temevano gli uni, che Brasida fatti rientrare gli usciti, non cacciasse
lor fuori; gli altri che per questa cagione appunto i popolani non gli
assalissero, e così la città agitata da guerra cittadina non venisse a
perdersi, mentre gli Ateniesi stavano appresso alle vedette. Però non
lo ricevettero in Megara, ma piacque ad ambe le parti di star sulle sue
per veder quello che succedesse, avvegnachè sperassero amendue che si
verrebbe a battaglia fra Ateniesi e Lacedemoni accorsi in aiuto, e così
miglior partito sarebbe che si mettessero dalla parte del vincitore
coloro che gli fossero affezionati. Brasida intanto, non avendo potuto
indurre i Megaresi a riceverlo, tornò a raggiungere il rimanente
dell’esercito.
72. Arrivarono a giorno i Beozii che prima dell’imbasciata di Brasida
avevano avuto in animo di soccorrer Megara, perchè non era loro
estraneo quel pericolo, e perchè erano già con tutte le loro truppe a
Platea. Ma dopo l’imbasciata si inanimarono viemaggiormente e spedirono
a Brasida una banda di duemila di grave armatura con seicento di
cavalleria, e tornarono indietro col maggior numero; talchè tutto
l’esercito di Brasida riunito insieme montava a non meno di seimila
soldati di grave armatura. Gli Ateniesi avevano disposte in ordinanza
le genti gravi presso Nisea in sul mare, e le leggere erano sparse per
la pianura; quando i Beozii assaltando quest’ultime inaspettatamente,
perchè niun soccorso era di prima venuto ai Megaresi, le cacciarono
fino alla marina. Allora spintasi addosso al vincitore la cavalleria
ateniese si venne alle mani; e durò un pezzo questa zuffa equestre in
cui ambe le parti pretendono non avere avuta la peggio. Bene è vero che
il comandante della cavalleria beozia e pochi altri si avanzarono fin
sotto Nisea, e vi furono uccisi e spogliati dagli Ateniesi, i quali
impadronitisi de’ cadaveri dei Beozii li resero poi con salvocondotto,
ed ersero trofeo: nondimeno però, se si riguardi la totalità di questo
fatto d’arme, gli uni e gli altri si separavano con esito dubbioso.
Anzi i Beozii tornarono al loro campo, e gli Ateniesi a Nisea.
73. Dopo questo conflitto Brasida e il suo esercito si avvicinarono
al mare e alla città di Megara: e occupato un posto vantaggioso
fermaronvisi in ordinanza; perchè stimavano che gli Ateniesi verrebbero
ad assalirli, e non ignoravano che i Megaresi starebbero oziosi a
vedere di chi avesse ad essere la vittoria. Davansi essi a credere che
questo compenso porterebbe loro due vantaggi; uno, che non sarebbero
i primi a dar battaglia nè a mettersi deliberatamente all’avventura;
e che siccome si erano chiaramente mostrati disposti a resistere,
così senza muover foglia verrebbe loro a ragione attribuita la
vittoria: l’altro che potevano sperare buon esito rispetto ai Megaresi
imperciocchè se non fossero comparsi colà la cosa non resterebbe
tuttora indecisa, ma creduti manifestamente vinti avrebbero senz’altro
perduta quella città: mentre adesso potrebbe darsi il caso che gli
Ateniesi non volendo combattere, essi senza battaglia conseguano il
fine per cui erano venuti; come di fatto avvenne. Conciossiachè gli
Ateniesi erano usciti di Nisea e si erano attelati dinanzi alle mura
lunghe, ma non essendo assaliti dal nemico stavano ivi fermi, perchè
i loro generali consideravano la sproporzione del proprio pericolo
con quello dei nemici. Infatti, se dopo aver avuto prospero successo
nella massima parte delle imprese, ingaggiassero la battaglia contro
un esercito più numeroso, ne avverrebbe che vincendo acquisterebbero
Megara, perdendo verrebbe anche a perdersi il fiore delle genti di
grave armatura: laddove il rischio di tutto l’esercito peloponnesio ivi
presente era diviso in ciascuna città, e però con ragione dovevano i
Lacedemoni desiderar di venire a giornata. Ma poichè trattenutisi del
tempo nessuno dei due campi si moveva, gli Ateniesi tornarono i primi a
Nisea, e quindi i Peloponnesi al luogo onde erano partiti.
74. Allora incoraggiati maggiormente quei Megaresi fautori dei banditi
aprono le porte ai capitani delle città peloponnesie ed a Brasida,
riguardandolo come vincitore dacchè gli Ateniesi s’eran tenuti di
combattere. Introdotti costoro in città ove stavano costernati i
partigiani degli Ateniesi, vengono a parlamento: dipoi si sciolse
l’esercito della lega per tornar ciascuno alla sua patria: e Brasida
recatosi a Corinto ordinava la spedizione di Tracia ove sin da
principio era indirizzato. Partiti appena gli Ateniesi per alla volta
di Atene, quei Megaresi rimasti in città che più degli altri si erano
mescolati nelle cose di essi, vedendosi scoperti tosto partirono di
soppiatto: e gli altri abboccatisi insieme con gli amici dei banditi
permettono di rimpatriare ai rifuggiti in Pege, obbligandoli con
giuramento di solenni promesse a dover dimenticare qualsivoglia torto,
e a consigliare il meglio per la città. Ma costoro quando furono di
magistrato, all’occasione di fare la rivista dell’armeria spartirono
in varii luoghi le compagnie dei soldati, e cappati da cento dei loro
nemici fra quei che passavano per più affezionati agli Ateniesi,
costrinsero il popolo a dare sopra di loro il voto scoperto, per cui
essendo stati condannati li uccisero. Così ridussero la città, può
dirsi, ad una assoluta oligarchia; e questo cambiamento, causato dalla
sedizione che portò il governo in mano di pochissimi, durò per assai
lungo tempo.
75. Nella medesima estate essendo i Mitilensi vicini ad effettuare il
loro disegno di munire Antandro[267], Demodoco ed Aristide capitani
degli Ateniesi, deputati esattori del tributo, trovandosi attorno
all’Ellesponto (mentre Lamaco loro terzo collega con dieci navi era
entrato nel Ponto) quando riseppero i preparamenti di quella terra
vennero in apprensione che ella potesse diventare quel che a danno di
Samo era Anea, ove ridottisi i fuorusciti Samii aiutavano in sul mare
i Peloponnesi mandando loro de’ piloti, fomentavano turbolenze tra i
Samii restati in città, e raccettavano gli usciti. Però messa insieme
un’armata di alleati, navigano ad Antandro ove, superati in battaglia
quei che ne erano venuti ad opporsi, riprendono di bel nuovo la terra.
Non molto dopo Lamaco che già era entrato nel Ponto approda alle rive
del fiume Caleci in su quel d’Eraclea; ma venuta dell’acqua dalle parti
montane e calata un’improvvisa corrente, vi perde le navi. Nondimeno
egli traversando colle sue genti il paese dei Traci Bitinii, che sono
sulla spiaggia opposta in Asia, giunge per terra a Calcedonia, colonia
dei Megaresi, situata in sulla bocca del Ponto.
76. Nella medesima state anche Demostene capitano degli Ateniesi
partito appena dalla Megaride va con quaranta navi a Naupatto,
avvegnachè alcuni delle città beozie tenessero segrete pratiche con lui
e con Ippocrate sugli affari della Beozia, con intenzione di mutare
lo stato e voltarlo, come gli Ateniesi, alla democrazia. Pertanto
guidati principalmente da Pteodoro esule tebano avevano disposto la
cosa in questo modo: che alcuni renderebbero per tradimento Sifa
castello marittimo del territorio tespico in sul golfo di Crisa; ed
altri d’Orcomeno consegnerebbero Cheronea che è nel medesimo distretto
d’Orcomeno denominato prima Minico ed ora Beozio. Si erano uniti in
queste pratiche più che altri i banditi orcomeniesi, e snidavano genti
del Peloponneso; e siccome Cheronea è su i confini della Beozia, così
vi avevano le mani ancora alcuni Focesi. Gli Ateniesi poi occuperebbero
Delio consacrato ad Apollo, che resta nel Tanagrese e guarda Eubea,
e tutte queste cose dovevano farsi in un determinato giorno perchè i
Beozii non potessero tutti accorrere in soccorso di Delio; ma ciascuno
avesse di che darsi moto per i propri affari. Se il tentativo andasse
bene e si potesse munir Delio, speravano agevolmente che, posto anche
non nascesse subito qualche innovazione del governo beotico, nondimeno
l’occupazione di questa terra dando abilità agli Ateniesi di corseggiar
la campagna, ed essendo un vicino ricovero ai malcontenti, le cose
de’ Beozii non rimarrebbero tranquille; e che gli Ateniesi unendosi
ai ribelli, mentre i Beozii non potevano raccogliere insieme le loro
forze, riuscirebbero col tempo a stabilirvi reggimento acconcio ai loro
disegni. Queste erano le insidie che si tramavano.
77. Intanto Ippocrate, che quando fosse il tempo dovea marciare alla
testa degli Ateniesi contro i Beozii, fece avviare Demostene a Naupatto
colle quaranta navi, acciocchè raccolto da quei luoghi un esercito
tra gli Acarnani e d’altri confederati navigasse a Sifa, che ella
verrebbe resa per tradimento. Già avevano fra sè convenuto del giorno
in cui dovevano tutte insieme queste cose effettuarsi. Demostene
adunque al suo arrivo ricevette nell’alleanza degli Ateniesi gli Eniadi
costrettivi dall’intero corpo degli Acarnani, e poi commosse da se
stessa tutta la lega di quelle parti; cominciò da portar le armi contro
Salintio e gli Agrei, e recato in sua mano la somma delle cose si
disponeva quando che occorresse a raggiungere gli Ateniesi a Sifa.
78. Circa il medesimo tempo di questa estate Brasida con mille
settecento di grave armatura messosi in cammino per la sua impresa di
Tracia, non prima pervenne ad Eraclea della Trachinia che spedì innanzi
un messaggio in Farsalo, pregando i suoi fautori a dover concedere il
passaggio per la Tessaglia a lui ed alle sue genti. Vennero di fatti
a Melizia dell’Acaia Panero, Doro, Ippolochide, Torilao, e Strofaco
pubblico ospite dei Calcidesi; e allora egli riprese il suo cammino
accompagnato, tra gli altri Tessali, da Niconida larisseo che era molto
innanzi con Perdicca; avvegnachè non sia facile traversar la Tessaglia
senza scorta in specie per gente armata; anzi suole generalmente presso
tutti i Greci esser preso in sospetto chi passi su quel di altrui senza
consenso. Si arroge di più che la moltitudine dei Tessali, era mai
sempre bene affetta agli Ateniesi; di modo che se invece d’esser retti
da una balia dominante si fossero governati con uguaglianza popolare
di diritto, Brasida non sarebbe potuto passare avanti. Imperciocchè
anche quando egli s’era messo in via essendoglisi fatti incontro sul
fiume Enipeo quei della fazione contraria alle sue guide, volevano
contrastargli il passaggio chiamandosi offesi perchè ei passasse
innanzi senza il consenso di tutto il comune. Rispondevano le scorte
che non intendevano di condurlo a malgrado di essi, ma solo per titolo
di ospitalità da che era comparso repentinamente. E Brasida diceva
di propria bocca esser venuto amico al suolo tessalo ed ai Tessali;
portare le armi contro gli Ateniesi suoi nemici, non già contro loro;
non vedere alcuna inimicizia fra’ Tessali e i Lacedemoni per cui
dovessero scambievolmente impedirsi l’uso del territorio; non volere
proseguire il cammino a loro dispetto (nè quando il volesse potrebbe
farlo), ma solo pregarli che non dovessero impedirglielo. Costoro udito
ciò partirono; e Brasida, ad istanza de’ suoi conduttori prima che si
adunasse più gente a contrastargli il passo, senza punto trattenersi
marciò con tanta fretta, che il giorno medesimo che s’era mosso da
Melizia fece capo a Farsalo, e si pose ad oste sul fiume Apidano. Di lì
passò a Facio, e quindi a Perebia, donde finalmente i suoi conduttori
tessali tornarono indietro. Ed i Perebii vassalli degli stessi Tessali
lo fecero passare a Die cittadella del regno di Perdicca, posta alle
falde dell’Olimpo di Macedonia inverso la Tessaglia.
79. Così Brasida fu in tempo di trascorrere la Tessaglia prima che
alcun fosse preparato ad opporsegli; ed arrivò presso Perdicca e
nelle terre calcidesi, ove intimoriti della fortuna degli Ateniesi,
tanto i Traci che si erano loro ribellati quanto Perdicca avevano
invitato questo esercito peloponnesio. I Calcidesi, ai quali si univano
segretamente le vicine città (tuttochè ancora non ribellate), avevano
fatto gran calca per ottenere questo soccorso, perchè credevano che
gli Ateniesi prima di tutto moverebbero le armi contro loro; Perdicca
poi, perchè sebbene non fosse aperto nemico di Atene pure temeva delle
differenze avute con quella Repubblica, e soprattutto perchè voleva
soggiogare Arribeo re de’ Lincesti. I cattivi successi delle armi di
Sparta facilitarono ad essi la via ad ottenere dal Peloponnesio questo
esercito.
80. Speravano i Lacedemoni che siccome gli Ateniesi soprastavano al
Peloponneso e principalmente al territorio di Sparta, valevolissimo
mezzo a divertirli sarebbe se anche essi li inquietassero collo spedir
genti ai loro alleati, che di ciò li ricercavano per ribellarsi,
obbligandosi ancora al nutrimento dei soldati. Desideravano inoltre
di avere un pretesto per mandar fuori degli Iloti, perchè di presente
essendo Pilo in potere degli Ateniesi, non dovessero tentare qualche
novità. Avevano già i Lacedemoni usato molti compensi per tenersi
sempre ben guardati dagli Iloti; ed allora che molti erano e giovani,
e però mettevan loro paura, ricorsero a quest’astuzia. Bandirono che
quelli tra loro che pretendessero di essere stati i più valorosi nelle
cose di guerra a pro dello stato si separassero dagli altri, che
verrebbero fatti liberi. Era questa una tenta per iscoprirgli, perchè
i Lacedemoni facevano a dire che quelli i quali avessero presunto
d’essere i primi ad ottenere la libertà, avrebbero anche avuta maggior
baldanza degli altri ad assalirli. Così, sceltine duemila li menarono
inghirlandati attorno a’ templi come costumasi coi libertini; ma poco
dopo gli fecero sparire senza che nessuno sapesse con qual genere di
morte, e spedirono prontamente settecento degli altri armati alla grave
sotto il comando di Brasida che ardentemente lo desiderava, e che si
procacciò col soldo altre milizie del Peloponneso.
81. Avevano già anche i Calcidesi bramato di aver Brasida che in
Sparta era tenuto in concetto d’uomo attivo e sufficiente a qualunque
impresa, e che per quella spedizione venne in grandissima reputazione
appresso i Lacedemoni. Conciossiachè mostrandosi innanzi tratto giusto
e moderato verso le città, molti luoghi indusse a ribellarsi, ed alcuni
ne ebbe per via di trattati; talchè avvenne che volendo i Lacedemoni
accomodarsi con gli Ateniesi (siccome fecero), potessero rendersi a
vicenda e scambiarsi le terre, e respirar nella guerra allontanata dal
Peloponneso. Ed in seguito quando si venne all’armi dopo gli affari
di Sicilia, la virtù e la prudenza di Brasida, conosciute da alcuni
per prova da altri credute per udita, indussero principalmente nei
confederati Ateniesi il desiderio dei Lacedemoni; perchè uscito egli
il primo di Sparta e procacciatosi grido di uomo probo per ogni conto,
lasciò in essi ferma speranza che gli altri dovessero essere simili a
lui.
82. Ma gli Ateniesi, quando intesero che egli era giunto in Tracia,
tennero per loro nemico Perdicca incaricandolo della venuta di Brasida,
e rinforzarono i presidii presso i confederati di quei luoghi.
83. Intanto Perdicca unite subito le sue genti con quelle di Brasida
marcia contro Arribeo figliolo di Bromero, re dei Lincesti Macedoni,
suo confinante, non tanto per delle differenze che seco aveva, quanto
perchè voleva soggiogarlo. Ma quando egli e Brasida con l’esercito
erano per metter piede sul territorio di Linco, Brasida disse che
prima di venire all’armi voleva abboccarsi con Arribeo per tirarlo,
se gli riuscisse, nella lega de’ Lacedemoni; tanto più che Arribeo
avea mandato un trombetta dichiarandosi pronto a rimettersi in Brasida
ove volesse esser mezzano tra loro. Similmente i legati calcidesi
che si trovavano nel campo significavano a Brasida, per averlo più
pronto ai loro bisogni, di non voler entrar nel pericolo per cavarne
fuori Perdicca, i cui ambasciatori avevano a un dipresso spacciato lo
stesso a Sparta, quando dissero che riuscirebbe a lui di render molte
terre sue confinanti alleate dei Lacedemoni. Laonde Brasida giudicava
di dover trattare come comuni gl’interessi d’Arribeo: ma Perdicca
rispondeva non averlo condotto colà perchè si facesse l’arbitro
delle loro differenze, ma bensì perchè esterminasse quelli che da
lui gli venissero indicati come suoi nemici, e che gli farebbe un
torto mettendosi dalla parte di Arribeo, mentre e’ sostentava la metà
dell’esercito. Nondimeno Brasida repugnando e dissentendo Perdicca va a
trovare Arribeo, dal quale persuaso ritirò l’esercito prima di metter
piede nelle sue terre. Perdicca dopo questo fatto tenendosi ingiuriato,
invece della metà dava il terzo del foraggio.
84. Immediatamente nella medesima estate poco prima della vendemmia
Brasida conducendo seco anche i Calcidesi portò la guerra ad Acanto
colonia degli Andrii, ove i fautori dei Calcidesi che lo avevano
invitato ed i popolani contendevano insieme se dovesse o no riceversi.
Tuttavia temendo il popolo pei frutti della campagna che tuttora eran
fuori, Brasida lo induce a dover ricever lui solo, ed ascoltarlo prima
di risolvere. Onde presentatosi al popolo con un bel porgere per
ispartano, parlò in questo tenore.
85. «Cittadini d’Acanto, la spedizione di me e del mio esercito fatta
dai Lacedemoni viene a verificare il motivo di questa guerra da noi
divolgato in principio, cioè che noi guerreggeremmo per liberare la
Grecia. E nessun ci apponga a colpa se falliti nella nostra credenza
quanto alla guerra fatta colà, per cui speravamo di presto abbattere
gli Ateniesi senza vostro pericolo, venimmo qua un poco tardi; perchè
arrivati adesso, quando ci fu possibile, daremo opera insieme con voi a
debellarli. Stupisco però di vedermi chiuse le porte e di non giungervi
grato. Imperciocchè laddove noi Lacedemoni stimando anche prima del
nostro arrivo di dover venire presso un popolo alleato almeno per
volontà, ed a cui saremmo accetti, ci siamo gettati in tanto pericolo
facendo viaggio per molte giornate in terra straniera, e mostrando
ogni sollecitudine, sarebbe un’indegnità se voi aveste in mente altri
pensieri, e contrariaste la libertà vostra e quella degli altri Greci.
Essendochè, non solo voi mi vi opponete, ma farete anche sì che ovunque
mi presenti men prontamente si uniscano a me gli altri, i quali si
adombreranno, perchè essendo primieramente venuto presso voi che avete
città considerevolissima e nomea di prudenza, non mi abbiate ricevuto.
Nè io potrò giustificare il motivo di mia venuta, ma sarò creduto o di
volere imporre una iniqua libertà, o di trovarmi qui debole e inabile
a protegger quelli che vengano assaliti dagli Ateniesi. Eppur questi
Ateniesi, essendo io andato a soccorrer Nisea, tuttochè fossero in
maggior numero non vollero azzuffarsi con quelle medesime genti che
adesso ho meco. Ora non è presumibile che essi sieno per mandare contro
di voi un esercito così grosso come l’armata di Nisea.
86. «Io però son qua venuto non per danneggiare, ma per liberare i
Greci; ed ho astretto i magistrati di Sparta a giurarmi solennemente
che sarebbono independenti coloro che io tirassi nella mia lega.
E nemmeno mi trovo qua perchè voglia aggiugnervi alla nostra
confederazione o per forza o per inganno, ma all’opposto perchè vi
uniate con noi a guerreggiare gli Ateniesi che vi tengono schiavi.
Per lo che mentre vi do pegni grandissimi, credo che io non debba
esser tenuto uomo sospetto o vendicatore insufficiente, e che voi
vi accosterete a me pieni di confidenza. Se poi vi ha chi temendo
in particolare di chicchessia sta perplesso perchè forse io voglia
metter la città in balia di alcuni, costui si rassicuri sommamente;
imperocchè non vengo a fomentar sette, e credo che non apporterei
manifesta libertà se trascurando i vostri statuti assoggettassi o la
plebe ai nobili, o i nobili alla plebe. Sarebbe questa una libertà
più grave d’un dominio straniero, e a noi Lacedemoni non frutterebbe
riconoscenza delle nostre fatiche, ma piuttosto colpa invece d’onore
e di gloria. Così mostreremmo di tirarci addosso quelle accuse stesse
per cui guerreggiamo contro gli Ateniesi in modo anche più odioso di
chi non professò mai alcuna virtù. Conciossiachè per chi è in credito
è più vergogna sopraffare altrui con speziosa frode che con aperta
violenza; perchè in questo caso assale col dritto del più forte datogli
dalla fortuna; in quello, coll’insidia propria di un animo iniquo. Il
perchè usiamo molta circospezione nelle controversie che sono per noi
rilevantissime.
87. «Nè, oltre ai giuramenti dei Lacedemoni, maggior sicurezza potreste
avere di quelli argomenti i quali, confrontando esattamente i fatti
colle promesse, vi conducono necessariamente a credere che torna anche
in vostro vantaggio quello che ho detto. Se poi a queste mie profferte
risponderete non poterle accettare, e la qualità di nostri amici darvi
il dritto di rigettarci impunemente, e la libertà sembrarvi pericolosa,
ed esser giusto portarla a quei popoli che hanno la possibilità
d’accettarla, e non astringervi alcuno suo malgrado; io prenderò in
testimoni gli Dei e gli Eroi del paese che venuto qua con buon fine
non riesco a persuadervi, e che mi sforzerò di violentarvi col guasto
delle vostre terre. E non crederò di procedere ingiustamente, ma
d’avere la ragione dal canto mio per due pressantissimi motivi: primo,
affinchè i Lacedemoni con tutta la vostra cordialità non abbiano ad
esser danneggiati dalle vostre ricchezze che colerebbero ad Atene
quando ricusiate d’unirvi con loro; secondo, affinchè i Greci non
sieno impediti da voi a trarsi di servaggio. Questa nostra condotta
non sarebbe onesta. Non dobbiamo noi Lacedemoni dar libertà a chi non
la voglia, salvo che per cagione d’un qualche pubblico bene. E nemmeno
agognamo il dominio, ma ci studiamo di tenere in freno quei che lo
agognano: e però faremmo ingiuria alla maggior parte de’ Greci se
mentre vogliamo apportare libertà a tutti, trascurassimo che voi vi
opponeste. Laonde deliberate bene, e gareggiate di esser fra i Greci il
primo esempio a libertà, e di acquistarvi gloria sempiterna, e di non
leder punto i vostri interessi, e di procacciare alla città vostra il
più bello dei nomi.»
88. Così parlò Brasida: e gli Acantii dopo molti discorsi pro e
contro, indotti parte dalle persuasioni di esso, parte dal timore pei
frutti della campagna, con maggioranza di voti segreti risolvettero di
staccarsi dagli Ateniesi, e vollero ch’ei si obbligasse coi giuramenti
medesimi giurati già dai magistrati di Sparta quando lo spedirono,
cioè: che sarebbero confederati, ma independenti, tutti quelli che
ei tirasse alla sua lega; e allora finalmente ricevono l’esercito.
Non molto dopo si unì a questa ribellione anche Stagiro colonia degli
Andrii. Tali cose successero in questa estate.
89. Al primo cominciare del seguente inverno la Beozia era sul punto
di rendersi ai generali ateniesi Ippocrate e Demostene, i quali
dovevano incontrarsi insieme, andando questi colle navi a Sifa, e
l’altro a Delio. Ma essendo occorso sbaglio nel computo de’ giorni
in che ciascuno doveva movere la sua gente, Demostene fu il primo a
navigare a Sifa; e contuttochè avesse seco sulle navi gli Acarnani e
molti alleati di quei luoghi, pure la cosa andò a voto, perchè Nicomaco
focese di Fanoteo avea scoperto la trama ai Lacedemoni, e questi ai
Beozii. Onde i Beozii accorsi colà a stormo, giacchè Ippocrate ancora
non gli inquietava sulle loro terre, preoccupano Sifa e Cheronea; ed i
cospiratori, accortisi dello sbaglio, non fecero movimento veruno in
quelle città.