novilunio, e fuvvi terremoto ai primi dello stesso mese. E i fuorusciti
di Mitilene e del restante di Lesbo, la maggior parte dei quali
venivano dalla terraferma dell’Asia, soldate delle genti ausiliarie del
Peloponneso, oltre a quelle che avevano colà raccolte, espugnano Bezio,
che poi restituirono intatto per la somma di duemila stateri focaici:
quindi marciano sopra Antandro, e lo prendono per via di tradimento.
Era loro intenzione di mettere in libertà tutte le altre città nominate
actee, o vogliam dire littorali (possedute prima da’ Mitilenei
ed allora in mano degli Ateniesi), ma principalmente Antandro.
Discorrevano essi che, siccome quel luogo offre comodità di fabbricar
navi stante il legname di cui abbonda, perchè il monte Ida gli sta a
cavaliere, così quando avessero munito Antandro, partendo di lì con
l’apparecchio necessario, riuscirebbe facile infestar Lesbo vicina, e
sottomettere le cittadelle eoliche di terraferma. Tali erano le imprese
alle quali volevano prepararsi.
53. Nella medesima estate gli Ateniesi condotti da Nicia di Nicerato,
da Nicostrato di Diotrefe e da Autocle di Tolmeo, tolte seco sessanta
navi, due mila soldati gravi e pochi cavalli, e fra gli altri alleati
i Milesii, andarono ad oste contro Citera, la quale è un’isola poco
di lungi dalla Laconia verso Malea, fronteggiata dai Lacedemoni[255],
i quali ogni anno vi mandavano da Sparta un magistrato detto
Citerodice[256], e di mano in mano un presidio di milizie gravi.
Facevano i Lacedemoni molto conto di quell’isola, avvegnachè ella
presentasse un ricovero alle navi mercantili che venivano d’Egitto e
di Libia, e rendesse insieme più difficile ai corsali l’offender la
Laconia dalla parte di mare per dove solo poteva esser danneggiata;
perchè Citera sporge tutta verso il mar siciliano e cretese.
54. Pertanto gli Ateniesi giunti colà sulla flotta, con dieci navi
e due mila Milesii di grave armatura, s’impadroniscono di una città
marittima nominata Scandea; e col rimanente dell’esercito sboccati
nella parte dell’isola che guarda Malea marciavano sopra la città
de’ Citerii situata sul mare; ove trovarono gli abitanti già tutti
sotto l’armi. Attaccatasi la zuffa i Citerii ressero picciol tempo;
poi voltato faccia si rifugiarono nella cittadella; e finalmente
convennero con Nicia e suoi colleghi di rendersi agli Ateniesi, salvo
la vita. Già anche di prima avea Nicia tenuto discorso con alcuni di
Citera; e però le condizioni dell’accomodamento, tanto prima che poi,
furono trattate più presto e più all’amichevole. In fatti gli Ateniesi
cacciarono di Citera solo la gente spartana, considerando che l’isola
era così prossima alla spiaggia laconica. Dopo la capitolazione, gli
Ateniesi padroni di Scandea, città situata presso il porto, misero
guarnigione a Citera e navigarono ad Asìne, ad Elo ed a moltissime
altre terre marittime, sbarcando ed accampandosi ovunque l’opportunità
il richiedesse: e così per circa sette giorni davano il guasto alla
campagna.
55. I Lacedemoni, sebbene vedessero gli Ateniesi padroni di Citera, e
si aspettassero che anche sulle loro terre e’ farebbero simili sbarchi,
pure non si opponevano in nissun luogo col grosso delle loro forze, e
si contentavano di spedire pel loro dominio presidii di soldati gravi
dove che abbisognasse. Del rimanente stavano molto guardinghi perchè
dopo l’insperata e grande sconfitta dell’isola Sfatteria, e dopo la
presa di Pilo e di Citera trovandosi alla sprovvista attorniati per
ogni banda da una guerra repentina, temevano di qualche gran rivoltura
nello stato loro politico; onde, cosa non prima usata da essi, misero
in piedi un corpo di quattrocento cavalli ed arcieri[257]. Allora
veramente divennero più che mai irresoluti in materia di guerra per
questo perchè, incompatibilmente con gli apparecchi che avevano,
trovavansi a lottare in sul mare, ed in specie contro gli Ateniesi, pei
quali ogni intentata impresa era un mancare alla propria riputazione,
di riuscire in tutto. Senza di che i molti fortunevoli casi, in che
si erano in breve abbattuti contro ogni aspettativa, li mettevano in
costernazione grandissima; cosicchè temevano di aver forse a trovarsi
da capo involti in sciagura simili a quella della Sfatteria. E siccome
il loro animo avea perduta la fiducia di sè perchè non avvezzo di prima
alle disgrazie, così andavano più a rilente nelle battaglie, e si
auguravano infelice esito in ogni mossa che facessero.
56. E tuttochè gli Ateniesi dessero allora il guasto alle costiere,
pure i Lacedemoni stavano per lo più fermi all’occasione degli
sbarchi che essi facessero, vicino alle particolari guarnigioni, sì
perchè ciascuna di queste credevasi inferiore di numero, sì ancora
per lo sbigottimento che vi regnava. Una sola guarnigione che presso
Cortita e Afrodisia fece resistenza, atterrì coll’incursione una banda
vagante di soldati leggeri: ma quando le furon di fronte le milizie
di grave armatura cedè; e vi restarono morti pochi soldati, e le loro
armi prese. Gli Ateniesi erser trofeo e rinavigarono a Citera. Di
là circuirono colla flotta fino ad Epidauro Limero, saccheggiarono
porzione della campagna, ed arrivarono a Tirea la quale, quantunque sia
nel luogo chiamato Cinuria, è però conterminale del territorio argivo e
laconico. I Lacedemoni a cui apparteneva l’avevan data ad abitare agli
Egineti cacciati dalla patria, per ristorargli de’ benefizi ricevuti al
tempo del terremoto e della rivolta degli Iloti, tanto più che sebbene
vassalli degli Ateniesi avevan sempre tenuto da Sparta.
57. Questi Egineti adunque, all’appressarsi della flotta ateniese,
abbandonarono la cittadella che stavano fabbricando sul mare, e si
ritirarono nella città dentro terra distante circa dieci stadii dal
mare dove avevano le case. Una delle guarnigioni de’ Lacedemoni,
distribuite per la campagna che li aiutava alla costruzione della
cittadella, tuttochè pregata dagli Egineti non volle entrar con loro
nelle mura della città, stimando cosa pericolosa il rinchiudersi
dentro; ma si ritirò sulle alture ove non credendosi in stato da
battagliare stava in sulle sue. Intanto gli Ateniesi approdano, e tosto
si avviano con tutto l’esercito a Tirea; la espugnano, la saccheggiano
e la mettono a fuoco e fiamma. Quindi tornarono ad Atene conducendo gli
Egineti sopravvissuti al conflitto, e Tantalo di Patroclo destinato
loro a comandante da’ Lacedemoni, che fu preso vivo coperto di ferite.
Parimente menaron via pochi cittadini di Citera parendo lor bene di
tramutargli altrove per sicurezza. Quanto a questi, deliberarono gli
Ateniesi di depositarli nelle isole, e lasciar gli altri Citerii
abitare nelle loro terre purchè pagassero un tributo di quattro
talenti; quanto poi agli Egineti, di ammazzare tutti i prigionieri, per
l’odio antico che sempre avevano; e di incarcerar Tantalo con gli altri
Lacedemoni presi in Sfatteria.
58. Nella medesima estate in Sicilia i Camerinesi e i Geloi furono
i primi a fare armistizio fra loro; dipoi anche gli altri Siciliani
tennero congresso a Gela ove intervennero gli ambasciatori di tutte
le città[258] per negoziare un aggiustamento generale. Tra le varie e
molte opinioni proposte prò e contra in quei dispareri, secondo che
ciascuno credeva di essere in qualche cosa messo al di sotto, Ermocrate
siracusano figlio d’Ermone, che più di tutti li persuase, tenne
nell’assemblea questo discorso.
59. «Non perchè io sia di piccolissima città, o Siciliani, e più delle
altre sbattuta da questa guerra, farò parola; ma per manifestare
nell’assemblea quello che parmi miglior consiglio per tutta la Sicilia.
E che mai approderebbe l’allungarsi a dichiarare tutti i disastri che
la guerra in sè comprende, dinanzi a voi che li sapete? Certo niuno
viene astretto alla guerra per l’ignoranza degl’incomodi che ella trae
seco; nè per timore se ne rimuove, ove stimi di guadagnarvi. Ma pur
troppo accade che ad alcuni sembra il lucro maggiore del danno, altri
amano meglio sottoporsi ai pericoli che andar presentemente un nonnulla
al di sotto: e in tal caso quando gli uni e gli altri adoperino così
inopportunamente, allora tornano in vantaggio le esortazioni agli
accomodamenti. Questo è ciò di che sopra tutto voi dovrete adesso
persuadervi; imperciocchè allor da prima ci guerreggiammo a fine di
acconciare ciascuno le cose proprie; ed or ventilando le pretensioni
nostre tentiamo riamicarci insieme: e qualor non succeda che ciascun
n’esca alla pari cogli altri, di nuovo ci guerreggeremo.
60. «Eppure se abbiam senno dobbiamo intendere che questo congresso
non tanto ha per oggetto le nostre particolari bisogne, quanto il
vedere se potremo ancora mantener salva la Sicilia insidiata tutta
dagli Ateniesi, cui conviene stimare, circa le nostre controversie,
pacificatori più obbliganti di quel che non sono i miei discorsi,
perchè fra i Greci sono essi i più forti: e sebbene stieno qua
con poche navi, pur vanno spiando il nostro debole, e sotto la
coperta della legalità d’alleanza mettono speziosamente a profitto
quell’inimicizia che per natura ci portano. Che se noi ci appigliamo
alla guerra; e qualcuno inviti costoro che anche dove non sono invitati
muovono le armi, bene è da credere che peggiorando lo stato nostro
colle domestiche spese, e facendo loro strada all’impero, essi al
vederci logori verranno, quando che sia, con più numeroso stuolo, per
tentare di sottomettersi tutta intera quest’isola.
61. «Ma se non abbiamo offuscati gli occhi dell’intelletto, dobbiamo
invitare alleati ed abbracciar nuovi pericoli, piuttosto per
acquistare al nostro stato quel d’altrui che danneggiare il proprio:
dobbiamo persuaderci che le sette sono la peste principalissima sì
delle particolari repubbliche che della Sicilia intera, della quale
noi abitatori, quantunque tutti insidiati, andiamo città per città
parteggiando. Queste considerazioni devono condurre i privati a
rappacificarsi coi privati, e le città colle città, a fine di tentar
concordemente di salvare tutta quanta la Sicilia. Nessuno si immagini
che i soli Dorici tra noi sieno nemici agli Ateniesi, e che i Calcidesi
in grazia della consaguinità jonica stieno al sicuro[259]: imperciocchè
non per odio alla diversità del sangue costoro invadono i popoli, ma
per bramosia dei beni di Sicilia, che possediamo in comune. E ciò
hanno appalesato all’invito fatto loro da quei di stirpe calcidica, ai
quali, con prontezza maggiore di quel che richiedesse una convenzione,
hanno pagato un debito di giustizia come consanguinei, senza esserne
stati mai soccorsi secondo l’alleanza. Pur queste soverchierie e
premeditazioni degli Ateniesi sono bene da scusarsi; nè io biasimo
quelli che voglion comandare, ma quelli che sono troppo pronti ad
obbedire; avvegnachè sia propio degli uomini comandar sempre a chi cede
e guardarsi da chi t’assale. E vanno errati quelli tra noi che convinti
di ciò, non antiveggono drittamente, e si presentano all’assemblea
senza credere della massima importanza il ben provvedere al timore
comune, da cui tostissimamente saremmo liberi solo che ci accordassimo
insieme; perchè gli Ateniesi non si muovono contro noi dal loro paese,
ma dal paese di chi gli ha chiamati. Allora non la guerra colla guerra,
ma le dissensioni colla pace tranquillamente queteremo: e quanto fu
ingiusta, sebben palliata la venuta degli Ateniesi qua invitati,
altrettanto sarà ragionevole la loro partenza a man vuote.
62. «Ecco quanto bene rispetto agli Ateniesi ritroviamo saggiamente
deliberando. Quanto poi alla pace, che a confessione di tutti è
l’ottimo dei beni, come non deve farsi anche fra noi stessi? Se uno
si trovi in prosperità, un altro in avversità, non credete voi che la
pace meglio che la guerra possa in quest’ultimo cessare, e nel primo
conservare il suo stato; e che ella offra onori e chiarezza permanente
e tutto ciò che potrebbe dar materia a lunga orazione non meno che la
guerra? Lo che considerando dovete non spregiar mie parole, ma anzi
per queste provveder ciascuno alla vostra salvezza. E se alcun tien
per fermo di ben riuscire in qualche cosa o per il dritto o per la
forza, badi che la sua speranza non vada fallita, ove egli sappia che
dei molti i quali volevano perseguire colla vendetta gli ingiuriatori,
e degli altri i quali speravano di vantaggiarsi per via della forza,
quelli non che vendicarsi, non ne uscirono a bene; a questi invece di
acquistare, avvenne di perdere del proprio. Imperciocchè la vendetta
non riesce meritamente a buon fine perchè è provocata dall’ingiuria,
nè la fortezza è stabile perchè ha buone speranze; ma d’ordinario la
vince l’incertezza del futuro, che sebben fallacissima pure si mostra
anche utilissima, avvegnachè temendo del pari usiamo maggior previdenza
nell’assalirci l’un l’altro.
63. «Laonde abbattuti ora doppiamente, e dal timore indeterminato di
questa incertezza, e dalla presenza degli Ateniesi omai formidabili,
riguardiamo questi ostacoli come sufficienti ad impedire quello che
credevamo di effettuare giusta i mal concepiti disegni; mandiamo
via dal nostro paese gl’imminenti nemici; facciamo tra noi, come io
credo il meglio, accordo sempiterno; o almeno con tregua lunghissima
rimettiamo ad altro tempo le nostre particolari differenze. Intendiamo
insomma che seguendo il mio consiglio, ciascuno avrem libera la città
nostra, e tenendola independentemente potremo per generosità render la
pariglia a chi ci taccia del bene o del male. Ma se, non porgendomi
orecchio, ci assoggetteremo ad altri; non più si tratterà di vendicarsi
di alcuno, ma dovrem recarci a gran fortuna di esser per forza amici ai
mortali nostri nemici, e discordanti da chi non dovremmo.
64. «Ed io per me, come da prima ho detto, tuttochè rappresenti città
amplissima e tale da offendere piuttostochè difendersi, pure credo ben
fatto providamente comporci insieme, e di non far del danno ai nemici
in modo da risentirlo noi maggiore. Nè io vo’ da stolto perfidiare di
credermi arbitro, siccome del mio volere, così della fortuna cui non
comando; anzi mi giova darla vinta finchè il decoro lo permette: ma
credo giusto che voi altri facciate meco lo stesso spontaneamente,
e non aspettiate che i nemici vi astringano; perchè non è vergogna
che i nazionali cedano ai nazionali, o un dorico all’altro dorico,
o un calcidese ai consanguinei; in una parola, popoli tra sè vicini
coabitanti di un medesimo paese bagnato intorno dal mare, e chiamati
tutti con un sol nome Siciliani. Pur quand’occorra guerreggeremo tra
noi, e fra noi nuovamente ci accorderemo mediante i comuni parlamenti:
ma ora, se abbiam senno, corriamo tutti insieme a respingere gli
stranieri, se pure è vero che il danno di ciascuno è pericolo comune.
Non chiamiamo più d’ora innanzi nè alleati nè pacieri, essendochè per
questo modo non defrauderemo al presente la Sicilia di due beni, cioè
d’esser libera dagli Ateniesi e dalla guerra domestica; ed in avvenire
noi soli la riterremo libera e meno insidiata dagli altri.»
65. Persuasi i Siciliesi dalle parole di Ermocrate convennero tra sè
doversi cessar la guerra con questo inteso che ciascuno ritenesse
quel che aveva; e che Morgantina[260] resterebbe ai Camarinei purchè
sborsassero ai Siracusani certa somma di denaro. Gli alleati d’Atene
chiamarono a sè i capitani ateniesi e dissero, che gradirebbero di
accedere a quell’accomodamento, e che le tregue sarebbero comuni anche
a loro. Avutone il consenso stipularono il concordato[261], e la flotta
ateniese partì poi di Sicilia. Tornati i generali alla città, gli
Ateniesi confinarono Pitodoro e Sofocle, e taglieggiarono Eurimedonte,
allegando che potendo essi soggettare la Sicilia, se ne eran ritornati
corrotti da’ donativi. Cotanto misuravano della presente loro felicità,
che pretendevano niuno ostacolo doversi attraversare ai loro disegni, e
le imprese fattibili e le più difficoltose doversi del pari effettuare,
sia con grandi, sia con insufficienti apparecchi. E ciò nasceva dalla
inopinata fortuna nella maggior parte delle imprese, la quale nutriva
in essi animosa speranza.
66. Nella medesima estate quei di Megara, stretti dagli Ateniesi che
costantemente due volte l’anno assaltavano con tutto l’esercito le loro
terre, e dai fuorusciti che nel bollore delle fazioni essendo stati
cacciati dai popolani e raccoltisi a Pega[262] riuscivano incomodi coi
ladronecci, tenevano discorso fra loro del doversi levare il bando
ai fuorusciti per non rovinare da due parti la città. A tal romore i
fautori dei banditi più apertamente di prima anch’essi insistevano non
esser da trascurare tal proposta: ma i demagoghi temendo che il popolo,
per le correnti calamità, non vorrebbe tenere il fermo nella loro
parte, vengono a parlamento con Ippocrate di Arifrone, e Demostene di
Alcistene, capitani ateniesi, con intenzione di render la città perchè
giudicavano ciò meno a sè pericoloso, che il rimettere in patria quelli
che avevano discacciati. Convennero adunque per primo che gli Ateniesi
occupassero le mura lunghe distanti circa otto stadii[263] dalla città
inverso Nisea loro porto, acciò i Peloponnesi non potessero correre in
aiuto uscendo di Nisea stessa, ove soli stavano di presidio per tenere
in rispetto Megara: quindi farebbero di tutto perchè si rendesse anche
la cittadella; e quando ciò fosse avvenuto, anche gli altri Megaresi
più facilmente calerebbono agli accordi.
67. Discorso e preparato il tutto da ambe le parti, gli Ateniesi con
seicento di grave armatura comandati da Ippocrate sull’imbrunire
navigarono a Minoa isola de’ Megaresi[264], e posaronsi in un fosso
scassato per ammattonare le mura, non molto lontano da Megara. Le
genti leggeri dei Plateesi, e le altre della ronda guidate dal secondo
capitano Demostene, imboscaronsi presso al sacro recinto di Marte che
ne è anche men lontano. A Megara nissuno sapeva di ciò, fuorchè quelli
cui premeva di essere avvertiti di cotesta notte. Sul far dell’aurora
quei tra i Megaresi autori del tradimento misero in opera cotal fraude:
fingendosi pirati avevano un pezzo prima co’ buoni ufizi indotto il
capitano della porta ad aprirla; e di notte solevano sopra un carro
trasportare pel fosso fino al mare una barca a due remi e mettersi
in corso: poi sul medesimo carro la riportavano sino al muro, e la
introducevano per la porta prima del giorno, perchè non fosse veduta
dalle sentinelle ateniesi di Minoa, tanto più che nel porto non si
vedeva barca veruna. Allora già il carro era alla porta, che al solito
fu aperta per la barca. A tal vista gli Ateniesi, poichè la cosa era di
concerto, correvano in fretta volendo arrivar prima che si richiudesse
la porta, e mentre vi era appunto la barca che serviva di impaccio a
rabbatterla; e sostenuti da’ Megaresi complici della trama, uccidono
le guardie della porta. I Plateesi con Demostene e i soldati della
ronda[265] furono i primi a correre laddove ora è il trofeo; e subito
dentro la porta azzuffatisi coi Peloponnesi che essendo vicinissimi ed
avvistisi del fatto vi erano accorsi; n’ebber vittoria, e resero sicura
la porta pei soldati gravi ateniesi che sopravvenivano.
68. Dipoi ciascuno degli Ateniesi che a mano a mano passava la porta,
si avviava verso le mura, ove pochi del presidio peloponnesio fecero in
principio resistenza, ed alcuni rimasero morti: i più però si diedero
alla fuga, impauriti da quel notturno assalto de’ nemici, e dal vedersi
a fronte quei cittadini traditori, onde stimavano che tutti i Megaresi
si fossero accordati a tradirli. Occorse inoltre che un araldo ateniese
di suo capriccio bandì che chiunque de’ Megaresi volesse esser con gli
Ateniesi prendesse le armi. A tal voce non ressero più, ma pensando
di aver veramente nemico tutto il popolo, si ricovrarono a Nisea. Sul
far dell’alba erano già espugnate le mura; e in mezzo allo scompiglio
della città i parteggianti degli Ateniesi e con loro gran moltitudine
di popolo informati del segreto gridavano doversi aprire le porte ed
uscire a battaglia. Avevano già tra loro stabilito che ungendosi per
contrassegno con del grasso a fine di non essere offesi aprirebbero le
porte ed entrerebbero a furia gli Ateniesi; lo che potevano fare tanto
più francamente, in quanto che da Eleusi, giusta il convenuto, erano
arrivati marciando di notte quattro migliaia di fanti gravi ateniesi e
sei centinaia di cavalli. Ma quando i congiurati già unti erano presso
alle porte uno di questi consapevole del tutto dichiara agli altri la
trama; il perchè raccoltisi insieme, recaronsi tutti alla porta, e
dicevano non doversi aprire, nè far sortita veruna, lo che non aveano
osato di fare neanche innanzi quantunque avessero maggiori forze, nè
gettare la città in manifesto pericolo; che se alcun si opponesse, ivi
s’avea a decidere coll’armi. Mostravano al tempo stesso non saper nulla
di quei maneggi, ma insistevano come che consigliassero il migliore,
ed intanto restavano fermi a guardia della porta; di sorte che gli
orditori della trama rimasero delusi.
69. Conoscendo i generali ateniesi che era nato qualche ostacolo, e
che d’altronde non avevano forze sufficienti a prendere d’assalto la
città, si diedero immediatamente a cingere di mura Nisea, persuasi
che espugnandola prima che le venisse qualche soccorso, sarebbe stata
anco più sollecita la resa di Megara. A tale oggetto arrivarono subito
da Atene ferramenti, scarpellini ed ogni altra bisogna. Pertanto
incominciando dalle mura già occupate, edificarono un muro trasversale
per chiuder fuori Megara; e dalle due estremità di esse lo condussero
fino al mare di Nisea. L’esercito si distribuì il lavoro del fosso e
delle mura, valendosi de’ sassi e dei mattoni del suburbio; fabbricava
palizzate ove abbisognasse, tagliando alberi ed altro legname; e le
case del suburbio stesso con merli onde venivano fornite servivano
anch’esse di battifolli. Vi lavoravano tutto questo giorno, e sulla
sera del dì seguente il muro era quasi finito. Però le genti di Nisea
intimorite perchè mancavano di viveri (dovendo giorno per giorno
consumar quelli che venivano mandati dalla cittadella di Megara) e
perchè non speravano pronto soccorso dai Peloponnesi e credevano nemici
tutti i Megaresi, si composero con gli Ateniesi per esser liberi
pagando capo per capo una taglia con questo inteso che fossero rese
le armi; ed i Lacedemoni col loro capitano, e qualunque altro vi si
trovasse, lasciati a discrezione degli Ateniesi. Stipulato questi patti
esciron fuori, e gli Ateniesi demolirono le mura lunghe dalla parte di
Megara[266], ed avuta in mano Nisea si accingevano ad altre imprese.
70. In questo tempo Brasida lacedemone figliolo di Tellide che si
trovava in vicinanza di Sicione a Corinto per allestire un esercito
contro la Tracia, avendo inteso la presa delle mura lunghe di
Megara, venne in timore per il presidio peloponnesio di Nisea e per
l’espugnazione di Megara. Laonde spedisce ai Beozii ordinando che
tostamente dovessero venirgli incontro con tutto l’esercito al castello
chiamato Tripodisco nella Megaride alle falde della montagna Geranea,
ove anch’egli si recava con duemila settecento Corintii di grave
armatura, quattrocento Fliasii e seicento Sicionesi, senza contare le
altre genti che aveva intorno a sè raccolte. Stimava egli che Nisea
fosse ancor salva; ma come marciando di notte alla volta di Tripodisco
ebbe inteso esser presa, scelti trecento dell’esercito prima che nulla
si sapesse di sua venuta; si appressava a Megara, celatamente agli
Ateniesi che erano presso al mare. Dava voce, ed era anche vero, di
voler tentare, se fosse possibile, l’impresa di Nisea: ma la cima de’
suoi pensieri era di penetrare in Megara per assicurarsene. Onde faceva
istanza ai Megaresi che dovessero riceverlo con l’esercito, dicendo di
essere nella speranza di recuperare Nisea.