dopo succeduto al comando trovandosi rinchiuso per la parte di terra
e per quella di mare dalla flotta ateniese, nè sapendo dopo la gran
disfatta in che modo o reggere all’assedio trattenendosi in Olpa,
o ritirarsi a salvamento, propone il giorno dopo a Demostene e a’
capitani degli Acarnani trattato di tregua per far la ritirata, e per
riavere i morti. Rendettero essi i cadaveri e ripresero i suoi, circa
trecento, ed ersero trofeo: ma non pattuirono solennemente ritirata a
tutti. Bensì Demostene e i capitani acarnani accordano segretamente
una sollecita ritirata a’ Mantinesi, a Menedeo e agli altri uffiziali
de’ Peloponnesi, e a’ più distinti tra loro. Voleva per questo modo
Demostene spogliare gli Ambracioti della moltitudine degli assoldati
stranieri; e soprattutto bramava screditare presso i Greci di
quelle contrade gli Spartani e i Peloponnesi, quasi che li avessero
vergognosamente traditi, e preferito ad ogni cosa il proprio vantaggio.
Ripresero frattanto i morti, e frettolosamente gli seppellirono come
poterono; e quei, cui era stato concesso, ruminavano di celatamente
partire.
110. Ma a Demostene ed agli Acarnani vengono avvisi che gli Ambracioti
di città, mossi dalla prima ambasciata ricevuta da Olpa, e ignari degli
ultimi fatti, si avviavano a stormo in soccorso, traversando il paese
degli Amfilochii per congiungersi con quelli di Olpa. Laonde Demostene
spedisce tostamente una parte delle sue genti per prevenirli con aguati
sulle strade, ed occupare i siti più forti; e si preparava ad accorrere
contro di loro col resto dell’esercito.
111. In questo mezzo i Mantinei con quelli ai quali era stato accordato
salvocondotto, usciti fuori col pretesto di raccogliere legumi e
legna da fuoco, si andavano celatamente dilungando a piccole brigate,
facendo vista di raccoglier ciò per cui erano usciti; ma allontanatisi
omai da Olpa affrettavano il passo. Onde gli Ambracioti e gli altri
raccoltisi allora in folla, quando si avvidero della loro partita non
stettero più alle mosse, e si diedero a correre per raggiungerli. Gli
Acarnani credevano dapprima che fuggissero tutti senza convenzione di
patti, e davan dietro a’ Peloponnesi. Alcuni capitani che volevano
ritenerli, e che dicevano aver quelli salvocondotto, furono feriti
di freccia, perchè creduti traditori. Pur nondimeno lasciarono poi
andare i Mantinei e i Peloponnesi, uccidendo però gli Ambracioti; onde
tutto il campo era in contesa, non conoscendosi chi fosse Ambraciota o
peloponnesio. Circa dugento rimasero morti; gli altri si rifugiarono
nell’Agraide che è confinante, ove furono accolti da Selintio re degli
Argei[238], loro amico.
112. Frattanto gli Ambracioti partiti da Ambracia giungono ad Idomene.
Risiede Idomene su due alte colline, alla maggiore di questa giunsero
primi, sul fare della sera e l’occuparono non avvertiti, quei soldati
che Demostene aveva spediti innanzi dal campo: sulla minore erano già
saliti gli Ambracioti e vi pernottarono. Dopo cena marciava, appena
sera, Demostene col resto dell’esercito, conducendone da sè la meta
verso i luoghi opportuni a sboccar sul nemico; intanto che l’altra
metà, traversati i monti amfilochii, sul far dell’aurora assale gli
Ambracioti tuttora immersi nel sonno, i quali non sapendo dell’accaduto
credevano molto meglio quelle truppe essere de’ loro. Imperocchè
Demostene aveva appostatamente messo nelle prime file i Messenii, ai
quali, perchè parlavano linguaggio dorico, aveva commesso di salutare
il nemico, rassicurando così le prime sentinelle, tanto più che di
notte non sarebbero visti in viso. Non sì tosto adunque assaltarono il
campo nemico, che lo fugarono, uccidendo la maggior parte in sul posto;
mentre gli altri fuggivano precipitosamente pe’ poggi: ma preoccupate
le strade con insidie, e gli Amfilochii, leggeri e pratici del loro
paese, incalzando genti armate alla grave e mal pratiche dei luoghi, e
che per non sapere ove volgersi incappavano ne’ borri e negli aguati,
le sperperavano. Nessuna via di fuggire fu intentata; alcuni persino
indirizzaronsi al mare non molto distante; ove viste le navi ateniesi,
che per avventura durante la loro fuga radevano la costa, vi si
slanciarono a nuoto; giudicando in quello spavento che meglio sarebbe
per loro essere oramai uccisi da quei delle navi, che da quei barbari
e capitali nemici degli Amfilochii. Per questo modo adunque sterminati
gli Ambracioti, pochi di tutta quella moltitudine si condussero a
salvamento in città. Gli Acarnani, spogliati i morti ed innalzati i
trofei, ritornarono ad Argo.
113. Il dì seguente da parte degli Ambracioti, che da Olpa erano
fuggiti presso gli Agrei, venne agli Acarnani da araldo domandando di
riprendere i cadaveri di quelli che erano rimasti uccisi il giorno dopo
la prima battaglia, quando senza salvocondotto uscirono, insieme co’
Mantinei e con gli altri coi quali si era convenuto. Ma poichè vide
le armi degli Ambracioti che dalla città erano andati a soccorso, fu
sorpreso del gran numero, perchè non sapeva nulla di questa sconfitta,
e credeva che fossero quelle dei suoi compagni. Un tale domandollo
di che maravigliasse, e quanti fossero i morti de’ loro (domanda che
faceva, credendo che l’araldo venisse da quei battuti a Idomene),
quegli rispose: circa dugento: e colui che lo aveva interrogato
riprese: Queste non paiono certo le armi di dugento, ma bensì di più di
mille. Non sono dunque (soggiunse l’araldo) di quei che combatterono
con noi? Forse che sì, rispose l’altro, se pure ieri voi combatteste
a Idomene. — Noi, ieri non combattemmo con alcuno, ma sì ieri l’altro
nel far la ritirata. — Fatto sta che noi combattemmo ieri con quelli
che dalla città di Ambracia andavano a soccorso. L’araldo per queste
parole avendo compreso che il rinforzo spedito dalla città era stato
trucidato, diè un alto grido; e stupefatto per la grandezza delle
sciagure che aveva dinanzi agli occhi, partì senza effettuata alcuna
cosa, nè più richiese i cadaveri. Ed invero fu questa in una sola città
greca la sconfitta più grande di quante ne accaddero in altrettanti
giorni durante questa guerra: ed io non ho scritto il numero de’ morti;
perchè si dice che secondo la grandezza di quella città ne perisse una
moltitudine incredibile. Quello che io so però è, che se gli Acarnani
e gli Amfilochii, dando retta agli Ateniesi e a Demostene, avessero
voluto conquistare l’Ambracia, ne sarebbero venuti a capo al primo
assalto. Ma in tal caso temettero essi che tenendosi quel paese per gli
Ateniesi, non gli avessero a provare confinanti troppo incomodi.
114. Assegnarono dopo questi fatti la terza parte del bottino agli
Ateniesi, e spartirono il resto alle città confederate. Lo spoglio
toccato agli Ateniesi fu predato per mare; e le trecento armature,
che ora sono appese ai templi dell’Attica, furono per fargli onore
presentate a Demostene, le quali egli riportò seco per mare, quando
dopo la disgraziata spedizione dell’Etolia, potè per quest’ultima
impresa più francamente rimpatriare. Gli Ateniesi che erano su le venti
navi partirono per Naupatto: e dopo la partita di loro e di Demostene,
gli Acarnani e gli Amfilochii accordarono di ritirarsi dalle Eniadi
agli Ambracioti e Peloponnesi che si erano rifugiati presso Salintio
e gli Agrei, e che poi si unirono con amendue questi. Appresso gli
Acarnani stessi e gli Amfilochii convennero di legarsi per cento anni
con gli Ambracioti a questi patti: Non si unirebbero gli Ambracioti con
gli Acarnani per guerreggiare i Peloponnesi, nè gli Acarnani con gli
Ambracioti contro gli Ateniesi: accorrerebbero entrambi alla difesa
scambievole delle terre; e gli Ambracioti restituirebbero ciò che
ritengono degli Amfilochii, sia di castella sia di terre conterminali;
nè porterebbero aiuto ad Anattorio[239] perchè nemico degli Acarnani.
Con questi patti posero fine alla guerra. Dopo di che i Corintii sotto
il comando di Xenoclide di Euticle, spedirono ad Ambracia, trecento
de’ suoi di grave armatura, ove giunsero traversando l’Epiro con molte
difficoltà. Così andarono le cose di Ambracia.
115. Nel medesimo inverno quegli Ateniesi che erano in Sicilia fecero
uno sbarco nelle spiagge di Imerea, insieme co’ Siciliani che dalla
parte di terra avevano assaltato l’estremità d’Imerea stessa[240]:
quindi navigarono alle isole Eolie. Di là tornati a Reggio incontrano
Pitodoro figliolo d’Isoloco generale degli Ateniesi, che era succeduto
a Lachete nel comando della flotta; imperocchè gli alleati di Sicilia
andati ad Atene avevano indotto questa Repubblica a soccorrerli con
maggior numero di navi; allegando che i Siracusani erano padroni del
territorio loro, e che con poche navi impedivano loro il mare. Però si
apparecchiavano e riunivano insieme le loro forze marittime, risoluti
di non soffrir quella ingiuria. Gli Ateniesi adunque armarono quaranta
navi per ispedirvele, sì perchè credevano che così la guerra di là
verrebbe più presto a finire, sì perchè volevano tenersi esercitati
sulla marina. Mandarono da primo Pitodoro uno dei capitani con poche
navi; ma erano presso a spedirvi Sofocle di Sostratide, ed Eurimedonte
di Teocle con una flotta maggiore. Pitodoro intanto che aveva già
il comando delle navi di Lachete, sul finire dell’inverno, veleggiò
alla volta di un castello de’ Locresi, di cui s’era prima impadronito
Lachete: ma vinto da essi in battaglia tornò indietro.
116. In questa stessa primavera traboccò dall’Etna una corrente di
fuoco, come era altre volte accaduto, e disertò alcune terre de’
Catanesi che abitano sotto l’Etna, monte il più grande della Sicilia.
Si dice che questa eruzione avvenne cinquant’anni dopo la prima; ed è
fama che sia insomma accaduta tre volte da che la Sicilia è abitata da’
Greci. Tali sono i fatti occorsi in questo inverno: e finiva l’anno
sesto di questa guerra di cui Tucidide ha compilata l’istoria.
FINE DEL LIBRO TERZO.
LIBRO QUARTO
SOMMARIO
Ribellione di Messina. — Gli Ateniesi vincono in mare i
Peloponnesi. — Legati Lacedemoni in Atene. — Affari in Sicilia. —
Nuova sconfitta dei Peloponnesi. — Nicia conduce gli Ateniesi a
Corinto. — I Lacedemoni prendon l’isola di Citera. — La Sicilia si
pacifica. — Avvenimenti di Megara. — Brasida in Tracia. — I Beoti
vincon gli Ateniesi. — Conquiste di Brasida. — Tregua di un anno. —
Ribellione di Mende e di Scione. — Brasida e Perdicca muovon contro
Arribeo. — Gli Ateniesi ricuperano Mende, ed assediano Scione.
1. Sopravvenendo la primavera, verso lo spigar del grano, dieci navi
dei Siracusani ed altrettante dei Locresi andarono ad occupar Messina
di Sicilia, a petizione di questa città che si ribellò agli Ateniesi.
Furono i Siracusani i principali autori di questa pratica, perchè
vedevano quella terra acconciamente situata ad assaltar la Sicilia,
e perchè temevano che gli Ateniesi, fattavi la massa, di lì non si
movessero una volta ad assalirli con apparecchio maggiore: i Locresi
poi, perchè disamando i Reggini, li volevano tribolare con la guerra
dalla parte di terra e di mare. Erano ad un’ora entrati i Locresi in su
quel dei Reggini con tutte le forze, acciò e’ non potessero soccorrere
i Messinesi; tanto più che ne li confortavano alcuni che si trovavano
presso loro, usciti di Reggio, la quale, da lungo tempo travagliata
dalle sette, non poteva di presente resistere ai Locresi; che però
viepiù francamente l’assalivano. Guastata la campagna partirono i
Locresi colla fanteria; ma le navi guardavano Messina; e l’altre che si
andavano allestendo, presa ivi stazione, dovevano da quel luogo stesso
far guerra.
2. Circa il tempo medesimo di primavera, innanzi che il grano fosse in
maturità, i Peloponnesi e la loro lega, condotti da Agide re di Sparta
figliolo di Archidamo, invasero l’Attica; ed accampativisi guastavano
il territorio. Gli Ateniesi spedirono in Sicilia le quaranta navi
che andavano preparando, e gli altri capitani Eurimedonte e Sofocle,
essendovi di prima arrivato Pilodoro, che tra loro era il terzo.
Commisero a questi che in tragittando si dessero cura dei Corfuotti di
città, corseggiati dai fuorusciti che avevano occupato la montagna;
giacchè eran passate colà sessanta navi dei Peloponnesi per sostenere
quelli della montagna; e perchè credevano (essendo gran fame in città)
di potersi agevolmente far padroni di tutto. Ed a Demostene, che dopo
il suo ritorno dall’Acarnania era in qualità di privato, accordarono,
conforme richiedeva, che, se giudicasse opportuno, si servisse nel giro
del Peloponneso di queste medesime navi.
3. Le quali giunte appena lunghesso la Laconia venne la nuova l’armata
de’ Peloponnesi essere già a Corfù: e tanto Eurimedonte che Sofocle
avevano fretta per là. Ma Demostene li confortava si fermassero prima a
Pilo, e compiutovi il bisognevole, continovassero poi la navigazione.
Opponendosi essi sopravvenne per avventura una burrasca che trasportò
le navi a Pilo[241]. Allora Demostene subitamente insisteva si cingesse
di mura quella terra: esser questo il fine per cui si era imbarcato
con loro: mostrava esservi grande abbondanza di legnami e di sassi; ed
il sito forte per natura, ed abbandonato insieme con buono spazio di
terreno. In fatti Pilo è distante da Sparta intorno di quattrocento
stadii, ed è situata in quella contrada che era una volta Messenia, ed
ora dagli Spartani detta Corifasio. Rispondevano i capitani esservi
molti promontorii del Peloponneso abbandonati, qualor volesse rifinire
colle spese la Repubblica per farne il conquisto. Ma, soggiungeva
Demostene, parergli molto più degli altri importante questo luogo,
perchè vi era accanto il porto, e perchè i Messenii, oriundi di esso
ab antico e di una medesima lingua coi lacedemoni, potrebbero recar
loro moltissimi danni, facendo capo in quello, e ne sarebbero custodi
fidatissimi.
4. Contuttociò Demostene non persuase nè i capitani nè i
soldati, quantunque poi conferisse il progetto con gli ufficiali
subalterni[242]: e però, non potendo riprender mare, si ristava, finchè
la smania di murare il castello assalì i soldati disoccupati in quella
dimora. Laonde messa mano all’opera travagliavano; e perchè mancavano
di ferri da lavorar le pietre, le portavano a scelta e le incastravano
in quel punto ove ciascuna combaciasse. Ovunque occorresse il loto,
mancando essi di vassoi, lo portavano sulla schiena, curvandosi perchè
meglio vi stesse, e consertando le mani di dietro perchè non cadesse:
e si affrettavano in ogni maniera di fornire il lavoro nei lati più
facili ad espugnare, prima che vi accorressero i Lacedemoni; giacchè la
massima parte del luogo era di per sè forte, nè punto abbisognava di
mura.
5. Per avventura i Lacedemoni celebravano una festa, ed insieme
facevan poco conto di questa nuova, confidando o che al primo loro
presentarsi i nemici sloggerebbero, o che di leggeri prenderebbero a
forza il castello. In parte anche li ritenne l’aver tuttora l’esercito
nell’Attica. Gli Ateniesi, in sei giorni[243] munito il castello
dal lato che guarda terraferma e dove era maggiore il bisogno, vi
lasciano di presidio Demostene con cinque navi; e col più della flotta
affrettavano la navigazione per a Corfù e Sicilia.
6. Udita la presa di Pilo i Peloponnesi, che erano nell’Attica,
acceleravano il ritorno a casa; sì perchè i Lacedemoni ed il re
Agide giudicavano che il caso di Pilo risguardasse a loro del tutto,
sì eziandio perchè essendo stata immatura l’invasione, mentre il
grano era ancor verde, i più penuriavano di vettovaglia, ed il
verno sopraggiunto, più rigido di quel che portasse la stagione,
premeva l’esercito. Onde per molte cause avvenne che sollecitassero
la ritirata; e che questa fosse di tutte le invasioni la più breve,
essendosi trattenuti nell’Attica quindici soli giorni.
7. Al tempo stesso Simonide generale degli Ateniesi prese a tradimento
Eiona della Tracia, colonia de’ Mendei e nemica d’Atene, avendo
raccolto molti alleati di quei luoghi e piccola mano di presidiarii
ateniesi: ma accorsi prontamente i Calcidesi ed i Bottiesi ne fu
discacciato con grave perdita di gente.
8. Ritornati i Peloponnesi dall’Attica, gli Spartani propio ed i più
prossimi dei circonvicini[244] corsero subito a Pilo: ma più tarda fu
la mossa del rimanente dei Lacedemoni tornati di fresco da un’altra
spedizione. Mandavano in giro pel Peloponneso intimando di soccorrer
Pilo il più prontamente; e spedirono per le sessanta navi che avevano
a Corfù, le quali trasportate sull’istmo di Leucade e non osservate
dalla flotta ateniese di Zacinto[245], giungono a Pilo, ove si
trovava anche l’esercito di terra. Ma Demostene, mentre i Peloponnesi
navigavano tuttora verso colà, spedì innanzi celatamente due navi
(che secondo gli ordini avuti da esso affrettarono il corso) ad
avvertire Eurimedonte e gli Ateniesi che erano colla flotta a Zacinto
di presentarsi a Pilo, perchè quel luogo pericolava. I Lacedemoni dal
canto loro si allestivano risoluti di assaltar quel forte per terra e
per mare, confidando di dover espugnare facilmente un lavoro fatto in
furia, entrovi poca gente. Nondimeno aspettandosi il rinforzo delle
navi attiche da Zacinto, aveano in animo, se pur non lo espugnassero
prima del loro arrivo, di asserragliare l’imboccatura del porto,
acciò gli Ateniesi non potessero introdurvisi; giacchè l’Isola
chiamala Sfatteria, stendendosi dinanzi al porto e soprastandogli
dappresso, lo rende sicuro ed angusto alle imboccature; talchè dalla
parte del forte degli Ateniesi e di Pilo non più che due navi possono
traghettare insieme, e non più di otto o nove dalla parte che guarda
il rimanente di terraferma. Inoltre tutta l’isola era boscosa e senza
vie perchè disabitata, e di circuito non più grande di quindici stadii.
I Lacedemoni adunque intendevano di serrarne l’ingresso colle navi
congiunte insieme e volte in fuori colle prore: ma perchè temevano non
i nemici gli guerreggiassero da quell’isola, vi fecero passare delle
milizie gravi, ed altre ne schierarono per le costiere; cosicchè gli
Ateniesi avrebbero nemica l’isola e la terraferma non potendovisi
sbarcare. Perocchè essendo importuosa quella punta dell’istessa Pilo
che fuori della bocca del porto guarda il mare, non avrebbero donde
muoversi a soccorrere i loro; laddove essi senza battaglia navale
od altro pericolo speravano di dovere espugnare il castello ove era
stato lasciato poco presidio e mancava la vettovaglia. Ciò risoluto
trasportarono nell’isola delle genti di grave armatura sortite da tutte
le compagnie, mentre per l’avanti altre ve ne passarono a vicenda:
quest’ultime poi che furonvi lasciate erano quattrocentoventi (senza
contare gli Iloti a loro servizio) capitanate da Epitada di Molobro.
9. Ma Demostene vedendo che i Lacedemoni erano per assalirlo colle
forze navali e terrestri, anch’egli si apparecchiava. Tratte a secco
le triremi, che tra quelle lasciategli aveva ancor seco, ne formò
una trincea sotto il forte, e ne armò le ciurme con deboli scudi e
la maggior parte di giunco; essendochè in quel luogo deserto non
v’era da trovar armi: che anzi aveano prese queste cose istesse da
una nave corsalesca e da una barchetta messenia a trenta rematori ivi
casualmente arrivate, ove si trovavano da quaranta Messenii di grave
armatura, dei quali si valse insieme con l’altra sua gente. Schierò
pertanto i più sì degli armati che degl’inermi dal lato di terraferma
ove il castello era meglio munito e forte per natura, ordinando che
resistessero alla fanteria qualor li assalisse; ed egli scelti fra
tutti sessanta soldati gravi e pochi saettatori, ed uscito del forte
avviavasi alla marina, colà ove si aspettava principalmente che i
nemici tenterebbero di sbarcare, in luoghi stagliati e pieni di massi
rivolti all’onde, perchè reputava che la debolezza del muro da questo
lato li arebbe attratti a farvi ogni prova. E siccome gli Ateniesi,
non temendo di dover mai esser vinti dalle flotte spartane, avevano
lasciata sguernita di muro questa parte, così ai Lacedemoni sarebbe
venuto fatto di espugnare il castello, se riuscissero ad effettuarvi
per forza lo sbarco. Demostene adunque su questo lato propio in sul
mare ordinava distintamente i soldati gravi, disposto, se possibil
fosse, di ributtare il nemico; e li andava rincorando con questa
esortazione:
10. «Valorosi soldati che meco imprendeste questo pericolo, non sia
tra voi chi ponderando tutte le difficoltà che ci stanno attorno
voglia in tal frangente ostentare accortezza, invece che, messo a
parte ogni riguardo, affrontar fiducialmente il nemico, e scamparla
per questa via. Perocchè quando le cose son giunte a tal necessità non
ammettono ponderazione, ma richiedono prontissimo il cimento. Io vedo
che stanno per noi moltissimi vantaggi ove vogliamo persistere, senza
sbigottire della moltitudine dei nemici, e tradire vituperosamente la
nostra stessa superiorità; avvegnachè io pensi essere a pro nostro
la disagevolezza del luogo, e doverci riuscir di giovamento se
persistiamo: laddove cedendo, la montata sebbene scabrosa renderassi
agevole non essendovi chi la contrasti; ed allora troveremo il nemico
più formidabile, perchè mancante di facile ritirata, quand’anche ne
lo cacciassimo a forza. Ed invero fino a che sono sulle navi è cosa
leggeri il ributtarli; ma sbarcati sono alla pari con noi: nè vuolsi
troppo temere la loro moltitudine, perchè quantunque sieno molti dovran
combattere pochi alla volta stante la difficoltà d’approdare. Inoltre
il loro esercito sebbene più numeroso, non è però in terra del pari
che il nostro, ma si trova sulle navi, le quali hanno bisogno in sul
mare di molte opportune contingenze: di sorte che io penso che le
difficoltà di costoro contrabbilancino la pochezza di nostre genti. E
per voi, i quali siete Ateniesi e che sapete per esperienza non potersi
effettuar giammai per forza lo sbarco sulle terre altrui (quando vi
sia chi resista e non ceda per paura dell’ondate e del veemente impeto
delle navi), per voi sì stimo cosa degna tener quivi adesso il fermo,
respingere il nemico di sulla schiena del lido, e salvare ad un tempo
noi stessi ed il castello.»
11. Per questa esortazione di Demostene, gli Ateniesi si inanimarono
maggiormente; e scesi a basso si schierarono propio lungo il mare.
I Lacedemoni mosso il campo assaltarono il forte coll’esercito
terrestre insieme e colla flotta composta di quarantatre navi, onde
era ammiraglio Trasimelida spartano figliolo di Cratesicle, che
diede l’assalto ove lo aveva preveduto Demostene. Ma gli Ateniesi
resistevano da amendue i lati sì di terra che di mare: ed i nemici
divisa la flotta in piccole squadre (non potendosi approdare con molte
navi) alternamente si riposavano ed alternamente assalivano, usando
ogni sforzo ed eccitamento per respingere i difensori ed espugnare il
castello. Sopra tutti poi campeggiava Brasida che comandando la sua
trireme, e vedendo che i prefetti ed i piloti, attesa la scabrosità del
luogo, schifavano di approdare anche dove sembrava possibile e stavano
guardinghi perchè le navi non cozzassero tra loro, gridava «vitupero!
per risparmiar dei legni trascurar che i nemici abbiano fatte munizioni
nel nostro suolo:» sfracellassero, li confortava, le proprie navi
per forzare lo sbarco; non badassero gli alleati in tale occasione a
sacrificare la loro flotta ai Lacedemoni pei grandi benefizi da essi
ricevuti: ma urtassero, ed a qualunque patto scendessero per vincer
quell’esercito e quel castello.
12. Nè già contento di incitare gli altri costrinse il suo nocchiero ad
urtare in terra colla nave, e si avviava alla scala: ed ingegnandosi
di smontare fu retrospinto dagli Ateniesi con molte ferite, e cadde
svenuto nello spazio che è di mezzo alla prua ed ai remiganti; onde gli
venne a calar nel mare lo scudo che trasportato a terra fu raccolto
dagli Ateniesi, e se ne servirono dipoi per il trofeo che innalzarono
in memoria di quest’assalto. Gli altri intanto con tutto che facessero
ogni sforzo non valevano a sbarcare, perchè disagevole era quel sito,
e gli Ateniesi persistevano senza retroceder d’un passo. Insomma
a tale si ridusse il capriccio della fortuna, che gli Ateniesi da
terra, e (che più rileva) da terra laconica respingevano i Lacedemoni
che gli assaltavan dal mare; e questi si sforzavano di sbarcare in
una terra propria ma inimicata ad essi dagli Ateniesi. Accidente
invero maraviglioso perchè in quel tempo a tal segno di riputazione
eran giunti i Lacedemoni, che venivano reputati al tutto popoli
mediterranei, e nelle battaglie terrestri valorosissimi; gli Ateniesi
all’opposto gente marittima che sulle flotte di grandissima lunga
primeggiavano.