mare, ebbero essi navi daddovero in gran numero, belle del pari ed
atte al servizio; ma tante presso a poco, ed anco in maggior numero ne
avevano al cominciar della guerra. Infatti cento guardavano l’Attica,
l’Eubea e Salamina; altre cento incrociavano intorno al Peloponneso,
senza quelle di Potidea e di altri luoghi; di sorte che in una sola
estate, erano tutte insieme dugento cinquanta: ciò che, unitamente alle
spese di Potidea, diede principalmente fondo al denaro. Imperocchè non
solo aveva due dramme al giorno, una per sè l’altra pel fante, ciascuno
dei soldati che guarnivano Potidea (che in primo furono tremila nè
meno furono quelli che rimasero sino al termine dell’assedio, essendo
innanzi partiti i mille seicento con Formione), ma anche tutte le navi
ricevevano il medesimo soldo. Così fu insensibilmente speso tanto
denaro, e tal fu la moltitudine, a dir vero grandissima, delle navi
armate.
16. Intanto che i Lacedemoni erano intorno l’istmo, i Mitilenei da sè
e con genti ausiliarie marciavano per terra contro Metimna, confidando
che sarebbe resa per tradimento. Ma dato l’assalto alla città, la cosa
non riuscì come e’ si aspettavano, onde se ne andarono ad Antissa, a
Pirra e ad Ereso, ed assicurate le cose di queste città, e rafforzate
le mura, sollecitamente tornarono a casa. Dopo la partita de’
Mitilenei, anche i Metimni portarono le armi contro Antissa[192]; ma in
una sortita, battuti gravemente dagli Antissei e da’ loro ausiliari,
ne perirono molti, e il rimanente si ritirò frettolosamente. Gli
Ateniesi udito che ebbero queste cose, e che i Mitilenei erano padroni
della campagna, perchè i loro soldati non erano in forze da tenerli
rinchiusi, vi spediscono all’entrata dell’autunno Pachete figliolo di
Epicuro, alla testa di mille di grave armatura, tutti Ateniesi. Questi,
facendo anche il servizio di rematori, giungono per mare a Mitilene, e
la cingono all’intorno di un semplice muro. Furono inoltre edificati
battifolli in qualche luogo forte pel suo sito, cosicchè Mitilene
era gagliardamente stretta da ambe le parti di mare e di terra; e
cominciava a farsi inverno.
19. Gli Ateniesi che avevan bisogno di nuovo denaro per l’assedio,
contribuirono del proprio, allora per la prima volta, la tassa di
dugento talenti[193], e spedirono agli alleati dodici navi raccogliendo
denaro con Lisicle capitano e quattro aggiunti. Andando egli in giro
con le navi esigeva il contingente da’ diversi luoghi; ma mentre da
Miunte della Caria, traversando la pianura del Meandro, saliva fino al
colle Sandio[194], assalito da’ Carii e dagli Aneiti, vi resta ucciso
con molti altri del suo esercito.
20. Nello stesso inverno i Plateesi, assediati tuttora dai Peloponnesi
e da’ Beozii, trovandosi afflitti per difetto di vettovaglia, senza
speranza di soccorso da Atene, e senz’altra via di salvezza, d’accordo
con quegli Ateniesi che vi erano insieme assediati deliberarono in
principio di uscir tutti, saltando, se possibil fosse, a viva forza il
muro nemico: tentativo proposto loro da Teanete di Tolmida indovino di
professione, e da Eupolpide di Daimaco, uno dei comandanti. La metà
poi di essi, reputando grande quel pericolo, sì si sconfortarono; ma
circa dugentoventi perseverarono volenterosi nel disegno di uscire in
questo modo. Si fecero scale uguali in altezza al muro de’ nemici:
apprendendone la misura per le file de’ mattoni dove il muro di faccia
a loro si trovava senza intonaco. Molti a un tempo contavano le file,
e benchè alcuni certamente sbagliassero, la maggior parte colpiva
nel vero computo, tanto più che ne ripetevano anche molte fiate il
contamento, e non erano molto distanti; anzi era il muro facile ad
osservare per l’oggetto che si proponevano delle scale, di cui presero
la misura corrispondente conghietturandola dalla grossezza del mattone.
21. Ed ecco la struttura della fortificazione fatta dai Peloponnesi.
Essa aveva due cerchi di muro: l’uno guardava i Plateesi, l’altro era
per opporsi al di fuori se mai alcuno da Atene venisse ad attaccarli:
questi due cerchi poi erano distanti fra loro circa sedici piedi.
Nell’intervallo dei sedici piedi erano ripartitamente costruite per le
sentinelle delle case matte, contigue l’una all’altra in modo da parere
un muro tutto sodo avente merli sulle due facce. Ad ogni dieci merli
eranvi grandi torri, eguali di larghezza alla muraglia, ed arrivavano
ognuna alla faccia sì interna che esterna di lei; talchè lungo le torri
non rimaneva davanzale, ma si traversava passando pel mezzo di esse.
Le notti, se faceva temporale umido, abbandonavano i merli, e facevano
guardia dalle torri fra loro a piccola distanza, e coperte di sopra.
Tale era la fortificazione onde erano cinti attorno i Plateesi.
22. I quali ordinato che ebbero il tutto, colta l’opportunità
d’una notte burrascosa per pioggia e vento, ed anche senza luna,
uscirono condotti da quei medesimi che avevano proposto l’impresa.
E primieramente valicarono la fossa interna che li circondava; poi
vennero sotto il muro de’ nemici di soppiatto alle sentinelle, le quali
attesa l’oscurità non gli avevano scorti, nè sentiti al rumore che
mettevano nell’avanzarsi, tra perchè soffiava di rintoppo il vento, e
perchè camminavano molto discosto l’uno dall’altro, affinchè le armi
urtandosi insieme non ne dessero sentore. Erano inoltre spediti e
leggeri di armatura, e per assicurarsi contro il fango calzati solo
del piè sinistro[195]. A riscontro adunque degli spazi ond’erano tra
loro distanti le torri, si accostarono sotto a’ merli (che e’ sapevano
essere senza guardie) primieramente i portatori delle scale e ve le
appoggiarono: indi salivano dodici soldati leggeri, armati solo di
lorica e pugnale, preceduti da’ Ammea figliolo di Corebo, che primo
salì: quei che venivano dopo lui montavano sei ad una, sei all’altra
delle due torri. Appresso questi seguivano altri di leggera armatura
con lanciuole; ai quali, acciocchè potessero più agevolmente salire,
altri dietro portavano gli scudi che dovevano dar loro quando e’
fossero a fronte co’ nemici. Saliti che furono la maggior parte,
le sentinelle delle torri se ne accorsero, perchè uno de’ Plateesi
nell’attenersi ad una tegola la buttò giù dai merli, la quale caduta
fece del rumore. Furono tosto alzate le grida dalle sentinelle, ed i
nemici corsero alla volta del muro, non sapendo che mai ciò fosse,
stante la notte buia ed il temporale. Nel tempo stesso i Plateesi
ch’eran rimasti in città fecero una sortita, ed investirono il muro
de’ Peloponnesi dal lato contrario a quello ove le loro genti davano
la scalata, affinchè i nemici avessero mente ad esse il men passibile.
Grande era il trambusto de’ nemici, ma stavano tutti al suo posto,
nissuno avendo coraggio di lasciare la sua guardia; nè sapevano
conghietturare che ciò si fosse. La loro truppa di trecento, destinata
ad accorrere ove facesse bisogno, marciava dalla parte esterna del
muro al luogo ove udivansi le grida. Intanto si alzavano inverso Tebe
le fiaccole nunziatrici del nemico, e dal canto loro i Plateesi di
città ne alzavano di sulle mura molte preparate innanzi appunto con
questo intendimento, che i segnali de’ fuochi fossero incerti per i
nemici; sicchè stimando essere la cosa tutt’altro da quello che ella
era, non venissero in soccorso prima che la loro gente uscita di città
scampasse, e si conducesse a qualche luogo di salvezza.
23. In questo mezzo i Plateesi che erano nell’atto di scalare il muro,
quando i primi di loro vi furono già saliti e trucidate le guardie si
furono fatti padroni delle due torri, di piè fermo guardavano i passi
delle torri stesse, acciò niuno potesse, traversandole, recar soccorso.
E di sul muro avendo appoggiate scale alle torri, e fattavi salire
molta gente, alcuni dall’alto e dal basso delle torri occupate tenevano
coi colpi di frecce indietro chi venisse in aiuto: altri (e questi
erano i più) appoggiate ad un tempo molte scale atterravano i merli, e
passando di mezzo alle torri traversavano il muro: e di mano in mano
chi trapassava fermavasi sull’orlo della fossa, e di lì lanciavano
saette e strali contro chiunque lungo il muro accorresse per impedire
il tragitto. Quando poi furono tutti passati, quelli che eran montati
sulle due torri rimasti essendo gli ultimi a gran pena scendevano, e
si avviavano alla fossa. In questo la truppa de’ trecento si scaglia
con torce accese sovr’essi: ciò non pertanto i Plateesi che stavano
fermi sull’orlo della fossa, trovandosi nell’oscurità meglio vedevano,
e scagliavano strali e frecce contro le parti inermi dei nemici, dai
quali, a cagione delle fiaccole, con più difficoltà potevano essere
osservati, appunto perchè stavano dalla parte del buio: cosicchè anche
gli ultimi dei Plateesi furono in tempo a varcare la fossa ma con
gran pena e fatica; avvegnachè in essa si fosse rappreso un ghiaccio
non solo da passarvi sopra, ma più presto acquidoso come suol essere
a vento sussolano e non tramontana. Inoltre la notte al soffiar di
quel vento essendo caduto un nevischio, vi aveva resa l’acqua copiosa,
talchè appena colla testa fuori poterono passare. Nondimeno, la
grandezza di quel temporale facilitò loro lo scampo.
24. I Plateesi ristretti insieme mossero dalla fossa, marciando per
la via che mena a Tebe, avendo a destra il tempietto di Androcrate;
sì perchè reputavano che a nessuno sarebbe caduto nell’animo che
e’ si voltassero per questa strada che menava a’ nemici, sì ancora
perchè vedevano che i Peloponnesi gl’inseguivano con fiaccole verso
il Citerone ed i Capi-di-Quercia, per la via che mena ad Atene.
Proseguirono i Plateesi per sei o sette stadii il cammino verso
Tebe: ma poi voltatisi andarono ad Eritrea e Isia per la strada che
porta al monte: e guadagnati i monti si condussero a salvamento in
Atene dugento dodici soli del gran numero: imperocchè alcuni di loro
tornarono in città prima di scalare il muro, ed un arciere fu preso
nella fossa esterna. I Peloponnesi poi si tennero dall’inseguirli e
si rimisero al loro posto; ed i Plateesi restati in città, che nulla
sapevano dell’accaduto, ebbero dai tornati indietro la nuova che non
era sopravvissuto nissuno: però appena giorno spedirono un araldo a
far tregua per riavere i cadaveri; ma informati poi del vero non si
mossero. Così trovaron salvezza quei prodi Plateesi che superarono le
fortificazioni.
25. Sul cader dello stesso inverno Saleto lacedemone è spedito da
Sparta a Mitilene con una trireme. Approdato egli a Pirra, di là a
piedi, per un borro che menava dentro alle fortificazioni nemiche,
entra inosservato in Mitilene; dichiara ai magistrati si assalterebbe
l’Attica, ed arriverebbero ad un’ora le quaranta navi destinate a
loro soccorso: essere egli spedito innanzi a questo fine, ed insieme
per provvedere a tutto il resto. Il perchè inanimiti i Mitilenei meno
inchinavano ad accordare con gli Ateniesi. Così finiva questo inverno,
ed il quarto anno della guerra descritta da Tucidide.
26. Nella seguente estate i Peloponnesi quando ebbero spedito a
Mitilene, sotto il comando del loro ammiraglio Alcida, le quarantadue
navi imposte agli alleati, entrarono da sè co’ confederati nell’Attica,
acciocchè gli Ateniesi, inquietati da ambe le parti, avesser meno
possibilità di tener dietro alle navi che andavano a Mitilene. Guidava
questa spedizione (a nome di Pausania figlio di Plistoanatte[196], che
era il re, ma ancora nella minore età) Cleomene suo zio. Devastarono
nell’Attica non solo quel che era stato prima malconcio, ma anche i
germogli della campagna, e tutto ciò che era stato tralasciato nelle
precedenti invasioni: laonde questa fu per gli Ateniesi, dopo la
seconda, la più perniciosa invasione. Imperocchè i Peloponnesi che
vi si trattenevano, aspettandosi sempre di udire da Lesbo qualche
impresa della flotta che già vi credevano arrivata, facevano scorrerie
guastando buona parte delle loro terre. Ma non avvenendo nulla di quel
che credevano, e fallita la vettovaglia, si ritirarono e tornarono
separatamente ognuno alla propria città.
27. Frattanto i Mitilenei vedendo che non giungevano a loro le navi
dal Peloponneso, le quali anzi indugiavano, e mancando di vettovaglia,
si trovan costretti a comporsi con gli Ateniesi per le seguenti
ragioni. Saleto, che nè anch’esso aspettava più le navi, fornisce di
armi il popolo per lo innanzi inerme, coll’intendimento di fare una
sortita contro gli Ateniesi. Ma i popolani ricevute appena le armi non
più obbedivano ai comandanti, e riunendosi in brigate ordinavano a’
magnati, o producessero il frumento e distribuisserlo a tutti, od essi
converrebbero con gli Ateniesi di render la città.
28. Quelli che erano al maneggio del governo vedendosi mal atti a
contenerli, ed in pericolo se restassero esclusi dalla capitolazione,
ristrettisi insieme, fanno accordo con Pachete e col suo esercito, a
patto che gli Ateniesi potessero, come più loro piacesse, risolvere
intorno ai Mitilenei: che questi gli ammetterebbero in città, e
spedirebbero ad Atene ambasceria per trattar dei propri affari;
e che fino al ritorno dell’ambasceria Pachete non dovesse nè
incarcerare, nè fare schiavo, nè uccidere veruno dei Mitilenei. Tale
fu questa convenzione. Ma quei Mitilenei che più manifestamente si
erano intromessi coi Lacedemoni, impauriti oltremisura, all’entrar
dell’esercito non patirono di rimanersi; anzi, nonostante la
capitolazione, si assidono presso gli altari. Pachete però fattili
alzare colla promessa di non far loro alcun male, li deposita in Tenedo
fino alla risoluzione degli Ateniesi. Spedì delle triremi anche ad
Antissa e se ne impadronì; ed acconciò del rimanente l’esercito in
quella guisa che gli sembrò più opportuna.
29. Ma i Peloponnesi colle quaranta navi, che dovevano arrivare
prontamente, si intertennero volteggiando attorno al Peloponneso, e
si condussero nel restante del corso con tanta lentezza che in Atene
non se ne ebbe novella fino a tanto che non approdarono a Delo. Di
là poi giunsero ad Icaro e a Micono, ove per la prima volta udirono
della presa di Mitilene: e volendo chiarirsene, presero terra ad
Embato dell’Eritrea. Erano intorno di sette giorni che Mitilene era
stata presa, quando arrivarono ad Embato: laonde ragguagliati di ciò
chiaramente deliberavano sul presente stato delle cose, e Teutiaplo di
Elea parlò ad essi così:
30. «O Alcida, e quanti de’ Peloponnesi siete qui con meco al comando
dell’armata, mio parere si è di navigar subito sopra a Mitilene pria
che nulla si sappia del come ci troviamo. Presa dagli Ateniesi non ha
guari la terra, li troveremo, come pare, in gran trascurante della
difesa, e più che altro dalla parte del mare, donde essi non temono
che possa sopravvenire alcun nemico, e dove consiste principalmente la
nostra forza. Inoltre il loro esercito di terra vuolsi credere, perchè
vincitore, sparso spensieratamente per le case. Se dunque di notte, e
all’improvviso daremo l’assalto, spero col favor di quei di dentro, se
pur vi resta chi sia per noi, poterci venir fatto di insignorirci di
tutto. Però non fia che il cuor non ci basti d’affrontare il pericolo,
considerando non esservi in guerra, per procacciare straordinarie
imprese, altro caso che questo; nel quale se un capitano guardi di non
trovarsi, ed all’opposto, vedendovi il nemico, lo assalga, dovrà nella
più parte delle azioni a lieto fine riuscire.»
31. Con tutto che egli avesse sì caldamente parlato e’ non piegò
Alcida: ed alcuni altri fuorusciti della Ionia[197], quei dei Lesbii
che formavano parte della flotta, lo confortavano (dappoichè ei temeva
dell’accennato pericolo) ad occupare o qualche città della Ionia, o
Cuma dell’Eolide[198]; per avere una terra donde muoversi a ribellare
l’Ionia agli Ateniesi. Affermavano ciò potersi sperare, perchè vi
arriverebbero col gradimento di tutti: che se e’ privassero gli
Ateniesi di questo ramo di entrata che era per loro il più grande, e se
vi tenessero stabilmente guarnigione ad osservarli, ne ricaverebbero
per sè le spese necessarie. Aggiugnevano poi che penavano di potere
indurre anche Pissutne ad unire con loro le sue armi. Ma Alcida non
aderì pure a queste proposte; anzi non essendo stato a tempo a giungere
a Mitilene, volgeva soprattutto il pensiero a riprendere terra, al più
presto possibile, nel Peloponneso.
32. Pertanto fatto vela da Embato, rasentava la spiaggia[199]; e
fermatosi a Mionneso de’ Teii scannò la maggior parte de’ prigionieri
presi durante la navigazione. Approdato che fu ad Efeso gli si
fecero incontro i legati dei Samii di Anea[200], protestando non
esser quello onesto modo di liberare la Grecia, mentre egli uccideva
gente non contrastante, nè a lui nemica, ma di necessità legata con
gli Ateniesi: se non ristesse di ciò fare pochi nemici attrarrebbe
nella sua amicizia, e moltissimi degli amici li arebbe nemici. Queste
ragioni mossero Alcida, il quale rilasciò tutti quei prigionieri che
aveva di Chio, ed altri presi altrove; essendochè la gente al veder
la sua flotta non fuggiva, ma piuttosto le andava incontro credendola
ateniese. Infatti non si aveva pure il menomo sospetto che mentre gli
Ateniesi erano padroni del mare, navi peloponnesie si attentassero mai
di tragittare nella Ionia.
33. Ma Alcida, fino da quando stava sull’ancora a Claro, essendo stato
osservato dalle due navi Paralo e Salaminia che casualmente venivano
d’Atene, partì frettolosamente da Efeso, e si diede a fuggire. E
temendo di essere inseguito, navigava in alto mare, determinato di
non approdare, in quanto per lui stesse, altrove che nel Peloponneso.
Erano intanto venuti avvisi dall’Eritrea a Pachete ed agli Ateniesi, e
continuamente ne venivano da ogni parte, per cui udivasi esservi gran
timore (trovandosi sguernita la Ionia) che i Peloponnesi, correndo le
costiere non togliessero ad assaltare le città per farvi saccheggio,
quantunque e’ non intendessero di fermarvisi. La Paralo istessa e la
Salaminia[201] avendo veduto le navi nemiche a Claro, di per se stesse
riferironlo a Pachete; ed ei tenne loro dietro con gran sollecitudine,
e le perseguitò fino all’isola di Latmo. Ma come vide di non le poter
più raggiungere, tornò in dietro; attribuendo a proprio vantaggio il
non averle incontrate in alto, o sorprese in verun luogo, dappoichè
non erano elleno state costrette a fermarsi, nè avevano ridotto gli
Ateniesi alla necessità di mettersi in stato di difesa insieme e di
offesa.
34. Nel suo ritorno poi radendo la costa andò a porto in Nozio de’
Colofonii, ove si erano condotti ad abitare i Colofonii, perchè da
Itamane e dai barbari introdotti per una fazione, era stata occupata
la cittadella, verso quel tempo che avvenne la seconda invasione
dei Peloponnesi nell’Attica. Insorta pertanto nuova dissensione in
Nozio fra quelli che ci si erano rifugiati e gli altri stanziati di
prima, questi chiesero a Pissutne delle genti ausiliarie di Arcadi
e di barbari cui ritenevano dentro il riparo che separava le due
fazioni, ove quei Colofonii della cittadella già partigiani de’ Medi
entrarono con loro, ed avevano il maneggio della cosa pubblica. Gli
altri all’opposto che si erano sottratti a cotesta fazione, trovandosi
banditi, invitano Pachete. Ed egli chiamò a colloquio Ippia comandante
degli Arcadi che stavano dentro al riparo, protestando lo rimetterebbe
sano e salvo dentro al muro, ove non gli aggradissero le sue
proposizioni. Uscì Ippia a trovar Pachete, ma egli lo tenne prigione,
senza per altro gravarlo di ferri: ed improvvisamente dato l’assalto al
muro, mentre quei di dentro stavano senza sospetto alcuno, lo espugna;
ed uccide gli Arcadi e quanti barbari vi erano. Dipoi, conforme alla
fede data, vi ricondusse Ippia, cui appena entrato fa arrestare ed
uccidere a furia di dardi, e consegna Nozio ai Colofonii, eccetto
quelli che erano stati dalla parte dei Medi. In seguito gli Ateniesi vi
spedirono de’ caporani per istabilire in Nozio colonia che si reggesse
secondo le loro leggi, e costrinsero tutti i Colofonii, in qualunque
città si trovassero, a ritornarvi.
35. Ma Pachete giunto a Mitilene forzò a rendersi Pirra ed Ereso. Indi
arrestato Saleto lacedemone che stava nascosto in città, lo spedisce ad
Atene con quei Mitilenei che aveva depositati a Tenedo, e con qualunque
altro gli pareva complice della ribellione. Rimanda pure il maggior
numero dell’esercito, e dimorando egli col rimanente acconciava lo
stato di Mitilene e di tutta Lesbo in quel modo che più gli pareva.
36. Gli Ateniesi, arrivati che furono questi prigioni con Saleto,
uccisero lui immediatamente, sebbene e’ facesse delle esibizioni; e tra
le altre: che rimuoverebbe i Peloponnesi da Platea tuttora assediata.
Su gli altri stavan deliberando; ma nel caldo dell’ira risolvettero di
uccidere non solo quei che erano presenti, ma tutti quanti i Mitilenei
giunti alla pubertà[202]; e di fare schiavi i fanciulli e le donne,
incaricandoli di tutte le altre circostanze della ribellione, benchè
non fossero, come gli altri alleati, gravati di servitù: nè moveva poco
lo sdegno degli Ateniesi il riflettere che le navi peloponnesie per
sostenerli avevano osato di tentare arditamente l’impresa dell’Ionia.
Insomma e’ non credevano in verun modo tal ribellione fatta con leggero
consiglio. Laonde spediscono una trireme a Pachete significandogli le
prese risoluzioni, e ordinandogli di tosto trucidare i Mitilenei. Ma
il giorno appresso tosto se ne pentirono non poco; e mutato consiglio
discorrevano che non era senza nota di crudeltà e mostruosità quel
decreto, per cui dannavasi all’esterminio un’intera nazione più presto
che i soli colpevoli. Di che fatti accorti i legati de’ Mitilenei
che eran presenti, e quegli Ateniesi che si adoperavan per loro,
procurarono d’indurre i magistrati[203] a riproporre il partito. Ben
di leggieri ve li indussero, atteso che non era ad essi nascosto che
il più dei cittadini bramavano che da qualcuno fosse la cosa posta
nuovamente in considerazione. E convocata subito radunanza, ciascuno
disse il suo parere: ma Cleone figliolo di Cleeneto, la cui sentenza
di uccidere i Mitilenei avea vinto il giorno innanzi, cittadino del
rimanente il più violento, ed allora reputato presso al popolo dicitore
di gran lunga il più valente, fattosi per la seconda volta innanzi
parlò così[204]:
37. «Non esser buono a tenere impero su gli altri lo stato popolare
bene altre fiate l’ho io conosciuto; ma non mai come in questo vostro
cambiamento d’animo riguardo ai Mitilenei. Nè già io mi meraviglio,
attesochè la sicurezza e lealtà con cui usate giornalmente fra voi,
ingenera nel vostro animo i medesimi sentimenti in ciò che spetta agli
alleati. E quantunque volte o andiate errati perchè sedotti dai loro
discorsi, o per compassione rimettiate un punto del vostro rigore;
voi non avvisate di rilasciarvi con vostro pericolo, senza obbligarvi
gli alleati: nè considerate che il vostro impero è tirannico, e sovra
genti che vi tramano insidie, e che stanno a lor dispetto soggette;
genti che vi obbediscono non pei buoni uffizii che a danno vostro
facciate loro, o per benevolenza di animo, ma più presto perchè gli
avanzate in potere. Soprattutto però stupisco che nulla debba restar
fermo di ciò che è stato risoluto, e che non vogliamo intendere,
più valere una città con leggi peggiori ma invariabili, di una che
buone le abbia ma senza vigore; più giovare l’imperizia unita alla
moderanza, che una sfrenata accortezza; e meglio d’ordinario governare
le città i più idioti fra gli uomini a comparazione dei più scienziati.
Questi vogliono comparire più sapienti delle leggi e prevalere sulle
deliberazioni prese di mano in mano nelle comuni adunanze, quasi che
fossero per mancar loro occasioni più importanti da far mostra di
loro ingegno, e così per lo più rovinano le repubbliche: gli altri
all’incontro, diffidando dalla propria avvedutezza, si pregiano d’esser
men dotti delle leggi, e inabili a vituperare chi abbia dirittamente
parlato: però operando da giudici di equità, e non da rivali, dirizzano
frequenti volte le cose a buon termine. Dobbiamo, adunque anche noi
oratori adoperar così; e senza gonfiarci per bravura di eloquenza, o
per gara di accorgimento, guardarci dal dare al popolo consigli che non
approviamo noi stessi.