di chi rimette in quistione l’affare dei Mitilenei e vi procura indugi,
i quali sono piuttosto a vantaggio dell’ingiuriatore; dappoichè in
questo modo l’offeso perseguita l’offensore con men caldo sdegno; dove
la vendetta quanto più segue dappresso l’ingiuria, movendo da impeto
eguale, ne prende in riscatto il più severo castigo. Mi maraviglio
inoltre di chiunque sarà per contradirmi, e pretenderà di dichiarare
essere di nostra utilità i torti fattici dai Mitilenei, e ridondare
a danno degli alleati i nostri vantaggi: bene è chiaro che costui, o
affidato alle sue parole, vorrà ingegnarsi di mostrare ad onta mia che
una formale risoluzione non è un decreto, o incitato da guadagno si
sforzerà di sedurvi colla speziosità di elaborato discorso. Intanto
la Repubblica con questi politici certami dà la palma ad altri, e
viene ella stessa in pericolo. Ma la colpa è di voi che guastate di
tali gare la forma; voi che solete sedervi spettatori delle parole e
uditori dei fatti; voi che le cose avvenire risguardate come possibili
ad accadere per i discorsi de’ bei dicitori; e quanto alle passate, più
fidanza ponete non in ciò che vedeste co’ propri occhi vostri, ma in
ciò che udiste per la bocca di coloro che di buon garbo vi rampognano.
Bravissimi a lasciarvi gabbare dalla novità d’un discorso, non a
seguir quello che sia universalmente ricevuto; schiavi sempre dello
straordinario, e disprezzatori del consueto, smaniosi ognuno d’esser
tenuto valente parlatore, se non a segno di gareggiar con chi lo sia,
almeno per non parer d’andar dietro al sentimento d’un altro, anticipar
la lode a chi sia per dire qualche cosa di ingegnoso; prontissimi a
indovinare la mente di chi parla, ma tardi a prevedere le conseguenze;
gente che cercate uno stato di cose opposto, per così dire, a quello
in che viviamo; discernitori mal atti del presente; insomma, schiavi
del diletico dell’orecchio; sembianti a chi segga spettatore di garruli
maestruzzi, più presto che a chi deliberi intorno alla salute della
patria.
39. «Da’ quali trasandamenti sollecito io di distorvi, protesto essere
i Mitilenei rei verso di noi del più atroce misfatto che una sola
città commetter possa. Conciossiachè io so perdonare a popoli che non
potendo patire il vostro impero, o necessitati da’ nemici hanno fatto
ribellione: ma gente che padroni di un’isola afforzata di mura, pei
quali non era da temere de’ nemici nostri, salvo che dalla parte del
mare, per dove erano ben riparati con l’apparecchio di triremi; gente
che, lasciata nella libertà delle proprie leggi, e da noi avuta nel
primo grado di onoranza, è giunta a tale eccesso, che altro ha ella
fatto se non macchinar contro di noi, ed insorgerci contro piuttosto
che ribellarsi (perocchè la ribellione è propria dei popoli angariati),
e cercar la nostra rovina mettendosi dalla parte de’ nostri capitali
nemici? Cosa invero più stupenda di quello che se, avendo forze
bastevoli, ci avessero da se soli mosso contro le armi. Non hanno
servito a loro esempio nè le sciagure di tutti gli altri popoli, che
ribellatisi da noi furono ben sottomessi; nè la presente loro felicità
bastò a svogliarli sì ch’e’ non giugnessero a tanta scelleratezza:
ma fatti arditi rispetto all’avvenire, e sperate cose maggiori di
lor potere e minori dei loro appetiti, hanno intrapreso la guerra,
gloriandosi d’aver preposto al dritto la forza. Però, dappoichè parve
loro che potremmo esser vinti, ci assalirono, senza che gli avessimo
in nulla ingiuriati. Tanto è vero che un’impensata prosperità suol
condurre all’insolenza quelle città su cui ella cada improvvisa;
laddove d’ordinario le felicità che avvengono secondo l’umano discorso
sono più stabili delle straordinarie per gli uomini, i quali sanno
meglio, per così dire, respingere le disgrazie che conservar la
fortuna. Egli facea certamente di mestieri che anche di prima i
Mitilenei non fossero avuti da noi in maggiore onore che gli altri:
così e’ non sarebbono giunti a tanto di arroganza; stante che l’uomo
è naturalmente prono per l’ordinario a dispregiar chi l’osserva, e
riverir chi tiene il suo grado. Sieno adunque ora puniti condegnamente
al loro delitto, nè vogliate attribuir la colpa ai soli fautori
dell’oligarchia ed assolvere la plebe; perocchè tutti ci hanno del pari
assalito, giacchè potevano ora esser rimessi in città se a noi avessero
ricorso, dove stimando più sicuro partito il rischiar co’ pochi, si
unirono alla ribellione. Or ponete mente: se imporrete la medesima pena
tanto a quei che si ribellino forzati dai nemici, quanto agli altri che
ciò facciano di suo capriccio; chi pensate voi non doversi ribellare
col più leggero pretesto, ove riuscendo al suo fine consegua la
libertà, e non riuscendo, nulla soffra di strano? Anzi noi per ciascuna
città dovrem mettere a repentaglio le sostanze e le vite nostre: e
vincendo, ne avremo una città manomessa, sarem privi dell’entrate, che
in seguito ci sarebbono pervenute, e per le quali siamo potenti; e
perdendo, aggiugneremo ai presenti nuovi nemici. Così quel tempo che ci
bisogna per ributtare gli avversari di adesso, dovremo spenderlo nel
guerreggiare i nostri alleati.
40. «Non si vuol dunque dar nuovo appicco ai Mitilenei che, o
coll’eloquenza a cui si affidano, o mediante il denaro, possano
conseguir perdono, quasi che abbiano umanamente fallito; perocchè non
ci hanno offesi involontariamente, ma ad occhi aperti hanno ordite
contro noi le loro trame. Or merita sol perdonanza l’involontario
fallire: però, siccome già la prima volta, sostengo anche adesso a
spada tratta non dover voi mutar d’animo sulle deliberazioni già
prese, nè andare errati per tre cose perniciosissime all’imperio,
compassione, allettamento di parole, lenità. La compassione vuole
usarsi verso chi ti rassomigli col renderla, non verso chi si sia messo
nella necessità d’esserti eternamente nemico: quanto all’allettamento
delle parole, avranno i bei dicitori altre occasioni non men belle
da sperimentarvisi, e non questa, ove la città per picciol diletto
avrebbe a patir grave danno, ed essi trovarsi bene dei loro discorsi.
Lenità, in ultimo, vuole aversi con quelli che all’avvenire sieno
per esserti benevoli, non con quelli che vorranno esser sempre gli
stessi, nè punto rallenteranno di loro nimistà. Però recando in una
le molte parole, dico che seguendo il mio consiglio, adoprerete
giustamente coi Mitilenei ed utilmente per voi; operando altramente,
non vi amicherete costoro, ma condannerete voi stessi. Essendo che,
se a dritto ribellaronsi, voi gli avrete dominati ingiustamente: se
poi, quantunque ingiustamente, pretendete di dominarli, forza è pure
che puniate costoro anche contro ogni dritto, perchè l’utilità vostra
il richiede; o che rinunziate all’impero e meniate, immuni così dai
pericoli, la vita del galantuomo. Vi muova pertanto l’onor vostro
a render loro il contraccambio, per non sembrare (dappoichè avete
scampato il pericolo) meno sensitivi di essi che ci insidiarono,
pensando del modo onde arebbono trattato noi se vincevano, tanto
più che siamo stati preoccupati dalle loro ingiurie. Or coloro che
senza giusto motivo oltraggiano altrui, vi insistono sino all’ultimo
di lui eccidio, risguardando al pericolo che loro si prepara da un
nemico superstite: infatti, chi non ha messo altrui nella necessità
di offenderlo, se egli scampa, diviene contro l’offensore nemico più
feroce di chi abbia eguali titoli di nimicizia. Non vogliate adunque
tradir voi stessi; ma portandovi col pensiero più dappresso che sia
possibile al momento dell’oltraggio, e considerando che avreste tolto
innanzi tutto di soggiogarli, rendete ora ad essi la pariglia senza
punto ammollirvi del loro stato presente; nè dimenticate la sciagura
che testè pendea sui capi vostri. Puniteli siccome meritano; ponete a
chiaro esempio degli altri alleati, che chiunque si ribelli sarà punito
di morte. Se ciò essi intendano, voi vi troverete men di frequente nel
caso di trascurare i nemici, per combattere gli stessi vostri alleati.»
41. Così parlò Cleone: ma dopo lui Diodoto figliolo di Eucrate, che
anche nella precedente adunanza aveva con maggior calore degli altri
contradetto al decreto di uccidere i Mitilenei, fattosi pure allora
avanti tenne questo discorso.
42. «Non io qua vengo per accusar quelli che hanno proposto di
nuovamente deliberare intorno ai Mitilenei, nè per lodar quelli i quali
biasimano che più volte si discuta intorno ad oggetti rilevantissimi:
ma stimo che due cose sieno contrarissime ad un retto giudizio, la
prestezza e la collera. Quella suol andar di pari colla stoltezza;
questa con immoderata loquacità e pochezza di riflessione: e chiunque
contende non essere i discorsi gli insegnatori degli affari, o delira o
vi ha qualche suo privato interesse. Delira, se crede esser possibile
in altro modo che colle parole diciferare l’avvenire e ciò che è
oscuro: vi ha interesse, se volendo persuadere qualche cosa di turpe,
crede di non poter parlare bellamente su ciò che onesto non è, ma bensì
di atterrire con bei rabbuffi chi sia per contrariarlo, e l’udienza
intera. Coloro poi che per ostentare la propria eloquenza accusano
anche di vil guadagno chi monta la ringhiera, sono i più perniciosi
ed i più tristi: essendochè, se accusassero solo di incapacità,
l’accusato, non prevalendo, partirebbe notato di poca accortezza,
piuttosto che di malignità: ma agiungendovisi la taccia di nequitoso,
se riesce a persuadere, resta sempre sospetto; se non riesce, se ne va
colla nota di dappocaggine e di malvagità. La Repubblica intanto nulla
profitta in mezzo ai maneggi di costoro, per timore dei quali resta
ella priva di utili consiglieri; dove se avesse tali cittadini sforniti
di eloquenza, dirizzerebbe a buon fine la maggior parte degli affari,
avvegnachè il popolo ben di rado sarebbe indotto in errore. Or siccome
deve un buon cittadino, non coll’intimorire chi sia per contradirlo;
ma col tenersi entro ai termini della perfetta egualità, mostrare la
miglioranza de’ suoi ragionamenti; così è richiesto ad una saggia
repubblica non aggiugnere nuovi onori a chi generalmente la consigli
bene, ma neanche diminuirglieli: e non che punire l’oratore la cui
sentenza non prevalga, non deve pure abbassarne la reputazione. Così
l’oratore che vince non parlerà, per verun modo, cose che egli stesso
non approva, col fine di crescere il suo stato e cattar benevolenza;
e colui che non ottiene il vanto, non si studierà di conciliarsi
anch’esso l’animo della moltitudine, col compiacerla di qualche cosa.
43. «Ma noi adoperiamo tutto all’opposto: anzi, di più, se v’è alcuno
che, quantunque avuto in sospetto di venale, dia ottimi consigli
alla Repubblica, noi non pertanto per quel mal fondato sospetto lo
prendiamo in avversione, e defraudiamo la Repubblica dei più evidenti
vantaggi. E però s’è ridotto in usanza che i buoni consigli non
artatamente proposti sono avuti a sospetto non meno dei perniciosi:
di che è costretto ad adoprar la frode chi voglia per cattivarsi
il popolo persuadere le più funeste stranezze, non meno che di
ricorrere all’artifizio, per acquistar credenza, chi fa le più utili
proposizioni. Frattanto con tali circonspezioni questa è la sola città
ove sia impossibile far del bene alla scoperta, senza premettere
l’inganno. Se vi ha chi offra palesemente un bene, ne è ricambiato col
sospetto, quasi che egli abbia qualche segreto vantaggio. Nonostante
però tale opinione che si ha di noi oratori, trattandosi di affari
del più gran rilievo, conviene che noi ve ne parliamo, prevedendo più
lontano di voi che a breve distanza risguardate; tanto più che i nostri
consigli vanno soggetti a rendimento di conti, mentre voi non temete
sindacato del modo onde ci ascoltate. Che se il consigliatore e quello
che gli va dietro fossero sottoposti alla medesima pena, voi andreste
più ritenuti nei vostri giudizi: laddove ora, se per capriccioso
talento vi venga fatto di commettere qualche sbaglio, dannate sola
la mente di chi vi consigliò, non le vostre, sebbene in gran numero
concorse nell’errore.
44. «Ma io non son qua per contradire o accusar chicchessia riguardo
ai Mitilenei: non si contende adesso, se abbiasi senno, della gravezza
del loro delitto; ma del come sia prudente la nostra determinazione.
In fatti, pognamo che io li dimostrassi al tutto rei, non è per
conseguente che io vi consigli ad ucciderli, se ciò non torna a
nostro vantaggio: nè, s’ei meritino perdonanza, che l’ottengano da
voi, ove ciò non si mostri di utilità alla patria. Credo poi che la
nostra deliberazione riguardi più all’avvenire che al presente: e sul
punto ove principalmente insiste Cleone, che a troncar le ribellioni
avvenire sarà utile annestarvi la pena di morte, valendomi anch’io in
opposizione a lui, di quello che pel tempo futuro può tornarci bene,
sento contrariamente. E vi farei torto a credere che, per l’apparente
forza del suo discorso, vogliate rigettare l’utilità del mio; essendo
che il suo ragionare, che a’ termini di severa giustizia più si
accomoda col vostro risentimento contro i Mitilenei, potrebbe forse
sedurvi. Ma non siamo adesso in tribunale con loro, da aver bisogno dei
principii di rigoroso dritto; anzi discutiamo riguardo a noi in qual
modo essi possano in seguito esserci utili.
45. «Pertanto, è nelle diverse repubbliche statuita la pena di morte
per assai delitti, non solo di eguale ma anche di minor gravezza che
questo: nondimeno gli uomini, incitati dalla speranza, vi si attentano;
e niuno mai si condusse al misfatto disperando di dover sopravvivere al
suo conato. Conciossiachè, qual città in ribellandosi si è mai mossa a
ciò fare giudicando insufficienti gli apparecchiamenti o suoi o degli
alleati? Ed è proprio naturalmente di tutti, e privati e repubbliche,
il fallire: nè v’è legge che valga a ritenerli: avvegnachè abbiano
gli uomini trascorso per tutti i gradi di pene sempre aumentando, se
pur modo vi fosse d’esser meno offesi dai malfattori. E pare che in
antico le pene fossero più miti anche pei più enormi delitti: ma col
tempo, venendo trasgredite, si sono estese sino a quella di morte; e
pur questa ancora si trasgredisce. O bisogna dunque inventar supplizio
più terribile di questa, o convenire che neppur essa è di verun freno;
dappoichè, la povertà, che colle sue strettezze inspira ardimento, la
potenza che coll’insolenza e coll’orgoglio mena alla soverchieria,
e gli altri stati mezzani, giusta le cupidità degli uomini, secondo
che ciascuno è da qualche più forte e incurabil passione dominato,
strascinano nei pericoli. Soprattutto poi la speranza e il desiderio;
questo precede, quella conseguita; questo immagina il modo di fare il
colpo, quella suggerisce la facilità di felice riuscimento: ond’è che
sono la causa potissima dei mali nostri; e benchè sieno invisibili
prevalgono sopra le pene che sono visibili. Oltre a ciò la fortuna
stessa non meno concorre a dar la pinta: perciocchè venendoci talvolta
inaspettata al fianco, ella spinge al cimento chicchessia, anche con
minori forze, e principalmente le città, in quanto sono più importanti
le cose che ambiscono, libertà, voglio dire, ed impero su gli altri; e
in quanto che ciascun cittadino riunito col rimanente, più di se stesso
inconsideratamente presume. E brevemente, egli è cosa impossibile e
argomento di grosso ingegno il credere, che quando la umana natura è
trasportata con impeto a commetter qualche cosa, il rigor delle leggi
od altro spauracchio valga a distornela.
46. «Non dobbiamo adunque, fidandoci alla pena di morte come a sicuro
mallevadore, prendere una cattiva risoluzione; nè mettere in disperanza
i ribelli, come se non vi sia per esser luogo a pentimento che quasi in
sull’istante cancelli il loro fallo. Perocchè osservate che nel caso
mio una città anche ribellata, se conosca di non poter prevalere, verrà
a’ patti in istato tuttora da rifarci le spese, e da pagare il tributo
all’avvenire: ma nell’altro caso, qual città pensate voi che non
volesse rinforzare i suoi presenti apparecchi, e durar sino all’ultimo
nell’assedio, ove importi lo stesso il presto o tardi comporsi? E
come non sarebbe egli allora nostro danno (attesa l’impossibilità
d’accordarsi) lo spendere rimanendo all’assedio, conseguire deserta
quella città che espugnassimo, e così rimaner privi della rendita che
in seguito ci sarebbe pervenuta, e dove consiste il nerbo delle nostre
forze contro i nemici? Cosicchè non dobbiamo esser giudici esatti dei
delinquenti a danno nostro, più presto che vedere come, castigandoli
moderatamente, possiamo in avvenire servirci di quelle città potenti
per copia di denaro; e però brigarci di tenerle guardate non colla
severità delle leggi, ma colla sopravvegghianza delle loro azioni.
Noi però adopriamo tutto il contrario; avvegnachè, se soggioghiamo
un popolo libero e dominato per forza, il quale siasi ribellato per
ricuperare (come è naturale) la propria independenza, reputiamo che
convenga punirlo atrocemente: mentre vuolsi non severamente punire
gente libera quando siasi già ribellata, ma severamente guardarla
innanzi che si ribelli, e prevenirla, in modo che ciò non pur le venga
in pensiero; e ridotta che l’abbiamo in poter nostro, imputarglielo a
colpa il men possibile.
47. «Ma anche per quest’altro riguardo, osservate qual grave errore
commettereste aderendo a Cleone. Ora in tutte le città il popolo è a
voi benevolo, e, o non si unisce cogli oligarchici alla ribellione,
o se vi è astretto, alla prima occasione divien nemico di quelli che
ve lo abbiano indotto: di sorte che, se vi si ribelli una città, voi
le andate contro avendo amica la plebe; all’opposto, se truciderete
il popolo dei Mitilenei che non participò della ribellione, e che
avute appena le armi vi si rese spontaneamente la città, primieramente
oprerete ingiustamente uccidendo i vostri stessi benefattori, quindi
procaccerete ai nobili ciò a cui principalmente mirano. Imperciocchè,
in ribellando essi le città, avranno seco legato il popolo, appunto
per aver voi premostrato esser destinata una medesima pena pe’ rei
egualmente e pe’ non rei. Il perchè, poniamo i Mitilenei ci avessero
offeso, conviene dissimulare, perchè que’ soli che ora ci restano
amici non ci si facciano nemici. Credo poi molto più conducevole al
ritenimento dell’impero, soffrire in pace qualche ingiuria, di quello
che, stando ai termini di rigoroso diritto, uccider quelli che il
nostro vantaggio non consente: nè si trova possibile, come pretende
Cleone, che giustizia e utilità della vendetta, in questo medesimo
caso, vadano insieme.
48. «Voi dunque conoscendo esser questo il miglior partito, senza
accordar più del giusto alla compassione od alla lenità (dalle quali
cose nè io pure consento che vi lasciate trasportare) seguite il
mio consiglio, per le propostevi considerazioni, di far maturamente
il processo di quei Mitilenei spediti qua da Pachete come rei, e di
lasciare stare gli altri alle proprie case. Queste sono le maniere che
formeranno in avvenire, e già formano anche adesso, lo spavento dei
nemici: conciossiachè chiunque segue ottimi consigli è più potente
dirimpetto a’ nemici, di chi inconsideratamente gli assalga colla
prepotenza dei fatti».
49. Così parlò Diodoto. Queste due opinioni contrarie l’una l’altra
essendo state esposte col massimo contrappeso di ragioni, entrarono
gli Ateniesi a discutere quale fosse da preferire; e venuti al
rendimento dei voti furono presso che alla pari, ma vinse il parer di
Diodoto. Spedirono immantinente con gran premura un’altra trireme a
Mitilene, per non trovar distrutta la città, se questa seconda non vi
arrivasse innanzi alla prima che l’avea preceduta d’un giorno intero
e di una notte; ed avendola i mandatari di Mitilene provvista di vino
e di biscotto, con grandi promesse a’ marinari se arrivassero prima
dell’altra, fu sì accelerata la voga, che senza abbandonare il remo,
mangiavano il biscotto inzuppato nel vino e nell’olio, ed alcuni
spartitamente prendevano sonno, altri remigavano. E per fortuna, non
avendo avuto alcun vento contrario, e la prima trireme destinata ad
uno strano affare navigando lentamente, mentre questa si avacciava
così; arrivò in tempo che appunto Pachete aveva letto il decreto, ed
era in procinto di eseguir la sentenza. Ma questa seconda approda
immediatamente dopo quella, e lo ritenne dal fare la strage. A tanto di
pericolo vennero i Mitilenei.
50. Agli altri però mandati da Pachete in Atene come colpevolissimi
della ribellione diedero gli Ateniesi la morte secondo il parere di
Cleone: ed erano poco più di mille[205]. Demolirono altresì le mura di
Mitilene, e ricevettero la consegnazione delle navi: quindi, invece di
imporre tributo ai Lesbii, ne divisero in tremila parti il territorio
(eccetto quello dei Metimnei) e ne scelsero trecento da consacrarsi
agli Dei[206]: al possedimento delle altre mandarono quei de’ loro
cittadini, a’ quali erano toccate in sorte. Ma gli abitanti di Lesbo si
tassarono di pagare ad essi ogni anno per ciascuna parte due mine[207],
e coltivarono da sè il terreno. Ebbero gli Ateniesi per dedizione anche
i castelli sulla terraferma de’ quali eran padroni i Mitilenei, che di
poi furono obbedienti ad Atene. Così passarono le cose di Lesbo.
51. Nella medesima estate, dopo la presa di Lesbo, gli Ateniesi
condotti da Nicia figliolo di Nicerato portaron la guerra a Minoa,
isola situata di faccia a Megara, ove i Megaresi avevano fabbricata una
torre che serviva loro di fortezza. Intendeva Nicia che gli Ateniesi
avessero quivi un presidio in osservazione meno lontano che da Budoro
e da Salamina; che i Peloponnesi non potessero da quel luogo correre,
come prima[208], furtivamente il mare collo spedir fuori triremi e
corsari; e che nulla si potesse introdurre a’ Megaresi dalla parte di
mare. Adunque prima di tutto espugnò con macchine due torri in sul mare
che sporgeano in fuori da Nisea, e rese libero alle sue navi il corso
tra Nisea e l’isola. Intanto edificava un riparo di mura dalla parte di
terraferma, per dove mediante un ponte attraverso il pantano recavasi
soccorso all’isola stessa che ne è poco distante. Ultimato in pochi
giorni questo lavoro, fabbricò anche poi nell’interno dell’isola un
forte per lasciarvi presidio, e partì con l’armata.
52. Circa il tempo stesso di questa estate i Plateesi, che non avevano
più vettovaglia nè forze da sostenere l’assedio, capitolarono co’
Peloponnesi. La cosa andò in questo modo. Avevano i Peloponnesi
dato l’assalto alle mura, e quei di dentro non erano in istato di
far fronte. Ma il generale spartano, tuttochè informato della loro
debolezza, non voleva espugnar la città a viva forza, che tale era
l’ordine di Sparta; perchè se mai restasse conclusa la tregua con gli
Ateniesi, ed ambe le parti convenissero di restituire tutti i luoghi
acquistati con l’armi, Platea non fosse di quelle da restituirsi,
essendosi resa spontaneamente. Spedisce dunque un araldo a proporre
loro, se volessero spontaneamente consegnare la città agli Spartani
ed accettarli per giudici; protestando che punirebbero i rei, ma
nissuno però senza giuridico processo. Tale fu la proposizione
dell’ambasciatore: ed essi, perocchè erano all’estremo, consegnarono
la città. I Peloponnesi somministrarono vettovaglia a’ Plateesi per
alcuni giorni, finchè arrivarono da Sparta cinque giudici, alla venuta
dei quali non fu proposto alcun capo di accusa; ma citati i Plateesi
fecero loro soltanto questa domanda: «Se da che era incominciata la
guerra avesser reso qualche servigio ai Lacedemoni e loro alleati.»
Rispondevano essi, domandando licenza di poter parlare alquanto
lungamente, e produssero a loro nome Astimaco figliolo di Asopolao,
e Lacone di Aimnesto pubblico ospite di Sparta, i quali presentatisi
parlarono così: