mentre che perseguitate dalle Ateniesi fuggivano per alto mare, erano
state sbalzate dalla tempesta vicino a Creta: donde giunte sparpagliate
a dar fondo nelle coste del Peloponneso, incontrano a Cillene tredici
navi de’ Leucadii e degli Ambracioti, con Brasida figliolo di Tellide
sopravvenuto a consigliere di Alcida. Imperocchè gli Spartani, dopo
fallita l’impresa di Lesbo, ebbero aumentata la loro flotta, con
l’intenzione di navigare a Corfù agitata da sedizioni (sendochè gli
Ateniesi erano con sole dodici navi intorno a Naupatto), per arrivarvi
innanzi che flotta maggiore sopraggiungesse da Atene. Però Brasida ed
Alcida apparecchiavansi per questa spedizione.
70. Trovaronsi i Corfuotti travagliati dalle sedizioni, dappoichè
erano tornati loro i prigioni delle battaglie navali combattute presso
Epidamno, rilasciati dai Corintii, in apparenza, per la taglia di
ottocento talenti a cui eransi obbligati i loro corrispondenti, ma
effettivamente, perchè avevan promesso di ridurre Corfù a devozione de’
Corintii. Costoro con segreti maneggi introducendosi presso ciascun
cittadino adopravansi a ribellare la città dagli Ateniesi. Arrivano
intanto una nave attica ed una corintia con ambasciatori, e tenutasi
adunanza decretarono i Corfuotti di essere certamente confederati degli
Ateniesi, a forma dei capitoli, ma amici come prima de’ Peloponnesi.
Pitia, volontario ospite[211] degli Ateniesi e capo dei popolani,
fu citato in giudizio da quei fautori dei Corintii, accusandolo che
volesse soggettare Corfù agli Ateniesi. Ma egli uscitone assoluto,
fece di rimando citare in giudizio cinque di loro i più facoltosi,
dichiarando che e’ tagliavano pali da’ sacri recinti di Giove e di
Alcino[212]. Era per ogni palo imposta la multa di uno statere. Costoro
adunque essendo stati condannati, se ne stavano, a cagione della
gravezza della multa, assisi in atto di supplichevoli presso i templi,
per ottenere di pagare a rate la tassa. Ma Pitia, che per avventura era
uno de’ senatori, persuade questi a valersi della legge. Per lo che
trovandosi i rei esclusi legalmente dal senato, ed insieme ragguagliati
che Pitia, fino a che durasse ad essere senatore, vorrebbe indurre la
plebe a tenere alleanza offensiva e difensiva con gli Ateniesi, si
ristrinsero insieme, e con de’ pugnaletti entrati improvvisamente in
senato, uccidono Pitia con altri senatori e privati, sino a sessanta.
Alcuni pochi dell’opinione medesima di Pitia si rifugiarono sulla
trireme attica che ancora non era partita.
71. Dopo questo misfatto convocarono i Corfuotti e dissero ciò essere
il miglior partito e il più valevole a salvarli dal servaggio di
Atene; doversi per l’avvenire, calmate le sedizioni, non raccettare
nè Ateniesi nè Corintii, salvo che con una sola nave; ed averne per
nemico un maggior numero. Ciò detto li astrinsero anche a ratificare
la proposizione. Spediscono poi subito ad Atene dei legati per dar
ragguaglio che le cose fatte erano secondo che richiedeva il loro
vantaggio; e per indurre quei che là si erano rifugiati, a non darsi
briga inopportunamente a fine di evitare così ogni turbamento.
72. Ma giuntivi appena gli Ateniesi arrestarono i legati come
innovatori e quanti aveano aderito a quelli, e li depositarono in
Egina. In questo, arrivata a Corfù una trireme corintia con gli
ambasciatori lacedemoni, coloro che erano in Corfù restati al maneggio
degli affari assalgono la fazione popolare, e rimasero superiori nel
conflitto. Sopravvenendo la notte il popolo si ricovra nella rocca e
nelle alture della città, ed ivi riunito si fortificò, tenendosi per
lui il porto Illaico. L’altra fazione occupò la piazza, ove molti di
loro abitavano, e il porto a lei vicino che guarda verso terraferma.
73. Il giorno appresso furonvi leggere avvisaglie, ed ambe le parti
erano in sullo spedire alla campagna ad invitare i servi promettendo
libertà. Venne in soccorso ai popolani una moltitudine di servi; agli
altri, ottocento ausiliari di terraferma.
74. Trascorso un giorno si rinfresca la battaglia colla vittoria
del popolo, superiore per fortezza de’ siti e per numero. Le donne
stesse arditamente vi porsero mano scagliando tegole dalle case, e
sostenendo il tumulto, oltre loro natura. Sul crepuscolo della sera gli
oligarchici dieder volta, e perchè temevano non il popolo, nel caldo
della vittoria scagliatosi contro l’arsenale, se ne facesse padrone
e li trucidasse; per torgli ogni via di assalto metton fuoco alle
case che erano in giro sulla piazza e alle contigue, senza perdonarla
nè alle proprie nè alle altrui; di modo che molte robe de’ mercanti
andaron bruciate: e corse pericolo di restar totalmente distrutta la
città intera, se all’incendio si fosse aggiunto vento che spirasse
verso di lei. Posto fine al combattimento, volendo gli uni e gli altri
ristare, tennero le scolte per tutta la notte. La nave corintia,
essendo la vittoria stata del popolo, furtivamente fece vela, e la
maggior parte degli ausiliari di soppiatto tragittò in terraferma.
75. Ma nel giorno sopravveniente Nicostrato figliolo di Diotrefe
capitano degli Ateniesi, da Naupatto giunge in soccorso con dodici
navi e cinquecento Messenii di grave armatura. Propose egli pratiche
di accordo; e induce le due parti a doversi contentare che fossero
processati soli dieci fra i più colpevoli (i quali non patirono di
rimanere), e di lasciare il resto a casa sua; sivveramente che si
accordassero tra loro e con gli Ateniesi di aver comuni gli amici ed i
nemici. Ciò fatto era Nicostrato in sul salpare, quando i caporani del
popolo lo persuadono a lasciar loro cinque navi, affinchè quei della
parte contraria si trovassero meno in istato di far movimenti; ed essi
ne spedirebbero con lui altrettante delle loro bene armate. Nicostrato
vi acconsentì, ed essi destinavano per queste navi quei della parte
contraria; i quali temendo di dover esser mandati in Atene, si assidono
nel tempio del Dioscuri. Nicostrato si ingegnava di farli uscire, e
ne li confortava, ma non fu obbedito: di che il popolo colta questa
occasione, come se con quella lor diffidenza di unirsi alla flotta di
Nicostrato covassero qualche sinistra intenzione, prese le armi e tolse
via dalle case quelle degli avversari; e ne avrebbe trucidati alcuni
ne’ quali s’imbattè, se Nicostrato non lo avesse impedito. Vedendo
gli altri come la cosa andava, si assidono supplicanti nel tempio di
Giunone, in numero di ben quattrocento. Per lo che il popolo intimorito
che e’ non volessero tentare qualche novità, con buoni modi gl’induce
ad alzarsi, e li trasporta nell’isola di faccia al tempio stesso di
Giunone, ove era mandato loro il bisognevole alla vita.
76. In questo scompiglio di cose, quattro o cinque giorni dopo il
trasporto di coloro nell’isola, arrivano da Cillene (ove dopo il
ritorno dall’Ionia erano di stazione) le cinquantatre navi de’
Peloponnesi, capitanate come prima da Alcida, con cui navigava Brasida
destinatogli a consigliere. Diedero queste fondo a Sibota, porto di
terraferma, e sul far dell’aurora fecero vela contro Corfù.
77. I Corfuotti, benchè in grande agitazione, e intimoriti delle
cose di città, e dell’avanzarsi della flotta nemica, pure ad un’ora
stessa preparavano sessanta navi, e a mano a mano spedivano quelle
armate contro a’ nemici, quantunque gli Ateniesi li confortassero, che
dovessero lasciar loro mettersi in mare i primi, e poi sopravvenire
essi alla coda con tutte insieme le navi. Le quali non furono sì
tosto giunte sparpagliate in faccia al nemico, che due immediatamente
passarono dalla parte di lui, e le ciurme che erano in su l’altre
contendevano fra loro in modo, che tutto faceasi alla rinfusa. Onde
accortisi i Peloponnesi di cotal confusione si misero in ordinanza con
venti navi contro a’ Corfuotti, e colle rimanenti contro le dodici navi
degli Ateniesi, due delle quali erano la Salaminia e la Paralo.
78. I Corfuotti, che caricavano il nemico colle navi disordinate e
spartite, erano dal lato loro in gran travaglio. Gli Ateniesi, temendo
della moltitudine nemica e d’esser colti in mezzo, non investivano
colla flotta serrata insieme la squadra che avevan di fronte, e si
riguardavano da urtarla nel centro; ma corsile addosso di fianco,
affondano una nave: indi presa ordinanza circolare giravano attorno al
nemico per provare di scompigliarlo. Di che accortisi quei che erano
di contro a’ Corfuotti, e temendo non accadesse ciò che era accaduto a
Naupatto, accorrono in soccorso; e così riunite le navi si scagliano
tutti insieme su gli Ateniesi. Questi cominciavano a retrocedere,
senza voltar faccia, remigando di sulla poppa; e ritirandosi il
più lentamente possibile intendevano di operar sì che le navi de’
Corfuotti fossero in tempo a sottrarsi, intanto che essi sostenevano il
nemico schierato contro di loro. Per questo modo fu combattuta questa
battaglia navale, che finì sul tramonto del sole.
79. Temettero i Corfuotti che i nemici, seguendo l’impeto della
vittoria, non spingesser la flotta contro la città, per ripigliar quei
ch’erano stati messi nell’isola, o fare qualche altra innovazione. Il
perchè tragittarono nuovamente nel tempio di Giunone quelli dell’isola,
e tenevano guardata la città. Ma i Peloponnesi, con tutto che
vincitori, non furono osi di navigare contro la città; e colle tredici
navi prese a’ Corfuotti tornarono al luogo di terraferma donde avevano
fatto vela. Il dì seguente, quantunque la città di Corfù fosse in gran
confusione e timore, non punto meglio però navigarono alla volta di
essa, comecchè Alcida ne fosse consigliato, siccome narrasi, da Brasida
che non aveva autorità eguale a lui; anzi fecero scala al promontorio
di Leucimna, e devastarono le terre.
80. In questo stato di cose i popolani di Corfù, entrati in gran
paura del ritorno delle navi nemiche, conferirono co’ supplichevoli
ch’erano nel tempio di Giunone, e con gli altri oligarchici, del modo
onde potrebbe salvarsi la città. Persuasero alcuni di quelli a montar
le navi, attesochè nonostante le turbolenze ne avevano armate trenta,
aspettandosi che ricomparirebbe l’armata nemica. Ma i Peloponnesi, dopo
aver guastato la campagna fino a mezzogiorno, se n’eran partiti; e sul
far della notte compresero per i segnali di fuoco che sessanta navi
degli Ateniesi si avanzavano da Leucade contro di loro; le quali con
l’ammiraglio Eurimedonte di Teucle erano state spedite da Atene, quando
s’intese che Corfù era in tumulto, e che vi doveva andare la flotta di
Alcida.
81. Adunque i Peloponnesi appena notte si affrettavano di tornare
a casa radendo la costa; e trasportate le navi sopra l’istmo di
Leucade[213], per non essere osservati nel farne il giro, si
riconducono in patria. I Corfuotti udito che le navi attiche si
avvicinavano, e che quelle de’ nemici se n’erano andate, accolsero
ed introdussero in città i Messenii restati prima di fuori.
Ordinarono alle navi che avevano armate di volteggiare dinanzi al
porto Illaico[214]; ed intanto che queste girarvanlo intorno, essi
uccidevano qualunque della parte contraria capitasse loro nelle
mani; e cavando per forza dalle navi coloro cui avevano indotti a
montarle, li trucidavano. Entrarono medesimamente nel tempio di
Giunone, e persuasero da cinquanta di quelli che vi erano rifuggiti a
sottomettersi a giuridico processo, e li condannarono tutti a morte.
La maggior parte però di quei supplichevoli che non si erano lasciati
svolgere, vedendo come le cose procedevano, si uccidevano l’un l’altro
ivi nel tempio stesso; alcuni appiccarono se medesimi agli alberi;
altri poi si toglieano di vita in quel modo che ciascuno poteva. E
ne’ sette giorni che Eurimedonte dopo il suo arrivò vi si fermò con
sessanta navi, i Corfuotti uccidevano quei ch’e’ credevano di parte
contraria, dando loro la colpa di sovvertitori dello stato popolare.
Alcuni poi furono uccisi per private nimicizie, altri dai debitori
che avevan preso denaro in prestanza. Fuvvi insomma ogni genere di
morte; nessuna reità fu pretermessa come in simili perturbazioni suole
accadere, ed anche delle più inusitate. Imperciocchè il padre uccideva
il figliolo, e la gente divelta dai templi era lì dappresso ammazzata;
ed alcuni furono persino murati dentro al tempio di Bacco, e così
morti. Cotanto progredì quella sedizione crudele, che tale pare anche
più, perchè nel corso di queste cose ella era stata la prima.
82. Conciossiachè nel tempo appresso Grecia tutta fu, a così dire, in
sollevazione, regnando dovunque le sette fra i caporani del popolo
ed i fautori dell’oligarchia, stante che quelli gli Ateniesi, questi
i Lacedemoni volevano chiamare[215]. E perocchè in tempo di pace non
avrebbono avuta onesta cagione nè bramosia di invitarli a sè, così,
rotta omai la guerra, ben di leggeri in ambe le parti occorrevano alla
mente dei novatori adescamenti valevoli a procacciarsi alleanza per
nuocere alla fazione avversa, e con ciò stesso avanzare ad un’ora il
proprio potere. Duranti le sedizioni piombarono su le città molte e
gravi calamità, che di continuo accadono e sempre accaderanno sino a
che sia la medesima la natura degli uomini; tuttochè più violente o
più miti e diverse nella spezie, secondochè cederanno le particolari
mutazioni dei fortuiti eventi. Imperocchè quando è pace e gli affari
prosperano, le repubbliche ed i privati hanno più sano giudizio, perchè
non s’imbattono in imperiose necessità: ma la guerra diminuendo a
poco a poco l’affluenza di ciò che giornalmente bisogna alla vita, è
un maestro violento, e conforma l’indole della moltitudine secondo il
presente stato delle cose. Ardeva adunque la sedizione nelle città;
e quelle che più tardi tumultuavano, appunto per l’udita delle cose
già avvenute, studiavansi di sorpassare le prime coll’immaginar nuovi
pensieri, o ritrovare artificiosi modi dell’assaltare gli altri, ed
inusitati supplizi. Il consueto significato dei vocaboli a dinotare le
cose lo cambiavano giusta il loro arbitrare: sendochè l’inconsiderata
audacia, amichevole coraggio; il cauto indugio, travisata timidità; la
moderazione, immascherata viltà; la prudenza in checchefosse, assoluta
ignavia nominaronsi. All’incontro poi la forsennata precipitanza si
annestava all’essere di valoroso; la circospezione nel deliberare, bel
pretesto a trarsi d’impaccio reputavasi. Ciascun malcontento sempre
creduto; chi lo contraddicesse, sospetto; accorto, chi riuscisse nelle
sue trame; più astuto, chi sottomano una ne ordisse per accalappiare
il primo; chi provvedesse in modo da non fargli bisogno di ricorrere a
tali cose, era detto un distruttore d’ogni società, un trasecolato dai
nemici. E brevemente, qualunque prevenisse chi mulinava alcun danno o
sobillasse chi neanche vi pensava, erane commendato. I parenti inoltre
erano reputati più stranieri che i compagni[216], stante che questi
erano più prontamente audaci, messo a parte ogni pretesto. Infatti le
combriccole di costoro non erano per giovarsi delle veglianti leggi,
ma per sopraffare altri, mandando in un fascio quelle che vigevano.
La fiducia da aversi scambievolmente non veniva confermata pel rito
religioso, ma per la complicità dei misfatti: le oneste profferte della
fazione contraria non per generosità approvavano, ma quando scorgessero
che coll’addarvisi resterebbero superiori: il ricambiar di vendetta era
avuto in maggior pregio che il non esser di prima offeso. I giuramenti
di riconciliazione, se alcuni ve ne furono, valevano per il momento,
per l’impossibilità di quei che li facevano, i quali d’altronde non
avevano forze: ma all’occasione, chi primo fosse ad usare ardire,
qualor vedesse il nemico inerme più volentieri si vendicava durante
la fiducia di lui, che alla scoperta; sì perchè calcolava così la
propria sicurezza, sì perchè, sgaratolo artatamente, riportava il
vanto di accortezza. Conciossiachè si chiamano più facilmente scaltri
molti scellerati insieme, che semplici i buoni; anzi di questo nome
gli uomini si vergognano, di quello si gloriano. Di tutte queste
sregolatezze era cagione la sete del comando che da ambizione e da
orgoglio procede; dalle quali due pesti trae origine l’ardimento di
quelli che nelle sette si mettono in contrasto. Essendochè nelle città
i capi delle fazioni, gli uni collo specioso pretesto di preferire
la politica uguaglianza popolare, gli altri un discreto reggimento
di pochi, aiutavano in nome la cosa pubblica, ma in fatto facevano
mercato di essa. Il perchè contrastando al postutto di sgarare l’uno
l’altro, osavano e compivano le più orribili cose, aggravando le pene
non secondo la regola della giustizia o il vantaggio della Repubblica,
ma secondo che le determinava il capriccio che entrambi ne avevano.
Non esitavano di empier le loro presenti cupidità, sia col condannare
altrui con ingiusto suffragio, sia col procacciarsi armata mano,
superiorità; di sorte che ambe le fazioni nissun riguardo avevano alla
religione; ma quelli cui accadesse, con ispeziosità di parole di fare
un bel colpo erano i più reputati; dove i cittadini che tenevano la via
mezzana tra ambe le parti venivano nondimeno trucidati, o per non aver
dato mano ad una, o per invidia di vederli fuori del tafferuglio.
83. Così a cagione delle sedizioni prese piede in Grecia ogni maniera
di scelleratezza. La ingenuità (dote principale di un animo nobile)
derisa sparì; all’opposto il ridurre la mente in reciproca gara di
diffidenza di gran lunga prevalse; non più sicuranza di parole, non
più timore di giuramento a terminar queste ruggini: cosicchè trovando
universalmente più forti ragioni a disperare di ritrovar fiducia,
premeditavano piuttosto il modo di non essere offesi, di quello che
potessero indursi a fidarsi di chicchessia. I più imbecilli d’ingegno
d’ordinario scampavano; stante che temendo della propria insufficienza
e dello scaltrimento dei nemici, per non essere sopraffatti dalla loro
facondia, e per non essere i primi condotti nella rete dagli agguindoli
del loro ingegno, mettevansi ad operare alla sventata. Gli altri poi
che reputavano viltà anche il solo farsi a subodorare le trame altrui,
e credevano non esser bisogno di afferrar con mano ciò che potevano
raggiunger con l’accortezza, privi di difesa più di leggeri venivano
oppressi.
84. In Corfù adunque prima che altrove furono commesse la maggior parte
di queste malvagità non solo, ma quante mai un popolo comandato con
orgoglio piuttosto che con moderanza da quei che lo hanno afflitto,
ne può commettere per contraccambio di vendetta; e quante altre mai
contro ogni giustizia sono pronti ad approvare non solo quelli che
bramano distrigarsi dalla consueta miseria, massime se desiosi delle
cose altrui per le calamità in cui trovansi, ma quelli ancora che, non
tanto per cupidigia di soverchiare, quanto specialmente per principio
di uguaglianza, dieno addosso al nemico; e trasportati più del giusto
da trasmodata ira, v’insistano con crudeltà inesorabile. Perturbato in
questo tempo nella città ogni ordine della vita, la natura dell’uomo
inchinevole a delinquere contro le leggi, fatto di esse tutte un
fascio, fu ben paga di mostrarsi inabile a frenar le passioni,
superiore a tutto ciò che sapesse di giustizia, e nemica di chi fosse
da più. Conciofossechè in una situazione politica ove la gelosia di
parte non avesse avuto forze da nuocere, non avrebbono preferito a
quanto v’ha di più sacro la vendetta, nè al rispetto degli altrui
dritti il guadagno. Tanto è vero che le comuni leggi riguardanti questi
punti per le quali a chicchessia, trovandosi oppresso, resterebbe
speranza di salvezza, gli uomini nel bollor della vendetta non guardano
a distruggerle ed abolirle tutte, poniamo anche che alcun di loro venir
possa in tal pericolo da aver bisogno di esse.
85. Tali pertanto furono i rancori con cui prima degli altri si
afflissero scambievolmente i Corfuotti di città. Eurimedonte e gli
ateniesi partirono con la flotta. Appresso, i fuorusciti di Corfù,
dei quali erano scampati intorno cinquecento, occuparono le fortezze
di terra ferma, rimaser padroni delle loro terre di là dal mare,
donde uscivano per depredare quei dell’isola, e vi facevano danni
considerabili; talchè nacque nella città forte carestia. Spedivano
altresì de’ legati a Sparta e a Corinto circa il rimpatriare: ma come
non ottenevano nulla, qualche tempo dopo allestito delle navi e soldati
ausiliari, presso seicento in tutti, tragittarono nell’isola. Arsero
quindi le navi acciò non restasse altra speranza che nell’impadronirsi
del luogo; e saliti sul monte Istone vi si fabbricarono dei forti; e
così padroni della campagna molestavano grandemente quei di città.
86. Sul finire della medesima estate, venuti a guerra i Siracusani
e i Leontini in Sicilia[217], gli Ateniesi vi spedirono venti navi,
capitanate da Lachete di Melanopo, da Careade di Eufileto. Erano in
lega co’ Siracusani, se si eccettuino i Camarinei, tutte le altre
città doriche[218] le quali sin dal primo incominciamento delle
ostilità si erano collegate con gli Spartani, ma non erano concorse
alla guerra con essi. Stavano per i Leontini le città calcidiche e
Camarina[219]. In Italia i Locresi erano co’ Siracusani; coi Leontini
quei di Reggio, perchè del medesimo sangue. Gli alleati adunque de’
Leontini spedirono ad Atene[220], e tra per l’antica alleanza e perchè
discendevano dagli Ioni, inducono gli Ateniesi a dovere inviar loro
navi giacchè erano bloccati da’ Siracusani per mare e per terra. Gli
Ateniesi poi spedirono le navi col pretesto della parentela; ma in
effetto intendevano d’impedire che di là si conducessero i frumenti
nel Peloponneso, e di fare il primo tentativo se fosse possibile di
sottomettersi la Sicilia. Fermatisi dunque a Reggio d’Italia facevano
la guerra insieme co’ loro alleati, e finiva l’estate.
87. Sopravvenendo l’inverno la pestilenza, che sebbene avesse fatto
qualche tregua non era però mai cessata affatto, assalì di nuovo gli
Ateniesi. Questa seconda volta ella durò bene un anno, dove la prima
non meno di due; talchè non vi è disastro che abbia più di questo
oppresso gli Ateniesi e infievolitane la potenza; perocchè nei loro
eserciti mancarono meglio di quattromilaquattrocento soldati di
grave armatura, e trecento di cavalleria. Il numero poi dell’altra
moltitudine non si può rinvenire[221]. Furonvi inoltre frequentissimi
i terremoti sì in Atene che nella Eubea e tra’ Beozii, specialmente ad
Orcomeno.
88. Questo medesimo inverno gli Ateniesi in Sicilia uniti co’ Reggini
andarono con trenta navi contro le così dette isole di Eolo, attesa
l’impossibilità di andarvi ad oste d’estate, per la mancanza delle
acque[222]. Le posseggono i Liparesi che sono coloni degli Gnidi, ma ne
abitano una sola, non grande, chiamata Lipari, dalla quale escono per
coltivare le altre, Didima, Strongila e Iera. La gente di quei luoghi
crede che in Iera eserciti Vulcano l’arte del fabbro, perchè ella si
vede di notte mandar fuori gran fuoco, e di giorno fumo. Giacciono
queste isole in faccia alla costa de’ Siculi e de’ Messinesi, ed erano
nella lega de’ Siracusani. Gli Ateniesi ne corsero la campagna, ma
poichè elle non facevano vista di rendersi, rinavigarono a Reggio; e
finiva l’inverno e l’anno quinto di questa guerra descritta da Tucidide.
89. Al venire dell’estate i Peloponnesi, e i loro alleati, sotto la
condotta di Agide figliolo di Archidamo re degli Spartani, arrivarono
fino all’istmo, risoluti di assaltar l’Attica; ma essendo accaduti
molti terremoti, voltarono indietro, e fu frastornato l’assalto. Quasi
al tempo stesso, a causa dei terremoti che persistevano tra gli Orobii
dell’Eubea, il mare ritirossi da quel punto che allora era terra, e
gonfiatosi con gran fiotto rivenne sopra un quartiere della città, e
parte sommerse, parte lasciò asciutto; che però è adesso mare quel che
prima era terra: talchè morirono tutti quelli che non furono in tempo
a correr su le alture. Medesimamente ad Atalanta, isola appartenente
a’ Locri Opunzii, avvenne altrettale inondazione che rovinò parte
del forte degli Ateniesi, e scassinò una delle due navi che vi erano
tirate a secco. Fuvvi altresì a Pepareto una forte marea ma non fece
allagamento. Parte delle mura ed il Pritaneo con altre poche case
furono sprofondate dal terremoto; il quale è a mio credere di tali
fenomeni la causa; e dove è più violento, ivi rimuove furiosamente
il mare, che in un attimo risospinto indietro produce più violenta
inondazione: caso che senza terremoto credo impossibile che si dia.