29. Spedito egli il tutto nell’adunanza, ed eletto dagli Ateniesi a

quell’impresa, partì prontamente, dopo avere scelto per suo collega

Demostene, uno dei comandanti a Pilo, perchè aveva udito che desso

meditava lo sbarco nell’isola, al vedere che i soldati trovandosi

male per la miseria del luogo, e piuttosto assediati che assedianti,

anelavano di cimentarsi. Senza di che confermava Demostene in questa

sua intenzione l’incendio accaduto nell’isola, la quale essendo quasi

tutta boscosa e senza vie, perchè di continuo disabitata, lo metteva in

timore, e parevagli che ciò fosse in vantaggio dei nemici; essendochè

se vi sbarcasse con molte genti, assalendolo essi da qualche luogo

occulto, lo batterebbero. Infatti gli sbagli e le disposizioni di

essi, atteso il bosco, non sarebbero a lui egualmente palesi, laddove

gli sbagli del proprio esercito sarebbero tutti visibili; cosicchè

verrebbe inaspettatamente assalito ove più piacesse al nemico, in mano

del quale stava l’assalire. D’altronde s’ei forzasse il folto del luogo

per venire alle prese, stimava che i meno, ma pratichi del posto,

vincerebbero i più non pratichi, e che il suo esercito quantunque

numeroso andrebbe senza accorgersene rifinito, mancando del prospetto

necessario per soccorrersi scambievolmente.

30. E tali pensieri gli correvano nell’animo a cagione principalmente

della sconfitta etolica cagionata in gran parte dalla selva. Ora però,

attesa la strettezza dell’isola, essendo i soldati nemici costretti

a pranzare per precauzione quasi sulle coste di essa, ed avendo un

tale appiccato il fuoco involontariamente a piccola porzione della

selva, era poi sopravvenuto il vento onde gran parte di quella andò

inavvertitamente bruciata; e per questo potè Demostene meglio osservare

che i Lacedemoni erano in maggior numero che non credeva; quando prima

sospettava che per minor gente s’introducessero i viveri. Allora

convinto che gli Ateniesi vorrebbero usare maggior premura contro un

nemico non dispregevole, e vedendo che l’isola offriva più facile

sbarco di prima, preparava l’assalto, richiedeva di truppe i vicini

alleati, ed apprestava tutte le altre cose. Intanto Cleone che aveva

spedito innanzi ad avvisarlo ch’ei giungerebbe colla soldatesca da

lui domandata, arriva a Pilo: e trovatisi amendue insieme spediscono

innanzi tratto un araldo al campo nemico in terraferma, confortando a

voler ordinare a quei dell’isola, a scanso d’ogni pericolo, di render

l’armi e le persone, a condizione che sarebbero tenuti sotto discreta

guardia, finchè non si fosse convenuto della somma delle cose.

31. Poichè non fu accettata questa proposta, i capitani ateniesi

soprassederono un giorno; e il dì seguente imbarcati su poche navi

tutti i soldati gravi, partirono di notte; e poco prima dell’aurora

scendevano nell’isola, parte dal lato di essa che guarda l’alto,

parte di verso il porto, da otto centinaia, che subito corsero

addosso al primo corpo di guardia che si trovava nell’isola. Erano

i nemici ordinati in tal guisa. Trenta in circa di grave armatura

formavano questo primo corpo di guardia: Epitada capitano col grosso

dell’esercito teneva il miluogo che era un piano intorno all’acqua

dolce; se non che una piccola porzione di sue genti guardava l’altra

estremità dell’isola verso Pilo, che è scoscesa dalla parte di mare ed

inespugnabile da quella di terra; ove per soprappiù sorgeva un’antica

fortezza fabbricata con pietre scelte, della quale intendevano di

giovarsi, caso che a viva forza fossero costretti di ritirarsi. Tale

era la posizione dei Lacedemoni.

32. Gli Ateniesi che erano scesi nell’isola inosservati (perchè i

nemici stimavano che quelle fossero le navi che al solito scorressero

per guardar l’isola) uccidono subito coloro che avevano assaliti mentre

erano in letto, e mentre riprendevano le armi. E al nascer dell’aurora

sbarcò dalle settanta navi, o poco più, tutto il resto dell’esercito,

salvo i rematori disottani, ciascuno dal canto suo armato, con più

otto centinaia d’arcieri e bene altrettanti palvesari, e il rinforzo

de’ Messenii, e quanti stanziavano intorno a Pilo, tranne le guardie

che custodivano il castello. Queste genti, secondo le disposizioni

di Demostene, si spartirono in squadroni di dugento, ed or più ed or

meno, occupando le più elevate parti de’ luoghi, affinchè i nemici

accerchiati per ogni lato si trovassero in grandissimo intricamento; e

non che sapessero a chi mostrare il viso, fossero anzi per ogni verso

infestati dalla moltitudine; cosicchè se urtassero di fronte, fossero

percossi da quelli a tergo; se di fianco, da quelli schierati su i

due lati. Insomma dovunque il nemico si volgesse, avrebbe sempre alle

spalle le milizie leggere, dalle quali è più difficile salvarsi, perchè

mediante le frecce, gli strali, pietre e fionde hanno forza da lontano,

e non v’è modo d’inseguirle, avvegnachè, fuggendo vincano, e cedendo il

nemico, l’incalzano. Con questa mente Demostene da prima ruminava lo

sbarco, e con tale poi lo regolò in effetto.

33. Ma Epitada ed i suoi che erano il grosso delle genti dell’isola,

visto disfatto il primo corpo di guardia, ed avanzarsi incontro

l’esercito, correvano in ordinanza per assaltare i soldati gravi degli

Ateniesi, volendo venire alle mani con questi che erano stati posti

loro a fronte, mentre le truppe leggere stavano ai fianchi ed alle

spalle. Ma non poterono azzuffarsi con essi nè usare la loro perizia,

perchè le genti leggere, saettandoli quinci e quindi, li ritenevano;

e quelli invece di correre all’assalto, stavano fermi al loro posto.

Allora si avventarono contro i soldati leggeri e li fugavano, ma questi

rivoltando faccia li respingevano; ed essendo armati alla leggera,

prima d’esser raggiunti dal nemico ripigliavano facilmente la fuga;

tanto più che i luoghi erano disagevoli ed aspri perchè sin di prima

disabitati, ed i Lacedemoni gravati dal peso delle armi non potevano

ivi perseguitarli.

34. Per questo modo adunque scaramucciarono tra loro un poco di tempo.

Ma i Lacedemoni non avean più lena di accorrer prontamente dove fossero

incalzati: però le genti leggere degli Ateniesi, conosciuto che e’

menavano le mani più lentamente, presero in mirandoli grandissimo

coraggio. E vedendosi in numero assai maggiore, e, per non aver

sofferto quel danno che s’aspettavano, essendosi assuefatti a non

creder più formidabile il nemico (come quando da prima sbarcarono

nell’isola coll’animo avvilito per avere a combattere coi Lacedemoni),

si serrarono addosso a loro dispregiandoli e mandando alte grida; e

percuotevanli con pietre, saette e dardi, e con quello che a ciascuno

capitasse alle mani. Gridare ed assalire fu un punto; lo sbigottimento

entrò nel nemico non avvezzo a sì fatta battaglia; gran polverio della

selva testè incendiata si levava in alto: e le freccie ed i sassi,

da tanta moltitudine scagliati in mezzo a quel nugolo, rendevano

impossibile la vista di ciò che si parasse innanzi. Qui daddovero

avevano i Lacedemoni difficile impresa alle mani, perocchè le feltrate

corazze non reggevano al saettame, le lanciole smussate rimanevano

penzoloni nei feriti; e non potendo vedere ciò che avessero innanzi a

sè, e non intendendo gli ordini che si comunicavano tra loro, perchè

sopraffatti dalle grida nemiche, non sapevano che farsi: insomma si

trovavano per ogni lato circondati dal pericolo, senza avere speranza

di trovar modo onde aprirsi una via a salvamento.

35. Alla perfine dopo molto sangue sparso per essersi sempre andati

ravvolgendo nel medesimo luogo, si avviarono serrati all’estrema

munizione dell’isola non molto dilungi, e al loro corpo di guardia.

Vistigli cedere, allora sì i soldati ateniesi con maggior animo e con

grida maggiori gl’incalzavano, ed uccidevano quanti nel ritirarsi

restassero presi. I più scamparono nella munizione, ed insieme col

presidio che ivi era si schierarono su tutti i punti di essa ove poteva

essere espugnata, risoluti di ributtare il nemico. Allettati gli

Ateniesi dalla fuga dei nemici gli perseguivano; ma la fortezza del

sito vietando loro di girare intorno per chiuderli in mezzo, assalitili

di fronte si sforzavano di cacciarli. Durò questo gioco un pezzo, anzi

grandissima parte della giornata, benchè entrambi fossero oppressi dal

conflitto, dalla sete e dal sole, facendo gli Ateniesi ogni prova per

isbarbare dall’altura i Lacedemoni, e questi per non cedere. Nondimeno

più facilmente di prima resistevano i Lacedemoni, non v’essendo modo di

circondarli di fianco.

36. Ma siccome la cosa riusciva interminabile, il capitano de’ Messenii

appresentatosi a Cleone ed a Demostene, disse loro, che si affaticavano

inutilmente; che se volessero dargli una parte degli arcieri e delle

genti leggere, egli circuirebbe i nemici alle spalle per quella via

che saprebbe trovare, e che confidava di aprirsi un passaggio ad

assalirli. Ottenuto quanto domandava, si mosse da un luogo appartato

per non esser visto dai Lacedemoni; ed aggrappandosi per dirupati

che via via sporgevano nell’isola, e dove i Lacedemoni non tenevansi

guardati fidandosi alla fortezza del luogo, a gran pena e difficoltà

circuì nascosamente la munizione. E comparso improvviso sull’altura

alle spalle de’ nemici, li sbigottì per quel caso impensato, e

rinfrancò maggiormente gli Ateniesi i quali videro effettuato ciò che

si aspettavano. Trovavansi omai i Lacedemoni battuti dinanzi e alle

spalle, e nel caso stesso delle Termopile, se è lecito agguagliare le

cose piccole alle grandi. Quelli furono disfatti dai Persiani che per

tragetti li circuirono, e questi pure circondati non più resistevano:

ma trovandosi pochi a battagliar contro molti, e indeboliti del corpo

per l’inedia, retrocedevano: e già gli Ateniesi eran padroni dei passi.

37. Cleone e Demostene vedendo che se i Lacedemoni prolungassero un

poco più la ritirata sarebbero distrutti dal loro esercito, quetarono

la battaglia e sostennero l’impeto de’ suoi, volendo menar vivi ad

Atene coloro, qualora udita la voce dell’araldo piegassero l’animo

a consegnar l’armi, e si chiamassero vinti dalla presente calamità.

Fecero adunque bandire se volessero render l’armi e le persone alla

discrezione degli Ateniesi.

38. A tale annunzio i più depositarono gli scudi, ed agitavano in alto

le mani accennando di accettare le condizioni bandite. Quindi fatto

posa, Cleone e Demostene vennero a parlamento con Stifone figliolo di

Farace terzo capitano dei Lacedemoni, eletto secondo il disposto della

legge, se mai qualche sinistro accadesse agli altri due; il primo

dei quali Epitada era morto, ed Ipparete a lui sostituito sebbene

ancor vivo giaceva come morto fra gli estinti. Pertanto Stifone e il

suo seguito dicevano di voler mandare ambasciata ai Lacedemoni di

terraferma per consultarli su quel che dovevano fare. Gli Ateniesi

non permisero che veruno vi andasse; chiamarono bensì gli araldi di

terraferma; e fatta due o tre volte la domanda, l’ultimo che venne

portò in risposta: «I Lacedemoni permettono che voi provvediate alle

cose vostre senza far nulla di turpe.» Essi tenuto consiglio tra loro

resero se stessi e le armi, e quel giorno e la notte seguente furono

tenuti sotto guardia dagli Ateniesi, i quali nel giorno appresso

alzarono trofeo nell’isola, e preparavano l’occorrente per imbarcarsi,

avendo distribuito quella gente sotto la custodia de’ trierarchi. I

Lacedemoni, spedito un araldo, riebbero i cadaveri. I morti, e i presi

vivi nell’isola furono questi: vi erano passati quattrocento venti di

grave armatura in tutti; ne furono ricondotti vivi dugento novantadue:

gli altri erano morti: di quei vivi circa cento venti erano Spartani.

Degli Ateniesi pochi furono gli uccisi, perchè la battaglia non fu

stanziale.

39. Il tempo che quelle genti restarono assediate nell’isola dal

combattimento navale fino alla battaglia accaduta nell’isola stessa, fu

in tutto settantadue giorni. Nei venti giorni incirca della gita de’

legati per la tregua era loro somministrata vettovaglia; ma negli altri

vivevano colle robe furtivamente introdotte. Nell’isola si trovò anche

del frumento, e vi erano restate altre grasce, perchè il comandante

Epitada le somministrava più parcamente di quel che ne avesse la

possibilità. Pertanto sì gli Ateniesi che i Peloponnesi coll’esercito,

da Pilo tornarono entrambi a casa sua: e la promessa di Cleone, sebben

folle, riuscì; poichè condusse via quella gente dentro i venti giorni,

siccome s’era incaricato.

40. Un tal fatto, più che qualunqu’altro avvenuto durante questa

guerra, empiè di maraviglia i Greci: imperciocchè giudicavasi che i

Lacedemoni nè per fame nè per veruna necessità si avvilerebbero a

render le armi, e piuttosto morirebbero con esse alla mano, combattendo

sinchè avessero fiato: onde nissun credeva che quelli che le avevano

rese fossero in valore pari a quelli morti. E un alleato degli Ateniesi

che in aria di contumelia domandò in seguito ad uno de’ prigionieri

dell’isola, se i morti erano tra loro i prodi e i valorosi, udì

rispondersi; che in gran pregio dovrebbe tenersi il fuso[252], cioè la

freccia, se avesse saputo discernere i prodi: indicando che mero caso

era l’essere stato ucciso dagli strali e dai sassi.

41. All’arrivo di coloro in Atene, gli Ateniesi determinarono di

tenerli guardati in prigione finchè non si venisse a qualche accordo;

e di levarli per ucciderli se prima di questo i Peloponnesi entrassero

nell’Attica. A Pilo poi avevano messo presidio; ed i Messenii di

Naupatto, riguardando Pilo come patria loro, perchè apparteneva una

volta al territorio messenio, vi spedirono gente di loro la più idonea,

che depredando la campagna laconica la danneggiarono moltissimo,

perchè hanno un medesimo linguaggio con gli Spartani. I quali fino

allora non pratichi del corseggiare e di sì fatta maniera di guerra,

la sopportavano a malincuore, tanto più che gl’Iloti disertavano, e

però vi era sospetto di qualche più importante innovazione nel loro

dominio. Anzi quantunque non volessero che i loro sospetti penetrassero

in Atene, pure vi mandavano ambascerie per tentare di riaver Pilo e

quei prigionieri: ma gli Ateniesi che intendevano a cose maggiori,

contuttochè costoro molte volte vi andassero li rimandavano a mani

vuote. Tali sono le cose avvenute a Pilo.

42. Appresso nella medesima estate gli Ateniesi capitanati da Nicia di

Nicerato e due altri aggiunti, e seguiti dai confederati di Mileto,

di Andro e di Caristo portavano la guerra nel territorio corintio

con ottanta navi e duemila soldati propri di grave armatura, più

due centinaia di cavalli su barche a ciò destinate. Fecero vela

coll’aurora, e andarono a porre fra il Chersoneso e Reto presso il

littorale di un luogo dominato dal colle Soligio, sulla cui cima

anticamente fermatisi i Doriesi guerreggiavano i Corintii di città

discendenti degli Eolii. Onde il villaggio che risiede su quel colle

chiamasi ancora Soligia; ed è distante dal littorale ove stavano

le navi sedici stadii, Corinto sessanta, e l’istmo venti. Ma i

Corintii, presentito da Argo l’arrivo dell’armata ateniese, erano un

pezzo innanzi corsi tutti sull’istmo, eccetto quei che abitano fuori

dell’istmo stesso, e cinquecento di loro erano partiti per presidiare

l’Ambracia e la Leucadia, mentre gli altri stavano in massa osservando

ove gli Ateniesi approderebbero. Questi presero terra inosservati, onde

furono alzati i segnali ai Corintii, che lasciata la metà di loro a

Cencrea, se mai gli Ateniesi marciassero sopra Crommione, vi accorsero

frettolosamente.

43. Batto, uno de’ due capitani Corintii (perchè due n’erano in quella

guerra), presa seco una compagnia di soldati andò al borgo Soligia, che

era senza mura, per guardarlo; e Licofrone e gli altri azzuffaronsi

col nemico. I Corintii caricarono primieramente l’ala destra degli

Ateniesi, appena sbarcata dinanzi al Chersoneso, e quindi anche il

resto dell’esercito. La battaglia era per tutto aspra e petto a

petto. L’ala destra composta di Ateniesi e Caristii (essendo questi

schierati gli ultimi), sostenne ed a gran pena rispinse i Corintii,

che ritiraronsi presso una macìa; ed essendo quel luogo tutto declivo,

scagliavano dall’alto sassi sul nemico, cui nuovamente assalirono

cantato il Peana. Gli Ateniesi resistevano, e rinnuovossi la zuffa

petto a petto: se non che una compagnia di Corintii sopraccorsa

in aiuto dell’ala sinistra de’ suoi, fece piegare la destra degli

Ateniesi, e gl’inseguì fino al mare. Pure gli Ateniesi ed i Caristii

tornarono di nuovo indietro dalle navi. Il rimanente poi dell’esercito

sì dell’una che dell’altra parte non cessò dal combattere; ma

specialmente l’ala diritta de’ Corintii sulla quale era Licofrone,

faceva resistenza contro la sinistra degli Ateniesi, sospettando che e’

volessero tentare l’impresa del villaggio Soligia.

44. Ressero adunque un pezzo ambi gli eserciti senza cedere: ma poi,

siccome gli Ateniesi avevano il vantaggio della cavalleria che mancava

ai nemici, i Corintii furono messi in rotta, e si ritirarono sulla

collina ove fermato il campo stavano quieti senza scendere al basso. In

questa sconfitta perirono sull’ala destra i più con Licofrone capitano:

ma il resto dell’esercito, dopo essere stato sbaragliato non venendo

gagliardamente inseguito, e però non datosi a precipitosa fuga, potette

in questo modo ritirarsi sulle alture, e piantarvi il campo. Gli

Ateniesi poi vedendo che i Corintii non venivano più contro di loro a

battaglia, spogliarono i cadaveri nemici e ripresero i propri e subito

inalzarono il trofeo. Quella metà de Corintii che stavano di guardia

in Cencrea perchè gli Ateniesi non navigassero contro Crommione, non

avean potuto veder la battaglia a cagione del monte Oneio: però quando

ebbero veduta la polvere, accortisi del fatto, corsero immediatamente

al soccorso insieme coi più attempati dei Corintii restati in città,

che avean avuto contezza dell’accaduto. Gli Ateniesi pertanto quando

se li videro venir contro tutti riuniti, credendo esser quello il

sopravveniente rinforzo de’ Peloponnesi delle vicine città, si

ritiravano senza indugio presso le navi, portando seco il bottino ed

i morti loro, ad eccezione di due che vi lasciarono, non avendoli

potuti trovare: ed imbarcatisi tragittavano nelle isole adiacenti, e

di lì spedivano araldo, e riebbero con salvocondotto i cadaveri che vi

avevano lasciati[253]. Mancarono in questa battaglia dugento dodici dei

Corintii, e degli Ateniesi poco meno di cinquanta.

45. Gli Ateniesi poi sciolsero dall’isole, e navigarono il giorno

stesso a Crommione del territorio di Corinto distante da queste città

centoventi stadii. Ivi preso porto, e dato il guasto alla campagna,

si accamparono per passarvi la notte. Il giorno dipoi costeggiarono

primieramente fino all’Epidauria: poi fattavi scala passarono a Metona

fra Epidauro e Trezzene; e tagliato fuori l’istmo della penisola nel

quale risiede Metona, vi tirarono un muro, vi lasciarono guarnigione,

ed in seguito guastarono la campagna di Trezzene, di Alia e di

Epidauro. Ma finita che ebbero la fortificazione del posto, colle navi

tornarono a casa.

46. Al tempo stesso di questi fatti Eurimedonte e Sofocle partiti colla

flotta ateniese da Pilo per Sicilia, quando furono a Corfù si unirono

con quelli di città, per andar contro quei Corfuotti che dopo la

sedizione eran passati a fortificarsi sul monte Istone; e che padroni

della campagna vi facevano grandi guasti. Assalirono il forte, e lo

espugnarono; le genti di esso scamparono sopra un’altura e capitolarono

a patti di rendere gli ausiliarii; e quanto a sè, consegnate le armi,

si rimettevano all’arbitrio del popolo ateniese. I capitani li fecer

passare con salvocondotto nell’isola Ptichia, per tenerli sottoguardia

finchè non venissero spediti ad Atene; colla condizione che se alcuno

fosse colto fuggendo s’intendesse sciolta per tutti la convenzione.

Ma i primari tra i popolani di Corfù sospettando che, quando coloro

fossero arrivati ad Atene, forse gli Ateniesi non vorrebbero ucciderli,

macchinano questo. Spediscono a Ptichia pochi loro aderenti, e li

ammoniscono che fingendo benevoglienza dicessero a quelle genti «che

per loro miglior cosa sarebbe il trafugarsi prontissimamente e che essi

appresterebbero loro una barca a tal uopo; perchè i capitani ateniesi

vorranno darli in balìa della setta popolare di Corfù.»

47. Li trassero all’inganno; e mentre navigavano nella barca a

bella posta preparata, furono arrestati: e così rimase sciolta la

convenzione; e coloro furono dati tutti in mano del popolo di Corfù.

Ed in questa trama, acciò ella fosse un argomento irrefragabile pei

ritenuti nell’isola, e più francamente la usassero gli orditori di

essa, ebbero parte principalmente i capitani ateniesi col mostrar

chiaro che, dovendo essi navigare in Sicilia, non volevano che coloro

fossero menati in Atene da altri, essendochè chi ve li conducesse

riscuoterebbe l’onore di quell’impresa. Avutili adunque i Corfuotti

nelle mani li rinchiusero in una gran prigione; donde poi cavandone

venti per volta li facevano passare legati insieme fra due file di

soldati, quinci e quindi schierati, da’ quali venivano feriti di taglio

e di punta, tostochè uno vi scorgesse qualche suo nemico. E gli sgherri

seguendoli dappresso sollecitavano colla sferza chi si avanzasse più

lentamente.

48. Per questo modo ne trassero di prigione e ne uccisero fino a

sessanta celatamente agli altri che vi restavano, i quali davansi a

credere che li levassero di prigione per tradurli altrove. Ma non prima

se ne avvidero e furonne avvertiti da qualcuno, che cominciarono a

invocare e scongiurare gli Ateniesi che se volevan così li uccidessero

essi stessi: e non più volevano uscire dal carcere, e protestavano che

per quanto in loro stesse nissuno v’entrerebbe. Dall’altro canto i

Corfuotti non pensavano di sforzare le porte, ma saliti sul tetto della

prigione e scassinato il soffitto percuotevano i rinchiusi con embrici

e con dardi scagliati al basso. Schermivansi quelli come potevano, e

molti davansi la morte colle proprie mani, o ficcandosi nella gola

le lanciate quadretta, o strangolandosi con funicelle cavate dagli

strapunti che casualmente ivi erano, e con gli stracci dei vestiti;

cosicchè per gran parte della notte che sopravvenne a tanta sciagura,

o strozzandosi da per sè, o colpiti dalle frecce scagliate da quei di

sopra, in ogni maniera perirono. Poichè venne il giorno i Corfuotti

li gettarono confusamente[254] su dei carri, e li trasportarono fuori

di città, e fecero schiave tutte le donne prese nel forte. Così i

Corfuotti del monte furono distrutti dalla setta popolare, e così finì

quell’atroce sedizione almeno per quello che concerne la guerra che

descriviamo; imperciocchè della fazione opposta nulla rimane che valga

la pena d’esser riferito. Ma già la flotta ateniese giunta in Sicilia,

ove prima era indirizzata, vi faceva la guerra insieme con gli alleati

di quei luoghi.

49. Sul terminar dell’estate gli Ateniesi di Naupatto con gli Acarnani

si misero in campagna, ed ebbero a tradimento Anactorio città de’

Corintii, che giace sulla bocca del seno ambracico. Cacciati da essa i

Corintii, gli Acarnani accorsero da ogni parte ad abitarla, e in tal

modo ritennero quella terra; e finiva l’estate.

50. Nel seguente inverno Aristide figliolo di Archippo, uno dei

capitani delle navi ateniesi spedite per radunar denari dagli alleati,

arresta, presso Eiona situata in riva allo Strimone, Artaferne

personaggio persiano che per ordine del re andava a Sparta. Condotto

ad Atene, gli Ateniesi tradussero dal linguaggio assirio e lessero le

lettere che portava; nelle quali fra le altre molte cose scritte ai

Lacedemoni la somma era questa: non sapere egli quel che volessero,

imperocchè de’ molti messaggi venuti niuno diceva il medesimo; se

pertanto volessero parlargli apertamente gli spedissero gente insieme

con quel persiano. Gli Ateniesi in seguito rimandano ad Efeso sopra una

trireme Artaferne insieme co’ loro ambasciatori i quali uditovi esser

morto recentemente il re Artaserse figliolo di Serse che avea finito di

vivere circa codesto tempo, ritornarono a casa.

51. Nel medesimo inverno i Chii per comandamento degli Ateniesi,

che temevano di qualche innovazione a proprio scapito, demolirono

la fortificazione testè fatta; ma vollero prima da essi promessa e

cauzione, in quanto potevasi che e’ non farebbero novità di sorta

veruna riguardo a Chio. Finiva intanto l’inverno e l’anno settimo di

questa guerra di cui Tucidide scrisse l’istoria.

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 25 / 35 段