’altro. E si dice che se Brasida non avesse voluto voltarsi colle

sue genti al saccheggio, ma si fosse tosto diretto contro la città,

l’avrebbe probabilmente espugnata. Il fatto sta che fermato il campo

scorrazzava la campagna; e vedendo che dalla parte di quei di città

nulla succedeva di quanto si aspettava, se ne stette quieto. Intanto

quei che erano avversi ai cospiratori prevalendo di numero operarono

sì che le porte non vennero subito aperte, e spedirono alcuni insieme

col generale Eucleo, che inviato dagli Ateniesi comandava il presidio

della città, domandando pronto soccorso all’altro generale di Tracia,

Tucidide di Oloro, scrittore di queste istorie, il quale era nell’isola

di Taso colonia de’ Parii, distante da Amfipoli circa mezza giornata

di mare. A questo avviso partì egli subito colle sette navi che erano

colà, volendo soprattutto arrivare ad Amfipoli prima che ella cedesse

in nulla, o almeno assicurarsi per tempo di Eiona.

106. Tra questo, Brasida temendo del soccorso delle navi di Taso,

e informato che Tucidide aveva lì d’appresso in Tracia, il lavorio

delle miniere d’oro, per cui era uno dei più potenti di terraferma,

si affrettava di occupar la città, se fosse possibile prima della sua

venuta, perchè il popolo amfipolitano all’arrivo di lui non ricusasse

di rendersi, per la speranza ch’ei le potesse salvare colle forze

raccolte dalla Tracia e dal mare. Però proponeva discreto accomodamento

per via d’un bando, ove dicevasi: che tanto i cittadini di Amfipoli,

quanto gli Ateniesi che ivi si trovavano, potessero restare, se loro

piacesse, al possedimento delle proprie cose, godendo con piena

egualità dei diritti di cittadinanza; chiunque poi non stesse contento

a ciò, dovesse partire dentro cinque giorni portando seco quel che

aveva.

106. La plebe udito ciò mutossi di pensiero, tanto più che in città

vi erano pochi Ateniesi, e il più degli abitanti era un miscuglio di

varii popoli, e molti erano parenti di quelli arrestati al di fuori.

Insomma tutti, atteso il timore, tenevano per discreto quel bando:

gli Ateniesi perchè giudicavano loro pericoloso l’uscire, e perchè

non si aspettavano un pronto soccorso; il resto della moltitudine

poi perchè goderebbero come prima dei loro diritti, e contro ogni

credenza si trarrebbero del pericolo. Cosicchè i fautori di Brasida

vedendo che la plebe mutata non udiva più il generale ateniese ivi

presente, giustificavano oramai apertamente le proposizioni di Brasida,

e si venne alla capitolazione per cui ricevettero gli Spartani colle

condizioni del bando. Per tal modo resero la città. Tucidide sulla

sera di questo stesso giorno approdò colle sue navi a Eiona. Avendo

Brasida di poco occupata Amfipoli, stette solo per una notte che ei non

prendesse anco Eiona: perocchè se quelle navi non erano sollecitamente

venute a soccorrerla, l’avrebbe occupata sul far dell’alba.

107. Dopo ciò Tucidide disponeva in Eiona le cose in modo da metterla

in sicuro sì per allora, se mai Brasida venisse ad attaccarla, sì anche

per l’avvenire, raccettando quelli che secondo il pattuito avevano

preso il partito di ritirarsi da Amfipoli. E Brasida senza perder tempo

calò per la corrente del fiume con molte barche verso Eiona per vedere

di prender quella lingua di terra che dalle mura si stende verso il

mare, e così impadronirsi della bocca del fiume. Fece ancora sue prove

dalla parte di terra, ma fu per tutto respinto. Aveva già acconciato

le cose di Amfipoli, quando gli si rese Mircino città dell’Edonia, ove

Pittaco re degli Edoni era stato ucciso dai figlioli di Goaxi e da

Branne sua moglie; e poco dopo ebbe anche Gasselo ed Esime, due colonie

dei Tasii. E subito dopo la presa d’Amfipoli era arrivato Perdicca il

quale lo aiutava a bene stabilire queste cose.

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 28 / 35 段