cittadini, inquilini e quanto vi era di forestieri, arriva a Delio, ma
troppo tardi, quando già i Beozi eransi ritirati da Sifa. Ivi postosi
ad oste prese a fortificare Delio, luogo sacro ad Apollo, nel seguente
modo. Scavavano intorno al sagrato ed al tempio una fossa circolare,
e dallo scasso gettavano su il cavaticcio per formare un argine, e
rasente ad esso ficcarono su’ due lati dei pali tolti da una vigna
attorno al sacro recinto, la quale tagliarono, e gettavano nel mezzo i
tritumi di essa insieme con sassi e mattoni, levandoli dai pavimenti
delle vicine case cui demolivano; e in ogni maniera si ingegnavano di
alzare quel riparo. Collocavano ancora, ove fosse opportuno, delle
torri di legno, di modo che nel sacro recinto non restava punto di
fabbricato, imperocchè anche dove sorgeva il portico era già andato in
rovina ogni cosa. Avevano cominciato questo lavoro il terzo giorno da
che si erano partiti da casa, e vi si occuparono questo giorno medesimo
e il quarto e il quinto fino all’ora del pranzo. Dipoi essendo quasi
tutto fornito il lavoro, primieramente l’esercito si scostò dà Delio
circa dieci stadii, con animo di tornarsene a casa. La milizia leggera,
che formava il maggior numero, seguitò immediatamente il suo cammino;
ma quella di grave armatura fermato il campo, si teneva quieta.
Ippocrate continuò a trattenersi a Delio per mettervi guardie e dar
l’ultima mano, secondo il bisogno, a quanto mancava ai ripari di quella
terra.
91. I Beozii che in questi giorni si riunivano a Tanagra, essendo ivi
concorsi da tutte le città alla nuova che gli Ateniesi si avviavano a
casa, gli altri Beotarchi, i quali sono undici, disconfortavanli dal
combattere, dappoichè i nemici non erano più nella Beozia: infatti gli
Ateniesi quando piantarono il campo erano precisamente sui confini
dell’Oropia. Ma Pagonda di Eolade beotarco di Tebe, a cui toccava il
comando dell’esercito insieme con Ariantide di Lisimaco, desiderando
venire a battaglia, e credendo miglior partito l’arrischiarvisi,
chiamatine a sè tanti per compagnia acciocchè non tutti abbandonassero
il campo, con queste parole persuadeva i Beozii ad andar contro gli
Ateniesi e far giornata.
92. «Valorosi Beozii, egli facea di mestieri che a nissuno di noi
magistrati non venisse pure in pensiero, che non voleasi venire a
battaglia con gli Ateniesi, eccetto che se li trovassimo tuttora nella
Beozia. Imperciocchè con quel riparo da essi piantato ai confini della
Beozia vogliono avere un luogo onde muoversi a rovinarla: onde è che
ci sono certamente nemici ove che si trovino e dovunque partano per
commettere ostilità. Che se ancora vi è cui sembri più sicuro il non
combatterli, costui muti pensiero: attesochè la prudenza in chi è
assalito da altri con pericolo di perdere il proprio non ammette una
ponderazione così esatta, come in chi ritenendo le proprie cose, ma
bramandone delle maggiori, invade altrui per mero capriccio. Inoltre è
vostra patria costumanza far fronte agli assalti di straniero esercito
nelle vostre terre del pari che nelle altrui: ciò che dovete fare con
assai maggior sollecitudine contro gli Ateniesi che vi confinano.
Conciossiachè se, trattandosi di confinanti, la libertà consiste nella
parità delle forze; come non dovrassi venire fino all’ultimo del
cimento contro costoro che non solo i vicini ma anche i lontani si
brigano di fare schiavi? Ci sia d’esempio lo stato a che son da loro
ridotti gli Eubeesi dell’opposto lido, e la maggior parte degli altri
Greci. Dobbiamo altresì persuaderci che laddove gli altri battagliano
coi loro vicini per i termini del territorio, noi all’opposto, se
restiam vinti, non potremo piantare in tutto il nostro dominio un sol
termine incontrastabile: perocchè entrati costoro nelle nostre terre
vorranno a forza insignorirsi di tutto; cotanto la vicinanza di costoro
più che degli altri, è per noi pericolosa. Considerate poi che quelli
i quali (siccome ora gli Ateniesi) baldanzosi di loro forze assaltano
altrui, sogliono portar con più audacia le armi contro chi stia a sè e
solo si difenda nel proprio paese; ma insistono con meno ardore contro
chi si faccia innanzi ad incontrarli fuori dei confini, e ad attaccarli
se l’occasione si presenti. Ne abbiamo contro di loro l’esperienza;
allorchè per sedizione insorta avendo essi occupato il nostro suolo,
noi li vincemmo a Cheronea e ristabilimmo in Beozia quella sicurezza
che dura anche adesso. Le quali cose rammemorando noi più vecchi
sforziamoci di imitare i fatti d’allora, e voi giovanetti figli di
padri già valorosi procurate di non profanare quelle virtù che per
retaggio vi appartengono. Pertanto affidati al Nume che sarà per noi,
il cui santuario ritengono sacrilegamente afforzato, ed alle vittime
che nei nostri sacrifici ci si mostrano propizie, corriamo tutti ad
affrontarli, e mostriamo loro che assalendo gente che non sappiano
respingerli, potranno appagare le proprie voglie; ma trattandosi di
un popolo che per innata generosità vuole combattendo mantener sempre
libera la sua patria, e non assoggettare ingiustamente l’altrui, e’ non
torneranno indietro senza venire al paragone dell’armi.»
93. Con questa esortazione Pagonda persuase i Beozii ad andar
contro gli Ateniesi; e poichè era già sul tardi del giorno, mosso
subito il campo si mise alla testa dell’esercito. Quando fu vicino
all’accampamento degli Ateniesi fece alto ove una collina trapposta
impediva ai due eserciti di vedersi scambievolmente; schierò le sue
genti e si disponeva alla battaglia. Ippocrate che era a Delio,
avuto contezza che i Beozii gli venivano addosso, spedisce al suo
esercito imponendo di mettersi in ordinanza: e poco dopo partì
anch’egli, lasciati circa quattrocento cavalli ne’ contorni di Delio
per guardarlo, se mai qualche corpo nemico volesse assalirlo, e per
cogliere insieme l’opportunità di sorprendere i Beozii nell’atto della
battaglia. E i Beozii destinarono alcune squadre per far fronte a
costoro; e quando ebbero tutte in ordine si fecero vedere di sulla
collina; e si misero sulle armi in quella ordinanza colla quale
dovevano combattere. Erano in tutti forse settemila di milizia grave, e
di leggera sopra diecimila, con mille cavalli e cinquecento palvesari.
I Tebani con quelli del loro comune[268] tenevano l’ala destra; il
centro gli Aliarti, i Coronei, i Copeesi, e gli altri abitanti sul lago
di Copa; la sinistra i Tespiesi, i Tanagresi e gli Orcomenii. L’una
e l’altra ala era coperta dalla cavalleria e dalle genti leggere. I
Tebani erano schierati con venticinque di fronte; e gli altri senza
verun ordine stabilito. Tale era l’apparecchio e l’ordinanza de’ Beozii.
94. Dalla parte degli Ateniesi i soldati gravi, che erano pari di
numero ai nemici, si schieravano con otto di fronte, e sulle due ali
era la cavalleria. Non si trovavano presenti nell’esercito milizie
leggere, e nemmeno ve n’erano in Atene; e quelle che con Ippocrate
erano entrate nella Beozia, sebbene in molto maggior numero dei nemici,
lo avevano però seguito senz’armi, perchè erasi fatta in Atene una leva
generale sì di forestieri che di cittadini; e perchè dopochè da prima
elle si furono mosse per tornarsene a casa, non erano più comparse
salvo che poche. Ma quando i due erano ordinati a battaglia e vicini ad
azzuffarsi, Ippocrate generale scorrendo le file dell’esercito degli
Ateniesi gli incoraggiava con queste parole.
95. «Ateniesi, breve è la mia esortazione, ma importa lo stesso per
uomini valorosi. Non è dessa eccitamento ma ricordanza di prodezza.
A niuno di voi cada in mente che sulle terre altrui noi senza pro ci
gettiamo in tanto pericolo, perchè la battaglia nel suolo di questi
sarà per salvezza del nostro. E se vinceremo, i Peloponnesi privati
della cavalleria beozia non assalteranno più il vostro territorio:
talchè con una sola battaglia voi conquistate queste terre, e
viemaggiormente affrancate le vostre. Marciate adunque contro di essi
in modo da fare onore a quella città che ciascuno di voi si gloria di
avere per patria, e che è la prima fra i Greci; non meno che ai padri
vostri che guidati da Mironida vinsero costoro ad Enofite, ed allora
conquistarono la Beozia.»
96. Mentre Ippocrate animava così le sue genti, era pervenuto a mezzo
dell’esercito senza poter percorrere alla maggior parte; perchè
i Beozii incitati anch’essi brevemente da Peonida ed intonato il
Peana, si avanzavano dalla collina. Onde gli Ateniesi si mossero loro
incontro, e correndo si azzuffarono. Le ultime file di ambedue gli
eserciti non poterono venire alle mani perchè impedite egualmente
dai torrenti; ma le altre si affrontarono con aspra battaglia e con
incioccamento di scudi. L’ala sinistra dei Beozii fino al mezzo era
vinta dagli Ateniesi, i quali incalzarono in questa parte anche gli
altri; e singolarmente i Tespiesi. Imperciocchè avendo ceduto quei
che erano schierati dirimpetto agli Ateniesi, i Tespiesi si trovarono
circondati in angusto spazio: onde quelli che vi morirono furono
tagliati a pezzi nel difendersi petto a petto. Alcuni poi degli
Ateniesi che nel circondarli eransi disordinati, non riconoscendosi
più tra loro, si ammazzarono scambievolmente. Pertanto i Beozii
perdevano su questo lato e si ritiravano presso quelli che reggevano
alla battaglia. All’opposto l’ala destra, ove erano i Tebani,
superava gli Ateniesi: e dopo averli in breve respinti cominciava ad
inseguirli. E accadde che Pagonda sentendo che pativa l’ala sinistra
de’ suoi, aveva spedito in giro alla collina per occulta via due
squadroni di cavalleria; all’improvviso comparir dei quali, quell’ala
degli Ateniesi, che era vincitrice, credendo che un nuovo esercito
sopravvenisse, entrò in gran paura. Cosicchè l’esercito ateniese parte
costernato per questo stratagemma, parte inseguito e sbaragliato dai
Tebani, si diede tutto a fuggire. Correvano alcuni verso Delio e verso
il mare; altri ad Oropo, altri al monte Parnete, ed altri ovunque
ciascuno avesse qualche speranza di salvezza. I Beozii, e specialmente
i loro cavalli, insieme coi Locresi accorsi in rinforzo appena seguita
la rotta li incalzavano e li uccidevano. Ma la notte sopravvenuta a
questo conflitto facilitò lo scampo ai fuggitivi; e il giorno appresso
quei che s’erano ricovrati ad Oropo e a Delio (il quale nondimeno
tuttora ritenevano), lasciatovi un presidio ritornarono colle navi a
casa.
97. I Beozii ersero il trofeo, ripresero i cadaveri dei loro,
spogliarono quelli de’ nimici, e lasciate ivi delle genti tornarono
a Tanara coll’intenzione di assaltar Delio. In questo mezzo l’araldo
degli Ateniesi spedito per riavere i cadaveri incontra quello dei
Beozii, che lo fa tornare indietro col dirgli: che prima del suo
ritorno non otterrebbe nulla. Quindi venuto alla presenza degli
Ateniesi, disse da parte dei Beozii: aver essai oprato nefandamente,
violando gl’istituti dei Greci, perciocchè era presso tutti stabilito
che entrando sulle terre gli uni degli altri, si risparmiassero i
luoghi sacri del paese. Nondimeno (soggiungeva) avere gli Ateniesi
munito Delio ed abitarlo; commettersi ivi tutto quello che ne’ luoghi
profani si suole commettere; ed avere attinta l’acqua vietata a
toccare, salvo che nelle abluzioni, pei sacrifizii. Che però i Beozii
in riguardo del Nume e insieme di se stessi, invocate le divinità
partecipi del culto, e Apollo principalmente, intimavano ad essi di
andarsene dal sacro luogo portando seco le robe loro.
98. Dopo che l’araldo ebbe parlato così, gli Ateniesi spedirono ai
Beozii il loro, rispondendo: che essi non avevano in nulla violato il
sacro luogo, e nemmeno volontariamente lo violerebbero in avvenire; che
neanche da principio vi erano entrati con questa intenzione, ma solo
per aver un ridotto onde meglio difendersi dalle loro ingiustizie; che
gl’instituti dei Greci portavano, che chiunque, fosse padrone di un
territorio più o meno esteso, di lui fossero sempre ancora i luoghi
sacri, per doverli onorare colle cerimonie ch’ei potesse, oltre le
consuete; che i Beozii stessi, e gli altri non pochi che posseggono un
paese dal quale abbiano colla forza cacciati gli abitanti, per quanto
da prima invadessero luoghi sacri appartenenti ad altrui, li ritengono
ora in proprio; che se essi medesimi potessero acquistar qualche altra
terra di più nella Beozia la riterrebbero; e che ora, per quanto in
loro stesse, non partirebbero da quella ove si trovavano, perchè
la credevano sua. Quanto all’acqua poi rispondevano: che l’avevano
toccata per necessità, la quale necessità non si erano procurata
colla propria insolenza ma erano stati astretti ad usarne, nel caso
di dover respingere i Beozii che i primi avevano invaso il loro
territorio; che in ogni modo volevasi credere che ciò a cui costringe
la guerra o altro grave pericolo, sarebbe pur perdonato anche dal
Nume; che però gli altari sono il refugio dei falli involontarii; e
trasgressione si chiama quella commessa da chicchessia senza alcuna
necessità, non quella a che i disastri ti spingano. Ond’è che essi,
pretendendo rendere i morti per riscatto de’ luoghi sacri, adoprano
assai più empiamente degli Ateniesi i quali non vogliono riacquistare
collo scambio di luoghi sacri ciò che loro si conviene. In ultimo
ordinavano all’araldo di dir chiaramente che essi non uscirebbero da
una terra de’ Beozii che non più apparteneva ai Beozii, dappoichè era
stata acquistata con l’armi, ma che intendevano di riavere i cadaveri
mediante la tregua, secondo il patrio costume.
99. I Beozii, credendo che Oropia (su’ confini della quale giacevano
per avventura i cadaveri, essendo ivi accaduta la pugna) fosse per
titolo di vassallaggio degli Ateniesi, i quali però non potrebbero
riprendere i morti, s’e’ non lo permettessero, risposero: che se gli
Ateniesi erano in Beozia se ne andassero da un paese beozio portando
seco le robe loro; se poi erano in paese loro proprio, dovevano essi
ben sapere quello che era da fare: che a loro non toccava certo a dare
salvocondotto in terra altrui; ma che ove si trattasse di uscire da una
terra dei Beozii il decoro esigeva si rispondesse, che partissero, e
riprendessero le cose richiedevano. A questa risposta l’araldo degli
Ateniesi partì senza nulla concludere.
100. Ma i Beozii, essendo venuti in loro aiuto dopo la battaglia
duemila Corintii di grave armatura, e quei soldati peloponnesi che
erano di presidio a Nisea ed anche i Megaresi, spedirono subito per dei
lanciatori e frombolieri dal seno Meliaco, marciarono contro Delio, e
diedero l’assalto alla fortificazione. Tra gli altri tentativi fatti,
accostarono al muro una macchina che lo espugnò, fatta in questa
foggia. Segarono una grande antenna in due parti, le quali vuotate
quanto erano lunghe le ricommessero esattamente a guisa d’una tromba.
All’estremità vi attaccarono con catene una caldaia, e dall’antenna
scendeva voltato verso la caldaia lo sfiatatoio di ferro, e di ferro
era pur foderata non poca parte del resto dell’antenna. Portata questa
per non piccolo spazio in su de’ carri l’accostarono al muro in quel
punto che era fatto, più che d’altro, di sarmenti e di legni: e quando
fu vicina vi applicarono grandi mantici alla estremità dalla parte
loro, e gonfiavano. Il fiato scorrendo ben serrato nella caldaia
fornito di carboni accesi, di zolfo e di pece, suscitò fiamma grande
che appiccò fuoco al muro tanto che, non potendo più alcuno rimanervi,
lo abbandonarono, e si misero in fuga; e fu in questa maniera espugnata
quella munizione. Alcuni del presidio morirono, dugento furono presi, e
l’altra moltitudine montata sulle navi si ricondusse a casa.
101. Dalla battaglia alla espugnazione di Delio erano corsi diciassette
giorni; e poco dopo il messaggio degli Ateniesi ignaro del fatto
ritornò pei cadaveri, cui i Beozii restituirono senza più fare la
medesima risposta. Nel combattimento d’Oropia mancarono poco meno di
cinquecento Beozii, Ateniesi forse mille col generale Ippocrate, e gran
numero di genti leggere e di saccardi. Poco tempo dopo questa battaglia
Demostene, che non era riuscito in questa sua navigazione a prendere
Sifa per tradimento, avendo sulla sua flotta una truppa di quattrocento
soldati gravi tra Acarnani, Agrei e Ateniesi, fece scala sulla costa
di Sicione. Ma prima che approdasse tutta la flotta i Sicionesi corsi
all’incontro di quelli che erano già smontati, li misero in fuga e li
perseguirono fino alle navi, uccidendone alcuni, altri prendendone
vivi: ed erettovi trofeo restituirono i cadaveri con salvocondotto.
Circa i medesimi giorni dei fatti di Delio, Sitalce re degli Odrisii
morì in una battaglia perduta nella sua spedizione contro i Triballi; e
Seute di Sparadoco suo nipote regnò sugli Odrisii e sull’altra porzione
di Tracia stata soggetta al dominio di esso.
102. Nel medesimo inverno Brasida con i confederati di Tracia marciò
contro Amfipoli colonia degli Ateniesi sul fiume Strimone. Quivi
appunto nel sito ove ora risiede la città si era prima provato
a fondare una colonia anche Aristagora di Mileto, quando era
fuggiasco dal re Dario; ma ne fu bruttamente scacciato dagli Edonii.
Medesimamente trentadue anni dopo vi si provarono gli Ateniesi,
avendovi spediti per prendervi stanza diecimila tra di loro e di
altri volontari, i quali furono trucidati a Drabesco dai Tracii. E
nuovamente, passati ventinove anni, vi andarono gli Ateniesi con Agnone
figliolo di Nicia speditovi a fondar la colonia, e cacciatine gli
Edonii fabbricarono il castello che prima chiamavasi le Nove Strade.
Erano essi partiti da Eione, terra marittima e di commercio che avevano
all’imboccatura del fiume, distante venticinque stadii dalla città
presente, alla quale Agnone diede il nome di Amfipoli, o vogliam dire
città a due facce; perchè la cinse con mura lunghe da un ramo all’altro
del fiume, il quale, coi due rami, onde è diviso, abbracciandola, la
bagna intorno da ambe le parti: e così la fabbricò in modo che avesse
il prospetto della marina e della terraferma.
103. Brasida adunque movendo da Arne della Calcidica marciava col
suo esercito contro Amfipoli. Arrivato sulla sera ad Aulona e a
Bromesco, ove sbocca nel mare la palude Bolbe, cenò e la notte
proseguì la sua gita. Faceva temporale con del nevischio, e però
sollecitò la partenza volendo tenersi celato a quei d’Amfipoli, salvo
che ai complici del tradimento; perocchè abitavano in quella città
alcuni di Argilo, colonia degli Andrii, ed altri che favoreggiavano
questo trattato, parte mossi da Perdicca, parte da’ Calcidesi. Ma
in questa trama adopravansi soprattutto quelli d’Argilo, sì perchè
vicinavano con Amfipoli, sì ancora perchè dagli Ateniesi erano avuti
in sospetto di male intenzionati contro questa città: laonde quando si
offerse l’occasione all’arrivo di Brasida, che già molto prima teneva
delle pratiche con quei di loro che avevano preso casa in Amfipoli,
trattavano del modo onde si dovesse rendere quella città. E non solo
lo ricevettero in Argilo; ma ribellatisi agli Ateniesi, in quella
medesima notte prima dell’alba collocarono l’esercito presso al ponte
del fiume da cui Amfipoli è distante un poco più della larghezza del
fiume stesso. Non vi erano ancora state tirate le mura come adesso, ma
vi stava piccolo presidio, cui Brasida respinse agevolmente mediante
il tradimento, il temporale e l’improvviso assalto. Traversato così
il ponte s’impadronì delle cose fuori di città appartenenti agli
Amfipolitani che abitavano tutto quel luogo.
104. Il suo tragitto inaspettato per quei di città, l’arresto di molti
di quei di fuori, e l’essersi altri rifugiati dentro le mura, mise in
grave scompiglio gli Amfipolitani, tanto più che non si fidavano l’uno
dell’altro. E si dice che se Brasida non avesse voluto voltarsi colle
sue genti al saccheggio, ma si fosse tosto diretto contro la città,
l’avrebbe probabilmente espugnata. Il fatto sta che fermato il campo
scorrazzava la campagna; e vedendo che dalla parte di quei di città
nulla succedeva di quanto si aspettava, se ne stette quieto. Intanto
quei che erano avversi ai cospiratori prevalendo di numero operarono
sì che le porte non vennero subito aperte, e spedirono alcuni insieme
col generale Eucleo, che inviato dagli Ateniesi comandava il presidio
della città, domandando pronto soccorso all’altro generale di Tracia,
Tucidide di Oloro, scrittore di queste istorie, il quale era nell’isola
di Taso colonia de’ Parii, distante da Amfipoli circa mezza giornata
di mare. A questo avviso partì egli subito colle sette navi che erano
colà, volendo soprattutto arrivare ad Amfipoli prima che ella cedesse
in nulla, o almeno assicurarsi per tempo di Eiona.
106. Tra questo, Brasida temendo del soccorso delle navi di Taso,
e informato che Tucidide aveva lì d’appresso in Tracia, il lavorio
delle miniere d’oro, per cui era uno dei più potenti di terraferma,
si affrettava di occupar la città, se fosse possibile prima della sua
venuta, perchè il popolo amfipolitano all’arrivo di lui non ricusasse
di rendersi, per la speranza ch’ei le potesse salvare colle forze
raccolte dalla Tracia e dal mare. Però proponeva discreto accomodamento
per via d’un bando, ove dicevasi: che tanto i cittadini di Amfipoli,
quanto gli Ateniesi che ivi si trovavano, potessero restare, se loro
piacesse, al possedimento delle proprie cose, godendo con piena
egualità dei diritti di cittadinanza; chiunque poi non stesse contento
a ciò, dovesse partire dentro cinque giorni portando seco quel che
aveva.
106. La plebe udito ciò mutossi di pensiero, tanto più che in città
vi erano pochi Ateniesi, e il più degli abitanti era un miscuglio di
varii popoli, e molti erano parenti di quelli arrestati al di fuori.
Insomma tutti, atteso il timore, tenevano per discreto quel bando:
gli Ateniesi perchè giudicavano loro pericoloso l’uscire, e perchè
non si aspettavano un pronto soccorso; il resto della moltitudine
poi perchè goderebbero come prima dei loro diritti, e contro ogni
credenza si trarrebbero del pericolo. Cosicchè i fautori di Brasida
vedendo che la plebe mutata non udiva più il generale ateniese ivi
presente, giustificavano oramai apertamente le proposizioni di Brasida,
e si venne alla capitolazione per cui ricevettero gli Spartani colle
condizioni del bando. Per tal modo resero la città. Tucidide sulla
sera di questo stesso giorno approdò colle sue navi a Eiona. Avendo
Brasida di poco occupata Amfipoli, stette solo per una notte che ei non
prendesse anco Eiona: perocchè se quelle navi non erano sollecitamente
venute a soccorrerla, l’avrebbe occupata sul far dell’alba.
107. Dopo ciò Tucidide disponeva in Eiona le cose in modo da metterla
in sicuro sì per allora, se mai Brasida venisse ad attaccarla, sì anche
per l’avvenire, raccettando quelli che secondo il pattuito avevano
preso il partito di ritirarsi da Amfipoli. E Brasida senza perder tempo
calò per la corrente del fiume con molte barche verso Eiona per vedere
di prender quella lingua di terra che dalle mura si stende verso il
mare, e così impadronirsi della bocca del fiume. Fece ancora sue prove
dalla parte di terra, ma fu per tutto respinto. Aveva già acconciato
le cose di Amfipoli, quando gli si rese Mircino città dell’Edonia, ove
Pittaco re degli Edoni era stato ucciso dai figlioli di Goaxi e da
Branne sua moglie; e poco dopo ebbe anche Gasselo ed Esime, due colonie
dei Tasii. E subito dopo la presa d’Amfipoli era arrivato Perdicca il
quale lo aiutava a bene stabilire queste cose.