52. All’entrante estate subito il sole in parte ecclissò circa il

novilunio, e fuvvi terremoto ai primi dello stesso mese. E i fuorusciti

di Mitilene e del restante di Lesbo, la maggior parte dei quali

venivano dalla terraferma dell’Asia, soldate delle genti ausiliarie del

Peloponneso, oltre a quelle che avevano colà raccolte, espugnano Bezio,

che poi restituirono intatto per la somma di duemila stateri focaici:

quindi marciano sopra Antandro, e lo prendono per via di tradimento.

Era loro intenzione di mettere in libertà tutte le altre città nominate

actee, o vogliam dire littorali (possedute prima da’ Mitilenei

ed allora in mano degli Ateniesi), ma principalmente Antandro.

Discorrevano essi che, siccome quel luogo offre comodità di fabbricar

navi stante il legname di cui abbonda, perchè il monte Ida gli sta a

cavaliere, così quando avessero munito Antandro, partendo di lì con

l’apparecchio necessario, riuscirebbe facile infestar Lesbo vicina, e

sottomettere le cittadelle eoliche di terraferma. Tali erano le imprese

alle quali volevano prepararsi.

53. Nella medesima estate gli Ateniesi condotti da Nicia di Nicerato,

da Nicostrato di Diotrefe e da Autocle di Tolmeo, tolte seco sessanta

navi, due mila soldati gravi e pochi cavalli, e fra gli altri alleati

i Milesii, andarono ad oste contro Citera, la quale è un’isola poco

di lungi dalla Laconia verso Malea, fronteggiata dai Lacedemoni[255],

i quali ogni anno vi mandavano da Sparta un magistrato detto

Citerodice[256], e di mano in mano un presidio di milizie gravi.

Facevano i Lacedemoni molto conto di quell’isola, avvegnachè ella

presentasse un ricovero alle navi mercantili che venivano d’Egitto e

di Libia, e rendesse insieme più difficile ai corsali l’offender la

Laconia dalla parte di mare per dove solo poteva esser danneggiata;

perchè Citera sporge tutta verso il mar siciliano e cretese.

54. Pertanto gli Ateniesi giunti colà sulla flotta, con dieci navi

e due mila Milesii di grave armatura, s’impadroniscono di una città

marittima nominata Scandea; e col rimanente dell’esercito sboccati

nella parte dell’isola che guarda Malea marciavano sopra la città

de’ Citerii situata sul mare; ove trovarono gli abitanti già tutti

sotto l’armi. Attaccatasi la zuffa i Citerii ressero picciol tempo;

poi voltato faccia si rifugiarono nella cittadella; e finalmente

convennero con Nicia e suoi colleghi di rendersi agli Ateniesi, salvo

la vita. Già anche di prima avea Nicia tenuto discorso con alcuni di

Citera; e però le condizioni dell’accomodamento, tanto prima che poi,

furono trattate più presto e più all’amichevole. In fatti gli Ateniesi

cacciarono di Citera solo la gente spartana, considerando che l’isola

era così prossima alla spiaggia laconica. Dopo la capitolazione, gli

Ateniesi padroni di Scandea, città situata presso il porto, misero

guarnigione a Citera e navigarono ad Asìne, ad Elo ed a moltissime

altre terre marittime, sbarcando ed accampandosi ovunque l’opportunità

il richiedesse: e così per circa sette giorni davano il guasto alla

campagna.

55. I Lacedemoni, sebbene vedessero gli Ateniesi padroni di Citera, e

si aspettassero che anche sulle loro terre e’ farebbero simili sbarchi,

pure non si opponevano in nissun luogo col grosso delle loro forze, e

si contentavano di spedire pel loro dominio presidii di soldati gravi

dove che abbisognasse. Del rimanente stavano molto guardinghi perchè

dopo l’insperata e grande sconfitta dell’isola Sfatteria, e dopo la

presa di Pilo e di Citera trovandosi alla sprovvista attorniati per

ogni banda da una guerra repentina, temevano di qualche gran rivoltura

nello stato loro politico; onde, cosa non prima usata da essi, misero

in piedi un corpo di quattrocento cavalli ed arcieri[257]. Allora

veramente divennero più che mai irresoluti in materia di guerra per

questo perchè, incompatibilmente con gli apparecchi che avevano,

trovavansi a lottare in sul mare, ed in specie contro gli Ateniesi, pei

quali ogni intentata impresa era un mancare alla propria riputazione,

di riuscire in tutto. Senza di che i molti fortunevoli casi, in che

si erano in breve abbattuti contro ogni aspettativa, li mettevano in

costernazione grandissima; cosicchè temevano di aver forse a trovarsi

da capo involti in sciagura simili a quella della Sfatteria. E siccome

il loro animo avea perduta la fiducia di sè perchè non avvezzo di prima

alle disgrazie, così andavano più a rilente nelle battaglie, e si

auguravano infelice esito in ogni mossa che facessero.

56. E tuttochè gli Ateniesi dessero allora il guasto alle costiere,

pure i Lacedemoni stavano per lo più fermi all’occasione degli

sbarchi che essi facessero, vicino alle particolari guarnigioni, sì

perchè ciascuna di queste credevasi inferiore di numero, sì ancora

per lo sbigottimento che vi regnava. Una sola guarnigione che presso

Cortita e Afrodisia fece resistenza, atterrì coll’incursione una banda

vagante di soldati leggeri: ma quando le furon di fronte le milizie

di grave armatura cedè; e vi restarono morti pochi soldati, e le loro

armi prese. Gli Ateniesi erser trofeo e rinavigarono a Citera. Di

là circuirono colla flotta fino ad Epidauro Limero, saccheggiarono

porzione della campagna, ed arrivarono a Tirea la quale, quantunque sia

nel luogo chiamato Cinuria, è però conterminale del territorio argivo e

laconico. I Lacedemoni a cui apparteneva l’avevan data ad abitare agli

Egineti cacciati dalla patria, per ristorargli de’ benefizi ricevuti al

tempo del terremoto e della rivolta degli Iloti, tanto più che sebbene

vassalli degli Ateniesi avevan sempre tenuto da Sparta.

57. Questi Egineti adunque, all’appressarsi della flotta ateniese,

abbandonarono la cittadella che stavano fabbricando sul mare, e si

ritirarono nella città dentro terra distante circa dieci stadii dal

mare dove avevano le case. Una delle guarnigioni de’ Lacedemoni,

distribuite per la campagna che li aiutava alla costruzione della

cittadella, tuttochè pregata dagli Egineti non volle entrar con loro

nelle mura della città, stimando cosa pericolosa il rinchiudersi

dentro; ma si ritirò sulle alture ove non credendosi in stato da

battagliare stava in sulle sue. Intanto gli Ateniesi approdano, e tosto

si avviano con tutto l’esercito a Tirea; la espugnano, la saccheggiano

e la mettono a fuoco e fiamma. Quindi tornarono ad Atene conducendo gli

Egineti sopravvissuti al conflitto, e Tantalo di Patroclo destinato

loro a comandante da’ Lacedemoni, che fu preso vivo coperto di ferite.

Parimente menaron via pochi cittadini di Citera parendo lor bene di

tramutargli altrove per sicurezza. Quanto a questi, deliberarono gli

Ateniesi di depositarli nelle isole, e lasciar gli altri Citerii

abitare nelle loro terre purchè pagassero un tributo di quattro

talenti; quanto poi agli Egineti, di ammazzare tutti i prigionieri, per

l’odio antico che sempre avevano; e di incarcerar Tantalo con gli altri

Lacedemoni presi in Sfatteria.

58. Nella medesima estate in Sicilia i Camerinesi e i Geloi furono

i primi a fare armistizio fra loro; dipoi anche gli altri Siciliani

tennero congresso a Gela ove intervennero gli ambasciatori di tutte

le città[258] per negoziare un aggiustamento generale. Tra le varie e

molte opinioni proposte prò e contra in quei dispareri, secondo che

ciascuno credeva di essere in qualche cosa messo al di sotto, Ermocrate

siracusano figlio d’Ermone, che più di tutti li persuase, tenne

nell’assemblea questo discorso.

59. «Non perchè io sia di piccolissima città, o Siciliani, e più delle

altre sbattuta da questa guerra, farò parola; ma per manifestare

nell’assemblea quello che parmi miglior consiglio per tutta la Sicilia.

E che mai approderebbe l’allungarsi a dichiarare tutti i disastri che

la guerra in sè comprende, dinanzi a voi che li sapete? Certo niuno

viene astretto alla guerra per l’ignoranza degl’incomodi che ella trae

seco; nè per timore se ne rimuove, ove stimi di guadagnarvi. Ma pur

troppo accade che ad alcuni sembra il lucro maggiore del danno, altri

amano meglio sottoporsi ai pericoli che andar presentemente un nonnulla

al di sotto: e in tal caso quando gli uni e gli altri adoperino così

inopportunamente, allora tornano in vantaggio le esortazioni agli

accomodamenti. Questo è ciò di che sopra tutto voi dovrete adesso

persuadervi; imperciocchè allor da prima ci guerreggiammo a fine di

acconciare ciascuno le cose proprie; ed or ventilando le pretensioni

nostre tentiamo riamicarci insieme: e qualor non succeda che ciascun

n’esca alla pari cogli altri, di nuovo ci guerreggeremo.

60. «Eppure se abbiam senno dobbiamo intendere che questo congresso

non tanto ha per oggetto le nostre particolari bisogne, quanto il

vedere se potremo ancora mantener salva la Sicilia insidiata tutta

dagli Ateniesi, cui conviene stimare, circa le nostre controversie,

pacificatori più obbliganti di quel che non sono i miei discorsi,

perchè fra i Greci sono essi i più forti: e sebbene stieno qua

con poche navi, pur vanno spiando il nostro debole, e sotto la

coperta della legalità d’alleanza mettono speziosamente a profitto

quell’inimicizia che per natura ci portano. Che se noi ci appigliamo

alla guerra; e qualcuno inviti costoro che anche dove non sono invitati

muovono le armi, bene è da credere che peggiorando lo stato nostro

colle domestiche spese, e facendo loro strada all’impero, essi al

vederci logori verranno, quando che sia, con più numeroso stuolo, per

tentare di sottomettersi tutta intera quest’isola.

61. «Ma se non abbiamo offuscati gli occhi dell’intelletto, dobbiamo

invitare alleati ed abbracciar nuovi pericoli, piuttosto per

acquistare al nostro stato quel d’altrui che danneggiare il proprio:

dobbiamo persuaderci che le sette sono la peste principalissima sì

delle particolari repubbliche che della Sicilia intera, della quale

noi abitatori, quantunque tutti insidiati, andiamo città per città

parteggiando. Queste considerazioni devono condurre i privati a

rappacificarsi coi privati, e le città colle città, a fine di tentar

concordemente di salvare tutta quanta la Sicilia. Nessuno si immagini

che i soli Dorici tra noi sieno nemici agli Ateniesi, e che i Calcidesi

in grazia della consaguinità jonica stieno al sicuro[259]: imperciocchè

non per odio alla diversità del sangue costoro invadono i popoli, ma

per bramosia dei beni di Sicilia, che possediamo in comune. E ciò

hanno appalesato all’invito fatto loro da quei di stirpe calcidica, ai

quali, con prontezza maggiore di quel che richiedesse una convenzione,

hanno pagato un debito di giustizia come consanguinei, senza esserne

stati mai soccorsi secondo l’alleanza. Pur queste soverchierie e

premeditazioni degli Ateniesi sono bene da scusarsi; nè io biasimo

quelli che voglion comandare, ma quelli che sono troppo pronti ad

obbedire; avvegnachè sia propio degli uomini comandar sempre a chi cede

e guardarsi da chi t’assale. E vanno errati quelli tra noi che convinti

di ciò, non antiveggono drittamente, e si presentano all’assemblea

senza credere della massima importanza il ben provvedere al timore

comune, da cui tostissimamente saremmo liberi solo che ci accordassimo

insieme; perchè gli Ateniesi non si muovono contro noi dal loro paese,

ma dal paese di chi gli ha chiamati. Allora non la guerra colla guerra,

ma le dissensioni colla pace tranquillamente queteremo: e quanto fu

ingiusta, sebben palliata la venuta degli Ateniesi qua invitati,

altrettanto sarà ragionevole la loro partenza a man vuote.

62. «Ecco quanto bene rispetto agli Ateniesi ritroviamo saggiamente

deliberando. Quanto poi alla pace, che a confessione di tutti è

l’ottimo dei beni, come non deve farsi anche fra noi stessi? Se uno

si trovi in prosperità, un altro in avversità, non credete voi che la

pace meglio che la guerra possa in quest’ultimo cessare, e nel primo

conservare il suo stato; e che ella offra onori e chiarezza permanente

e tutto ciò che potrebbe dar materia a lunga orazione non meno che la

guerra? Lo che considerando dovete non spregiar mie parole, ma anzi

per queste provveder ciascuno alla vostra salvezza. E se alcun tien

per fermo di ben riuscire in qualche cosa o per il dritto o per la

forza, badi che la sua speranza non vada fallita, ove egli sappia che

dei molti i quali volevano perseguire colla vendetta gli ingiuriatori,

e degli altri i quali speravano di vantaggiarsi per via della forza,

quelli non che vendicarsi, non ne uscirono a bene; a questi invece di

acquistare, avvenne di perdere del proprio. Imperciocchè la vendetta

non riesce meritamente a buon fine perchè è provocata dall’ingiuria,

nè la fortezza è stabile perchè ha buone speranze; ma d’ordinario la

vince l’incertezza del futuro, che sebben fallacissima pure si mostra

anche utilissima, avvegnachè temendo del pari usiamo maggior previdenza

nell’assalirci l’un l’altro.

63. «Laonde abbattuti ora doppiamente, e dal timore indeterminato di

questa incertezza, e dalla presenza degli Ateniesi omai formidabili,

riguardiamo questi ostacoli come sufficienti ad impedire quello che

credevamo di effettuare giusta i mal concepiti disegni; mandiamo

via dal nostro paese gl’imminenti nemici; facciamo tra noi, come io

credo il meglio, accordo sempiterno; o almeno con tregua lunghissima

rimettiamo ad altro tempo le nostre particolari differenze. Intendiamo

insomma che seguendo il mio consiglio, ciascuno avrem libera la città

nostra, e tenendola independentemente potremo per generosità render la

pariglia a chi ci taccia del bene o del male. Ma se, non porgendomi

orecchio, ci assoggetteremo ad altri; non più si tratterà di vendicarsi

di alcuno, ma dovrem recarci a gran fortuna di esser per forza amici ai

mortali nostri nemici, e discordanti da chi non dovremmo.

64. «Ed io per me, come da prima ho detto, tuttochè rappresenti città

amplissima e tale da offendere piuttostochè difendersi, pure credo ben

fatto providamente comporci insieme, e di non far del danno ai nemici

in modo da risentirlo noi maggiore. Nè io vo’ da stolto perfidiare di

credermi arbitro, siccome del mio volere, così della fortuna cui non

comando; anzi mi giova darla vinta finchè il decoro lo permette: ma

credo giusto che voi altri facciate meco lo stesso spontaneamente,

e non aspettiate che i nemici vi astringano; perchè non è vergogna

che i nazionali cedano ai nazionali, o un dorico all’altro dorico,

o un calcidese ai consanguinei; in una parola, popoli tra sè vicini

coabitanti di un medesimo paese bagnato intorno dal mare, e chiamati

tutti con un sol nome Siciliani. Pur quand’occorra guerreggeremo tra

noi, e fra noi nuovamente ci accorderemo mediante i comuni parlamenti:

ma ora, se abbiam senno, corriamo tutti insieme a respingere gli

stranieri, se pure è vero che il danno di ciascuno è pericolo comune.

Non chiamiamo più d’ora innanzi nè alleati nè pacieri, essendochè per

questo modo non defrauderemo al presente la Sicilia di due beni, cioè

d’esser libera dagli Ateniesi e dalla guerra domestica; ed in avvenire

noi soli la riterremo libera e meno insidiata dagli altri.»

65. Persuasi i Siciliesi dalle parole di Ermocrate convennero tra sè

doversi cessar la guerra con questo inteso che ciascuno ritenesse

quel che aveva; e che Morgantina[260] resterebbe ai Camarinei purchè

sborsassero ai Siracusani certa somma di denaro. Gli alleati d’Atene

chiamarono a sè i capitani ateniesi e dissero, che gradirebbero di

accedere a quell’accomodamento, e che le tregue sarebbero comuni anche

a loro. Avutone il consenso stipularono il concordato[261], e la flotta

ateniese partì poi di Sicilia. Tornati i generali alla città, gli

Ateniesi confinarono Pitodoro e Sofocle, e taglieggiarono Eurimedonte,

allegando che potendo essi soggettare la Sicilia, se ne eran ritornati

corrotti da’ donativi. Cotanto misuravano della presente loro felicità,

che pretendevano niuno ostacolo doversi attraversare ai loro disegni, e

le imprese fattibili e le più difficoltose doversi del pari effettuare,

sia con grandi, sia con insufficienti apparecchi. E ciò nasceva dalla

inopinata fortuna nella maggior parte delle imprese, la quale nutriva

in essi animosa speranza.

66. Nella medesima estate quei di Megara, stretti dagli Ateniesi che

costantemente due volte l’anno assaltavano con tutto l’esercito le loro

terre, e dai fuorusciti che nel bollore delle fazioni essendo stati

cacciati dai popolani e raccoltisi a Pega[262] riuscivano incomodi coi

ladronecci, tenevano discorso fra loro del doversi levare il bando

ai fuorusciti per non rovinare da due parti la città. A tal romore i

fautori dei banditi più apertamente di prima anch’essi insistevano non

esser da trascurare tal proposta: ma i demagoghi temendo che il popolo,

per le correnti calamità, non vorrebbe tenere il fermo nella loro

parte, vengono a parlamento con Ippocrate di Arifrone, e Demostene di

Alcistene, capitani ateniesi, con intenzione di render la città perchè

giudicavano ciò meno a sè pericoloso, che il rimettere in patria quelli

che avevano discacciati. Convennero adunque per primo che gli Ateniesi

occupassero le mura lunghe distanti circa otto stadii[263] dalla città

inverso Nisea loro porto, acciò i Peloponnesi non potessero correre in

aiuto uscendo di Nisea stessa, ove soli stavano di presidio per tenere

in rispetto Megara: quindi farebbero di tutto perchè si rendesse anche

la cittadella; e quando ciò fosse avvenuto, anche gli altri Megaresi

più facilmente calerebbono agli accordi.

67. Discorso e preparato il tutto da ambe le parti, gli Ateniesi con

seicento di grave armatura comandati da Ippocrate sull’imbrunire

navigarono a Minoa isola de’ Megaresi[264], e posaronsi in un fosso

scassato per ammattonare le mura, non molto lontano da Megara. Le

genti leggeri dei Plateesi, e le altre della ronda guidate dal secondo

capitano Demostene, imboscaronsi presso al sacro recinto di Marte che

ne è anche men lontano. A Megara nissuno sapeva di ciò, fuorchè quelli

cui premeva di essere avvertiti di cotesta notte. Sul far dell’aurora

quei tra i Megaresi autori del tradimento misero in opera cotal fraude:

fingendosi pirati avevano un pezzo prima co’ buoni ufizi indotto il

capitano della porta ad aprirla; e di notte solevano sopra un carro

trasportare pel fosso fino al mare una barca a due remi e mettersi

in corso: poi sul medesimo carro la riportavano sino al muro, e la

introducevano per la porta prima del giorno, perchè non fosse veduta

dalle sentinelle ateniesi di Minoa, tanto più che nel porto non si

vedeva barca veruna. Allora già il carro era alla porta, che al solito

fu aperta per la barca. A tal vista gli Ateniesi, poichè la cosa era di

concerto, correvano in fretta volendo arrivar prima che si richiudesse

la porta, e mentre vi era appunto la barca che serviva di impaccio a

rabbatterla; e sostenuti da’ Megaresi complici della trama, uccidono

le guardie della porta. I Plateesi con Demostene e i soldati della

ronda[265] furono i primi a correre laddove ora è il trofeo; e subito

dentro la porta azzuffatisi coi Peloponnesi che essendo vicinissimi ed

avvistisi del fatto vi erano accorsi; n’ebber vittoria, e resero sicura

la porta pei soldati gravi ateniesi che sopravvenivano.

68. Dipoi ciascuno degli Ateniesi che a mano a mano passava la porta,

si avviava verso le mura, ove pochi del presidio peloponnesio fecero in

principio resistenza, ed alcuni rimasero morti: i più però si diedero

alla fuga, impauriti da quel notturno assalto de’ nemici, e dal vedersi

a fronte quei cittadini traditori, onde stimavano che tutti i Megaresi

si fossero accordati a tradirli. Occorse inoltre che un araldo ateniese

di suo capriccio bandì che chiunque de’ Megaresi volesse esser con gli

Ateniesi prendesse le armi. A tal voce non ressero più, ma pensando

di aver veramente nemico tutto il popolo, si ricovrarono a Nisea. Sul

far dell’alba erano già espugnate le mura; e in mezzo allo scompiglio

della città i parteggianti degli Ateniesi e con loro gran moltitudine

di popolo informati del segreto gridavano doversi aprire le porte ed

uscire a battaglia. Avevano già tra loro stabilito che ungendosi per

contrassegno con del grasso a fine di non essere offesi aprirebbero le

porte ed entrerebbero a furia gli Ateniesi; lo che potevano fare tanto

più francamente, in quanto che da Eleusi, giusta il convenuto, erano

arrivati marciando di notte quattro migliaia di fanti gravi ateniesi e

sei centinaia di cavalli. Ma quando i congiurati già unti erano presso

alle porte uno di questi consapevole del tutto dichiara agli altri la

trama; il perchè raccoltisi insieme, recaronsi tutti alla porta, e

dicevano non doversi aprire, nè far sortita veruna, lo che non aveano

osato di fare neanche innanzi quantunque avessero maggiori forze, nè

gettare la città in manifesto pericolo; che se alcun si opponesse, ivi

s’avea a decidere coll’armi. Mostravano al tempo stesso non saper nulla

di quei maneggi, ma insistevano come che consigliassero il migliore,

ed intanto restavano fermi a guardia della porta; di sorte che gli

orditori della trama rimasero delusi.

69. Conoscendo i generali ateniesi che era nato qualche ostacolo, e

che d’altronde non avevano forze sufficienti a prendere d’assalto la

città, si diedero immediatamente a cingere di mura Nisea, persuasi

che espugnandola prima che le venisse qualche soccorso, sarebbe stata

anco più sollecita la resa di Megara. A tale oggetto arrivarono subito

da Atene ferramenti, scarpellini ed ogni altra bisogna. Pertanto

incominciando dalle mura già occupate, edificarono un muro trasversale

per chiuder fuori Megara; e dalle due estremità di esse lo condussero

fino al mare di Nisea. L’esercito si distribuì il lavoro del fosso e

delle mura, valendosi de’ sassi e dei mattoni del suburbio; fabbricava

palizzate ove abbisognasse, tagliando alberi ed altro legname; e le

case del suburbio stesso con merli onde venivano fornite servivano

anch’esse di battifolli. Vi lavoravano tutto questo giorno, e sulla

sera del dì seguente il muro era quasi finito. Però le genti di Nisea

intimorite perchè mancavano di viveri (dovendo giorno per giorno

consumar quelli che venivano mandati dalla cittadella di Megara) e

perchè non speravano pronto soccorso dai Peloponnesi e credevano nemici

tutti i Megaresi, si composero con gli Ateniesi per esser liberi

pagando capo per capo una taglia con questo inteso che fossero rese

le armi; ed i Lacedemoni col loro capitano, e qualunque altro vi si

trovasse, lasciati a discrezione degli Ateniesi. Stipulato questi patti

esciron fuori, e gli Ateniesi demolirono le mura lunghe dalla parte di

Megara[266], ed avuta in mano Nisea si accingevano ad altre imprese.

70. In questo tempo Brasida lacedemone figliolo di Tellide che si

trovava in vicinanza di Sicione a Corinto per allestire un esercito

contro la Tracia, avendo inteso la presa delle mura lunghe di

Megara, venne in timore per il presidio peloponnesio di Nisea e per

l’espugnazione di Megara. Laonde spedisce ai Beozii ordinando che

tostamente dovessero venirgli incontro con tutto l’esercito al castello

chiamato Tripodisco nella Megaride alle falde della montagna Geranea,

ove anch’egli si recava con duemila settecento Corintii di grave

armatura, quattrocento Fliasii e seicento Sicionesi, senza contare le

altre genti che aveva intorno a sè raccolte. Stimava egli che Nisea

fosse ancor salva; ma come marciando di notte alla volta di Tripodisco

ebbe inteso esser presa, scelti trecento dell’esercito prima che nulla

si sapesse di sua venuta; si appressava a Megara, celatamente agli

Ateniesi che erano presso al mare. Dava voce, ed era anche vero, di

voler tentare, se fosse possibile, l’impresa di Nisea: ma la cima de’

suoi pensieri era di penetrare in Megara per assicurarsene. Onde faceva

istanza ai Megaresi che dovessero riceverlo con l’esercito, dicendo di

essere nella speranza di recuperare Nisea.

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 26 / 35 段