53. «Noi certamente, o Lacedemoni, facemmo la dedizione della città

confidando di non dover sostenere cotal giudizio, ma uno più consono

alle leggi, ed accettando di non esser sotto ad altri giudici che

a voi (siccome lo siamo), perchè ciò credevamo il modo più sicuro

ad ottenere equità. Se non che temiamo non sia ora fallito questo

nostro doppio intendimento; perocchè drittamente sospettiamo che si

discuta per noi la causa dell’estremo supplizio, o che voi non siate

per riuscire giudici imparziali. Ce ne dà argomento non solo il non

ci esser proposta querela alla quale dobbiamo contradire (mentre noi

stessi abbiamo domandato la parola), ma ancora quella breve vostra

interrogazione, alla quale risponder vero è nostro danno, risponder

falso porta convincimento di menzogna. Laonde, ridotti in dubbiezza

per ogni lato, siamo astretti, e ci par più sicuro, il non abbandonare

al silenzio il nostro pericolo, avvegnachè, per chi è venuto a tale,

una sola parola non detta potrebbe produrre il rammarico; che se fosse

stata detta, sarebbe stata di sua salvezza. Ma per noi v’è anche di

più la difficoltà di procacciarsi credenza; essendo che, se non ci

conoscessimo scambievolmente, accumulando testimonianze di cui foste

all’oscuro, potremmo cavarne vantaggio: ora però dobbiam parlare

dinanzi a gente di tutto informata. Nè temiamo che voi mal prevenuti

contro il nostro valore, perchè minore del vostro, ci imputiate

ciò a delitto; ma che, mentre volete gratificare ad altrui, noi ci

imbarchiamo in una causa già decisa.

54. «Nondimeno esponendo i nostri giusti titoli di difesa riguardo

alle differenze coi Tebani, come ancora rispetto a voi ed agli altri

Greci, faremo menzione dei servigi nostri per tentar di persuadervi.

Quanto alla breve domanda «se in questa guerra abbiamo fatto alcun

bene ai Lacedemoni ed egli alleati» se ci interrogate come nemici,

rispondiamo, non aver noi oprato ingiustamente contro di voi, se non vi

abbiamo giovato; se come amici, aver voi più presto il torto, che ci

portaste contro le armi. Quanto poi alla pace ed alla guerra col Medo

abbiamo fatto il debito nostro; perchè quella non violammo i primi, a

questa soli noi tra’ Beozii allora concorremmo con voi per la libertà

di Grecia: e benchè gente di terraferma venimmo a naval combattimento

con lui presso Artemisio; e nell’altra battaglia avvenuta sul nostro

suolo ci unimmo a voi ed a Pausania: e se altro pericolo in quei tempi

sovrastò ai Greci, di tutti partecipammo oltre le forze nostre. Ma

per voi stessi, o Lacedemoni, noi spedimmo in aiuto la terza parte di

nostre genti, quando dopo il terremoto, ritiratisi gli Iloti ad Itome,

trovossi Sparta nel massimo sbigottimento: or questi fatti non sono da

porre in dimenticanza.

55. «Tali ci gloriammo d’essere nei tempi andati e nei più grandi

bisogni: e se poi vi divenimmo nemici la colpa è tutta vostra.

Conciossiachè urtati dai Tebani vi richiedemmo alleanza, ma ci

rifiutaste e ci confortaste a volgerci agli Ateniesi perchè vicini,

mentre voi abitavate lontano: pure in questa guerra non avete per

noi sofferto nulla di strano, e non eravate per soffrirlo. Se poi

ai vostri inviti non volemmo staccarci dagli Ateniesi, non però vi

abbiamo ingiuriato; dappoichè essi ci soccorsero, contro i Tebani,

mentre voi ve ne svogliaste. Il perchè non era più onesta cosa tradir

quelli che aveano meritato di noi, e che per le nostre preghiere ci

avevano ricevuto nella lega, ed ascritti alla loro cittadinanza: anzi

richiedeva il decoro che seguissimo prontamente i loro comandamenti.

Ora nelle imprese alle quali entrambi conducete gli alleati, non sono

colpevoli quei che vi seguono, se qualche cosa men che onesta facciate;

ma bensì voi, che gli scorgete ad opere non buone.

56. «Tra le moltiplici ingiurie fatteci dai Tebani la non menoma è

quest’ultima che voi ben sapete, e per cui patiamo questi mali. Avendo

essi occupato la città nostra durante la tregua, e (che maggior cosa è)

nel dì festivo del mese, noi meritamente ci vendicammo per quella legge

universalmente ricevuta, esser dritto respinger chi t’assalga. Nè ora,

in grazia loro, noi saremmo giustamente offesi: perocchè se misurerete

il diritto colla norma dei vantaggi presenti e del loro mal animo verso

noi, voi sembrerete non leali estimatori del giusto, ma più presto

solleciti del pro vostro. Che se adesso credete costoro esservi utili,

bene assai più noi e gli altri Greci lo vi fummo, allorquando eravate

in pericolo maggiore. Infatti voi ora siete il terrore di quelli che

assaltate: all’opposto allora il barbaro voleva imporre a tutti il

giogo della schiavitù, e questi Tebani erano con lui. Ragion dunque

vuole che al fallo d’adesso (se pur v’è ombra di fallo) contrapponiate

la prontezza d’allora, e troverete questa maggiore al paragone di

quello, ed usata in tempi quando era ben raro chi dei Greci opponesse

alcun valore alla potenza di Serse. Erano allora lodati principalmente

non quelli che, per schermirsi dalle invasioni del barbaro, miravano

a procacciarsi la propria sicurezza, ma quelli che affrontavano il

pericolo per le più magnanime imprese. Noi intanto, stati di questi ed

avuti nel primo grado di onoranza, temiamo adesso di andar perduti per

quei medesimi alti sensi; noi che scegliemmo di seguire gli Ateniesi

per giustizia, invece che voi per interesse. Eppure fa di mestieri

mostrare di sentir lo stesso sopra gli stessi oggetti, e null’altro

credere nostro vantaggio se non quello che ci è comune coi bravi

alleati, solo che essi sempre ci sappiano grado del nostro valore, e

resti consolidata per noi l’utilità presente.

57. «Osservate inoltre che dinanzi al maggior numero dei Greci

siete reputati l’esemplare della probità[209]. Che se ingiustamente

giudicherete di noi (nè questo giudizio rimarrà ignoto, perchè voi

che avete nomea dovrete sentenziar noi che non siamo vituperevoli)

badate non disapprovino che intorno a gente dabbene, voi (sebbene anche

migliori) abbiate deliberato qualche cosa che denigri la fama vostra,

e che ai pubblici templi si veggano appese le spoglie tolte a noi

che meritammo di Grecia. Farà raccapriccio che i Lacedemoni abbiano

devastato Platea, e che, laddove i padri vostri pel valore di lei ne

scolpirono il nome sul tripode di Delfo, voi, per compiacere ai Tebani,

l’abbiate con tutti i suoi cittadini cassata dal corpo intero dei

Greci. A tanto di sciagura, perdio! siam venuti, che allora, vincendo

i Medi, saremmo periti; ed ora dinanzi a voi un dì nostri amicissimi,

siamo messi al di sotto dei Tebani: cosicchè due grandissimi cimenti

abbiam sostenuto, uno dianzi di morir di fame se non avessimo reso

la città, l’altro ora d’esser processati di morte. E noi Plateesi,

solleciti sopra le forze nostre per il vantaggio dei Greci, siamo

turpemente da tutti ributtati deserti e tapini: nissuno ci soccorre

degli alleati d’allora; anzi di voi stessi, o Lacedemoni, unica nostra

speranza, temiamo che non stiate saldi per noi.

58. «Ciò non pertanto confidiamo, nè fuori di ragione, che in rispetto

degli Dei testimoni allora dell’alleanza, e in rispetto del valor

nostro a pro dei Greci, voi vi piegherete e muterete pensiero, tuttochè

prevenuti alcun poco per i Tebani: che in cambio chiederete loro

il favore, di non dover voi stessi uccidere quelli cui uccidere si

disdice, acciocchè riscuotiate così un’onesta compiacenza invece che

turpe; ed acciocchè, col gratificare altrui, non siate in contraccambio

notati di perversa viltà. Conciossiachè è cosa leggera il trucidare i

nostri corpi, ma eccede ogni fatica il cancellarne l’infamia; perchè

in noi non punirete drittamente dei nemici, ma dei benevoli che di

necessità vi guerreggiarono. Riflettete prima di tutto che siam venuti

in poter vostro resici spontaneamente e sporgendo a voi le mani (rito

per cui è interdetto ai Greci trucidar chi lo pratichi); e che inoltre

abbiam costantemente meritato di voi: per lo che, francheggiando le

nostre persone, oprerete da giudici religiosi. Volgetevi a mirare

le tombe dei padri vostri, che uccisi dai Medi e sepolti nel nostro

suolo noi pubblicamente ciascun anno onoravamo di vestimenta e d’ogni

maniera di esequie[210]. Per noi le primizie di tutto ciò che le nostre

campagne producono nelle stagioni alterne erano loro offerte, non

solo di buon grado come tratte da terra ad essi cara, ma ancora, come

alleati ai già nostri commilitoni. Del che voi fareste il contrario

non drittamente deliberando. Vedete! Pausania diede lor sepoltura

giudicando depositarli in terra amica e appresso genti medesimamente

amiche: ma se voi ci ucciderete, e di plateese ridurrete tebano il

suolo, che altro farete se non lasciare in terra nemica e presso i loro

uccisori i vostri padri e congiunti privi delle onoranze che or godono?

Senza di che, vi basterà egli il cuore di assoggettar quella terra ove

i Greci conseguirono la libertà? Disertare i templi di quei Numi, cui

invocando, disfecero i Medi? Abolire i patrii sacrifici di coloro che

questi templi stessi fondarono ed inalzarono?

59. «Egli non sarebbe, o Spartani, della gloria vostra l’adoprar

così, nè il deviare dall’osservanza comune tra i Greci e dal rispetto

ai maggiori; nè per soddisfare a straniera nimistà uccider noi che

non vi abbiamo offeso, e che vi abbiamo beneficati. Anzi è richiesto

al decoro di voi perdonare e piegar l’animo ai pensieri di discreta

commiserazione, ponderando non solo l’atrocità dei mali che aremmo a

soffrire, ma di più chi siamo noi che li soffriremmo; e quanto stia

in bilico la sciagura, su chi mai piombar possa, anche immeritamente.

E noi, come conviene allo stato nostro e come necessità ci spinge,

alzando le nostre voci agli Iddii che su i medesimi altari si onorano

dal comune dei Greci, li preghiamo a persuadervi di queste cose,

intanto che vi richiamiamo alla memoria i giuramenti giurati dai

padri vostri. Vi supplichiamo pei sepolcri dei padri, invochiamo i

trapassati per non esser consegnati ai Tebani nostri capitali nemici,

amorevolissimi come siamo verso quei valorosi. Rammentiamo quella

famosa giornata in cui con essi facemmo le più chiare prove, mentre in

questa d’oggi corriamo rischio di soffrire gli estremi mali. Ma sul

finire del nostro discorso (momento indispensabile ed il più doloroso a

chi è in simil frangente, perchè conseguita dappresso il pericolo della

vita) protestiamo che non rendemmo la città ai Tebani, perocchè aremmo

innanzi tolto di morir della morte più turpe, della morte di fame, ma

bene a voi la rendemmo, abbandonandoci alla fede vostra. Se dunque

non vi muovono le nostre ragioni, egli è giusto che ci rimettiate nel

pristino stato, e ci lasciate sceglier quel pericolo che ci incontrerà.

Sieno, o Lacedemoni, le ultime nostre parole queste; che non siamo dati

in balìa dei Tebani, nostri capitalissimi nemici, noi Plateesi già del

bene di Grecia sollecitissimi, noi vostri supplichevoli strappati dalle

mani vostre e dalla vostra fede, ma anzi siateci salvatori: nè sia vero

che mentre tornate in libertà gli altri Greci, vogliate ora perder noi

interamente.»

60. Così parlarono i Plateesi. E i Tebani, temendo che i Lacedemoni

si ammollissero alcun poco per le parole di quelli, si fecero avanti

e dichiararono, che siccome ai Plateesi, fuori della loro opinione,

era stato accordato parlare più a lungo di quel che si richiedesse

per rispondere alla domanda, così essi pure intendevano di essere

ascoltati. Avutane la permissione parlarono così.

61. «Noi non avremmo domandato la parola, se anch’essi

all’interrogazione fatta avessero brevemente risposto; se non si

fossero rivolti a noi per farci accuse; e se non avessero accumulato

di se stessi apologie e lodi fuor di proposito senza che alcuno avesse

lor mossa querela, e sopra cose onde veruno gli avea vituperati. Ora

pertanto tocca a noi di ribatter le prime e confutar le seconde, perchè

essi non si avvantaggino della mala opinione contro di noi, nè della

loro reputazione: e perchè voi possiate decidere udito il vero di

entrambi. Le controversie nostre mossero in principio da questo: che

avendo noi fondato Platea dopo le altre città della Beozia, ed insieme

più altri castelli che ritenevamo, cacciatone l’accogliticcia gentaglia

che li abitava, costoro disdegnavano di star subordinati a noi, secondo

che erasi innanzi convenuto. E perchè noi volemmo astringerveli, essi

soli tra i Beozii trasgredendo ai patrii statuti, si accostarono alla

parte degli Ateniesi, e congiunti con essi ci menarono molti danni, dei

quali furono per noi ricambiati.

62. «Ma poichè il barbaro venne contro la Grecia, dicono essi soli tra

i Beozii non essere stati fautori del Medo, e di ciò principalmente

menano vanto, e noi svillaneggiano. Or noi confessiamo sibbene ch’e’

non furono partigiani del Medo da che nè gli Ateniesi puro lo furono:

ma per egual modo, quando gli Ateniesi andavano contro i Greci, essi

soli tra i Beozii li favoreggiarono. Del resto osservate lo stato di

amendue quando operammo così. La città nostra allora per avventura

non era ordinata a reggimento oligarchico bilanciato dalle leggi,

nè a governo popolare; ma, ciò che è contrario alle leggi stesse,

al buon ordine e vicinissimo al dispotismo, pochi imperiosi magnati

erano al timone dello stato. Costoro, perchè confidavano meglio

confermare la lor privata grandezza, qualora vincesse il Medo,

contenendo forzatamente la moltitudine, lo introdussero in città: ma

l’universalità dei cittadini fece questo senza essere in potere di

sè; e non è giusto che ella venga incolpata di quello in che fallò

nel silenzio delle leggi. Però, dappoichè partì il Medo ed ella

riassunse le proprie leggi; quando in seguito gli Ateniesi si mossero

e si ingegnavano ridursi a devozione il rimanente di Grecia non che

il territorio nostro, di cui, a cagione delle fazioni, già occupavano

gran parte; vuolsi esaminare se combattendoli e vintili a Cheronea noi

liberammo la Beozia, e se ora prontamente ci uniamo a liberare gli

altri, somministrando cavalli e fornimenti d’ogni maniera quanti nissun

altro degli alleati. Queste sono le nostre discolpe in ciò che spetta

al Medo.

63. «Ora poi ci sforzeremo di dimostrare che voi, o Plateesi, avete

maggiormente danneggiato i Greci, e che la gravezza del vostro fallo

è maggior d’ogni pena. Voi (secondo che dite) diveniste alleati e

cittadini degli Ateniesi per vendicarvi di noi: dovevate dunque

condurli contro noi solamente, e non unirvi con loro ad assaltar

gli altri. E bene il potevate fare (ove pur fosse vero che a vostro

malgrado eravate strascinati dagli Ateniesi), atteso che già contro il

Medo era stata fatta la lega di questi Lacedemoni, della quale menate

sì gran vanto. Dessa era certamente bastevole a divertir noi da voi, e

(che grandissima cosa è) a procacciarvi agio di prender tranquillamente

le vostre deliberazioni. Dunque a buon grado e non forzatamente

continovaste a preferire la parte degli Ateniesi. Voi dite, che era

vergogna tradir dei benefattori: ma vergogna e ingiustizia maggiore

era tradir bruttamente i Greci tutti insieme coi quali giuraste,

piuttosto che i soli Ateniesi; dappoichè questi mettevano in ischiavitù

la Grecia, quelli la tornavano in libertà. Nè già avete reso ad essi

in contraccambio un egual benefizio, nè scevro d’infamia: poichè,

a dir vostro, invitaste gli Ateniesi quando eravate gli offesi, ed

avete poi cooperato con loro quando offendevano gli altri. Eppure il

non ricambiar altrui di pari benefizi è vitupero maggiore, che negar

quelli i quali, tuttocchè per ogni dritto dovuti, non vanno immuni,

rendendoli, da nota di malignità.

64. «Bene ne faceste chiari essere allora stati i soli a non

favoreggiare il Medo, non già per riguardo dei Greci, ma solo perchè

non lo favoreggiavano gli Ateniesi. E voi che allora voleste operare

d’accordo con gli Ateniesi ed in contrario dei Greci, presumete adesso

di giovarvi dei Greci, per il valore mostrato a pro degli Ateniesi?

Ma ciò non è giusto; anzi come allora sceglieste gli Ateniesi, così

abbiateli ora a vostri difensori. Nè mettete in campo i comuni

giuramenti quasi che per essi dobbiate ora esser salvi; conciossiachè

vi rinunciaste, e, senza ribrezzo di trasgredirli, vi uniste a

soggettar gli Egineti e alcuni altri che avevano giurato insieme

con voi, in cambio che farvi ad impedirlo: e per giunta ciò faceste

spontaneamente, vigenti pur quelle leggi che tuttora avete, e nullo

astringendovi, siccome fu di noi. Nè per voi è stato accettato l’ultimo

nostro invito (prima che foste attorniati dalle fortificazioni) col

quale vi confortavamo a star tranquilli, e a non aiutare veruna delle

due parti. Chi dunque l’odio di tutti i Greci merita più giustamente

che voi, i quali ostentaste a danno loro il vostro egregio valore?

Voi, i quali avete ora dimostrato che quel po’ di bene che, siccome

dite, allora faceste non era vostro retaggio; che anzi per opposito

quelle cose a cui mirava l’animo vostro sono state redarguite nel vero;

essendochè seguiste le orme degli Ateniesi perchè andavano per la

via ingiusta. Queste sono le dimostrazioni della nostra involontaria

adesione al Medo, e del vostro spontaneo attaccamento agli Ateniesi.

65. «Quanto poi a ciò che concerne l’ultima ingiuria che dite aver

ricevuta (d’essere noi cioè venuti fuori d’ogni legge contro la città

vostra durante la tregua e nel dì festivo del mese), noi facciamo stima

di non aver pure in questo errato più di voi. Conciossiachè se venendo

di propria volontà alla città vostra, avessimo combattuto e guastato da

nemici il territorio, saremmo dalla parte del torto: ma se cittadini

tra voi i più ragguardevoli per ricchezza e nascimento ci invitarono

spontaneamente, intendendo di cessarvi da una straniera alleanza,

e ridurvi agli statuti comuni di tutti i Beozii, in che peccammo

noi? Peccano in vero quei che conducono più presto che quei che li

seguitano. Ma per nostro arbitrare nè dessi nè noi abbiam fallito:

perciocchè essendo cittadini come voi, e cimentando cose maggiori, ci

apersero le loro mura, e ci introdussero in città con animo amichevole

non già nemico. Volevano che i più malvagi tra voi non diventassero

anche peggiori; che i migliori avessero quel che meritavano: e così

facendosi moderatori dei vostri pensieri e salvatori de’ vostri

corpi, non straniare dalla città i cittadini, ridurla anzi come ad

un sol parentaggio, non render veruno nemico a chicchessia, e tutti

comprendere nei patti.

66. «Ed imparate da questo che non operammo inimichevolmente. Noi non

violentammo veruno, ma bandimmo, che qualunque volesse governarsi

secondo le patrie consuetudini di tutti i Beozii si accostasse a noi:

e voi di buon grado aderiste, faceste i patti, e da primo rimaneste

tranquilli. Ma poscia spiato che noi eravam pochi (forse che vi

parve che avessimo fatto cosa troppo ardita entrando in città senza

il consentimento del popolo), non però ci retribuiste di pari modo

coll’astenervi da alcune vie di fatto, e col persuaderci con buone

parole ad uscire; ma a dispetto degli accordi ci assaltaste. Nè tanto

ci duole di quelli che nel conflitto uccideste (attesochè per una tal

legge patirono ciò), ma l’aver trucidato contro ogni dritto quei che

presi vivi vi sporgeano le mani, quando ci avevate promesso che non più

li avreste uccisi, non fu egli cosa da inorridire? E con tutto ciò,

dopo aver commessi in un attimo tre misfatti, cioè violato l’accordo,

morti i nostri dopo il fatto, e mentito della promessa fattaci di non

ucciderli, solo che non guastassimo le vostre campagne; nondimeno

chiamate noi prevaricatori, e presumete non pagare la pena? No perdio!

ove costoro drittamente deliberino: ma di tutte queste scelleratezze

sarete puniti.

67. «Noi pertanto, o Lacedemoni, siamo andati tali cose minutamente

raccontando a riguardo vostro e nostro, acciò conosciate che voi

giustamente li condannerete, e che noi ci siamo per sacrosanto

diritto vendicati anche troppo mollemente. Non vogliate intenerire

udendo delle antiche loro virtù, se alcuna mai ve ne ebbe: debbono

elle patrocinare chi venga ingiustamente oppresso; ma a chi falla

turpemente, duplicargli la pena; perchè contro sua natura ha peccato.

Nè vagliano a loro pro i gemiti e i piagnistei con cui vi rammemorano i

sepolcri dei padri vostri ed il proprio abbandonamento. Conciossiachè

noi all’opposto di loro vi proviamo, più orribili mali aver sofferto la

gioventù nostra da essi trucidata, della quale i padri, parte morirono

a Cheronea mentre conducevano a voi le forze di Beozia; parte, ed erano

questi i più vecchi, lasciati alle deserte case, a miglior dritto vi

supplicano a punir costoro. Meritano piuttosto compassione quelli tra

gli uomini che a torto patiscono; ma quelli cui bene sta siccome ad

essi, meritano per opposito dileggiamento. Quanto al loro presente

abbandono tutto procede da essi: perchè spontaneamente rigettarono i

migliori alleati, trasgredirono a danno nostro i patti senza che noi

gli avessimo per l’innanzi ingiuriati, ma perchè discorrevano delle

cose più per odio che per giustizia: e sono ora condotti a tale che

non possono ricambiarci di adeguata vendetta. Conciossiachè il loro

supplizio sarà in consonanza colle leggi, non già come essi vociferano,

nell’atto di sporgervi le mani di mezzo alla battaglia, ma dopo che

per via d’accordo si sono rimessi a giuridico tribunale. Soccorrete

adunque, o Lacedemoni, agli statuti dei Greci violati da costoro,

e retribuite a noi fuor d’ogni legge offesi un favore rispondente

alla alacrità dei servigi nostri. Cessino gl’Iddii che noi abbiamo

a soffrire una ripulsa dinanzi a voi: ponete ad esempio pei Greci,

che voi sarete per prepor loro gare non di discorsi ma di azioni; le

quali se sieno buone, basta una breve dichiarazione; se difettuose, i

discorsi abbelliti col lenocinio delle parole non sono altro che un

velame che le nasconde. Ma se duci, quali or siete, comprendendo la

somma dei discorsi darete la vostra sentenza, sarà più raro chi cerchi

la venustà delle parole a inorpellare la malvagità dei fatti.»

68. Di tanta forza fu l’arringa de’ Tebani. Ma i giudici lacedemoni

avvisavano che in quella domanda, se durante questa guerra avessero

ricevuto alcun bene dai Mitilenei, — troverebbero il loro vantaggio: sì

perchè avevano in altro tempo fatto loro quella sì speciosa richiesta

di starsene tranquilli, conforme gli accordi stabiliti anticamente con

Pausania dopo la ritirata del Medo; sì perchè anche posteriormente,

prima di cingerli di mura, li avevano confortati ad esser neutrali.

E siccome i Plateesi non vi aderirono, i giudici spartani, per un

giusto sentimento tutto loro proprio, credendosi offesi e non più con

essi in alleanza, li fecero citare ad uno ad uno, domandando loro —

se avessero, nel corso della guerra fatto nulla di bene agli Spartani

e agli alleati —: qualora dicessero di no, li menavano a morte senza

averne eccettuato veruno. De’ Plateesi ne uccisero non meno di dugento;

degli Ateniesi, che vi erano insieme con loro assediati, venticinque; e

fecero schiave le donne. I Tebani poi concessero per circa un anno la

città ad abitare a quei di Megara, che a causa della sedizione ne erano

banditi; ed a quei Plateesi loro partigiani che erano restati vivi.

Ma poi demolironla ed agguagliaronla al suolo, e fabbricarono accanto

al tempio di Giunone un albergo di dugento piedi per ogni lato, che

aveva in giro due ordini di piani, e v’impiegarono i tetti e le imposte

de’ Plateesi. Con le altre suppellettili in bronzo e ferro, che erano

dentro le mura, fabbricarono de’ letti che consacrarono a Giunone, a

cui pure edificarono di pietra un tempio di cento piedi. Pubblicato

poscia il terreno, lo allogarono per dieci anni, ed i Tebani lo

coltivavano. Forse, anzi certamente si erano i Lacedemoni così alienati

dai Plateesi per amor dei Tebani, credendoli utili a sè rispetto alla

guerra, allora allora incominciata. Così finirono le cose de’ Plateesi

l’anno novantesimoterzo da che avevano stretto lega con gli Ateniesi.

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 20 / 35 段