del seguente, finalmente desisterono, e il terzo dì spedirono ad Asìna
alcune navi per legname da macchine, sperando di prender con quelle il
muro dalla parte del porto, quantunque e’ fosse alto, perchè ivi era
più facile lo sbarco. In questo arrivano da Zacinto quaranta navi degli
Ateniesi, avvegnachè colà fossero sopraggiunte in rinforzo alcune di
quelle che stavano di guarnigione a Naupatto, e quattro di Chio. Ma
quando videro piena di soldati gravi la terraferma e l’isola Sfatteria,
e che le navi le quali erano in porto non uscivan loro incontro,
dubitando ove approdare, navigarono per allora a Prote, isola poco
lontana e disabitata, ove pernottarono. Il giorno dopo fecero vela,
disposti di battagliare se i nemici volessero sortire al largo contro
loro; se no, di penetrar colla flotta dentro al porto. Ma i Lacedemoni
non si avanzarono, e non avevano per avventura asserragliato le bocche
del porto giusta il primo divisamento; anzi tranquilli in terraferma
armavano le navi, apprestandosi a combattere nel porto stesso, che non
era angusto, se alcuno vi si avanzasse.
14. Di che accortisi gli Ateniesi vogavano soppressi per le due
imboccature del porto; e scagliatisi sulla maggior parte delle navi,
che già colle prore innanzi procedevano contro loro, le misero in
fuga. Molte ne ruppero perseguitandole a breve distanza, cinque ne
presero, una delle quali entrovi la ciurma, e correvano sopra le
altre rifuggitesi a terra: quelle che si stavano tuttavia armando
furono messe in pezzi prima di prender mare; ed alcune donde
era precipitosamente fuggita la gente, legandole alle loro, le
rimurchiavano vuote. Al veder ciò commossi oltre modo per la sconfitta
i Lacedemoni, perchè le loro genti restavano intercette nell’isola
Sfatteria, accorrevano in aiuto, entravano in mare colle armi indosso,
ed abbrancando le navi le ritiravano indietro; avvisando ciascuno
dovere andar fallita la prova laddove egli non prestasse l’opera
sua. Per lo che grande era quel trambusto e amendue le parti avevano
barattato il modo del combattere intorno alle navi; imperciocchè i
Lacedemoni per l’ardore e la trepidazione null’altro facevano che,
per dir così, dar battaglia navale di sopra terra: e gli Ateniesi,
vincitori e desiderosi di avvantaggiarsi al più possibile della
presente fortuna, facevano dalle navi battaglia terrestre: cosicchè,
dopo molto travaglio e molte ferite scambievoli, si separarono, avendo
i Lacedemoni salvate le navi vuote, fuor quelle prese da primo.
Ricondottisi entrambi agli alloggiamenti, gli Ateniesi ersero il
trofeo, restituirono i morti, s’impadronirono dei rottami delle navi;
e senza indugio volteggiavano attorno all’isola per tenerla guardata,
essendovi intercette le genti dei nemici. I Peloponnesi poi, che erano
sulla terraferma con quelli già da ogni contrada venuti a soccorso,
rimasero al loro posto dinanzi a Pilo.
15. Uditosi in Sparta l’accaduto a Pilo, fu risoluto che, come per
grande sciagura, i magistrati si recassero all’oste, perchè vista la
bisogna prendessero quel partito che più volessero. Ma poichè videro
essere impossibile soccorrer le loro genti, e non volevano risicare che
elle dovessero essere afflitte dalla fame od oppressate e vinte da un
numeroso nemico, stabilirono di far tregua co’ generali ateniesi (se
loro piacesse) quanto agli affari di Pilo, spedir legati ad Atene circa
la convenzione, e tentare di riaverle il più prestamente possibile.
16. Accettato il partito dai generali fuvvi tregua in questo tenore:
che i Lacedemoni condurrebbero a Pilo, e consegnerebbero agli Ateniesi
le navi sulle quali avevano combattuto, e tutte quelle lunghe che
avevano nella Laconia: non porterebbero nè di terra nè di mare le armi
contro quel forte. Gli Ateniesi poi permetterebbero ai Lacedemoni
di terraferma di mandare a quei dell’isola certa dose di frumento
macinato, cioè due cheniche attiche di farina, due cotile di vino, e
un pezzo di carne a testa; e pei serventi la metà[246]. Questa roba
si manderebbe a vista degli Ateniesi; nè anderebbe a Sfatteria alcuna
barca di soppiatto. E gli Ateniesi nientemeno che prima terrebbero
guardata l’isola, ma senza sbarcarvi, nè porterebbero l’armi sia
per terra sia per mare contro l’esercito dei Peloponnesi. Per la
più piccola trasgressione a questi articoli da una delle due parti
si intenderebbe sciolta la tregua, che durerà fino al ritorno degli
ambasciatori lacedemoni da Atene, i quali dovranno esser condotti e
ricondotti sopra una trireme dagli Ateniesi. Tornati essi spirerà la
tregua, e gli Ateniesi restituiranno le navi quali li avranno ricevute.
— Tali furono i patti della convenzione; si consegnarono le navi che
erano circa sessanta, e si spediron i legati, i quali giunti ad Atene
parlarono così:
17. «Ateniesi, i Lacedemoni ci inviarono qua per trattare, riguardo
dei nostri intercetti nell’isola, di cosa che vi persuaderemo essere
ad un’ora utile per voi, e decorosissima per noi in questa sciagura,
quanto il consentano le cose presenti. E se alquanto ci allungheremo
in questa materia, ciò non sarà contro l’usato, mentre è nostro
patrio costume non usar molte parole, ove poche bastino; ma al
contrario moltiplicarle, ove l’opportunità richieda che dichiarando
cose gravissime s’abbia colle parole a procacciare quanto occorre.
Ricevetele adunque non inimichevolmente, nè come un ammaestramento
quasi foste gente grossolana, ma abbiatele a suggerimento di dritta
deliberazione come a gente oculata. Ed invero sta in voi di bene
accomodare la presente prosperità col ritener quel che avete, far nuovo
acquisto di onore e di gloria, e schivar ciò che interviene a coloro
che inusitatamente ottengono qualche bene; i quali mossi dalla speranza
sempre anelano a cose maggiori, appunto perchè di presente prosperano
all’impensata: dove coloro che s’imbatterono nelle molte vicissitudini
dell’alternante fortuna, sono a buon dritto diffidentissimi delle
felicità. Ciò che convenevolmente deve per esperienza essere proprio
sopra tutto della vostra Repubblica e di noi.
18. «Ed apprendete ciò per la veduta delle nostre presenti calamità.
Noi tenuti in grandissima estimazione appo i Greci ricorriamo a voi;
noi che prima credevamo esser piuttosto in istato di accordar quello
che ora vi vegnamo chiedendo. Ciò non pertanto non soffriamo questo
per difetto di forze; nè per avere insolentito nell’incremento di
esse; ma andammo falliti nei nostri disegni tutto che presi a misura
di quelle che sempre avevamo; nel qual caso può a tutti egualmente
accader lo stesso. Laonde è a voi richiesto che attesa la presente
fortezza della vostra Repubblica, sostenuta anche da nuovi acquisti,
non vogliate darvi a credere che la fortuna abbia di continuo ad esser
con voi. Perciocchè prudenti sono tra gli uomini quelli che con sicuro
consiglio pongono in ambiguo le prosperità; stantechè procederanno
essi più saggiamente nelle disgrazie, stimeranno che la guerra non
sempre andrà a lor talento qual che si sia il modo con cui uno voglia
amministrarla, ma che anderà come la condurranno i destini: e meno
di tutti vacilleranno perchè non gonfiandosi per la fiducia del buon
successo nella guerra stessa, le porranno termine quando è propizia la
fortuna. Ciò che, Ateniesi, è per voi dicevol cosa adoperare con noi,
acciocchè, se mai non andando di ciò convinti, in avvenire vi incolga
qualche sinistro (come spesso succede), non s’abbia a credere che per
mera fortuna abbiate tanto progredito nelle vittorie; mentre sta in
poter vostro tralasciare ai posteri stabile reputazione di fortezza e
di senno.
19. «Ora i Lacedemoni vi invitano a tregua e scioglimento di guerra
esibendovi pace, alleanza ed ogni altra maniera di generosa amistade
e mutua fratellanza; ma chiedono in cambio le loro genti dell’isola,
reputando migliore per entrambi non risicare, o che presentandosi loro
qualche scampo abbiano a fuggirne a forza; o che espugnati, abbiano a
trovarsi in servaggio maggiore. Per nostro avviso le grandi inimicizie
si dissolvono sopratutto sicuramente, non quando uno colle armi alla
mano e superiore di molto in guerra, inlacciando forzatamente il nemico
co’ giuramenti, si accordi con inique condizioni; ma quando, tutto
che possa adoprar così, nondimeno per usar condescendenza e vincerlo
di cortesia si riconcilia a patti moderati oltre all’aspettativa del
vinto. Allora l’avversario essendo obbligato non a vendicarsi come
oppresso, ma a ricambiare di cortesia il suo emulo, è più presto a
tenersi per sentimento d’onore dentro ai limiti degli accordi. Lo che
sogliono gli uomini adoperare più facilmente coi nemici più grandi,
che con quelli coi quali abbiano avute leggere differenze; e sono
inclinati per natura a ceder dal canto loro a chi volontario rallenti
il suo rigore, e per contrario a pigliar gara anche a mal tempo con chi
tropp’alto insolentisca.
20. «Inoltre questa nostra riconciliazione cade, se mai altre volte,
decorosamente in acconcio per entrambi, prima che qualche immedicabile
disastro frapponendosi di mezzo ci sorprenda[247], per cui noi, in
aggiunta alla nazionale, fossimo astretti a nutrir una perpetua
privata nimistà contro voi[248]; e prima che voi stessi restiate privi
dei vantaggi a cui adesso vi confortiamo. Riconciliamoci adunque
mentre le cose son tuttora in pendente; mentre voi alla vostra gloria
aggiungereste la nostra amicizia, e mentre noi prima di sopportar
qualche disdoro, acconcieremo discretamente la nostra sciagura.
Scegliamo, sì, amendue pace invece di guerra, e procacciamo agli altri
Greci requie dei mali, ed anche in ciò il merito sarà precipuamente
vostro: avvegnachè sieno essi in guerra, ignari chi di noi due l’abbia
incominciata: che se ella cesserà (e questo è più che altro in poter
vostro) ne sapranno grado a voi soli. Insomma se ben discernete sta in
voi di aver fermamente amici i Lacedemoni che a ciò vi invitano, non
col forzarli ma col gratificarli. Riflettete quanti beni naturalmente
si comprendono in questa riconciliazione, perocchè, noi e voi dicendoci
insieme, il rimanente di Grecia essendoci, ben sapete, inferiore, ci
terrà in grandissima onoranza.»
21. Di tal tenore fu il discorso dei Lacedemoni, perchè credevano aver
gli Ateniesi bramato per l’innanzi le tregue ed esserne stati impediti
dalla mala disposizione di Sparta: ora però offrendo pace speravano
l’accetterebbero volentieri e renderebbero le genti dell’isola. Ma
gli Ateniesi col ritenere quelle genti stimavano avere in mano di che
procacciarsi le tregue quando volessero, e più in alto intendevano.
A ciò principalmente gli instigava Cleone figlio di Cleeneto,
personaggio popolare in quel tempo ed alla plebe aggraditissimo. Egli
fu che gl’indusse a rispondere «dover le genti dell’isola render se
stesse e le armi, ed esser trasportate ad Atene; giunte esse colà, i
Lacedemoni restituissero Nisea, Pega, Trezene ed Acaia (terre non già
conquistate, ma accordate loro nella prima convenzione dagli Ateniesi
i quali allora per le proprie calamità abbisognavano assai di tregua);
e così riavrebbero le loro genti, e si farebbe tregua per quanto tempo
piacesse ad ambe le parti.»
22. Non vollero i legati contradir nulla a quella risposta[249], ma
pregavano si deputassero loro alcuni assessori, i quali parlando ed
ascoltando intorno a ciascun articolo, convenissero di queto in ciò
di che scambievolmente si persuadessero. Ma anche qui Cleone instava
caldamente dicendo saper lui già di prima che coloro nulla di giusto
avevano nell’animo, e bene esserlo manifesto anche adesso, mentre
niente voglion dirne al popolo, e solo venire a consesso con pochi;
che se nulla di buono seco ravvolgessero, ordinava parlassero a tutti.
Laonde i Lacedemoni vedendo di non poter parlamentare al popolo, perchè
se mai paresse loro bene (attesa la presente calamità) di accomodarsi
con esso, temevano che parlando e non ottenendo l’intento sarebbero
diffamati dagli alleati: e di più vedendo che non verrebbero eseguite
le loro richieste a condizioni discrete, partirono da Atene senza
effettuata cosa alcuna.
23. Al loro ritorno fallirono subito le tregue di Pilo, ed i
Lacedemoni, giusta il convenuto, ridomandavano le navi agli Ateniesi,
i quali incaricandoli di assalti dati al castello contro l’accordo,
e di altre cose che non meritano il pregio di esser narrate, non le
rendevano; opponendo essersi stabilito che per quantunque piccola
trasgressione sarebbono sciolte le tregue. I Lacedemoni negavan tutto;
e richiamandosi dell’ingiustizia delle navi andaron a riprender la
guerra, la quale vigorosamente si combatteva intorno a Pilo da ambo le
parti. Di giorno gli Ateniesi circuivano continuamente l’isola con due
navi a riscontro: di notte stavano con tutte in guardia all’intorno,
tranne verso l’alto quando faceva vento; ed erano a tal uopo arrivate
ad essi altre venti navi da Atene, talchè in tutte furono settanta.
I Peloponnesi poi campeggiavano in terraferma e davano assalti al
castello, spiando l’occasione, quando che si presentasse, di salvare le
genti loro.
24. Frattanto i Siracusani e gli alleati di Sicilia, oltre le navi
che presidiavano Messina, condussero ivi il resto della flotta che
stavano allestendo, e di là uscivano per far la guerra, alla quale
per odio contro i Reggini erano principalmente stimolati da’ Locresi,
che già con tutto lo sforzo avevano assaltato le loro terre. Volevano
anche tentare una battaglia per mare, vedendo che gli Ateniesi avevano
piccola armata, e sentendo che una più grande, la qual dovea venirvi,
era all’assedio della Sfatteria. Che se avessero vinto una battaglia
navale speravano, che stringendo Reggio per terra e per mare, la
ridurrebbono agevolmente in potestà loro, e fortificherebbono il
proprio stato. Imperciocchè essendo tra sè vicini il promontorio di
Reggio in Italia, e Messina in Sicilia, non permetterebbero che gli
Ateniesi vi approdassero, e si impadronissero dello stretto, il quale
altro non è che il mare di mezzo a Reggio e Messina (ove la Sicilia è
meno distante dalla terraferma) denominato Cariddi, per dove è fama che
attraversasse Ulisse; e per la sua strettezza, e per il concorso dei
due mari tirreno e siculo che ivi incontrandosi lo fanno rigurgitare,
egli è giustamente stimato pericoloso[250].
25. Pertanto in questo spazio tramezzo, al tardi del giorno, i
Siracusani e i loro alleati con poco più di trenta navi furono
costretti a combattere, per cagione di una barca che traversava,
avanzandosi incontro a sedici navi ateniesi e otto di Reggio: e vinti
dagli Ateniesi tornarono frettolosamente, come ognuno potè, ai propri
alloggiamenti di Messina e di Reggio colla perdita di una sola nave. La
notte sopraggiunta pose fine al conflitto, dopo il quale i Locresi si
ritirarono dal territorio de’ Reggini; e le navi di Siracusa e degli
alleati riunitesi alla Peloride[251] che fa parte del messinese, ove
erano anche le genti da piè, vi presero stazione. Gli Ateniesi poi
ed i Reggini, viste le navi vuote, vogarono ad assalirle; e per un
ronciglio di ferro scagliatovi sopra perderono una nave, dalla quale i
soldati fuggirono a nuoto. Quindi i Siracusani montarono sulle navi,
e conteggiando mediante l’alzaia per alla volta di Messina, andavano
gli Ateniesi nuovamente ad affrontarli: se non che i nemici tiratisi
all’alto tornarono ad assalir loro i primi, sicchè perdono un’altra
nave. Dipoi i Siracusani si ricondussero nel porto di Messina senza
aver avuta la peggio nè in questo tragitto, nè pel conflitto navale
combattuto come dicemmo: e gli Ateniesi fecer vela per Camarina avuto
lingua che Archia co’ suoi partigiani la renderebbe per tradimento ai
Siracusani. Intanto i Messinesi con tutta l’oste andarono per la via
di terra e di mare contro Nasso calcidico loro confinante. Il primo
giorno, stretti i Nassii dentro le mura, saccheggiarono la campagna.
Il dì seguente andando colle navi a seconda del tortuoso fiume Acesine
guastavano la terra, e con la fanteria davano l’assalto a Nasso. Allora
i Siciliesi di su i monti calavano in gran numero contro i Messinesi a
soccorso dei Nassii, i quali a tal vista rinfrancandosi e animandosi
tra loro, perchè credevano esser quelli i Leontini ed altri alleati
greci che corressero in loro aiuto, si precipitano improvvisamente
fuori di città, assaltano i Messinesi, gli sbaragliano e ne uccidono
sopra mille: il resto penò a ritornarsene a casa: perchè quei barbari
scagliandosi loro addosso nelle strade ne trucidarono moltissimi. In
seguito le navi che aveano preso porto a Messina, tornarono ciascuna
ai loro luoghi. I Leontini colla loro lega e con gli Ateniesi andarono
direttamente contro Messina profittando dello scoraggiamento di
lei: e dandosi l’assalto gli Ateniesi fecero le loro prove dalla
parte del porto colla flotta, e la fanteria dall’altra parte della
città. Ma i Messinesi, ed alcuni Locresi con Demotele, che dopo la
ricevuta sconfitta v’erano stati lasciati di presidio, fecero una
sortita, ed investendo repentinamente il nemico, fugano gran parte
dell’esercito de’ Leontini, coll’uccisione di molti. A tal vista gli
Ateniesi scesero dalle navi per andare in soccorso, e piombando su i
Messinesi disordinati gli perseguitarono fino alla città, ed eretto il
trofeo ritornarono a Reggio. Dopo di che i Greci di Sicilia senza gli
Ateniesi, seguitarono a guerreggiarsi in terra scambievolmente.
26. Ma a Pilo erano sempre i Lacedemoni assediati nell’isola dagli
Ateniesi, e il campo de’ Peloponnesi rimaneva in terraferma alle sue
stanze. Riusciva travagliosissimo agli Ateniesi il guardare quell’isola
per la scarsità del frumento e dell’acqua; perchè non vi avevano
fontane, tranne una non grande proprio nella rocca di Pilo: cosicchè
i più scavando la ghiaia presso il mare, ne bevevano acqua qual si
può credere. A ciò si aggiugneva la strettezza dei luoghi per cui
campeggiavano in piccolo spazio; e le navi non trovando ove fermarsi,
parte andavano a vicenda a foraggiare in terra, parte stavano al largo
sulle ancore. Ma più di tutto gl’infastidiva la lunghezza del tempo
che tuttavia si prolungava contro la loro espettazione, essendosi
dati a credere che in capo di pochi giorni espugnerebbero la gente
che in quell’isola deserta non aveva altro uso che di acqua salata.
E questo prolungamento di tempo lo procuravano i Lacedemoni, i quali
avevano promulgato che chiunque volesse, introducesse nell’isola
grano macinato, vino, cacio, e se altro cibo vi era buono in caso di
assedio; promessa la libertà agli iloti che lo introducessero, ed
assegnato molto denaro agli altri. Laonde tra coloro che audacemente
si arrischiavano per introdurvi roba, erano principalmente gl’Iloti
che scioglievano da qualunque parte del Peloponneso ed approdavano,
essendo ancor notte, là dove l’isola guarda verso l’alto, e badavano
più che altro di esservi spinti dal vento; attesochè quando soffiava
dalla parte di mare più facilmente si celavano alla guardia delle
triremi ateniesi, che non potevano allora posare attorno l’isola. Del
rimanente erasi per costoro ridotto in uso l’approdare colà senza
risparmiar nulla: imperciocchè erasi apposto il valsente alle navi che
urtassero sulla spiaggia, e gli scali dell’isola eran guardati da’
soldati di grave armatura. Contuttociò chi si arrischiava in tempo
di bonaccia era preso. Vi entravano ancora dei palombari di verso il
porto, tirando seco con una corda degli otri entrovi papavero melato e
linseme gramolato; lo che dapprima restò nascosto, ma poi furon messe
le guardie: insomma s’ingegnavano al postutto gli uni di portar viveri,
gli altri di scoprirgli.
27. Risaputosi in Atene il disagio dell’esercito, e l’introduzione
del foraggio nell’isola, stavano sopra pensiero e temevano che la
vernata non dovesse cogliere colà le loro genti; vedendo che oltre al
trovarsi in luogo deserto, sarebbe impossibile portar loro i viveri
col circuire il Peloponneso (lo che non valevano a fare neanche in
estate per mandarvi il bisognevole); e che in quelle coste importuose
non avrebbero le navi ove fermarsi; cosicchè rallentandosi la guardia,
o i prigioni dell’isola la vincerebbero, o col favore d’una burrasca
s’involerebbero sulle barche che vi portavano il grano. Ma ciò che più
di tutto temevano era il vedere che i Lacedemoni trovandosi alquanto
più forti non manderebbero più araldo; e si pentivano della tregua non
accettata. Onde avvistosi Cleone di esser preso in sospetto perchè avea
attraversato l’accordo, disse che i messaggi arrivati in Atene non
rapportavano il vero: ma questi esortando che se non credessero a loro,
mandassero degli esploratori, e venendo a ciò deputato dagli Ateniesi
lo stesso Cleone insieme con Teogene, sentì egli che o e’ dovrebbe dir
lo stesso di quelli che calunniava, o dicendo il contrario comparirebbe
mentitore. Però vedendo che la mente degli Ateniesi pendeva piuttosto
per una nuova spedizione, suggeriva loro non vi esser bisogno di
mandare esploratori, nè di perder tempo lasciando fuggir l’occasione:
ma quando credan vere le nuove recate, si mettessero in mare per andar
contro coloro. E per pugnere il generale Nicia figlio di Nicerato cui
disamava, disse proverbiando: esser facile colle forze presenti, se i
capitani fosser uomini, navigare all’isola e prender quelle genti; e
bene egli vi riuscirebbe se avesse in mano il comando.
28. Ma Nicia mormorando il popolo contro Cleone perchè ei non fosse già
in corso se ciò gli sembrava facile, ed insieme vedendosi punto da lui,
lo confortava che prendesse pure quel rinforzo che più gli piacesse,
e si accingesse ad andare contro le genti dell’isola. Cleone alla
prima credendo che ei facesse solo sembiante di cedergli si mostrava
disposto; poi visto che cederebbe in effetto si ricusava, e diceva non
sè, ma lui essere il generale: imperocchè era già venuto in paura, e
non avrebbe mai potuto credere che Nicia avesse la fermezza di cedergli
il posto. Questi glielo intimò di nuovo, e presi a testimonio gli
Ateniesi rinunziò al comando di Pilo. Ed essi (al solito del popolo),
quanto più Cleone si ricusava di imbarcare e ritirava le sue parole,
tanto più imponevano a Nicia di rimettergli il comando; e gridavano
che s’imbarcasse. Talchè non sapendo egli come distrigarsi delle
sue promesse, accetta la spedizione, e fattosi innanzi disse: che
non temeva i Lacedemoni, e che si metterebbe in mare senza prendere
alcuno di città, ma solamente i Lemnii e gl’Imbrii che si trovavano
lì presenti, e i Palvesari venuti in rinforzo da Eno, e quattrocento
arcieri da altri luoghi. Protestò altresì che con queste forze aggiunte
ai soldati che erano in Pilo, in venti giorni, o menerebbe vivi i
Lacedemoni, o ve li truciderebbe. La sua leggerezza mosse un poco a
riso il popolo; ma fu gradita dalla gente assennata, considerando che
uno di questi due beni ne otterrebbero, o di disfarsi di Cleone, come
meglio speravano, o, se fallisse questa speranza, di sottomettersi i
Lacedemoni.