100. Or questi Macedoni, per l’impossibilità di resistere al numeroso

esercito che li assaliva, si ritirarono ai luoghi forti di situazione,

e nelle poche castella del paese. Perocchè quelle che ora vi si veggono

le edificò poi Archelao figliolo di Perdicca, giunto che fu ad esser

re: aperse e dirizzò strade, ordinò acconciamente tutte le altre cose,

e particolarmente la milizia, fornendola di Cavalleria e di fanteria

grave e di ogni altro corredo, meglio che tutti insieme gli altri

otto re prima di lui[184]. L’esercito dei Traci partendo da Dobero,

assaltò primieramente gli stati antichi di Filippo, espugnò Edomene, ed

ebbe per dedizione Gortinia, Atalanta[185] ed alcuni altri castelli,

i quali si resero, atteso l’amicizia avevano per Aminta figliolo di

Filippo che si trovava nell’esercito. Assediarono anche Europo, ma non

poterono prenderla: allora si avanzarono nel resto della Macedonia

su la sinistra di Pella e di Cirro; ma al di qua di queste due città

non arrivarono nè alla Bottica nè alla Pieria, anzi davano il guasto

alla Migdonia, alla Grestonia e ad Antemunte. I Macedoni poi non

avevano neanche il pensiero di far loro resistenza colla fanteria:

ma colle genti a cavallo chiamate dagli alleati dell’interno, benchè

poche di fronte a molti, dove giudicassero opportuno correvano addosso

all’esercito dei Traci; e dovunque gli attaccassero, nessuno sosteneva

l’impeto d’uomini a cavallo valorosi ed armati di lorica. Laonde,

comecchè accerchiati dalla moltitudine, osavano mettersi a repentaglio

con oste tanto più numerosa di loro; ma da ultimo si rimasero anche da

ciò, reputandosi inabili a rimeritarsi contro forze sì esorbitanti.

101. Intanto Sitalce dichiarava a Perdicca le cagioni della sua

spedizione: ma siccome gli Ateniesi diffidando ch’ei v’anderebbe non

erano comparsi colla flotta, e solo gli avevano inviato ambasciatori

con dei presenti, prende il partito di distaccare parte di sua gente

contro i Calcidesi ed i Bottici, e rinchiusi che li ebbe dentro le

castella, ne saccheggiò il territorio. In vedendolo osteggiare intorno

a questi luoghi, i Tessali di mezzogiorno, i Magneti e gli altri

sudditi dei Tessali, e gli altri Greci fino alle Termopile temettero

che l’esercito potesse avanzarsi anche contro di loro, e già si

andavano preparando. Impaurirono anche tutti i Traci settentrionali

abitatori delle pianure di là dallo Strimone, i Panei, gli Odomanti,

i Droi, i Dersei, popoli tutti independenti. Corse pur voce fino tra

quei Greci che erano nemici degli Ateniesi, che indotti da questi per

titolo di alleanza marcerebbero anche contro di loro. Sitalce però,

intanto che si tratteneva, dava il guasto alla Calcidica, alla Bottica

ed alla Macedonia. Con tutto ciò non gli riuscendo nulla di quel per

cui erasi mosso, tanto più che l’esercito era stremo di vettovaglia e

molestato dal verno, si lascia persuadere a sollecitare la ritirata

da Seute figliolo di Spardoco, suo nipote, che aveva dopo lui la più

grande autorità. Si era Perdicca conciliato segretamente Seute, colla

promessa di dargli in isposa la sua sorella con ricca dote. Sitalce

pertanto acconsentì e tornò sollecitamente a casa coll’esercito, dopo

essersi fermato trenta giorni, otto dei quali presso i Calcidesi.

Dipoi Perdicca, secondo che avea promesso, dà a Seute la sua sorella

Stratonica. Così andò la spedizione di Sitalce.

102. Nel medesimo inverno, licenziata che fu la flotta dei Peloponnesi,

gli Ateniesi di presidio a Naupatto sotto il comando di Formione,

procedendo marina marina navigarono contro Astaco; e preso terra,

si avviarono nell’interno dell’Acarnania ben quattrocento di loro

con grave armatura smontati dalle navi, più quattrocento Messeni; e

cacciarono via da Strato, da Coronte e da altri luoghi la gente di cui

avevan sospetto: e ricondotto a Coronte Cenete figliolo di Teolito

ritornarono sulle navi; non giudicando opportuno, d’inverno com’era,

portar la guerra contro gli Eniadi i soli fra gli Acarnani sempre mai

loro nemici. Conciossiachè il fiume Acheloo che dal monte Pindo scorre

pel paese dei Dolopi, degli Agrai, degli Amfilochi e per le pianure

dell’Acarnania, vicino alla città di Strato dalla parte che guarda

terra, scaricandosi in mare presso gli Eniadi, impaluda intorno la loro

città, e rende impossibile, atteso l’inondazione, il guerreggiarvi

d’inverno. Anche la maggior parte dell’isole Echinadi giacciono in

faccia agli Eniadi, e non sono punto distanti dalla foce dell’Acheloo;

cosicchè questo gran fiume vi posa continuamente del fango, ed alcune

di quelle isole son divenute terraferma; e vi è da aspettarsi che in

breve tempo accada di tutte l’istesso. Imperocchè la corrente è rapida,

grande e limacciosa, e le isole, le quali sono fitte e interriate dal

loto che non potendosi spandere vi si aggruppa, vengono a congiugnersi

tra loro, perchè non son disposte in fila, ma vanno intersecandosi,

e così impediscono all’acque di sgorgare dirittamente in mare. Sono

esse disabitate e piccole, ed è fama che quando Alcmeone figliolo

d’Amfiarao, uccisa la madre, andava ramingo, avesse in risposta da

Apollo di dovere abitare appunto questa terra. E ciò perchè gli aveva

misteriosamente significato che non avrebbe scampo da’ suoi terrori

prima che avesse trovato un paese il quale, quando ammazzò la madre

non fosse visto dal sole e non fosse terra; e che in quello fissasse

la sua abitazione, come se tutto il restante della terre fosse stato

contaminato per lui. Egli, come narrasi, non sapendo a qual partito

appigliarsi, ebbe osservato quell’apponimento di terra alzatovi

dall’Acheloo, e giudicò che desso, bastevole a dargli stanza, dovesse

essersi formato nel lungo tempo che egli era vagabondo dopo l’uccisione

della madre. Però si pose ad abitare nei luoghi circonvicini agli

Eniadi, vi si fe’ potente, e dal suo figliolo Acarnano lasciò il

cognome del paese. Tale è l’istoria che di Alcmeone si racconta.

103. Ma gli Ateniesi con Formione, che partiti dall’Acarnania erano

tornati a Naupatto, nel cominciamento della primavera si ridussero

colla flotta ad Atene. Conducevano anche seco, oltre le navi prese,

i prigioni fatti nelle battaglie navali, di condizione libera, i

quali furono rilasciati col cambio d’uomo per uomo. Così terminava

quest’inverno ed il terzo anno della guerra descritta da Tucidide.

FINE DEL LIBRO SECONDO.

LIBRO TERZO

SOMMARIO.

Ribellione dei Lesbiani. — I Legati di Mitilene al congresso del

Peloponneso. — Preparativi di guerra. — I Plateesi traversan le

trincee e si salvano. — I Peloponnesi invadono l’Attica. — Feroce

arringa di Cleone contra quei di Mitilene. — Diodoto perora in

loro favore. — I Plateesi si arrendono, e son difesi innanzi ai

deputati Lacedemoni. — I Tebani si oppongono, ed ottengono che sian

tutti puniti di morte. — Tumulti di Corfù. — Guerra dei Leontini,

ed occupazion di Messina. — Demostene è vinto dagli Etolii. —

Purificazione di Delo. — Gli Acarnani fan la pace con quei di

Ambracia.

1. L’estate seguente, sul maturar del grano, i Peloponnesi co’ loro

alleati sotto il comando di Archidamo figliolo di Zeusidamo, re dei

Lacedemoni, assaltarono l’Attica, e fermatovi il campo devastavano il

terreno. Ma la cavalleria ateniese, siccome era solita ove ne avesse il

destro, si avventava sovr’essi contenendo la moltitudine delle genti

leggere, perchè spiccandosi dal campo non precorressero a danneggiare i

luoghi vicini ad Atene. Così trattenutisi finchè ebbero vettovaglia, si

ritirarono e si divisero per tornare alle loro città.

2. Dopo l’invasione de’ Peloponnesi Lesbo, eccettuata Metimna[186],

subito si ribellò dagli Ateniesi. Ciò aveano i Lesbiani disegnato

di fare anche prima di questa guerra; ma i Lacedemoni non vollero

acconsentirvi: ora poi si trovarono costretti a ribellare più presto

di quel che avevano in mente; perchè aspettavano che fosse finito

di bastionare i porti, di fabbricare le mura e le navi, e che dal

Ponto fosse arrivato il bisognevole, arcieri, grano e quant’altro

avevano mandato a prendere. Ma quei di Tenedo loro nemici, i Metimnei,

ed alcuni degli stessi Mitilenei, che per ispirito di parte erano

privatamente in relazione di ospitalità con gli Ateniesi[187],

dichiarano a questi che tutta Lesbo era forzatamente riunita in

Mitilene, i cui cittadini d’accordo con gli Spartani e co’ Beozi d’un

medesimo sangue[188] sollecitavano ogni maniera di apparecchio per

la ribellione; ed essere omai la cosa a tale che senza prevenirli

avrebbero perduta Lesbo.

3. Gli Ateniesi pertanto, afflitti e dalla pestilenza e dalla guerra

guerriata con tutto l’ardore perchè cominciata recentemente, stimavano

gran cosa l’aver nemica anche Lesbo fornita di flotta e nell’auge delle

forze[189]. Però sulle prime non porgevano orecchio a tali imputazioni,

prevalendo in loro il desiderio che elle non fossero vere: ma poichè,

spediti colà ambasciatori, non riuscirono a persuadere i Mitilenesi di

dissolvere quella riunione di gente e gli altri apparati, impaurirono,

e risolvettero di prevenirli. Laonde spediscono tostamente, sotto il

comando di Clippide figliolo di Dinia con due aggiunti, le quaranta

navi che erano in ordine per iscorrere le coste del Peloponneso,

avvegnachè avessero avuto lingua esservi fuori di Mitilene la solennità

di Apollo Maloente che i Mitilenei festeggiavano a piena folla; e

potersi sperare, sollecitando la mossa, di assalirli all’improvviso: se

la prova riuscisse, bene: se no, s’intimasse a’ Mitilenei di consegnar

le navi e demolire le mura; e trovandoli renitenti, si movesse loro

la guerra. La flotta adunque partì, e gli Ateniesi ritennero le dieci

triremi de’ Mitilenei che per patto di alleanza erano ausiliarie presso

di loro; e fecero prigioni le ciurme di quelle. Ma un tale di Atene

tragittò nell’Eubea, ed a piedi arrivato a Geresto incontrò una nave da

carico sul momento di far vela; cosicchè avuta prospera navigazione in

tre giorni giunse da Atene a Mitilene, e dà contezza ai Mitilenei della

venuta della flotta. Ed essi non più uscirono alla festa di Maloente,

e per ogni altro buon riguardo rafforzarono i ripari delle mura e dei

porti che erano mezzi finiti, e vi stavano di guardia.

Arrivò poco dopo la flotta degli Ateniesi, e visti tali preparamenti,

i generali comunicarono ai Mitilenei gli ordini ricevuti; e non

essendo obbediti incominciarono le ostilità. I Mitilenei sprovvisti ed

astretti improvvisamente a guerreggiare, fecero a piccola distanza dal

porto una tal qual sortita colle navi, come per venire a battaglia;

ma poi incalzati dalla flotta ateniese proponevano di trattare con

gli ammiragli di essa; volendo, se era possibile, far subito tornare

indietro l’armata con condizioni oneste. I generali degli Ateniesi

gradirono la proposizione, perchè temevano essi pure di non avere

forze bastanti per far guerra contro tutta Lesbo. Ottenuta la tregua,

i Mitilenei spediscono agli Ateniesi uno di quei delatori, che si era

già pentito del fatto, con altri, per provare d’indurli a ritirar

la flotta, accertandoli non metterebbono più campo a romore. Ma nel

medesimo tempo, non isperando verun buon esito in ciò che riguardava

gli Ateniesi, di soppiatto alla flotta di questi, ferma sull’ancora a

Malea al settentrione della città, spediscono a Sparta ambasciatori

sopra una trireme. Arrivati essi a Sparta con infelice navigazione

tenevano pratiche per avere qualche soccorso.

5. Rivenuti da Atene i legati senza aver concluso nulla, i Mitilenei

col resto di Lesbo, eccetto Metimna, si disposero alla guerra. Anzi i

Metimnei, i Lemnii, gl’Imbri ed alcuni pochi degli altri confederati

erano in aiuto degli Ateniesi. Fecero i Mitilenei in massa una sortita

contro il campo ateniese, e sebbene nella battaglia occorsa non

avessero la peggio, pur non si attentarono di passarvi la notte, ma

ritornarono indietro. Quindi stavano essi dal canto loro tranquilli,

intendendo di tornare al cimento se venisse rinforzo dal Peloponneso,

unitamente all’altro apparecchio che allestirebbero. Di fatto arriva

Melea spartano con Ermeonda tebano, stati spediti prima della

ribellione di Lesbo: ma non avendo potuto prevenire la flotta ateniese,

di nascosto dopo la battaglia s’introducono in città sopra una trireme,

e consigliavano si spedisse un’altra trireme a Sparta con legati in

loro compagnia.

6. Ma gli Ateniesi rincorati grandemente per lo starsi dei Mitilenei,

chiamarono confederati, che molto più prontamente comparvero al vedere

che nissuna valida resistenza si opponeva dalla parte de’ Lesbii:

fermarono in giro la flotta dalla parte meridionale della città, e da’

due lati di lei guarnirono di trincea due accampamenti, ed incrociavano

ai due porti; escludendo così dall’uso del mare i Mitilenei. Essi

nondimeno dalla parte di terra, insieme con gli altri Lesbii già venuti

in soccorso, restavano padroni di tutto il resto del territorio;

se non che lo spazio non grande che circondava gli accampamenti lo

ritenevano gli Ateniesi. La stazione della loro flotta e il mercato era

principalmente Malea. Così faceasi la guerra intorno a Mitilene.

7. Ma nel tempo medesimo di questa estate gli Ateniesi spedirono

nel Peloponneso trenta navi sotto la condotta di Asopio figliolo

di Formione, seconda che erano stati richiesti dagli Acarnani che

mandassero loro per comandante un figliolo o un parente di Formione.

Queste navi radendo la spiaggia saccheggiarono le terre marittime della

Laconia; dopo di che Asopio ne rimandò a casa la maggior parte, e con

sole dodici arriva a Naupatto. Indi sollecitò tutti generalmente gli

Acarnani per portar la guerra contro gli Eniadi, risalendo egli colle

navi pel fiume Acheloo, mentre le soldatesche di terra guastavano il

paese. Ma vedendo ch’e’ non si arrendevano, licenzia la fanteria; e

fatto vela verso Leucade, e presa terra a Nerico, nel continuare la sua

ritirata viene tagliato a pezzi con parte di sue truppe dalla gente

del paese ivi accorsa, e sostenuta da pochi soldati che vi erano di

presidio. Finalmente gli Ateniesi partirono colla flotta dopo aver

ricevuto sotto salvocondotto i cadaveri da’ Leucadii.

8. Frattanto arrivano ad Olimpia gli ambasciatori dei Mitilenei

spediti sulla prima nave, secondo gli ordini avuti dai Lacedemoni di

presentarsi ad Olimpia, affinchè gli altri confederati non entrassero

in deliberazione prima di aver sentito anche loro. Era l’Olimpiade,

nella quale Rodio dorico riportava la seconda volta vittoria. E poichè,

finita la festa, furono ammessi all’udienza, parlarono così.

9. «Prestantissimi Spartani ed alleati, ci è al tutto nota la

consuetudine fermata tra i Greci, che coloro i quali raccettano i

popoli, che all’occasione di guerra ribellansi ed abbandonano la

lega di prima, li hanno a grado in quanto che ne risentono utilità;

ma reputandoli traditori dei primieri amici, li tengono anche per

peggiori. Nè tale estimazione è ingiusta, posto che i ribellanti e

que’ dai quali uno si distacca sieno eguali tra loro nelle intenzioni

e nella benevolenza, e si contrabbilancino gli apparecchi e le forze

di entrambi, nè vi sia alcuna onesta cagione di ribellare: ciò che non

è da dire di noi e degli Ateniesi. Nè sia vero che si abbia peggior

concetto di noi, se onorati da essi in pace, ce ne alieniamo nei

pericoli.

10. «Però (spezialmente perchè vi richiediamo della vostra alleanza),

faremo prima parola dei giusti argomenti che guarentiscono il nostro

retto operare; avvegnachè ben sappiamo che non si ferma stabilmente

amicizia tra i privati, nè società in alcuna cosa tra le repubbliche,

ove gli animi non sieno uniti con reciproca opinione di virtù, ed ove

la loro indole anche nel resto non si rassomigli; perchè la discordanza

delle menti ingenera le controversie nei fatti. Or fuvvi alleanza da

prima tra noi e gli Ateniesi, perchè voi vi ritiraste dalla guerra dei

Medi, laddove essi rimasero al compimento dell’impresa. Ci legammo

però non per soggettare i Greci agli Ateniesi, ma per liberare i Greci

dal Medo: e finchè il loro governo serbò l’impronta dell’uguaglianza,

noi li seguimmo animosamente: ma come li vedemmo allentar l’inimicizia

contro il Medo, e darsi briga del servaggio degli alleati, non fummo

più senza timore. E gli alleati a causa della moltiplicità dei

suffragi[190] non potendo riunirsi in un sol corpo e far fronte a

loro, sono già stati messi in servaggio, salvo noi ed i Chii: e noi

independenti (sì perdio!) e liberi di puro nome, proseguimmo ad unir

con loro le armi nostre. Ma imparando dai passati esempi non più

tenemmo gli Ateniesi per duci fidati; perciocchè non era da presumere

che, tiranneggiati gli altri popoli da loro descritti insiem con noi

nella lega, non facessero l’istesso dei rimanenti, ove ad essi ne

venisse il destro.

11. «Che se tutti godessimo ancor veramente della nostra politica

independenza, più sicuramente sarebbero essi da noi creduti non

ordir novità: ma da poichè soggettati i più, usano con noi dentro ai

termini del giusto, e riscuotendo gli ossequi di quasi tutti, noi soli

restiamo a gareggiar con loro, doveano a buon dritto sopportar ciò più

adiratamente, specialmente in quanto che essi divenivano più potenti,

e noi più deserti. Or la bilancia del timore è l’unica guarentigia per

l’alleanza; perciocchè chi voglia punto trasgredire ad essa, si rimuove

dall’offendere altrui al non vedersi in nulla da più. Nè per altra

cagione noi siam rimasti independenti, se non in quanto si pareva loro

che per aggiugnere all’impero volevasi occupare la cosa pubblica col

buon garbo di parole, e coll’assalto, direm così, di astuzie, piuttosto

che di violenza. Posciachè a testimoniare la loro causa allegavano non

esser possibile che noi aventi ugual diritto con essi al suffragio,

unissimo, nostro mal grado, con loro le armi nostre, se i popoli contro

cui andavano non fossero rei di qualche ingiustizia. E così da primo

conducevan seco i più potenti contro i men forti, e lasciando quelli da

ultimo erano per trovarli più deboli, tolti di mezzo tutti gli altri:

che se avessero incominciato da noi, quando tutti avevan non solo le

proprie forze, ma ancora a chi appoggiarsi, non li avrebbon potuti

per egual modo soggiogare. Di più dava loro non poco timore la nostra

flotta che per avventura riunitasi in aggiunta alla vostra o a qualche

altra, non li mettesse in pericolo. In parte ancora dovemmo il nostro

scampo ai buoni uffici usati col loro Comune e con quei che di mano

in mano vi presedevano: ma nondimeno, prendendo ad esempio l’accaduto

agli altri, non credevamo poter durare a lungo, se non insorgeva questa

guerra.

12. «Qual mai amicizia o fiduciale libertà era adunque questa, in

cui le accoglienze scambievoli erano in contradizione coi sentimenti

dell’animo? Ei per paura ci carezzavano in guerra: noi facevamo

altrettanto con loro in pace; e dove negli altri la benevolenza

conferma la fedeltà, in noi mantenevala la paura; cosicchè restammo

nella lega stretti più dal timore che dall’amicizia: ed a qualunque

dei due la sicurezza porgesse ardimento, quegli dovea ben essere il

primo a trasgredire. Laonde non drittamente riguarda chi, per il

loro indugio a’ danni nostri, ci ponga dalla parte del torto, perchè

ribellandoci li abbiamo prevenuti, senza aspettare di veder chiaro

se alcun di quei mali ci incontrasse. Conciossiachè se fossimo stati

bastanti a contrapporre egualmente insidie ad insidie, temporeggiamenti

a temporeggiamenti, qual ragion v’era da temere di restar noi, del

pari che gli altri, sotto di essi? Ma se stava sempre in loro potestà

l’assalirci, deve pure star nella nostra il prevenir le offese.

13. «Queste sono, o Spartani ed alleati, le cause della nostra

ribellione, e i motivi di nostre condoglienze sufficienti a chiarir chi

gli ascolti dell’onestà del nostro operare, e bastevoli a sbigottir

noi, ed a rivolgerci a qualche partito di sicurezza; noi che ciò

meditavamo di fare è già buona pezza, quando durante la pace vi

spedimmo legati intorno alla ribellione: se non che ne fummo impediti

dal vostro rifiuto. Ora però all’invito dei Beozii abbiamo prontamente

aderito, e reputiamo che doppiamente ci ribelleremo; primo, da’ Greci

per non ci unire cogli Ateniesi a danneggiarli, anzi concorrer con voi

a liberarli; secondo dagli Ateniesi per prevenirli, affinchè noi stessi

non restiamo alla fine oppressi da loro. Ma la nostra ribellione fu

troppo sollecita e sfornita de’ necessari apparecchi: il perchè tanto

meglio dovete riceverci nell’alleanza, e spedirci prontamente soccorso,

acciò mostriate di aiutare quelli che aiutar si conviene, e ad un’ora

stessa danneggiate i vostri nemici. L’opportunità non fu mai più bella:

sono gli Ateniesi rifiniti dalla pestilenza e dalle spese; le loro

navi, parte sono attorno al vostro territorio, parte sono schierate

contro di noi: cosicchè se in questa stessa estate voi gli assaltiate

un’altra volta per mare e per terra, non è da credere che essi abbiano

navi di soverchio; ma o non potranno resistere alle nostre flotte, o

si ritireranno dal Peloponneso e da Lesbo. Nè sia tra voi chi pensi di

affrontare un pericolo tutto suo per un paese straniero: perocchè cui

sembra Lesbo troppo lontana, sappia che ella gli procaccierà vantaggi

dappresso; perchè la guerra non si farà nell’Attica, come taluno

avvisa, ma là onde i vantaggi dell’Attica derivano. In fatti hanno gli

Ateniesi dagli alleati le loro rendite di denaro, le quali diverranno

anche maggiori qualora soggioghino noi; avvegnachè niun altro oserà

allora ribellarsi, e là coleranno anche le nostre ricchezze, e più

duri ceppi soffriremo dei fatti schiavi di prima. Ma aiutandoci voi

prontamente, vi aggiungerete una città fornita di gran flotta, di cui

principalmente abbisognate, e più di leggieri fiaccherete gli Ateniesi,

sottraendo loro gli alleati, ciascuno dei quali più animosamente

ricorrerà a voi. Così sfuggirete la taccia che avete di non soccorrere

quei che si staccano dagli Ateniesi; e mostrandovi solleciti della loro

libertà potrete meglio confidare della vittoria di questa guerra.

14. «Però, rispettando le speranze che i Greci pongono in voi, e questo

Giove Olimpico, nel cui tempio ci troviamo a modo di supplichevoli,

aiutateci divenendo alleati di Mitilene: nè abbandonate noi che

sebbene ci esponiamo al privato pericolo dei nostri corpi, siamo per

arrecare utilità universale se riusciremo felicemente, e danno anche

più universale, se, non udendoci voi, soccomberemo. Oprate adunque da

uomini di quel credito in che vi tengono i Greci, e quali il timor

nostro vi desidera.»

15. Tale fu il discorso de’ Mitilenei; udito il quale i Lacedemoni

e gli alleati ne approvarono le proposizioni. Si fecero confederati

i Lesbii, e obbligaronsi di assaltar l’Attica: e risoluti di ciò

effettuare ordinarono agli alleati che eran presenti di trovarsi senza

indugio con due terzi di loro genti sull’istmo, ove arrivati essi i

primi allestivano sull’istmo stesso gl’ingegni per trasportar sovr’esso

le navi da Corinto nel mare che guarda Atene, e per dar l’assalto a un

tempo stesso per mare e per terra. Eglino certamente davano con ardore

opera a ciò fare; ma gli altri alleati si adunavano lentamente; mentre

occupati nella ricolta delle grasce postergavano le faccende della

milizia.

16. Accortisi gli Ateniesi che tali preparamenti erano causati dalla

mala opinione di loro insufficienza, vollero far conoscere che e’ non

la discorreano dirittamente, ma che essi erano in istato, senza movere

la flotta di Lesbo, di resistere facilmente anche ad un’armata che si

avanzasse dal Peloponneso. Però armarono cento navi; e le montarono

da se stessi, tanto inquilini che cittadini, eccetto quei dell’ordine

cavalleresco e i Pentacosiomedimni[191]. Fatto vela e pervenuti alle

coste dell’istmo, mettevano in mostra le proprie forze, facendo anche

scala nel Peloponneso ovunque paresse loro. Fu questo uno spettacolo

di gran sorpresa per i Lacedemoni, che credettero però non vere le

relazioni dei Lesbii: e poichè non erano ancora giunti gli altri

alleati, e ricevevano avviso che le trenta navi ateniesi intorno al

Peloponneso devastavano le campagne dei dintorni di Sparta, ebbero la

cosa per intrigata, e se ne tornarono a casa. Dipoi preparavano la

flotta da mandarsi a Lesbo; ed intimavano ripartitamente alle città

le navi sino al numero di quaranta, prepostovi ammiraglio Alcida,

che dovea guidar quella spedizione. Gli Ateniesi poi, vista la loro

ritirata, partirono anch’essi colle loro cento navi.

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 17 / 35 段