17. Nel tempo di questi fatti quando la flotta degli Ateniesi era in

mare, ebbero essi navi daddovero in gran numero, belle del pari ed

atte al servizio; ma tante presso a poco, ed anco in maggior numero ne

avevano al cominciar della guerra. Infatti cento guardavano l’Attica,

l’Eubea e Salamina; altre cento incrociavano intorno al Peloponneso,

senza quelle di Potidea e di altri luoghi; di sorte che in una sola

estate, erano tutte insieme dugento cinquanta: ciò che, unitamente alle

spese di Potidea, diede principalmente fondo al denaro. Imperocchè non

solo aveva due dramme al giorno, una per sè l’altra pel fante, ciascuno

dei soldati che guarnivano Potidea (che in primo furono tremila nè

meno furono quelli che rimasero sino al termine dell’assedio, essendo

innanzi partiti i mille seicento con Formione), ma anche tutte le navi

ricevevano il medesimo soldo. Così fu insensibilmente speso tanto

denaro, e tal fu la moltitudine, a dir vero grandissima, delle navi

armate.

16. Intanto che i Lacedemoni erano intorno l’istmo, i Mitilenei da sè

e con genti ausiliarie marciavano per terra contro Metimna, confidando

che sarebbe resa per tradimento. Ma dato l’assalto alla città, la cosa

non riuscì come e’ si aspettavano, onde se ne andarono ad Antissa, a

Pirra e ad Ereso, ed assicurate le cose di queste città, e rafforzate

le mura, sollecitamente tornarono a casa. Dopo la partita de’

Mitilenei, anche i Metimni portarono le armi contro Antissa[192]; ma in

una sortita, battuti gravemente dagli Antissei e da’ loro ausiliari,

ne perirono molti, e il rimanente si ritirò frettolosamente. Gli

Ateniesi udito che ebbero queste cose, e che i Mitilenei erano padroni

della campagna, perchè i loro soldati non erano in forze da tenerli

rinchiusi, vi spediscono all’entrata dell’autunno Pachete figliolo di

Epicuro, alla testa di mille di grave armatura, tutti Ateniesi. Questi,

facendo anche il servizio di rematori, giungono per mare a Mitilene, e

la cingono all’intorno di un semplice muro. Furono inoltre edificati

battifolli in qualche luogo forte pel suo sito, cosicchè Mitilene

era gagliardamente stretta da ambe le parti di mare e di terra; e

cominciava a farsi inverno.

19. Gli Ateniesi che avevan bisogno di nuovo denaro per l’assedio,

contribuirono del proprio, allora per la prima volta, la tassa di

dugento talenti[193], e spedirono agli alleati dodici navi raccogliendo

denaro con Lisicle capitano e quattro aggiunti. Andando egli in giro

con le navi esigeva il contingente da’ diversi luoghi; ma mentre da

Miunte della Caria, traversando la pianura del Meandro, saliva fino al

colle Sandio[194], assalito da’ Carii e dagli Aneiti, vi resta ucciso

con molti altri del suo esercito.

20. Nello stesso inverno i Plateesi, assediati tuttora dai Peloponnesi

e da’ Beozii, trovandosi afflitti per difetto di vettovaglia, senza

speranza di soccorso da Atene, e senz’altra via di salvezza, d’accordo

con quegli Ateniesi che vi erano insieme assediati deliberarono in

principio di uscir tutti, saltando, se possibil fosse, a viva forza il

muro nemico: tentativo proposto loro da Teanete di Tolmida indovino di

professione, e da Eupolpide di Daimaco, uno dei comandanti. La metà

poi di essi, reputando grande quel pericolo, sì si sconfortarono; ma

circa dugentoventi perseverarono volenterosi nel disegno di uscire in

questo modo. Si fecero scale uguali in altezza al muro de’ nemici:

apprendendone la misura per le file de’ mattoni dove il muro di faccia

a loro si trovava senza intonaco. Molti a un tempo contavano le file,

e benchè alcuni certamente sbagliassero, la maggior parte colpiva

nel vero computo, tanto più che ne ripetevano anche molte fiate il

contamento, e non erano molto distanti; anzi era il muro facile ad

osservare per l’oggetto che si proponevano delle scale, di cui presero

la misura corrispondente conghietturandola dalla grossezza del mattone.

21. Ed ecco la struttura della fortificazione fatta dai Peloponnesi.

Essa aveva due cerchi di muro: l’uno guardava i Plateesi, l’altro era

per opporsi al di fuori se mai alcuno da Atene venisse ad attaccarli:

questi due cerchi poi erano distanti fra loro circa sedici piedi.

Nell’intervallo dei sedici piedi erano ripartitamente costruite per le

sentinelle delle case matte, contigue l’una all’altra in modo da parere

un muro tutto sodo avente merli sulle due facce. Ad ogni dieci merli

eranvi grandi torri, eguali di larghezza alla muraglia, ed arrivavano

ognuna alla faccia sì interna che esterna di lei; talchè lungo le torri

non rimaneva davanzale, ma si traversava passando pel mezzo di esse.

Le notti, se faceva temporale umido, abbandonavano i merli, e facevano

guardia dalle torri fra loro a piccola distanza, e coperte di sopra.

Tale era la fortificazione onde erano cinti attorno i Plateesi.

22. I quali ordinato che ebbero il tutto, colta l’opportunità

d’una notte burrascosa per pioggia e vento, ed anche senza luna,

uscirono condotti da quei medesimi che avevano proposto l’impresa.

E primieramente valicarono la fossa interna che li circondava; poi

vennero sotto il muro de’ nemici di soppiatto alle sentinelle, le quali

attesa l’oscurità non gli avevano scorti, nè sentiti al rumore che

mettevano nell’avanzarsi, tra perchè soffiava di rintoppo il vento, e

perchè camminavano molto discosto l’uno dall’altro, affinchè le armi

urtandosi insieme non ne dessero sentore. Erano inoltre spediti e

leggeri di armatura, e per assicurarsi contro il fango calzati solo

del piè sinistro[195]. A riscontro adunque degli spazi ond’erano tra

loro distanti le torri, si accostarono sotto a’ merli (che e’ sapevano

essere senza guardie) primieramente i portatori delle scale e ve le

appoggiarono: indi salivano dodici soldati leggeri, armati solo di

lorica e pugnale, preceduti da’ Ammea figliolo di Corebo, che primo

salì: quei che venivano dopo lui montavano sei ad una, sei all’altra

delle due torri. Appresso questi seguivano altri di leggera armatura

con lanciuole; ai quali, acciocchè potessero più agevolmente salire,

altri dietro portavano gli scudi che dovevano dar loro quando e’

fossero a fronte co’ nemici. Saliti che furono la maggior parte,

le sentinelle delle torri se ne accorsero, perchè uno de’ Plateesi

nell’attenersi ad una tegola la buttò giù dai merli, la quale caduta

fece del rumore. Furono tosto alzate le grida dalle sentinelle, ed i

nemici corsero alla volta del muro, non sapendo che mai ciò fosse,

stante la notte buia ed il temporale. Nel tempo stesso i Plateesi

ch’eran rimasti in città fecero una sortita, ed investirono il muro

de’ Peloponnesi dal lato contrario a quello ove le loro genti davano

la scalata, affinchè i nemici avessero mente ad esse il men passibile.

Grande era il trambusto de’ nemici, ma stavano tutti al suo posto,

nissuno avendo coraggio di lasciare la sua guardia; nè sapevano

conghietturare che ciò si fosse. La loro truppa di trecento, destinata

ad accorrere ove facesse bisogno, marciava dalla parte esterna del

muro al luogo ove udivansi le grida. Intanto si alzavano inverso Tebe

le fiaccole nunziatrici del nemico, e dal canto loro i Plateesi di

città ne alzavano di sulle mura molte preparate innanzi appunto con

questo intendimento, che i segnali de’ fuochi fossero incerti per i

nemici; sicchè stimando essere la cosa tutt’altro da quello che ella

era, non venissero in soccorso prima che la loro gente uscita di città

scampasse, e si conducesse a qualche luogo di salvezza.

23. In questo mezzo i Plateesi che erano nell’atto di scalare il muro,

quando i primi di loro vi furono già saliti e trucidate le guardie si

furono fatti padroni delle due torri, di piè fermo guardavano i passi

delle torri stesse, acciò niuno potesse, traversandole, recar soccorso.

E di sul muro avendo appoggiate scale alle torri, e fattavi salire

molta gente, alcuni dall’alto e dal basso delle torri occupate tenevano

coi colpi di frecce indietro chi venisse in aiuto: altri (e questi

erano i più) appoggiate ad un tempo molte scale atterravano i merli, e

passando di mezzo alle torri traversavano il muro: e di mano in mano

chi trapassava fermavasi sull’orlo della fossa, e di lì lanciavano

saette e strali contro chiunque lungo il muro accorresse per impedire

il tragitto. Quando poi furono tutti passati, quelli che eran montati

sulle due torri rimasti essendo gli ultimi a gran pena scendevano, e

si avviavano alla fossa. In questo la truppa de’ trecento si scaglia

con torce accese sovr’essi: ciò non pertanto i Plateesi che stavano

fermi sull’orlo della fossa, trovandosi nell’oscurità meglio vedevano,

e scagliavano strali e frecce contro le parti inermi dei nemici, dai

quali, a cagione delle fiaccole, con più difficoltà potevano essere

osservati, appunto perchè stavano dalla parte del buio: cosicchè anche

gli ultimi dei Plateesi furono in tempo a varcare la fossa ma con

gran pena e fatica; avvegnachè in essa si fosse rappreso un ghiaccio

non solo da passarvi sopra, ma più presto acquidoso come suol essere

a vento sussolano e non tramontana. Inoltre la notte al soffiar di

quel vento essendo caduto un nevischio, vi aveva resa l’acqua copiosa,

talchè appena colla testa fuori poterono passare. Nondimeno, la

grandezza di quel temporale facilitò loro lo scampo.

24. I Plateesi ristretti insieme mossero dalla fossa, marciando per

la via che mena a Tebe, avendo a destra il tempietto di Androcrate;

sì perchè reputavano che a nessuno sarebbe caduto nell’animo che

e’ si voltassero per questa strada che menava a’ nemici, sì ancora

perchè vedevano che i Peloponnesi gl’inseguivano con fiaccole verso

il Citerone ed i Capi-di-Quercia, per la via che mena ad Atene.

Proseguirono i Plateesi per sei o sette stadii il cammino verso

Tebe: ma poi voltatisi andarono ad Eritrea e Isia per la strada che

porta al monte: e guadagnati i monti si condussero a salvamento in

Atene dugento dodici soli del gran numero: imperocchè alcuni di loro

tornarono in città prima di scalare il muro, ed un arciere fu preso

nella fossa esterna. I Peloponnesi poi si tennero dall’inseguirli e

si rimisero al loro posto; ed i Plateesi restati in città, che nulla

sapevano dell’accaduto, ebbero dai tornati indietro la nuova che non

era sopravvissuto nissuno: però appena giorno spedirono un araldo a

far tregua per riavere i cadaveri; ma informati poi del vero non si

mossero. Così trovaron salvezza quei prodi Plateesi che superarono le

fortificazioni.

25. Sul cader dello stesso inverno Saleto lacedemone è spedito da

Sparta a Mitilene con una trireme. Approdato egli a Pirra, di là a

piedi, per un borro che menava dentro alle fortificazioni nemiche,

entra inosservato in Mitilene; dichiara ai magistrati si assalterebbe

l’Attica, ed arriverebbero ad un’ora le quaranta navi destinate a

loro soccorso: essere egli spedito innanzi a questo fine, ed insieme

per provvedere a tutto il resto. Il perchè inanimiti i Mitilenei meno

inchinavano ad accordare con gli Ateniesi. Così finiva questo inverno,

ed il quarto anno della guerra descritta da Tucidide.

26. Nella seguente estate i Peloponnesi quando ebbero spedito a

Mitilene, sotto il comando del loro ammiraglio Alcida, le quarantadue

navi imposte agli alleati, entrarono da sè co’ confederati nell’Attica,

acciocchè gli Ateniesi, inquietati da ambe le parti, avesser meno

possibilità di tener dietro alle navi che andavano a Mitilene. Guidava

questa spedizione (a nome di Pausania figlio di Plistoanatte[196], che

era il re, ma ancora nella minore età) Cleomene suo zio. Devastarono

nell’Attica non solo quel che era stato prima malconcio, ma anche i

germogli della campagna, e tutto ciò che era stato tralasciato nelle

precedenti invasioni: laonde questa fu per gli Ateniesi, dopo la

seconda, la più perniciosa invasione. Imperocchè i Peloponnesi che

vi si trattenevano, aspettandosi sempre di udire da Lesbo qualche

impresa della flotta che già vi credevano arrivata, facevano scorrerie

guastando buona parte delle loro terre. Ma non avvenendo nulla di quel

che credevano, e fallita la vettovaglia, si ritirarono e tornarono

separatamente ognuno alla propria città.

27. Frattanto i Mitilenei vedendo che non giungevano a loro le navi

dal Peloponneso, le quali anzi indugiavano, e mancando di vettovaglia,

si trovan costretti a comporsi con gli Ateniesi per le seguenti

ragioni. Saleto, che nè anch’esso aspettava più le navi, fornisce di

armi il popolo per lo innanzi inerme, coll’intendimento di fare una

sortita contro gli Ateniesi. Ma i popolani ricevute appena le armi non

più obbedivano ai comandanti, e riunendosi in brigate ordinavano a’

magnati, o producessero il frumento e distribuisserlo a tutti, od essi

converrebbero con gli Ateniesi di render la città.

28. Quelli che erano al maneggio del governo vedendosi mal atti a

contenerli, ed in pericolo se restassero esclusi dalla capitolazione,

ristrettisi insieme, fanno accordo con Pachete e col suo esercito, a

patto che gli Ateniesi potessero, come più loro piacesse, risolvere

intorno ai Mitilenei: che questi gli ammetterebbero in città, e

spedirebbero ad Atene ambasceria per trattar dei propri affari;

e che fino al ritorno dell’ambasceria Pachete non dovesse nè

incarcerare, nè fare schiavo, nè uccidere veruno dei Mitilenei. Tale

fu questa convenzione. Ma quei Mitilenei che più manifestamente si

erano intromessi coi Lacedemoni, impauriti oltremisura, all’entrar

dell’esercito non patirono di rimanersi; anzi, nonostante la

capitolazione, si assidono presso gli altari. Pachete però fattili

alzare colla promessa di non far loro alcun male, li deposita in Tenedo

fino alla risoluzione degli Ateniesi. Spedì delle triremi anche ad

Antissa e se ne impadronì; ed acconciò del rimanente l’esercito in

quella guisa che gli sembrò più opportuna.

29. Ma i Peloponnesi colle quaranta navi, che dovevano arrivare

prontamente, si intertennero volteggiando attorno al Peloponneso, e

si condussero nel restante del corso con tanta lentezza che in Atene

non se ne ebbe novella fino a tanto che non approdarono a Delo. Di

là poi giunsero ad Icaro e a Micono, ove per la prima volta udirono

della presa di Mitilene: e volendo chiarirsene, presero terra ad

Embato dell’Eritrea. Erano intorno di sette giorni che Mitilene era

stata presa, quando arrivarono ad Embato: laonde ragguagliati di ciò

chiaramente deliberavano sul presente stato delle cose, e Teutiaplo di

Elea parlò ad essi così:

30. «O Alcida, e quanti de’ Peloponnesi siete qui con meco al comando

dell’armata, mio parere si è di navigar subito sopra a Mitilene pria

che nulla si sappia del come ci troviamo. Presa dagli Ateniesi non ha

guari la terra, li troveremo, come pare, in gran trascurante della

difesa, e più che altro dalla parte del mare, donde essi non temono

che possa sopravvenire alcun nemico, e dove consiste principalmente la

nostra forza. Inoltre il loro esercito di terra vuolsi credere, perchè

vincitore, sparso spensieratamente per le case. Se dunque di notte, e

all’improvviso daremo l’assalto, spero col favor di quei di dentro, se

pur vi resta chi sia per noi, poterci venir fatto di insignorirci di

tutto. Però non fia che il cuor non ci basti d’affrontare il pericolo,

considerando non esservi in guerra, per procacciare straordinarie

imprese, altro caso che questo; nel quale se un capitano guardi di non

trovarsi, ed all’opposto, vedendovi il nemico, lo assalga, dovrà nella

più parte delle azioni a lieto fine riuscire.»

31. Con tutto che egli avesse sì caldamente parlato e’ non piegò

Alcida: ed alcuni altri fuorusciti della Ionia[197], quei dei Lesbii

che formavano parte della flotta, lo confortavano (dappoichè ei temeva

dell’accennato pericolo) ad occupare o qualche città della Ionia, o

Cuma dell’Eolide[198]; per avere una terra donde muoversi a ribellare

l’Ionia agli Ateniesi. Affermavano ciò potersi sperare, perchè vi

arriverebbero col gradimento di tutti: che se e’ privassero gli

Ateniesi di questo ramo di entrata che era per loro il più grande, e se

vi tenessero stabilmente guarnigione ad osservarli, ne ricaverebbero

per sè le spese necessarie. Aggiugnevano poi che penavano di potere

indurre anche Pissutne ad unire con loro le sue armi. Ma Alcida non

aderì pure a queste proposte; anzi non essendo stato a tempo a giungere

a Mitilene, volgeva soprattutto il pensiero a riprendere terra, al più

presto possibile, nel Peloponneso.

32. Pertanto fatto vela da Embato, rasentava la spiaggia[199]; e

fermatosi a Mionneso de’ Teii scannò la maggior parte de’ prigionieri

presi durante la navigazione. Approdato che fu ad Efeso gli si

fecero incontro i legati dei Samii di Anea[200], protestando non

esser quello onesto modo di liberare la Grecia, mentre egli uccideva

gente non contrastante, nè a lui nemica, ma di necessità legata con

gli Ateniesi: se non ristesse di ciò fare pochi nemici attrarrebbe

nella sua amicizia, e moltissimi degli amici li arebbe nemici. Queste

ragioni mossero Alcida, il quale rilasciò tutti quei prigionieri che

aveva di Chio, ed altri presi altrove; essendochè la gente al veder

la sua flotta non fuggiva, ma piuttosto le andava incontro credendola

ateniese. Infatti non si aveva pure il menomo sospetto che mentre gli

Ateniesi erano padroni del mare, navi peloponnesie si attentassero mai

di tragittare nella Ionia.

33. Ma Alcida, fino da quando stava sull’ancora a Claro, essendo stato

osservato dalle due navi Paralo e Salaminia che casualmente venivano

d’Atene, partì frettolosamente da Efeso, e si diede a fuggire. E

temendo di essere inseguito, navigava in alto mare, determinato di

non approdare, in quanto per lui stesse, altrove che nel Peloponneso.

Erano intanto venuti avvisi dall’Eritrea a Pachete ed agli Ateniesi, e

continuamente ne venivano da ogni parte, per cui udivasi esservi gran

timore (trovandosi sguernita la Ionia) che i Peloponnesi, correndo le

costiere non togliessero ad assaltare le città per farvi saccheggio,

quantunque e’ non intendessero di fermarvisi. La Paralo istessa e la

Salaminia[201] avendo veduto le navi nemiche a Claro, di per se stesse

riferironlo a Pachete; ed ei tenne loro dietro con gran sollecitudine,

e le perseguitò fino all’isola di Latmo. Ma come vide di non le poter

più raggiungere, tornò in dietro; attribuendo a proprio vantaggio il

non averle incontrate in alto, o sorprese in verun luogo, dappoichè

non erano elleno state costrette a fermarsi, nè avevano ridotto gli

Ateniesi alla necessità di mettersi in stato di difesa insieme e di

offesa.

34. Nel suo ritorno poi radendo la costa andò a porto in Nozio de’

Colofonii, ove si erano condotti ad abitare i Colofonii, perchè da

Itamane e dai barbari introdotti per una fazione, era stata occupata

la cittadella, verso quel tempo che avvenne la seconda invasione

dei Peloponnesi nell’Attica. Insorta pertanto nuova dissensione in

Nozio fra quelli che ci si erano rifugiati e gli altri stanziati di

prima, questi chiesero a Pissutne delle genti ausiliarie di Arcadi

e di barbari cui ritenevano dentro il riparo che separava le due

fazioni, ove quei Colofonii della cittadella già partigiani de’ Medi

entrarono con loro, ed avevano il maneggio della cosa pubblica. Gli

altri all’opposto che si erano sottratti a cotesta fazione, trovandosi

banditi, invitano Pachete. Ed egli chiamò a colloquio Ippia comandante

degli Arcadi che stavano dentro al riparo, protestando lo rimetterebbe

sano e salvo dentro al muro, ove non gli aggradissero le sue

proposizioni. Uscì Ippia a trovar Pachete, ma egli lo tenne prigione,

senza per altro gravarlo di ferri: ed improvvisamente dato l’assalto al

muro, mentre quei di dentro stavano senza sospetto alcuno, lo espugna;

ed uccide gli Arcadi e quanti barbari vi erano. Dipoi, conforme alla

fede data, vi ricondusse Ippia, cui appena entrato fa arrestare ed

uccidere a furia di dardi, e consegna Nozio ai Colofonii, eccetto

quelli che erano stati dalla parte dei Medi. In seguito gli Ateniesi vi

spedirono de’ caporani per istabilire in Nozio colonia che si reggesse

secondo le loro leggi, e costrinsero tutti i Colofonii, in qualunque

città si trovassero, a ritornarvi.

35. Ma Pachete giunto a Mitilene forzò a rendersi Pirra ed Ereso. Indi

arrestato Saleto lacedemone che stava nascosto in città, lo spedisce ad

Atene con quei Mitilenei che aveva depositati a Tenedo, e con qualunque

altro gli pareva complice della ribellione. Rimanda pure il maggior

numero dell’esercito, e dimorando egli col rimanente acconciava lo

stato di Mitilene e di tutta Lesbo in quel modo che più gli pareva.

36. Gli Ateniesi, arrivati che furono questi prigioni con Saleto,

uccisero lui immediatamente, sebbene e’ facesse delle esibizioni; e tra

le altre: che rimuoverebbe i Peloponnesi da Platea tuttora assediata.

Su gli altri stavan deliberando; ma nel caldo dell’ira risolvettero di

uccidere non solo quei che erano presenti, ma tutti quanti i Mitilenei

giunti alla pubertà[202]; e di fare schiavi i fanciulli e le donne,

incaricandoli di tutte le altre circostanze della ribellione, benchè

non fossero, come gli altri alleati, gravati di servitù: nè moveva poco

lo sdegno degli Ateniesi il riflettere che le navi peloponnesie per

sostenerli avevano osato di tentare arditamente l’impresa dell’Ionia.

Insomma e’ non credevano in verun modo tal ribellione fatta con leggero

consiglio. Laonde spediscono una trireme a Pachete significandogli le

prese risoluzioni, e ordinandogli di tosto trucidare i Mitilenei. Ma

il giorno appresso tosto se ne pentirono non poco; e mutato consiglio

discorrevano che non era senza nota di crudeltà e mostruosità quel

decreto, per cui dannavasi all’esterminio un’intera nazione più presto

che i soli colpevoli. Di che fatti accorti i legati de’ Mitilenei

che eran presenti, e quegli Ateniesi che si adoperavan per loro,

procurarono d’indurre i magistrati[203] a riproporre il partito. Ben

di leggieri ve li indussero, atteso che non era ad essi nascosto che

il più dei cittadini bramavano che da qualcuno fosse la cosa posta

nuovamente in considerazione. E convocata subito radunanza, ciascuno

disse il suo parere: ma Cleone figliolo di Cleeneto, la cui sentenza

di uccidere i Mitilenei avea vinto il giorno innanzi, cittadino del

rimanente il più violento, ed allora reputato presso al popolo dicitore

di gran lunga il più valente, fattosi per la seconda volta innanzi

parlò così[204]:

37. «Non esser buono a tenere impero su gli altri lo stato popolare

bene altre fiate l’ho io conosciuto; ma non mai come in questo vostro

cambiamento d’animo riguardo ai Mitilenei. Nè già io mi meraviglio,

attesochè la sicurezza e lealtà con cui usate giornalmente fra voi,

ingenera nel vostro animo i medesimi sentimenti in ciò che spetta agli

alleati. E quantunque volte o andiate errati perchè sedotti dai loro

discorsi, o per compassione rimettiate un punto del vostro rigore;

voi non avvisate di rilasciarvi con vostro pericolo, senza obbligarvi

gli alleati: nè considerate che il vostro impero è tirannico, e sovra

genti che vi tramano insidie, e che stanno a lor dispetto soggette;

genti che vi obbediscono non pei buoni uffizii che a danno vostro

facciate loro, o per benevolenza di animo, ma più presto perchè gli

avanzate in potere. Soprattutto però stupisco che nulla debba restar

fermo di ciò che è stato risoluto, e che non vogliamo intendere,

più valere una città con leggi peggiori ma invariabili, di una che

buone le abbia ma senza vigore; più giovare l’imperizia unita alla

moderanza, che una sfrenata accortezza; e meglio d’ordinario governare

le città i più idioti fra gli uomini a comparazione dei più scienziati.

Questi vogliono comparire più sapienti delle leggi e prevalere sulle

deliberazioni prese di mano in mano nelle comuni adunanze, quasi che

fossero per mancar loro occasioni più importanti da far mostra di

loro ingegno, e così per lo più rovinano le repubbliche: gli altri

all’incontro, diffidando dalla propria avvedutezza, si pregiano d’esser

men dotti delle leggi, e inabili a vituperare chi abbia dirittamente

parlato: però operando da giudici di equità, e non da rivali, dirizzano

frequenti volte le cose a buon termine. Dobbiamo, adunque anche noi

oratori adoperar così; e senza gonfiarci per bravura di eloquenza, o

per gara di accorgimento, guardarci dal dare al popolo consigli che non

approviamo noi stessi.

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 18 / 35 段