13. I Lacedemoni pertanto dati degli assalti tutto quel giorno e parte

del seguente, finalmente desisterono, e il terzo dì spedirono ad Asìna

alcune navi per legname da macchine, sperando di prender con quelle il

muro dalla parte del porto, quantunque e’ fosse alto, perchè ivi era

più facile lo sbarco. In questo arrivano da Zacinto quaranta navi degli

Ateniesi, avvegnachè colà fossero sopraggiunte in rinforzo alcune di

quelle che stavano di guarnigione a Naupatto, e quattro di Chio. Ma

quando videro piena di soldati gravi la terraferma e l’isola Sfatteria,

e che le navi le quali erano in porto non uscivan loro incontro,

dubitando ove approdare, navigarono per allora a Prote, isola poco

lontana e disabitata, ove pernottarono. Il giorno dopo fecero vela,

disposti di battagliare se i nemici volessero sortire al largo contro

loro; se no, di penetrar colla flotta dentro al porto. Ma i Lacedemoni

non si avanzarono, e non avevano per avventura asserragliato le bocche

del porto giusta il primo divisamento; anzi tranquilli in terraferma

armavano le navi, apprestandosi a combattere nel porto stesso, che non

era angusto, se alcuno vi si avanzasse.

14. Di che accortisi gli Ateniesi vogavano soppressi per le due

imboccature del porto; e scagliatisi sulla maggior parte delle navi,

che già colle prore innanzi procedevano contro loro, le misero in

fuga. Molte ne ruppero perseguitandole a breve distanza, cinque ne

presero, una delle quali entrovi la ciurma, e correvano sopra le

altre rifuggitesi a terra: quelle che si stavano tuttavia armando

furono messe in pezzi prima di prender mare; ed alcune donde

era precipitosamente fuggita la gente, legandole alle loro, le

rimurchiavano vuote. Al veder ciò commossi oltre modo per la sconfitta

i Lacedemoni, perchè le loro genti restavano intercette nell’isola

Sfatteria, accorrevano in aiuto, entravano in mare colle armi indosso,

ed abbrancando le navi le ritiravano indietro; avvisando ciascuno

dovere andar fallita la prova laddove egli non prestasse l’opera

sua. Per lo che grande era quel trambusto e amendue le parti avevano

barattato il modo del combattere intorno alle navi; imperciocchè i

Lacedemoni per l’ardore e la trepidazione null’altro facevano che,

per dir così, dar battaglia navale di sopra terra: e gli Ateniesi,

vincitori e desiderosi di avvantaggiarsi al più possibile della

presente fortuna, facevano dalle navi battaglia terrestre: cosicchè,

dopo molto travaglio e molte ferite scambievoli, si separarono, avendo

i Lacedemoni salvate le navi vuote, fuor quelle prese da primo.

Ricondottisi entrambi agli alloggiamenti, gli Ateniesi ersero il

trofeo, restituirono i morti, s’impadronirono dei rottami delle navi;

e senza indugio volteggiavano attorno all’isola per tenerla guardata,

essendovi intercette le genti dei nemici. I Peloponnesi poi, che erano

sulla terraferma con quelli già da ogni contrada venuti a soccorso,

rimasero al loro posto dinanzi a Pilo.

15. Uditosi in Sparta l’accaduto a Pilo, fu risoluto che, come per

grande sciagura, i magistrati si recassero all’oste, perchè vista la

bisogna prendessero quel partito che più volessero. Ma poichè videro

essere impossibile soccorrer le loro genti, e non volevano risicare che

elle dovessero essere afflitte dalla fame od oppressate e vinte da un

numeroso nemico, stabilirono di far tregua co’ generali ateniesi (se

loro piacesse) quanto agli affari di Pilo, spedir legati ad Atene circa

la convenzione, e tentare di riaverle il più prestamente possibile.

16. Accettato il partito dai generali fuvvi tregua in questo tenore:

che i Lacedemoni condurrebbero a Pilo, e consegnerebbero agli Ateniesi

le navi sulle quali avevano combattuto, e tutte quelle lunghe che

avevano nella Laconia: non porterebbero nè di terra nè di mare le armi

contro quel forte. Gli Ateniesi poi permetterebbero ai Lacedemoni

di terraferma di mandare a quei dell’isola certa dose di frumento

macinato, cioè due cheniche attiche di farina, due cotile di vino, e

un pezzo di carne a testa; e pei serventi la metà[246]. Questa roba

si manderebbe a vista degli Ateniesi; nè anderebbe a Sfatteria alcuna

barca di soppiatto. E gli Ateniesi nientemeno che prima terrebbero

guardata l’isola, ma senza sbarcarvi, nè porterebbero l’armi sia

per terra sia per mare contro l’esercito dei Peloponnesi. Per la

più piccola trasgressione a questi articoli da una delle due parti

si intenderebbe sciolta la tregua, che durerà fino al ritorno degli

ambasciatori lacedemoni da Atene, i quali dovranno esser condotti e

ricondotti sopra una trireme dagli Ateniesi. Tornati essi spirerà la

tregua, e gli Ateniesi restituiranno le navi quali li avranno ricevute.

— Tali furono i patti della convenzione; si consegnarono le navi che

erano circa sessanta, e si spediron i legati, i quali giunti ad Atene

parlarono così:

17. «Ateniesi, i Lacedemoni ci inviarono qua per trattare, riguardo

dei nostri intercetti nell’isola, di cosa che vi persuaderemo essere

ad un’ora utile per voi, e decorosissima per noi in questa sciagura,

quanto il consentano le cose presenti. E se alquanto ci allungheremo

in questa materia, ciò non sarà contro l’usato, mentre è nostro

patrio costume non usar molte parole, ove poche bastino; ma al

contrario moltiplicarle, ove l’opportunità richieda che dichiarando

cose gravissime s’abbia colle parole a procacciare quanto occorre.

Ricevetele adunque non inimichevolmente, nè come un ammaestramento

quasi foste gente grossolana, ma abbiatele a suggerimento di dritta

deliberazione come a gente oculata. Ed invero sta in voi di bene

accomodare la presente prosperità col ritener quel che avete, far nuovo

acquisto di onore e di gloria, e schivar ciò che interviene a coloro

che inusitatamente ottengono qualche bene; i quali mossi dalla speranza

sempre anelano a cose maggiori, appunto perchè di presente prosperano

all’impensata: dove coloro che s’imbatterono nelle molte vicissitudini

dell’alternante fortuna, sono a buon dritto diffidentissimi delle

felicità. Ciò che convenevolmente deve per esperienza essere proprio

sopra tutto della vostra Repubblica e di noi.

18. «Ed apprendete ciò per la veduta delle nostre presenti calamità.

Noi tenuti in grandissima estimazione appo i Greci ricorriamo a voi;

noi che prima credevamo esser piuttosto in istato di accordar quello

che ora vi vegnamo chiedendo. Ciò non pertanto non soffriamo questo

per difetto di forze; nè per avere insolentito nell’incremento di

esse; ma andammo falliti nei nostri disegni tutto che presi a misura

di quelle che sempre avevamo; nel qual caso può a tutti egualmente

accader lo stesso. Laonde è a voi richiesto che attesa la presente

fortezza della vostra Repubblica, sostenuta anche da nuovi acquisti,

non vogliate darvi a credere che la fortuna abbia di continuo ad esser

con voi. Perciocchè prudenti sono tra gli uomini quelli che con sicuro

consiglio pongono in ambiguo le prosperità; stantechè procederanno

essi più saggiamente nelle disgrazie, stimeranno che la guerra non

sempre andrà a lor talento qual che si sia il modo con cui uno voglia

amministrarla, ma che anderà come la condurranno i destini: e meno

di tutti vacilleranno perchè non gonfiandosi per la fiducia del buon

successo nella guerra stessa, le porranno termine quando è propizia la

fortuna. Ciò che, Ateniesi, è per voi dicevol cosa adoperare con noi,

acciocchè, se mai non andando di ciò convinti, in avvenire vi incolga

qualche sinistro (come spesso succede), non s’abbia a credere che per

mera fortuna abbiate tanto progredito nelle vittorie; mentre sta in

poter vostro tralasciare ai posteri stabile reputazione di fortezza e

di senno.

19. «Ora i Lacedemoni vi invitano a tregua e scioglimento di guerra

esibendovi pace, alleanza ed ogni altra maniera di generosa amistade

e mutua fratellanza; ma chiedono in cambio le loro genti dell’isola,

reputando migliore per entrambi non risicare, o che presentandosi loro

qualche scampo abbiano a fuggirne a forza; o che espugnati, abbiano a

trovarsi in servaggio maggiore. Per nostro avviso le grandi inimicizie

si dissolvono sopratutto sicuramente, non quando uno colle armi alla

mano e superiore di molto in guerra, inlacciando forzatamente il nemico

co’ giuramenti, si accordi con inique condizioni; ma quando, tutto

che possa adoprar così, nondimeno per usar condescendenza e vincerlo

di cortesia si riconcilia a patti moderati oltre all’aspettativa del

vinto. Allora l’avversario essendo obbligato non a vendicarsi come

oppresso, ma a ricambiare di cortesia il suo emulo, è più presto a

tenersi per sentimento d’onore dentro ai limiti degli accordi. Lo che

sogliono gli uomini adoperare più facilmente coi nemici più grandi,

che con quelli coi quali abbiano avute leggere differenze; e sono

inclinati per natura a ceder dal canto loro a chi volontario rallenti

il suo rigore, e per contrario a pigliar gara anche a mal tempo con chi

tropp’alto insolentisca.

20. «Inoltre questa nostra riconciliazione cade, se mai altre volte,

decorosamente in acconcio per entrambi, prima che qualche immedicabile

disastro frapponendosi di mezzo ci sorprenda[247], per cui noi, in

aggiunta alla nazionale, fossimo astretti a nutrir una perpetua

privata nimistà contro voi[248]; e prima che voi stessi restiate privi

dei vantaggi a cui adesso vi confortiamo. Riconciliamoci adunque

mentre le cose son tuttora in pendente; mentre voi alla vostra gloria

aggiungereste la nostra amicizia, e mentre noi prima di sopportar

qualche disdoro, acconcieremo discretamente la nostra sciagura.

Scegliamo, sì, amendue pace invece di guerra, e procacciamo agli altri

Greci requie dei mali, ed anche in ciò il merito sarà precipuamente

vostro: avvegnachè sieno essi in guerra, ignari chi di noi due l’abbia

incominciata: che se ella cesserà (e questo è più che altro in poter

vostro) ne sapranno grado a voi soli. Insomma se ben discernete sta in

voi di aver fermamente amici i Lacedemoni che a ciò vi invitano, non

col forzarli ma col gratificarli. Riflettete quanti beni naturalmente

si comprendono in questa riconciliazione, perocchè, noi e voi dicendoci

insieme, il rimanente di Grecia essendoci, ben sapete, inferiore, ci

terrà in grandissima onoranza.»

21. Di tal tenore fu il discorso dei Lacedemoni, perchè credevano aver

gli Ateniesi bramato per l’innanzi le tregue ed esserne stati impediti

dalla mala disposizione di Sparta: ora però offrendo pace speravano

l’accetterebbero volentieri e renderebbero le genti dell’isola. Ma

gli Ateniesi col ritenere quelle genti stimavano avere in mano di che

procacciarsi le tregue quando volessero, e più in alto intendevano.

A ciò principalmente gli instigava Cleone figlio di Cleeneto,

personaggio popolare in quel tempo ed alla plebe aggraditissimo. Egli

fu che gl’indusse a rispondere «dover le genti dell’isola render se

stesse e le armi, ed esser trasportate ad Atene; giunte esse colà, i

Lacedemoni restituissero Nisea, Pega, Trezene ed Acaia (terre non già

conquistate, ma accordate loro nella prima convenzione dagli Ateniesi

i quali allora per le proprie calamità abbisognavano assai di tregua);

e così riavrebbero le loro genti, e si farebbe tregua per quanto tempo

piacesse ad ambe le parti.»

22. Non vollero i legati contradir nulla a quella risposta[249], ma

pregavano si deputassero loro alcuni assessori, i quali parlando ed

ascoltando intorno a ciascun articolo, convenissero di queto in ciò

di che scambievolmente si persuadessero. Ma anche qui Cleone instava

caldamente dicendo saper lui già di prima che coloro nulla di giusto

avevano nell’animo, e bene esserlo manifesto anche adesso, mentre

niente voglion dirne al popolo, e solo venire a consesso con pochi;

che se nulla di buono seco ravvolgessero, ordinava parlassero a tutti.

Laonde i Lacedemoni vedendo di non poter parlamentare al popolo, perchè

se mai paresse loro bene (attesa la presente calamità) di accomodarsi

con esso, temevano che parlando e non ottenendo l’intento sarebbero

diffamati dagli alleati: e di più vedendo che non verrebbero eseguite

le loro richieste a condizioni discrete, partirono da Atene senza

effettuata cosa alcuna.

23. Al loro ritorno fallirono subito le tregue di Pilo, ed i

Lacedemoni, giusta il convenuto, ridomandavano le navi agli Ateniesi,

i quali incaricandoli di assalti dati al castello contro l’accordo,

e di altre cose che non meritano il pregio di esser narrate, non le

rendevano; opponendo essersi stabilito che per quantunque piccola

trasgressione sarebbono sciolte le tregue. I Lacedemoni negavan tutto;

e richiamandosi dell’ingiustizia delle navi andaron a riprender la

guerra, la quale vigorosamente si combatteva intorno a Pilo da ambo le

parti. Di giorno gli Ateniesi circuivano continuamente l’isola con due

navi a riscontro: di notte stavano con tutte in guardia all’intorno,

tranne verso l’alto quando faceva vento; ed erano a tal uopo arrivate

ad essi altre venti navi da Atene, talchè in tutte furono settanta.

I Peloponnesi poi campeggiavano in terraferma e davano assalti al

castello, spiando l’occasione, quando che si presentasse, di salvare le

genti loro.

24. Frattanto i Siracusani e gli alleati di Sicilia, oltre le navi

che presidiavano Messina, condussero ivi il resto della flotta che

stavano allestendo, e di là uscivano per far la guerra, alla quale

per odio contro i Reggini erano principalmente stimolati da’ Locresi,

che già con tutto lo sforzo avevano assaltato le loro terre. Volevano

anche tentare una battaglia per mare, vedendo che gli Ateniesi avevano

piccola armata, e sentendo che una più grande, la qual dovea venirvi,

era all’assedio della Sfatteria. Che se avessero vinto una battaglia

navale speravano, che stringendo Reggio per terra e per mare, la

ridurrebbono agevolmente in potestà loro, e fortificherebbono il

proprio stato. Imperciocchè essendo tra sè vicini il promontorio di

Reggio in Italia, e Messina in Sicilia, non permetterebbero che gli

Ateniesi vi approdassero, e si impadronissero dello stretto, il quale

altro non è che il mare di mezzo a Reggio e Messina (ove la Sicilia è

meno distante dalla terraferma) denominato Cariddi, per dove è fama che

attraversasse Ulisse; e per la sua strettezza, e per il concorso dei

due mari tirreno e siculo che ivi incontrandosi lo fanno rigurgitare,

egli è giustamente stimato pericoloso[250].

25. Pertanto in questo spazio tramezzo, al tardi del giorno, i

Siracusani e i loro alleati con poco più di trenta navi furono

costretti a combattere, per cagione di una barca che traversava,

avanzandosi incontro a sedici navi ateniesi e otto di Reggio: e vinti

dagli Ateniesi tornarono frettolosamente, come ognuno potè, ai propri

alloggiamenti di Messina e di Reggio colla perdita di una sola nave. La

notte sopraggiunta pose fine al conflitto, dopo il quale i Locresi si

ritirarono dal territorio de’ Reggini; e le navi di Siracusa e degli

alleati riunitesi alla Peloride[251] che fa parte del messinese, ove

erano anche le genti da piè, vi presero stazione. Gli Ateniesi poi

ed i Reggini, viste le navi vuote, vogarono ad assalirle; e per un

ronciglio di ferro scagliatovi sopra perderono una nave, dalla quale i

soldati fuggirono a nuoto. Quindi i Siracusani montarono sulle navi,

e conteggiando mediante l’alzaia per alla volta di Messina, andavano

gli Ateniesi nuovamente ad affrontarli: se non che i nemici tiratisi

all’alto tornarono ad assalir loro i primi, sicchè perdono un’altra

nave. Dipoi i Siracusani si ricondussero nel porto di Messina senza

aver avuta la peggio nè in questo tragitto, nè pel conflitto navale

combattuto come dicemmo: e gli Ateniesi fecer vela per Camarina avuto

lingua che Archia co’ suoi partigiani la renderebbe per tradimento ai

Siracusani. Intanto i Messinesi con tutta l’oste andarono per la via

di terra e di mare contro Nasso calcidico loro confinante. Il primo

giorno, stretti i Nassii dentro le mura, saccheggiarono la campagna.

Il dì seguente andando colle navi a seconda del tortuoso fiume Acesine

guastavano la terra, e con la fanteria davano l’assalto a Nasso. Allora

i Siciliesi di su i monti calavano in gran numero contro i Messinesi a

soccorso dei Nassii, i quali a tal vista rinfrancandosi e animandosi

tra loro, perchè credevano esser quelli i Leontini ed altri alleati

greci che corressero in loro aiuto, si precipitano improvvisamente

fuori di città, assaltano i Messinesi, gli sbaragliano e ne uccidono

sopra mille: il resto penò a ritornarsene a casa: perchè quei barbari

scagliandosi loro addosso nelle strade ne trucidarono moltissimi. In

seguito le navi che aveano preso porto a Messina, tornarono ciascuna

ai loro luoghi. I Leontini colla loro lega e con gli Ateniesi andarono

direttamente contro Messina profittando dello scoraggiamento di

lei: e dandosi l’assalto gli Ateniesi fecero le loro prove dalla

parte del porto colla flotta, e la fanteria dall’altra parte della

città. Ma i Messinesi, ed alcuni Locresi con Demotele, che dopo la

ricevuta sconfitta v’erano stati lasciati di presidio, fecero una

sortita, ed investendo repentinamente il nemico, fugano gran parte

dell’esercito de’ Leontini, coll’uccisione di molti. A tal vista gli

Ateniesi scesero dalle navi per andare in soccorso, e piombando su i

Messinesi disordinati gli perseguitarono fino alla città, ed eretto il

trofeo ritornarono a Reggio. Dopo di che i Greci di Sicilia senza gli

Ateniesi, seguitarono a guerreggiarsi in terra scambievolmente.

26. Ma a Pilo erano sempre i Lacedemoni assediati nell’isola dagli

Ateniesi, e il campo de’ Peloponnesi rimaneva in terraferma alle sue

stanze. Riusciva travagliosissimo agli Ateniesi il guardare quell’isola

per la scarsità del frumento e dell’acqua; perchè non vi avevano

fontane, tranne una non grande proprio nella rocca di Pilo: cosicchè

i più scavando la ghiaia presso il mare, ne bevevano acqua qual si

può credere. A ciò si aggiugneva la strettezza dei luoghi per cui

campeggiavano in piccolo spazio; e le navi non trovando ove fermarsi,

parte andavano a vicenda a foraggiare in terra, parte stavano al largo

sulle ancore. Ma più di tutto gl’infastidiva la lunghezza del tempo

che tuttavia si prolungava contro la loro espettazione, essendosi

dati a credere che in capo di pochi giorni espugnerebbero la gente

che in quell’isola deserta non aveva altro uso che di acqua salata.

E questo prolungamento di tempo lo procuravano i Lacedemoni, i quali

avevano promulgato che chiunque volesse, introducesse nell’isola

grano macinato, vino, cacio, e se altro cibo vi era buono in caso di

assedio; promessa la libertà agli iloti che lo introducessero, ed

assegnato molto denaro agli altri. Laonde tra coloro che audacemente

si arrischiavano per introdurvi roba, erano principalmente gl’Iloti

che scioglievano da qualunque parte del Peloponneso ed approdavano,

essendo ancor notte, là dove l’isola guarda verso l’alto, e badavano

più che altro di esservi spinti dal vento; attesochè quando soffiava

dalla parte di mare più facilmente si celavano alla guardia delle

triremi ateniesi, che non potevano allora posare attorno l’isola. Del

rimanente erasi per costoro ridotto in uso l’approdare colà senza

risparmiar nulla: imperciocchè erasi apposto il valsente alle navi che

urtassero sulla spiaggia, e gli scali dell’isola eran guardati da’

soldati di grave armatura. Contuttociò chi si arrischiava in tempo

di bonaccia era preso. Vi entravano ancora dei palombari di verso il

porto, tirando seco con una corda degli otri entrovi papavero melato e

linseme gramolato; lo che dapprima restò nascosto, ma poi furon messe

le guardie: insomma s’ingegnavano al postutto gli uni di portar viveri,

gli altri di scoprirgli.

27. Risaputosi in Atene il disagio dell’esercito, e l’introduzione

del foraggio nell’isola, stavano sopra pensiero e temevano che la

vernata non dovesse cogliere colà le loro genti; vedendo che oltre al

trovarsi in luogo deserto, sarebbe impossibile portar loro i viveri

col circuire il Peloponneso (lo che non valevano a fare neanche in

estate per mandarvi il bisognevole); e che in quelle coste importuose

non avrebbero le navi ove fermarsi; cosicchè rallentandosi la guardia,

o i prigioni dell’isola la vincerebbero, o col favore d’una burrasca

s’involerebbero sulle barche che vi portavano il grano. Ma ciò che più

di tutto temevano era il vedere che i Lacedemoni trovandosi alquanto

più forti non manderebbero più araldo; e si pentivano della tregua non

accettata. Onde avvistosi Cleone di esser preso in sospetto perchè avea

attraversato l’accordo, disse che i messaggi arrivati in Atene non

rapportavano il vero: ma questi esortando che se non credessero a loro,

mandassero degli esploratori, e venendo a ciò deputato dagli Ateniesi

lo stesso Cleone insieme con Teogene, sentì egli che o e’ dovrebbe dir

lo stesso di quelli che calunniava, o dicendo il contrario comparirebbe

mentitore. Però vedendo che la mente degli Ateniesi pendeva piuttosto

per una nuova spedizione, suggeriva loro non vi esser bisogno di

mandare esploratori, nè di perder tempo lasciando fuggir l’occasione:

ma quando credan vere le nuove recate, si mettessero in mare per andar

contro coloro. E per pugnere il generale Nicia figlio di Nicerato cui

disamava, disse proverbiando: esser facile colle forze presenti, se i

capitani fosser uomini, navigare all’isola e prender quelle genti; e

bene egli vi riuscirebbe se avesse in mano il comando.

28. Ma Nicia mormorando il popolo contro Cleone perchè ei non fosse già

in corso se ciò gli sembrava facile, ed insieme vedendosi punto da lui,

lo confortava che prendesse pure quel rinforzo che più gli piacesse,

e si accingesse ad andare contro le genti dell’isola. Cleone alla

prima credendo che ei facesse solo sembiante di cedergli si mostrava

disposto; poi visto che cederebbe in effetto si ricusava, e diceva non

sè, ma lui essere il generale: imperocchè era già venuto in paura, e

non avrebbe mai potuto credere che Nicia avesse la fermezza di cedergli

il posto. Questi glielo intimò di nuovo, e presi a testimonio gli

Ateniesi rinunziò al comando di Pilo. Ed essi (al solito del popolo),

quanto più Cleone si ricusava di imbarcare e ritirava le sue parole,

tanto più imponevano a Nicia di rimettergli il comando; e gridavano

che s’imbarcasse. Talchè non sapendo egli come distrigarsi delle

sue promesse, accetta la spedizione, e fattosi innanzi disse: che

non temeva i Lacedemoni, e che si metterebbe in mare senza prendere

alcuno di città, ma solamente i Lemnii e gl’Imbrii che si trovavano

lì presenti, e i Palvesari venuti in rinforzo da Eno, e quattrocento

arcieri da altri luoghi. Protestò altresì che con queste forze aggiunte

ai soldati che erano in Pilo, in venti giorni, o menerebbe vivi i

Lacedemoni, o ve li truciderebbe. La sua leggerezza mosse un poco a

riso il popolo; ma fu gradita dalla gente assennata, considerando che

uno di questi due beni ne otterrebbero, o di disfarsi di Cleone, come

meglio speravano, o, se fallisse questa speranza, di sottomettersi i

Lacedemoni.

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 24 / 35 段