71. Ma le fazioni de’ Megaresi erano venute in sospetto; imperciocchè

temevano gli uni, che Brasida fatti rientrare gli usciti, non cacciasse

lor fuori; gli altri che per questa cagione appunto i popolani non gli

assalissero, e così la città agitata da guerra cittadina non venisse a

perdersi, mentre gli Ateniesi stavano appresso alle vedette. Però non

lo ricevettero in Megara, ma piacque ad ambe le parti di star sulle sue

per veder quello che succedesse, avvegnachè sperassero amendue che si

verrebbe a battaglia fra Ateniesi e Lacedemoni accorsi in aiuto, e così

miglior partito sarebbe che si mettessero dalla parte del vincitore

coloro che gli fossero affezionati. Brasida intanto, non avendo potuto

indurre i Megaresi a riceverlo, tornò a raggiungere il rimanente

dell’esercito.

72. Arrivarono a giorno i Beozii che prima dell’imbasciata di Brasida

avevano avuto in animo di soccorrer Megara, perchè non era loro

estraneo quel pericolo, e perchè erano già con tutte le loro truppe a

Platea. Ma dopo l’imbasciata si inanimarono viemaggiormente e spedirono

a Brasida una banda di duemila di grave armatura con seicento di

cavalleria, e tornarono indietro col maggior numero; talchè tutto

l’esercito di Brasida riunito insieme montava a non meno di seimila

soldati di grave armatura. Gli Ateniesi avevano disposte in ordinanza

le genti gravi presso Nisea in sul mare, e le leggere erano sparse per

la pianura; quando i Beozii assaltando quest’ultime inaspettatamente,

perchè niun soccorso era di prima venuto ai Megaresi, le cacciarono

fino alla marina. Allora spintasi addosso al vincitore la cavalleria

ateniese si venne alle mani; e durò un pezzo questa zuffa equestre in

cui ambe le parti pretendono non avere avuta la peggio. Bene è vero che

il comandante della cavalleria beozia e pochi altri si avanzarono fin

sotto Nisea, e vi furono uccisi e spogliati dagli Ateniesi, i quali

impadronitisi de’ cadaveri dei Beozii li resero poi con salvocondotto,

ed ersero trofeo: nondimeno però, se si riguardi la totalità di questo

fatto d’arme, gli uni e gli altri si separavano con esito dubbioso.

Anzi i Beozii tornarono al loro campo, e gli Ateniesi a Nisea.

73. Dopo questo conflitto Brasida e il suo esercito si avvicinarono

al mare e alla città di Megara: e occupato un posto vantaggioso

fermaronvisi in ordinanza; perchè stimavano che gli Ateniesi verrebbero

ad assalirli, e non ignoravano che i Megaresi starebbero oziosi a

vedere di chi avesse ad essere la vittoria. Davansi essi a credere che

questo compenso porterebbe loro due vantaggi; uno, che non sarebbero

i primi a dar battaglia nè a mettersi deliberatamente all’avventura;

e che siccome si erano chiaramente mostrati disposti a resistere,

così senza muover foglia verrebbe loro a ragione attribuita la

vittoria: l’altro che potevano sperare buon esito rispetto ai Megaresi

imperciocchè se non fossero comparsi colà la cosa non resterebbe

tuttora indecisa, ma creduti manifestamente vinti avrebbero senz’altro

perduta quella città: mentre adesso potrebbe darsi il caso che gli

Ateniesi non volendo combattere, essi senza battaglia conseguano il

fine per cui erano venuti; come di fatto avvenne. Conciossiachè gli

Ateniesi erano usciti di Nisea e si erano attelati dinanzi alle mura

lunghe, ma non essendo assaliti dal nemico stavano ivi fermi, perchè

i loro generali consideravano la sproporzione del proprio pericolo

con quello dei nemici. Infatti, se dopo aver avuto prospero successo

nella massima parte delle imprese, ingaggiassero la battaglia contro

un esercito più numeroso, ne avverrebbe che vincendo acquisterebbero

Megara, perdendo verrebbe anche a perdersi il fiore delle genti di

grave armatura: laddove il rischio di tutto l’esercito peloponnesio ivi

presente era diviso in ciascuna città, e però con ragione dovevano i

Lacedemoni desiderar di venire a giornata. Ma poichè trattenutisi del

tempo nessuno dei due campi si moveva, gli Ateniesi tornarono i primi a

Nisea, e quindi i Peloponnesi al luogo onde erano partiti.

74. Allora incoraggiati maggiormente quei Megaresi fautori dei banditi

aprono le porte ai capitani delle città peloponnesie ed a Brasida,

riguardandolo come vincitore dacchè gli Ateniesi s’eran tenuti di

combattere. Introdotti costoro in città ove stavano costernati i

partigiani degli Ateniesi, vengono a parlamento: dipoi si sciolse

l’esercito della lega per tornar ciascuno alla sua patria: e Brasida

recatosi a Corinto ordinava la spedizione di Tracia ove sin da

principio era indirizzato. Partiti appena gli Ateniesi per alla volta

di Atene, quei Megaresi rimasti in città che più degli altri si erano

mescolati nelle cose di essi, vedendosi scoperti tosto partirono di

soppiatto: e gli altri abboccatisi insieme con gli amici dei banditi

permettono di rimpatriare ai rifuggiti in Pege, obbligandoli con

giuramento di solenni promesse a dover dimenticare qualsivoglia torto,

e a consigliare il meglio per la città. Ma costoro quando furono di

magistrato, all’occasione di fare la rivista dell’armeria spartirono

in varii luoghi le compagnie dei soldati, e cappati da cento dei loro

nemici fra quei che passavano per più affezionati agli Ateniesi,

costrinsero il popolo a dare sopra di loro il voto scoperto, per cui

essendo stati condannati li uccisero. Così ridussero la città, può

dirsi, ad una assoluta oligarchia; e questo cambiamento, causato dalla

sedizione che portò il governo in mano di pochissimi, durò per assai

lungo tempo.

75. Nella medesima estate essendo i Mitilensi vicini ad effettuare il

loro disegno di munire Antandro[267], Demodoco ed Aristide capitani

degli Ateniesi, deputati esattori del tributo, trovandosi attorno

all’Ellesponto (mentre Lamaco loro terzo collega con dieci navi era

entrato nel Ponto) quando riseppero i preparamenti di quella terra

vennero in apprensione che ella potesse diventare quel che a danno di

Samo era Anea, ove ridottisi i fuorusciti Samii aiutavano in sul mare

i Peloponnesi mandando loro de’ piloti, fomentavano turbolenze tra i

Samii restati in città, e raccettavano gli usciti. Però messa insieme

un’armata di alleati, navigano ad Antandro ove, superati in battaglia

quei che ne erano venuti ad opporsi, riprendono di bel nuovo la terra.

Non molto dopo Lamaco che già era entrato nel Ponto approda alle rive

del fiume Caleci in su quel d’Eraclea; ma venuta dell’acqua dalle parti

montane e calata un’improvvisa corrente, vi perde le navi. Nondimeno

egli traversando colle sue genti il paese dei Traci Bitinii, che sono

sulla spiaggia opposta in Asia, giunge per terra a Calcedonia, colonia

dei Megaresi, situata in sulla bocca del Ponto.

76. Nella medesima state anche Demostene capitano degli Ateniesi

partito appena dalla Megaride va con quaranta navi a Naupatto,

avvegnachè alcuni delle città beozie tenessero segrete pratiche con lui

e con Ippocrate sugli affari della Beozia, con intenzione di mutare

lo stato e voltarlo, come gli Ateniesi, alla democrazia. Pertanto

guidati principalmente da Pteodoro esule tebano avevano disposto la

cosa in questo modo: che alcuni renderebbero per tradimento Sifa

castello marittimo del territorio tespico in sul golfo di Crisa; ed

altri d’Orcomeno consegnerebbero Cheronea che è nel medesimo distretto

d’Orcomeno denominato prima Minico ed ora Beozio. Si erano uniti in

queste pratiche più che altri i banditi orcomeniesi, e snidavano genti

del Peloponneso; e siccome Cheronea è su i confini della Beozia, così

vi avevano le mani ancora alcuni Focesi. Gli Ateniesi poi occuperebbero

Delio consacrato ad Apollo, che resta nel Tanagrese e guarda Eubea,

e tutte queste cose dovevano farsi in un determinato giorno perchè i

Beozii non potessero tutti accorrere in soccorso di Delio; ma ciascuno

avesse di che darsi moto per i propri affari. Se il tentativo andasse

bene e si potesse munir Delio, speravano agevolmente che, posto anche

non nascesse subito qualche innovazione del governo beotico, nondimeno

l’occupazione di questa terra dando abilità agli Ateniesi di corseggiar

la campagna, ed essendo un vicino ricovero ai malcontenti, le cose

de’ Beozii non rimarrebbero tranquille; e che gli Ateniesi unendosi

ai ribelli, mentre i Beozii non potevano raccogliere insieme le loro

forze, riuscirebbero col tempo a stabilirvi reggimento acconcio ai loro

disegni. Queste erano le insidie che si tramavano.

77. Intanto Ippocrate, che quando fosse il tempo dovea marciare alla

testa degli Ateniesi contro i Beozii, fece avviare Demostene a Naupatto

colle quaranta navi, acciocchè raccolto da quei luoghi un esercito

tra gli Acarnani e d’altri confederati navigasse a Sifa, che ella

verrebbe resa per tradimento. Già avevano fra sè convenuto del giorno

in cui dovevano tutte insieme queste cose effettuarsi. Demostene

adunque al suo arrivo ricevette nell’alleanza degli Ateniesi gli Eniadi

costrettivi dall’intero corpo degli Acarnani, e poi commosse da se

stessa tutta la lega di quelle parti; cominciò da portar le armi contro

Salintio e gli Agrei, e recato in sua mano la somma delle cose si

disponeva quando che occorresse a raggiungere gli Ateniesi a Sifa.

78. Circa il medesimo tempo di questa estate Brasida con mille

settecento di grave armatura messosi in cammino per la sua impresa di

Tracia, non prima pervenne ad Eraclea della Trachinia che spedì innanzi

un messaggio in Farsalo, pregando i suoi fautori a dover concedere il

passaggio per la Tessaglia a lui ed alle sue genti. Vennero di fatti

a Melizia dell’Acaia Panero, Doro, Ippolochide, Torilao, e Strofaco

pubblico ospite dei Calcidesi; e allora egli riprese il suo cammino

accompagnato, tra gli altri Tessali, da Niconida larisseo che era molto

innanzi con Perdicca; avvegnachè non sia facile traversar la Tessaglia

senza scorta in specie per gente armata; anzi suole generalmente presso

tutti i Greci esser preso in sospetto chi passi su quel di altrui senza

consenso. Si arroge di più che la moltitudine dei Tessali, era mai

sempre bene affetta agli Ateniesi; di modo che se invece d’esser retti

da una balia dominante si fossero governati con uguaglianza popolare

di diritto, Brasida non sarebbe potuto passare avanti. Imperciocchè

anche quando egli s’era messo in via essendoglisi fatti incontro sul

fiume Enipeo quei della fazione contraria alle sue guide, volevano

contrastargli il passaggio chiamandosi offesi perchè ei passasse

innanzi senza il consenso di tutto il comune. Rispondevano le scorte

che non intendevano di condurlo a malgrado di essi, ma solo per titolo

di ospitalità da che era comparso repentinamente. E Brasida diceva

di propria bocca esser venuto amico al suolo tessalo ed ai Tessali;

portare le armi contro gli Ateniesi suoi nemici, non già contro loro;

non vedere alcuna inimicizia fra’ Tessali e i Lacedemoni per cui

dovessero scambievolmente impedirsi l’uso del territorio; non volere

proseguire il cammino a loro dispetto (nè quando il volesse potrebbe

farlo), ma solo pregarli che non dovessero impedirglielo. Costoro udito

ciò partirono; e Brasida, ad istanza de’ suoi conduttori prima che si

adunasse più gente a contrastargli il passo, senza punto trattenersi

marciò con tanta fretta, che il giorno medesimo che s’era mosso da

Melizia fece capo a Farsalo, e si pose ad oste sul fiume Apidano. Di lì

passò a Facio, e quindi a Perebia, donde finalmente i suoi conduttori

tessali tornarono indietro. Ed i Perebii vassalli degli stessi Tessali

lo fecero passare a Die cittadella del regno di Perdicca, posta alle

falde dell’Olimpo di Macedonia inverso la Tessaglia.

79. Così Brasida fu in tempo di trascorrere la Tessaglia prima che

alcun fosse preparato ad opporsegli; ed arrivò presso Perdicca e

nelle terre calcidesi, ove intimoriti della fortuna degli Ateniesi,

tanto i Traci che si erano loro ribellati quanto Perdicca avevano

invitato questo esercito peloponnesio. I Calcidesi, ai quali si univano

segretamente le vicine città (tuttochè ancora non ribellate), avevano

fatto gran calca per ottenere questo soccorso, perchè credevano che

gli Ateniesi prima di tutto moverebbero le armi contro loro; Perdicca

poi, perchè sebbene non fosse aperto nemico di Atene pure temeva delle

differenze avute con quella Repubblica, e soprattutto perchè voleva

soggiogare Arribeo re de’ Lincesti. I cattivi successi delle armi di

Sparta facilitarono ad essi la via ad ottenere dal Peloponnesio questo

esercito.

80. Speravano i Lacedemoni che siccome gli Ateniesi soprastavano al

Peloponneso e principalmente al territorio di Sparta, valevolissimo

mezzo a divertirli sarebbe se anche essi li inquietassero collo spedir

genti ai loro alleati, che di ciò li ricercavano per ribellarsi,

obbligandosi ancora al nutrimento dei soldati. Desideravano inoltre

di avere un pretesto per mandar fuori degli Iloti, perchè di presente

essendo Pilo in potere degli Ateniesi, non dovessero tentare qualche

novità. Avevano già i Lacedemoni usato molti compensi per tenersi

sempre ben guardati dagli Iloti; ed allora che molti erano e giovani,

e però mettevan loro paura, ricorsero a quest’astuzia. Bandirono che

quelli tra loro che pretendessero di essere stati i più valorosi nelle

cose di guerra a pro dello stato si separassero dagli altri, che

verrebbero fatti liberi. Era questa una tenta per iscoprirgli, perchè

i Lacedemoni facevano a dire che quelli i quali avessero presunto

d’essere i primi ad ottenere la libertà, avrebbero anche avuta maggior

baldanza degli altri ad assalirli. Così, sceltine duemila li menarono

inghirlandati attorno a’ templi come costumasi coi libertini; ma poco

dopo gli fecero sparire senza che nessuno sapesse con qual genere di

morte, e spedirono prontamente settecento degli altri armati alla grave

sotto il comando di Brasida che ardentemente lo desiderava, e che si

procacciò col soldo altre milizie del Peloponneso.

81. Avevano già anche i Calcidesi bramato di aver Brasida che in

Sparta era tenuto in concetto d’uomo attivo e sufficiente a qualunque

impresa, e che per quella spedizione venne in grandissima reputazione

appresso i Lacedemoni. Conciossiachè mostrandosi innanzi tratto giusto

e moderato verso le città, molti luoghi indusse a ribellarsi, ed alcuni

ne ebbe per via di trattati; talchè avvenne che volendo i Lacedemoni

accomodarsi con gli Ateniesi (siccome fecero), potessero rendersi a

vicenda e scambiarsi le terre, e respirar nella guerra allontanata dal

Peloponneso. Ed in seguito quando si venne all’armi dopo gli affari

di Sicilia, la virtù e la prudenza di Brasida, conosciute da alcuni

per prova da altri credute per udita, indussero principalmente nei

confederati Ateniesi il desiderio dei Lacedemoni; perchè uscito egli

il primo di Sparta e procacciatosi grido di uomo probo per ogni conto,

lasciò in essi ferma speranza che gli altri dovessero essere simili a

lui.

82. Ma gli Ateniesi, quando intesero che egli era giunto in Tracia,

tennero per loro nemico Perdicca incaricandolo della venuta di Brasida,

e rinforzarono i presidii presso i confederati di quei luoghi.

83. Intanto Perdicca unite subito le sue genti con quelle di Brasida

marcia contro Arribeo figliolo di Bromero, re dei Lincesti Macedoni,

suo confinante, non tanto per delle differenze che seco aveva, quanto

perchè voleva soggiogarlo. Ma quando egli e Brasida con l’esercito

erano per metter piede sul territorio di Linco, Brasida disse che

prima di venire all’armi voleva abboccarsi con Arribeo per tirarlo,

se gli riuscisse, nella lega de’ Lacedemoni; tanto più che Arribeo

avea mandato un trombetta dichiarandosi pronto a rimettersi in Brasida

ove volesse esser mezzano tra loro. Similmente i legati calcidesi

che si trovavano nel campo significavano a Brasida, per averlo più

pronto ai loro bisogni, di non voler entrar nel pericolo per cavarne

fuori Perdicca, i cui ambasciatori avevano a un dipresso spacciato lo

stesso a Sparta, quando dissero che riuscirebbe a lui di render molte

terre sue confinanti alleate dei Lacedemoni. Laonde Brasida giudicava

di dover trattare come comuni gl’interessi d’Arribeo: ma Perdicca

rispondeva non averlo condotto colà perchè si facesse l’arbitro

delle loro differenze, ma bensì perchè esterminasse quelli che da

lui gli venissero indicati come suoi nemici, e che gli farebbe un

torto mettendosi dalla parte di Arribeo, mentre e’ sostentava la metà

dell’esercito. Nondimeno Brasida repugnando e dissentendo Perdicca va a

trovare Arribeo, dal quale persuaso ritirò l’esercito prima di metter

piede nelle sue terre. Perdicca dopo questo fatto tenendosi ingiuriato,

invece della metà dava il terzo del foraggio.

84. Immediatamente nella medesima estate poco prima della vendemmia

Brasida conducendo seco anche i Calcidesi portò la guerra ad Acanto

colonia degli Andrii, ove i fautori dei Calcidesi che lo avevano

invitato ed i popolani contendevano insieme se dovesse o no riceversi.

Tuttavia temendo il popolo pei frutti della campagna che tuttora eran

fuori, Brasida lo induce a dover ricever lui solo, ed ascoltarlo prima

di risolvere. Onde presentatosi al popolo con un bel porgere per

ispartano, parlò in questo tenore.

85. «Cittadini d’Acanto, la spedizione di me e del mio esercito fatta

dai Lacedemoni viene a verificare il motivo di questa guerra da noi

divolgato in principio, cioè che noi guerreggeremmo per liberare la

Grecia. E nessun ci apponga a colpa se falliti nella nostra credenza

quanto alla guerra fatta colà, per cui speravamo di presto abbattere

gli Ateniesi senza vostro pericolo, venimmo qua un poco tardi; perchè

arrivati adesso, quando ci fu possibile, daremo opera insieme con voi a

debellarli. Stupisco però di vedermi chiuse le porte e di non giungervi

grato. Imperciocchè laddove noi Lacedemoni stimando anche prima del

nostro arrivo di dover venire presso un popolo alleato almeno per

volontà, ed a cui saremmo accetti, ci siamo gettati in tanto pericolo

facendo viaggio per molte giornate in terra straniera, e mostrando

ogni sollecitudine, sarebbe un’indegnità se voi aveste in mente altri

pensieri, e contrariaste la libertà vostra e quella degli altri Greci.

Essendochè, non solo voi mi vi opponete, ma farete anche sì che ovunque

mi presenti men prontamente si uniscano a me gli altri, i quali si

adombreranno, perchè essendo primieramente venuto presso voi che avete

città considerevolissima e nomea di prudenza, non mi abbiate ricevuto.

Nè io potrò giustificare il motivo di mia venuta, ma sarò creduto o di

volere imporre una iniqua libertà, o di trovarmi qui debole e inabile

a protegger quelli che vengano assaliti dagli Ateniesi. Eppur questi

Ateniesi, essendo io andato a soccorrer Nisea, tuttochè fossero in

maggior numero non vollero azzuffarsi con quelle medesime genti che

adesso ho meco. Ora non è presumibile che essi sieno per mandare contro

di voi un esercito così grosso come l’armata di Nisea.

86. «Io però son qua venuto non per danneggiare, ma per liberare i

Greci; ed ho astretto i magistrati di Sparta a giurarmi solennemente

che sarebbono independenti coloro che io tirassi nella mia lega.

E nemmeno mi trovo qua perchè voglia aggiugnervi alla nostra

confederazione o per forza o per inganno, ma all’opposto perchè vi

uniate con noi a guerreggiare gli Ateniesi che vi tengono schiavi.

Per lo che mentre vi do pegni grandissimi, credo che io non debba

esser tenuto uomo sospetto o vendicatore insufficiente, e che voi

vi accosterete a me pieni di confidenza. Se poi vi ha chi temendo

in particolare di chicchessia sta perplesso perchè forse io voglia

metter la città in balia di alcuni, costui si rassicuri sommamente;

imperocchè non vengo a fomentar sette, e credo che non apporterei

manifesta libertà se trascurando i vostri statuti assoggettassi o la

plebe ai nobili, o i nobili alla plebe. Sarebbe questa una libertà

più grave d’un dominio straniero, e a noi Lacedemoni non frutterebbe

riconoscenza delle nostre fatiche, ma piuttosto colpa invece d’onore

e di gloria. Così mostreremmo di tirarci addosso quelle accuse stesse

per cui guerreggiamo contro gli Ateniesi in modo anche più odioso di

chi non professò mai alcuna virtù. Conciossiachè per chi è in credito

è più vergogna sopraffare altrui con speziosa frode che con aperta

violenza; perchè in questo caso assale col dritto del più forte datogli

dalla fortuna; in quello, coll’insidia propria di un animo iniquo. Il

perchè usiamo molta circospezione nelle controversie che sono per noi

rilevantissime.

87. «Nè, oltre ai giuramenti dei Lacedemoni, maggior sicurezza potreste

avere di quelli argomenti i quali, confrontando esattamente i fatti

colle promesse, vi conducono necessariamente a credere che torna anche

in vostro vantaggio quello che ho detto. Se poi a queste mie profferte

risponderete non poterle accettare, e la qualità di nostri amici darvi

il dritto di rigettarci impunemente, e la libertà sembrarvi pericolosa,

ed esser giusto portarla a quei popoli che hanno la possibilità

d’accettarla, e non astringervi alcuno suo malgrado; io prenderò in

testimoni gli Dei e gli Eroi del paese che venuto qua con buon fine

non riesco a persuadervi, e che mi sforzerò di violentarvi col guasto

delle vostre terre. E non crederò di procedere ingiustamente, ma

d’avere la ragione dal canto mio per due pressantissimi motivi: primo,

affinchè i Lacedemoni con tutta la vostra cordialità non abbiano ad

esser danneggiati dalle vostre ricchezze che colerebbero ad Atene

quando ricusiate d’unirvi con loro; secondo, affinchè i Greci non

sieno impediti da voi a trarsi di servaggio. Questa nostra condotta

non sarebbe onesta. Non dobbiamo noi Lacedemoni dar libertà a chi non

la voglia, salvo che per cagione d’un qualche pubblico bene. E nemmeno

agognamo il dominio, ma ci studiamo di tenere in freno quei che lo

agognano: e però faremmo ingiuria alla maggior parte de’ Greci se

mentre vogliamo apportare libertà a tutti, trascurassimo che voi vi

opponeste. Laonde deliberate bene, e gareggiate di esser fra i Greci il

primo esempio a libertà, e di acquistarvi gloria sempiterna, e di non

leder punto i vostri interessi, e di procacciare alla città vostra il

più bello dei nomi.»

88. Così parlò Brasida: e gli Acantii dopo molti discorsi pro e

contro, indotti parte dalle persuasioni di esso, parte dal timore pei

frutti della campagna, con maggioranza di voti segreti risolvettero di

staccarsi dagli Ateniesi, e vollero ch’ei si obbligasse coi giuramenti

medesimi giurati già dai magistrati di Sparta quando lo spedirono,

cioè: che sarebbero confederati, ma independenti, tutti quelli che

ei tirasse alla sua lega; e allora finalmente ricevono l’esercito.

Non molto dopo si unì a questa ribellione anche Stagiro colonia degli

Andrii. Tali cose successero in questa estate.

89. Al primo cominciare del seguente inverno la Beozia era sul punto

di rendersi ai generali ateniesi Ippocrate e Demostene, i quali

dovevano incontrarsi insieme, andando questi colle navi a Sifa, e

l’altro a Delio. Ma essendo occorso sbaglio nel computo de’ giorni

in che ciascuno doveva movere la sua gente, Demostene fu il primo a

navigare a Sifa; e contuttochè avesse seco sulle navi gli Acarnani e

molti alleati di quei luoghi, pure la cosa andò a voto, perchè Nicomaco

focese di Fanoteo avea scoperto la trama ai Lacedemoni, e questi ai

Beozii. Onde i Beozii accorsi colà a stormo, giacchè Ippocrate ancora

non gli inquietava sulle loro terre, preoccupano Sifa e Cheronea; ed i

cospiratori, accortisi dello sbaglio, non fecero movimento veruno in

quelle città.

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 27 / 35 段