38. «Io pertanto sono sempre della medesima sentenza, e mi maraviglio

di chi rimette in quistione l’affare dei Mitilenei e vi procura indugi,

i quali sono piuttosto a vantaggio dell’ingiuriatore; dappoichè in

questo modo l’offeso perseguita l’offensore con men caldo sdegno; dove

la vendetta quanto più segue dappresso l’ingiuria, movendo da impeto

eguale, ne prende in riscatto il più severo castigo. Mi maraviglio

inoltre di chiunque sarà per contradirmi, e pretenderà di dichiarare

essere di nostra utilità i torti fattici dai Mitilenei, e ridondare

a danno degli alleati i nostri vantaggi: bene è chiaro che costui, o

affidato alle sue parole, vorrà ingegnarsi di mostrare ad onta mia che

una formale risoluzione non è un decreto, o incitato da guadagno si

sforzerà di sedurvi colla speziosità di elaborato discorso. Intanto

la Repubblica con questi politici certami dà la palma ad altri, e

viene ella stessa in pericolo. Ma la colpa è di voi che guastate di

tali gare la forma; voi che solete sedervi spettatori delle parole e

uditori dei fatti; voi che le cose avvenire risguardate come possibili

ad accadere per i discorsi de’ bei dicitori; e quanto alle passate, più

fidanza ponete non in ciò che vedeste co’ propri occhi vostri, ma in

ciò che udiste per la bocca di coloro che di buon garbo vi rampognano.

Bravissimi a lasciarvi gabbare dalla novità d’un discorso, non a

seguir quello che sia universalmente ricevuto; schiavi sempre dello

straordinario, e disprezzatori del consueto, smaniosi ognuno d’esser

tenuto valente parlatore, se non a segno di gareggiar con chi lo sia,

almeno per non parer d’andar dietro al sentimento d’un altro, anticipar

la lode a chi sia per dire qualche cosa di ingegnoso; prontissimi a

indovinare la mente di chi parla, ma tardi a prevedere le conseguenze;

gente che cercate uno stato di cose opposto, per così dire, a quello

in che viviamo; discernitori mal atti del presente; insomma, schiavi

del diletico dell’orecchio; sembianti a chi segga spettatore di garruli

maestruzzi, più presto che a chi deliberi intorno alla salute della

patria.

39. «Da’ quali trasandamenti sollecito io di distorvi, protesto essere

i Mitilenei rei verso di noi del più atroce misfatto che una sola

città commetter possa. Conciossiachè io so perdonare a popoli che non

potendo patire il vostro impero, o necessitati da’ nemici hanno fatto

ribellione: ma gente che padroni di un’isola afforzata di mura, pei

quali non era da temere de’ nemici nostri, salvo che dalla parte del

mare, per dove erano ben riparati con l’apparecchio di triremi; gente

che, lasciata nella libertà delle proprie leggi, e da noi avuta nel

primo grado di onoranza, è giunta a tale eccesso, che altro ha ella

fatto se non macchinar contro di noi, ed insorgerci contro piuttosto

che ribellarsi (perocchè la ribellione è propria dei popoli angariati),

e cercar la nostra rovina mettendosi dalla parte de’ nostri capitali

nemici? Cosa invero più stupenda di quello che se, avendo forze

bastevoli, ci avessero da se soli mosso contro le armi. Non hanno

servito a loro esempio nè le sciagure di tutti gli altri popoli, che

ribellatisi da noi furono ben sottomessi; nè la presente loro felicità

bastò a svogliarli sì ch’e’ non giugnessero a tanta scelleratezza:

ma fatti arditi rispetto all’avvenire, e sperate cose maggiori di

lor potere e minori dei loro appetiti, hanno intrapreso la guerra,

gloriandosi d’aver preposto al dritto la forza. Però, dappoichè parve

loro che potremmo esser vinti, ci assalirono, senza che gli avessimo

in nulla ingiuriati. Tanto è vero che un’impensata prosperità suol

condurre all’insolenza quelle città su cui ella cada improvvisa;

laddove d’ordinario le felicità che avvengono secondo l’umano discorso

sono più stabili delle straordinarie per gli uomini, i quali sanno

meglio, per così dire, respingere le disgrazie che conservar la

fortuna. Egli facea certamente di mestieri che anche di prima i

Mitilenei non fossero avuti da noi in maggiore onore che gli altri:

così e’ non sarebbono giunti a tanto di arroganza; stante che l’uomo

è naturalmente prono per l’ordinario a dispregiar chi l’osserva, e

riverir chi tiene il suo grado. Sieno adunque ora puniti condegnamente

al loro delitto, nè vogliate attribuir la colpa ai soli fautori

dell’oligarchia ed assolvere la plebe; perocchè tutti ci hanno del pari

assalito, giacchè potevano ora esser rimessi in città se a noi avessero

ricorso, dove stimando più sicuro partito il rischiar co’ pochi, si

unirono alla ribellione. Or ponete mente: se imporrete la medesima pena

tanto a quei che si ribellino forzati dai nemici, quanto agli altri che

ciò facciano di suo capriccio; chi pensate voi non doversi ribellare

col più leggero pretesto, ove riuscendo al suo fine consegua la

libertà, e non riuscendo, nulla soffra di strano? Anzi noi per ciascuna

città dovrem mettere a repentaglio le sostanze e le vite nostre: e

vincendo, ne avremo una città manomessa, sarem privi dell’entrate, che

in seguito ci sarebbono pervenute, e per le quali siamo potenti; e

perdendo, aggiugneremo ai presenti nuovi nemici. Così quel tempo che ci

bisogna per ributtare gli avversari di adesso, dovremo spenderlo nel

guerreggiare i nostri alleati.

40. «Non si vuol dunque dar nuovo appicco ai Mitilenei che, o

coll’eloquenza a cui si affidano, o mediante il denaro, possano

conseguir perdono, quasi che abbiano umanamente fallito; perocchè non

ci hanno offesi involontariamente, ma ad occhi aperti hanno ordite

contro noi le loro trame. Or merita sol perdonanza l’involontario

fallire: però, siccome già la prima volta, sostengo anche adesso a

spada tratta non dover voi mutar d’animo sulle deliberazioni già

prese, nè andare errati per tre cose perniciosissime all’imperio,

compassione, allettamento di parole, lenità. La compassione vuole

usarsi verso chi ti rassomigli col renderla, non verso chi si sia messo

nella necessità d’esserti eternamente nemico: quanto all’allettamento

delle parole, avranno i bei dicitori altre occasioni non men belle

da sperimentarvisi, e non questa, ove la città per picciol diletto

avrebbe a patir grave danno, ed essi trovarsi bene dei loro discorsi.

Lenità, in ultimo, vuole aversi con quelli che all’avvenire sieno

per esserti benevoli, non con quelli che vorranno esser sempre gli

stessi, nè punto rallenteranno di loro nimistà. Però recando in una

le molte parole, dico che seguendo il mio consiglio, adoprerete

giustamente coi Mitilenei ed utilmente per voi; operando altramente,

non vi amicherete costoro, ma condannerete voi stessi. Essendo che,

se a dritto ribellaronsi, voi gli avrete dominati ingiustamente: se

poi, quantunque ingiustamente, pretendete di dominarli, forza è pure

che puniate costoro anche contro ogni dritto, perchè l’utilità vostra

il richiede; o che rinunziate all’impero e meniate, immuni così dai

pericoli, la vita del galantuomo. Vi muova pertanto l’onor vostro

a render loro il contraccambio, per non sembrare (dappoichè avete

scampato il pericolo) meno sensitivi di essi che ci insidiarono,

pensando del modo onde arebbono trattato noi se vincevano, tanto

più che siamo stati preoccupati dalle loro ingiurie. Or coloro che

senza giusto motivo oltraggiano altrui, vi insistono sino all’ultimo

di lui eccidio, risguardando al pericolo che loro si prepara da un

nemico superstite: infatti, chi non ha messo altrui nella necessità

di offenderlo, se egli scampa, diviene contro l’offensore nemico più

feroce di chi abbia eguali titoli di nimicizia. Non vogliate adunque

tradir voi stessi; ma portandovi col pensiero più dappresso che sia

possibile al momento dell’oltraggio, e considerando che avreste tolto

innanzi tutto di soggiogarli, rendete ora ad essi la pariglia senza

punto ammollirvi del loro stato presente; nè dimenticate la sciagura

che testè pendea sui capi vostri. Puniteli siccome meritano; ponete a

chiaro esempio degli altri alleati, che chiunque si ribelli sarà punito

di morte. Se ciò essi intendano, voi vi troverete men di frequente nel

caso di trascurare i nemici, per combattere gli stessi vostri alleati.»

41. Così parlò Cleone: ma dopo lui Diodoto figliolo di Eucrate, che

anche nella precedente adunanza aveva con maggior calore degli altri

contradetto al decreto di uccidere i Mitilenei, fattosi pure allora

avanti tenne questo discorso.

42. «Non io qua vengo per accusar quelli che hanno proposto di

nuovamente deliberare intorno ai Mitilenei, nè per lodar quelli i quali

biasimano che più volte si discuta intorno ad oggetti rilevantissimi:

ma stimo che due cose sieno contrarissime ad un retto giudizio, la

prestezza e la collera. Quella suol andar di pari colla stoltezza;

questa con immoderata loquacità e pochezza di riflessione: e chiunque

contende non essere i discorsi gli insegnatori degli affari, o delira o

vi ha qualche suo privato interesse. Delira, se crede esser possibile

in altro modo che colle parole diciferare l’avvenire e ciò che è

oscuro: vi ha interesse, se volendo persuadere qualche cosa di turpe,

crede di non poter parlare bellamente su ciò che onesto non è, ma bensì

di atterrire con bei rabbuffi chi sia per contrariarlo, e l’udienza

intera. Coloro poi che per ostentare la propria eloquenza accusano

anche di vil guadagno chi monta la ringhiera, sono i più perniciosi

ed i più tristi: essendochè, se accusassero solo di incapacità,

l’accusato, non prevalendo, partirebbe notato di poca accortezza,

piuttosto che di malignità: ma agiungendovisi la taccia di nequitoso,

se riesce a persuadere, resta sempre sospetto; se non riesce, se ne va

colla nota di dappocaggine e di malvagità. La Repubblica intanto nulla

profitta in mezzo ai maneggi di costoro, per timore dei quali resta

ella priva di utili consiglieri; dove se avesse tali cittadini sforniti

di eloquenza, dirizzerebbe a buon fine la maggior parte degli affari,

avvegnachè il popolo ben di rado sarebbe indotto in errore. Or siccome

deve un buon cittadino, non coll’intimorire chi sia per contradirlo;

ma col tenersi entro ai termini della perfetta egualità, mostrare la

miglioranza de’ suoi ragionamenti; così è richiesto ad una saggia

repubblica non aggiugnere nuovi onori a chi generalmente la consigli

bene, ma neanche diminuirglieli: e non che punire l’oratore la cui

sentenza non prevalga, non deve pure abbassarne la reputazione. Così

l’oratore che vince non parlerà, per verun modo, cose che egli stesso

non approva, col fine di crescere il suo stato e cattar benevolenza;

e colui che non ottiene il vanto, non si studierà di conciliarsi

anch’esso l’animo della moltitudine, col compiacerla di qualche cosa.

43. «Ma noi adoperiamo tutto all’opposto: anzi, di più, se v’è alcuno

che, quantunque avuto in sospetto di venale, dia ottimi consigli

alla Repubblica, noi non pertanto per quel mal fondato sospetto lo

prendiamo in avversione, e defraudiamo la Repubblica dei più evidenti

vantaggi. E però s’è ridotto in usanza che i buoni consigli non

artatamente proposti sono avuti a sospetto non meno dei perniciosi:

di che è costretto ad adoprar la frode chi voglia per cattivarsi

il popolo persuadere le più funeste stranezze, non meno che di

ricorrere all’artifizio, per acquistar credenza, chi fa le più utili

proposizioni. Frattanto con tali circonspezioni questa è la sola città

ove sia impossibile far del bene alla scoperta, senza premettere

l’inganno. Se vi ha chi offra palesemente un bene, ne è ricambiato col

sospetto, quasi che egli abbia qualche segreto vantaggio. Nonostante

però tale opinione che si ha di noi oratori, trattandosi di affari

del più gran rilievo, conviene che noi ve ne parliamo, prevedendo più

lontano di voi che a breve distanza risguardate; tanto più che i nostri

consigli vanno soggetti a rendimento di conti, mentre voi non temete

sindacato del modo onde ci ascoltate. Che se il consigliatore e quello

che gli va dietro fossero sottoposti alla medesima pena, voi andreste

più ritenuti nei vostri giudizi: laddove ora, se per capriccioso

talento vi venga fatto di commettere qualche sbaglio, dannate sola

la mente di chi vi consigliò, non le vostre, sebbene in gran numero

concorse nell’errore.

44. «Ma io non son qua per contradire o accusar chicchessia riguardo

ai Mitilenei: non si contende adesso, se abbiasi senno, della gravezza

del loro delitto; ma del come sia prudente la nostra determinazione.

In fatti, pognamo che io li dimostrassi al tutto rei, non è per

conseguente che io vi consigli ad ucciderli, se ciò non torna a

nostro vantaggio: nè, s’ei meritino perdonanza, che l’ottengano da

voi, ove ciò non si mostri di utilità alla patria. Credo poi che la

nostra deliberazione riguardi più all’avvenire che al presente: e sul

punto ove principalmente insiste Cleone, che a troncar le ribellioni

avvenire sarà utile annestarvi la pena di morte, valendomi anch’io in

opposizione a lui, di quello che pel tempo futuro può tornarci bene,

sento contrariamente. E vi farei torto a credere che, per l’apparente

forza del suo discorso, vogliate rigettare l’utilità del mio; essendo

che il suo ragionare, che a’ termini di severa giustizia più si

accomoda col vostro risentimento contro i Mitilenei, potrebbe forse

sedurvi. Ma non siamo adesso in tribunale con loro, da aver bisogno dei

principii di rigoroso dritto; anzi discutiamo riguardo a noi in qual

modo essi possano in seguito esserci utili.

45. «Pertanto, è nelle diverse repubbliche statuita la pena di morte

per assai delitti, non solo di eguale ma anche di minor gravezza che

questo: nondimeno gli uomini, incitati dalla speranza, vi si attentano;

e niuno mai si condusse al misfatto disperando di dover sopravvivere al

suo conato. Conciossiachè, qual città in ribellandosi si è mai mossa a

ciò fare giudicando insufficienti gli apparecchiamenti o suoi o degli

alleati? Ed è proprio naturalmente di tutti, e privati e repubbliche,

il fallire: nè v’è legge che valga a ritenerli: avvegnachè abbiano

gli uomini trascorso per tutti i gradi di pene sempre aumentando, se

pur modo vi fosse d’esser meno offesi dai malfattori. E pare che in

antico le pene fossero più miti anche pei più enormi delitti: ma col

tempo, venendo trasgredite, si sono estese sino a quella di morte; e

pur questa ancora si trasgredisce. O bisogna dunque inventar supplizio

più terribile di questa, o convenire che neppur essa è di verun freno;

dappoichè, la povertà, che colle sue strettezze inspira ardimento, la

potenza che coll’insolenza e coll’orgoglio mena alla soverchieria,

e gli altri stati mezzani, giusta le cupidità degli uomini, secondo

che ciascuno è da qualche più forte e incurabil passione dominato,

strascinano nei pericoli. Soprattutto poi la speranza e il desiderio;

questo precede, quella conseguita; questo immagina il modo di fare il

colpo, quella suggerisce la facilità di felice riuscimento: ond’è che

sono la causa potissima dei mali nostri; e benchè sieno invisibili

prevalgono sopra le pene che sono visibili. Oltre a ciò la fortuna

stessa non meno concorre a dar la pinta: perciocchè venendoci talvolta

inaspettata al fianco, ella spinge al cimento chicchessia, anche con

minori forze, e principalmente le città, in quanto sono più importanti

le cose che ambiscono, libertà, voglio dire, ed impero su gli altri; e

in quanto che ciascun cittadino riunito col rimanente, più di se stesso

inconsideratamente presume. E brevemente, egli è cosa impossibile e

argomento di grosso ingegno il credere, che quando la umana natura è

trasportata con impeto a commetter qualche cosa, il rigor delle leggi

od altro spauracchio valga a distornela.

46. «Non dobbiamo adunque, fidandoci alla pena di morte come a sicuro

mallevadore, prendere una cattiva risoluzione; nè mettere in disperanza

i ribelli, come se non vi sia per esser luogo a pentimento che quasi in

sull’istante cancelli il loro fallo. Perocchè osservate che nel caso

mio una città anche ribellata, se conosca di non poter prevalere, verrà

a’ patti in istato tuttora da rifarci le spese, e da pagare il tributo

all’avvenire: ma nell’altro caso, qual città pensate voi che non

volesse rinforzare i suoi presenti apparecchi, e durar sino all’ultimo

nell’assedio, ove importi lo stesso il presto o tardi comporsi? E

come non sarebbe egli allora nostro danno (attesa l’impossibilità

d’accordarsi) lo spendere rimanendo all’assedio, conseguire deserta

quella città che espugnassimo, e così rimaner privi della rendita che

in seguito ci sarebbe pervenuta, e dove consiste il nerbo delle nostre

forze contro i nemici? Cosicchè non dobbiamo esser giudici esatti dei

delinquenti a danno nostro, più presto che vedere come, castigandoli

moderatamente, possiamo in avvenire servirci di quelle città potenti

per copia di denaro; e però brigarci di tenerle guardate non colla

severità delle leggi, ma colla sopravvegghianza delle loro azioni.

Noi però adopriamo tutto il contrario; avvegnachè, se soggioghiamo

un popolo libero e dominato per forza, il quale siasi ribellato per

ricuperare (come è naturale) la propria independenza, reputiamo che

convenga punirlo atrocemente: mentre vuolsi non severamente punire

gente libera quando siasi già ribellata, ma severamente guardarla

innanzi che si ribelli, e prevenirla, in modo che ciò non pur le venga

in pensiero; e ridotta che l’abbiamo in poter nostro, imputarglielo a

colpa il men possibile.

47. «Ma anche per quest’altro riguardo, osservate qual grave errore

commettereste aderendo a Cleone. Ora in tutte le città il popolo è a

voi benevolo, e, o non si unisce cogli oligarchici alla ribellione,

o se vi è astretto, alla prima occasione divien nemico di quelli che

ve lo abbiano indotto: di sorte che, se vi si ribelli una città, voi

le andate contro avendo amica la plebe; all’opposto, se truciderete

il popolo dei Mitilenei che non participò della ribellione, e che

avute appena le armi vi si rese spontaneamente la città, primieramente

oprerete ingiustamente uccidendo i vostri stessi benefattori, quindi

procaccerete ai nobili ciò a cui principalmente mirano. Imperciocchè,

in ribellando essi le città, avranno seco legato il popolo, appunto

per aver voi premostrato esser destinata una medesima pena pe’ rei

egualmente e pe’ non rei. Il perchè, poniamo i Mitilenei ci avessero

offeso, conviene dissimulare, perchè que’ soli che ora ci restano

amici non ci si facciano nemici. Credo poi molto più conducevole al

ritenimento dell’impero, soffrire in pace qualche ingiuria, di quello

che, stando ai termini di rigoroso diritto, uccider quelli che il

nostro vantaggio non consente: nè si trova possibile, come pretende

Cleone, che giustizia e utilità della vendetta, in questo medesimo

caso, vadano insieme.

48. «Voi dunque conoscendo esser questo il miglior partito, senza

accordar più del giusto alla compassione od alla lenità (dalle quali

cose nè io pure consento che vi lasciate trasportare) seguite il

mio consiglio, per le propostevi considerazioni, di far maturamente

il processo di quei Mitilenei spediti qua da Pachete come rei, e di

lasciare stare gli altri alle proprie case. Queste sono le maniere che

formeranno in avvenire, e già formano anche adesso, lo spavento dei

nemici: conciossiachè chiunque segue ottimi consigli è più potente

dirimpetto a’ nemici, di chi inconsideratamente gli assalga colla

prepotenza dei fatti».

49. Così parlò Diodoto. Queste due opinioni contrarie l’una l’altra

essendo state esposte col massimo contrappeso di ragioni, entrarono

gli Ateniesi a discutere quale fosse da preferire; e venuti al

rendimento dei voti furono presso che alla pari, ma vinse il parer di

Diodoto. Spedirono immantinente con gran premura un’altra trireme a

Mitilene, per non trovar distrutta la città, se questa seconda non vi

arrivasse innanzi alla prima che l’avea preceduta d’un giorno intero

e di una notte; ed avendola i mandatari di Mitilene provvista di vino

e di biscotto, con grandi promesse a’ marinari se arrivassero prima

dell’altra, fu sì accelerata la voga, che senza abbandonare il remo,

mangiavano il biscotto inzuppato nel vino e nell’olio, ed alcuni

spartitamente prendevano sonno, altri remigavano. E per fortuna, non

avendo avuto alcun vento contrario, e la prima trireme destinata ad

uno strano affare navigando lentamente, mentre questa si avacciava

così; arrivò in tempo che appunto Pachete aveva letto il decreto, ed

era in procinto di eseguir la sentenza. Ma questa seconda approda

immediatamente dopo quella, e lo ritenne dal fare la strage. A tanto di

pericolo vennero i Mitilenei.

50. Agli altri però mandati da Pachete in Atene come colpevolissimi

della ribellione diedero gli Ateniesi la morte secondo il parere di

Cleone: ed erano poco più di mille[205]. Demolirono altresì le mura di

Mitilene, e ricevettero la consegnazione delle navi: quindi, invece di

imporre tributo ai Lesbii, ne divisero in tremila parti il territorio

(eccetto quello dei Metimnei) e ne scelsero trecento da consacrarsi

agli Dei[206]: al possedimento delle altre mandarono quei de’ loro

cittadini, a’ quali erano toccate in sorte. Ma gli abitanti di Lesbo si

tassarono di pagare ad essi ogni anno per ciascuna parte due mine[207],

e coltivarono da sè il terreno. Ebbero gli Ateniesi per dedizione anche

i castelli sulla terraferma de’ quali eran padroni i Mitilenei, che di

poi furono obbedienti ad Atene. Così passarono le cose di Lesbo.

51. Nella medesima estate, dopo la presa di Lesbo, gli Ateniesi

condotti da Nicia figliolo di Nicerato portaron la guerra a Minoa,

isola situata di faccia a Megara, ove i Megaresi avevano fabbricata una

torre che serviva loro di fortezza. Intendeva Nicia che gli Ateniesi

avessero quivi un presidio in osservazione meno lontano che da Budoro

e da Salamina; che i Peloponnesi non potessero da quel luogo correre,

come prima[208], furtivamente il mare collo spedir fuori triremi e

corsari; e che nulla si potesse introdurre a’ Megaresi dalla parte di

mare. Adunque prima di tutto espugnò con macchine due torri in sul mare

che sporgeano in fuori da Nisea, e rese libero alle sue navi il corso

tra Nisea e l’isola. Intanto edificava un riparo di mura dalla parte di

terraferma, per dove mediante un ponte attraverso il pantano recavasi

soccorso all’isola stessa che ne è poco distante. Ultimato in pochi

giorni questo lavoro, fabbricò anche poi nell’interno dell’isola un

forte per lasciarvi presidio, e partì con l’armata.

52. Circa il tempo stesso di questa estate i Plateesi, che non avevano

più vettovaglia nè forze da sostenere l’assedio, capitolarono co’

Peloponnesi. La cosa andò in questo modo. Avevano i Peloponnesi

dato l’assalto alle mura, e quei di dentro non erano in istato di

far fronte. Ma il generale spartano, tuttochè informato della loro

debolezza, non voleva espugnar la città a viva forza, che tale era

l’ordine di Sparta; perchè se mai restasse conclusa la tregua con gli

Ateniesi, ed ambe le parti convenissero di restituire tutti i luoghi

acquistati con l’armi, Platea non fosse di quelle da restituirsi,

essendosi resa spontaneamente. Spedisce dunque un araldo a proporre

loro, se volessero spontaneamente consegnare la città agli Spartani

ed accettarli per giudici; protestando che punirebbero i rei, ma

nissuno però senza giuridico processo. Tale fu la proposizione

dell’ambasciatore: ed essi, perocchè erano all’estremo, consegnarono

la città. I Peloponnesi somministrarono vettovaglia a’ Plateesi per

alcuni giorni, finchè arrivarono da Sparta cinque giudici, alla venuta

dei quali non fu proposto alcun capo di accusa; ma citati i Plateesi

fecero loro soltanto questa domanda: «Se da che era incominciata la

guerra avesser reso qualche servigio ai Lacedemoni e loro alleati.»

Rispondevano essi, domandando licenza di poter parlare alquanto

lungamente, e produssero a loro nome Astimaco figliolo di Asopolao,

e Lacone di Aimnesto pubblico ospite di Sparta, i quali presentatisi

parlarono così:

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 19 / 35 段