che stanziavano a Cillene apparecchiati per la battaglia di mare, si
spinsero colla flotta sino a Palermo dell’Acaia, ove dalla parte di
terra erano già venute in rinforzo le genti del Peloponneso. Similmente
Formione passò da Naupatto a Rio di Molicro, e al di fuori di questo
promontorio si tenne sull’ancora con venti navi, quelle stesse con
le quali aveva combattuto. Era questo Rio amico agli Ateniesi, a
differenza dell’altro nel Peloponneso, situato rimpetto al primo, tra
loro distanti circa settanta stadii di mare; ed è questa la bocca del
seno di Crisa. Adunque i Peloponnesi, visti gli Ateniesi, presero
stazione con settantasette navi presso questo Rio dell’Acaia, non molto
distante da Palermo, ove era la loro fanteria. Per sei o sette giorni
stettero entrambi alle vedette, intesi a prepararsi pel combattimento
che disponevano di fare. Discorrevano i Peloponnesi non esser da uscire
al largo fuori dei due Rii, temendo ancora della passata sconfitta:
gli Ateniesi di non dovere ingolfarsi nello stretto, giudicando che
la battaglia in luogo angusto sarebbe in vantaggio dei Peloponnesi.
Cnemo poi, Brasida e gli altri comandanti dei Peloponnesi volendo
precipitar gl’indugi ed attaccar la zuffa innanzi che da Atene venisse
nuovo aiuto, adunarono da prima i soldati; e poichè gli vedevano per
la maggior parte paurosi ed inviliti, attesa la precedente sconfitta,
presero a rincorarli e parlarono così:
87. «Valorosi Peloponnesi, la passata naval battaglia, se a cagione
di quella avvi chi teme della futura, non porge giusto argomento per
intimorirvi, ove sappiate come ella non ebbe completo apparecchio,
e che la nostra corsa avea per oggetto non combattimento marittimo,
ma piuttosto trasporto di truppe. La fortuna stessa ci fu in molti
casi contraria, e forse l’inesperienza (essendo quello il primo
combattimento per mare) causò il nostro danno, cosicchè non fu per
viltà che restammo vinti. Nè quel vigor d’animo a cui vincere non
valse la forza, e che trova in se stesso la sua discolpa, dee punto
indebolirsi per le conseguenze di sinistra fortuna: anzi tutto che
possa addivenire che restino gli uomini sconcertati pel concorso
di casuali accidenti, vuolsi ciò non pertanto reputare che, quanto
all’animo, sieno gli stessi valorosi e inalterabili; e che serbando in
petto cuor generoso, non piglierebbono a pretesto l’inesperienza per
aonestar talvolta la loro codardia. Ma voi non siete di tanto inferiori
nell’esperienza, quanto per ardimento superiori. La pratica di costoro,
che principalmente vi spaventa, se va unita all’intrepidezza ricorderà
loro, anche in mezzo al pericolo, di eseguire i precetti appresi; ma
senza intrepidezza nissun’arte è buona contro i pericoli; perocchè
la paura perturba la memoria, e l’arte senza fortezza a nulla giova.
Contrapponete adunque alla loro maggior pratica il vostro maggiore
ardimento; al timore per la sconfitta sofferta la considerazione di non
essere stati allora ben preparati; e riflettete che adesso voi avete
il disopra, non solo pel maggior numero delle navi, ma ancora perchè
venite a battaglia lunghesso una piaggia vostra, ove è anche pronta per
voi la soldatesca di terra. Ora la vittoria è ordinariamente dei più e
dei meglio preparati: ond’è che non abbiamo pure un motivo giusto da
temere della sconfitta: anzi gli sbagli stessi da noi prima commessi
ci serviranno di nuovo ammaestramento. Su via adunque, nocchieri e
marinari, fate ognuno il debito vostro, non abbandonando il posto
assegnato a ciascuno, e noi sapremo non meno dei passati capitani
prepararvi opportuna l’affrontata, nè lasceremo a chicchessia scusa ad
esser codardo: o se pur vi sia chi il voglia, sarà punito colla dovuta
pena, dove i valorosi avranno il premio che si compete al valore.»
88. Con queste parole i capitani inanimivano i Peloponnesi. E Formione
insospettito anch’egli dello sbigottimento dei soldati, ed avvistosi
che nei loro cerchi mostravansi timorosi, per la moltitudine delle navi
nemiche, prese consiglio di convocarli per rincorarli con avvertimenti
confacevoli all’occasione. Teneva già anche di prima preparati i loro
animi, dicendo continovamente non esservi moltitudine di navi per
grande che fosse, alla quale, venendo contro di loro, e’ non potessero
resistere. Ed i soldati stessi da molto tempo avevano di sè concepita
questa dignitosa opinione che, Ateniesi com’erano, non cederebbero a
quantunque gran numero di navi peloponnesie. Nondimeno, osservandoli
allora scoraggiati al ragguardamento del nemico, voleva rammentar loro
avessero coraggio: il perchè, radunati gli Ateniesi, parlò in questa
sentenza.
89. «Al vedervi, o prodi soldati, impauriti per la moltitudine dei
nemici, vi ho qua radunati; perchè non credo del vostro decoro lo
sbigottire per cose non punto formidabili. E primieramente hanno
costoro apparecchiato gran numero di navi, non contenti di forze eguali
alle nostre, appunto perchè sono stati già vinti, e da se stessi si
riconoscono inferiori a noi. In secondo luogo, quella baldanza, alla
quale principalmente affidati ci vengono incontro, come se di loro
soltanto fosse proprio l’esser valorosi, non da altro procede che dalla
pratica delle battaglie terrestri, ove ordinariamente sono vincitori;
e però credono di poter far lo stesso anche in quelle di mare. Ma
tal ragione di imbaldanzire se l’hanno essi in quell’altro genere di
combattimento, molto più a buon dritto l’avremo ora noi. Imperocchè in
generosità ei non ci avanzan punto, laddove siamo entrambi più arditi
in ciò, in che siamo più esperimentati. Inoltre i Lacedemoni, venendo
alla testa degli alleati per ricuperare il proprio decoro, ne conducono
al cimento la maggior parte di mala voglia; avvegnachè, se così non
fosse, dopo quella grande sconfitta non sarebbono essi venuti mai ad un
secondo naval combattimento. Non abbiate no dunque timore della loro
audacia; anzi voi mettete in loro più grande e più certa paura, sì
perchè gli avete già vinti, sì perchè pensano che or non vi opporreste
loro, se non aveste in animo di fare qualche stupenda prova. In fatti
di due eserciti a fronte quello che, come il loro è più numeroso,
viene all’assalto fidando più nella forza che nel consiglio: ma quello
che è molto inferiore di numero, e viene non astretto alla pugna,
resiste al nemico confidando solo nella grandezza del proprio animo.
Le quali cose essi considerando, temono più del nostro straordinario
procedere, che non farebbono d’apparecchio proporzionevole al loro.
Molti eserciti sono già stati battuti da minor numero per inesperienza
e talora per codardia; noi però da tali difetti siamo immuni: nè per
quanto starà in me, attaccherò la battaglia nel golfo, anzi neppure
vi entrerò. Conciossiachè vedo, contro molte navi mal pratiche non
esser favorevole la ristrettezza del luogo per le poche, che nei loro
movimenti han pratica e più speditezza al corso; perchè non avendosi da
lungi il prospetto del nemico, niun potrebbe prender le dovute misure
per ispignersi contro la nave contraria ed assalirla, nè, messo alle
strette, aver modo di ritirarsi all’occasione. Nè possibil sarebbe
rompere e traversare le file nemiche, e dare indietro girando di bordo;
operazioni tutte proprie delle navi più spedite: ma farebbe allor di
mestieri ridurre la battaglia di mare a battaglia di terra, lo che
gioverebbe al maggior numero di navi. Ora io, per quanto sta in me,
provvederò a tutto questo, e voi tenetevi fermi in buona ordinanza
sulle navi, ed eseguite prontamente gli ordini che riceverete, tanto
più che ad ogni momento possiam venire all’affronto. Nell’atto stesso
poi della pugna badate sovrattutto al buon ordine ed al silenzio
(ciò che giova in assai operazioni di guerra, ma principalmente pei
combattimenti navali); e rispingete costoro, in maniera che risponda
alle passate imprese. Il cimento è per voi rilevantissimo, trattandosi,
o di torre ai Peloponnesi ogni speranza di aver flotta, o di rendere
agli Ateniesi più imminente il timore di perdere la superiorità del
mare. Vi rammento in ultimo che già su la maggior parte dei nemici
riportaste vittoria: ora soldati una volta vinti non possono serbare lo
stesso animo nell’incontro degli stessi pericoli.»
90. Con queste parole anche Formione rincorava la sua gente. Ma i
Peloponnesi, al vedere che gli Ateniesi non venivano verso loro nel
golfo, e dove è più angusto, volendo condurveli dentro a loro dispetto,
sul far dell’aurora presero il largo, e ordinate le navi con quattro di
fronte si avviarono nell’interno del golfo verso il loro territorio.
Precedeva l’ala destra con lo stesso ordine che aveva tenuto stando
sull’ancora: avevano però in cotest’ala collocato venti delle navi
più spedite, affinchè se mai Formione, credendoli dirizzati contro
di Naupatto, si avviasse anch’egli colà per soccorrerlo, la flotta
Ateniese non potesse spingersi oltre quell’ala destra, e scansare così
d’essere investita da loro; anzi quelle venti navi dovesser chiuderla
in mezzo, ripiegandosi sopra di lei. Come Formione vide i nemici
partire impaurì, conforme ei si aspettavano, per Naupatto rimasto
senza presidio, e fatte suo malgrado e frettolosamente montar le navi
alla sua gente, scorreva lungo la costa, su la quale lo seguitava la
fanteria dei Messeni pronta a soccorrerlo. I Peloponnesi visto gli
Ateniesi avanzarsi con le navi schierate una dopo l’altra, ed omai
ingolfati (ciò che appuntò bramavano), allora fatto un solo segnale,
voltarono improvvisamente di bordo; e con la maggior celerità che
ognuno poteva vogavano di fronte addosso agli Ateniesi. Speravano essi
di poter prendere tutte le navi, ma undici di esse che erano innanzi
all’altra, preso il largo, si sottraggono all’ala dei Peloponnesi, e al
ripiegarsi su loro delle venti navi. Raggiungono bensì il restante, e
spintele a terra mentre fuggivano, le fracassarono, ed uccisero tutta
la gente ateniese che non si era salvata a nuoto. Alcune altre restate
vuote le legavano alle loro e le rimorchiavano, ed una ne presero
entrovi la ciurma. Allora i Messeni accorsero in aiuto, ed entrando
armati nel mare salirono sopra alcune, e combattendo di su i banchi,
mentre venivano rimorchiate, le riebbero.
91. I Peloponnesi adunque erano da questa parte vincitori, ed avevano
rovinate le navi ateniesi. In questo le loro venti navi poste sull’ala
destra correvano dietro alle undici ateniesi, che sottrattesi
all’incalzar dei nemici eransi tirate al largo, ed eccetto una, furono
le altre in tempo a ricovrarsi a Naupatto. Quinci fermatesi in faccia
al tempio d’Apollo colle prue rivolte in fuori si preparavano a
ributtarli, s’ei vogassero a terra contro di loro. I Peloponnesi che vi
giunsero dopo, navigavano cantando il peana come già vincitori; e una
nave leucadia, che sola vogava molto innanzi all’altre, dava la caccia
ad una ateniese rimasta indietro. Era casualmente ferma sull’ancora in
distanza dal lido una barca mercantile, presso la quale arriva la nave
ateniese prima della leucadia, gira di bordo intorno a lei, e riviene
ad urtar nel mezzo quella che la inseguiva, e la sommerge. Codesto
accidente inaspettato e strano riempie di spavento i Peloponnesi che
altresì ebri della vittoria rincorrevano le navi nemiche alla rinfusa;
tal che alcune delle navi loro, per aspettare che si riunissero le
altre più, abbassarono i remi e fermarono il corso: cosa inopportuna
nell’occasione che il nemico aveva breve spazio a trascorrere per
lanciarsi contro di loro: altre mal pratiche dei luoghi urtarono in
secco.
2. A tal vista ritornò negli Ateniesi il coraggio, e con unanime
grido di eccitamento corsero sopra i Peloponnesi, i quali in mezzo
al disordine causato dai precedenti sbagli, per breve ora ressero,
e poi fuggirono verso Palermo d’onde erano partiti. Gli Ateniesi
incalzandogli tolsero loro sei navi che avevano più vicine, riebbero
quelle state dapprima rovinate su la costa e rimorchiate, ed uccisero
parte delle ciurme, parte fecero prigioni. Timocrate lacedemone che era
su la nave leucadia la quale andò a fondo vicino alla barca mercantile,
quando ella si perdeva si scannò, e fu poi sbalzato nel porto dei
Naupatti. Ritornati gli Ateniesi al sito da cui partitisi ottennero
questa vittoria, vi ersero trofeo, ricuperarono i cadaveri ed i rottami
delle navi che erano vicini alla loro costa, e con salvocondotto
restituirono i loro ai nemici. Parimente i Peloponnesi attribuendo
a sè la vittoria, ersero trofeo a Rio dell’Acaia per la sconfitta
in cui spezzarono su la costa le navi ateniesi; e quella sola che
avevano presa la consacrarono presso al trofeo. Dopo di ciò temendo del
soccorso che si aspettava da Atene, sull’imbrunir del giorno, tutti,
eccetto i Leucadii, si ridussero nel golfo di Crisa ed a Corinto. Gli
Ateniesi che con le venti navi dovevano da Creta raggiunger Formione
prima della battaglia navale, arrivarono a Naupatto poco dopo la
ritirata delle navi dei Peloponnesi; e finiva l’estate.
93. Cnemo poi, Brasida e gli altri capitani dei Peloponnesi, prima di
licenziar la flotta che si era ritirata a Corinto e nel seno di Crisa,
cominciando l’inverno, vollero, secondo che erano stati istruiti dai
Megaresi, fare un tentativo contro il Pireo porto degli Ateniesi che
era senza presidio e senza sbarre; nè ciò rechi meraviglia, atteso la
gran superiorità degli Ateniesi nella marina. Risolvettero adunque
prendendo ciascuno un remo col suo scarmo e piumacciolo, d’andare
per la via di terra da Corinto al mare che guarda Atene; ed arrivati
prestamente a Megara varare da Nisea loro arsenale le quaranta navi
che vi erano, e navigare direttamente contro il Pireo, non vi essendo
navi a guardarlo. Gli Ateniesi non si aspettavano punto di esser così
all’improvviso assaliti dalla flotta dei nemici, poichè stimavano ch’e’
non avrebbero osato di farlo neanche scopertamente e con tutto l’agio,
e che, se mai ciò corresse loro nell’animo, non sarebbe senza che lo
presentissero. Appena risoluto ciò si misero in cammino. Arrivarono di
notte a Megara, e varate in mare da Nisea le navi, non andarono più,
come avevano disposto, contro al Pireo, impauriti dal pericolo, ed
impediti anche, come si racconta, da non so qual vento; ma bensì contro
al promontorio di Salamina che guarda Megara, ove era una fortezza e
tre navi di guarnigione, per impedire che nulla entrasse in Megara od
uscisse. Diedero l’assalto alla fortezza, e menaron via le tre navi
abbandonate dalla ciurma, ed assaltando inaspettatamente il resto di
Salamina, presero a saccheggiarla.
94. Ma i Salamini alzarono i segnati di fuoco nunziatori del
nemico[178], verso Atene, ove non fu mai sbigottimento maggiore di
questo durante la guerra. Imperocchè quei della città si immaginavano i
nemici già entrati nel Pireo, quelli del Pireo già espugnata Salamina,
e che i nemici dal vedere al non vedere entrerebbero da loro: lo
che sarebbe senza difficoltà accaduto, se avesser voluto precipitar
gl’indugi, nè il vento arebbe potuto impedirneli. Sul far del giorno
gli Ateniesi accorsi in bulima al Pireo vararono le navi; e salitivi
sopra in fretta e alla rinfusa, andarono con esse a Salamina, e misero
la fanteria a guardia del Pireo. Come i Peloponnesi ebbero sentore di
questo rinforzo, corsero gran parte di Salamina, prendendo uomini,
bottino e le tre navi della fortezza di Budoro: quindi navigarono
speditamente a Nisea, giacchè temevano anche delle proprie navi, che
varate dopo molto tempo non tenevano punto, ed arrivati a Megara
ritornarono per terra a Corinto. Gli Ateniesi non avendoli trovati più
intorno a Salamina, tornarono indietro con la flotta; e dopo questo
avvenimento più accoratamente guardavano il Pireo col tenerne serrati i
porti e con ogni altra sorta di diligenza.
95. Circa i medesimi tempi, sul cominciare di quest’inverno, Sitalce
odrisio figliolo di Tereo, re dei Traci, mosse le armi contro Perdicca
figliolo di Alessandro, re di Macedonia, e contro i Calcidesi della
Tracia, per causa di due promesse, una delle quali voleva gli fosse
attenuta, l’altra attenere egli stesso. È da sapere che Perdicca
trovandosi alle strette sul principio della guerra aveva fatto a
Sitalce delle promissioni, solo che lo riamicasse con gli Ateniesi,
e non riconducesse in patria (per farlo re) Filippo suo fratello che
gli era pure nemico: ora però non eseguiva quello che aveva promesso.
Sitalce poi quanto a sè aveva convenuto, quando fece alleanza con
gli Ateniesi, di por fine alla guerra calcidica nella Tracia. Per
queste due promesse adunque faceva la spedizione; e conduceva seco
Aminto figliolo di Filippo per porlo sul trono dei Macedoni, Agnone
come capitano, ed anche gli ambasciatori ateniesi che a quest’oggetto
si trovavano presso di lui; conciossiachè gli Ateniesi pure avevano
impegnato la parola di concorrere alla guerra contro i Calcidesi con
flotta e buon numero di genti.
96. Partito adunque dagli Odrisii sommuove prima tutti i Traci infra
il monte Emo e Rodope[179], su’ quali egli imperava sino al mare, dal
Ponto Eussino all’Ellesponto; poi i Geti al di là del monte Emo[180], e
tutte le altre parti abitate di qua dal fiume Istro più verso il mare
detto Ponto Eussino. I Geti e gli altri di questi luoghi confinano con
gli Sciti, usano la medesima armatura, e son tutti arcieri a cavallo.
Invitava ancor a molti dei Traci montanari che sono liberi, armati di
coltella, e chiamansi Dii[181], ed abitano la maggior parte sul Rodope;
dei quali alcuni ne guadagnava col soldo, altri lo seguivano volontari.
Sollecitava ancora gli Agriani ed i Leei, e gli altri popoli della
Peonia soggetti al suo impero. Questi erano gli ultimi del suo dominio
che si stendeva sino ai Graei e Leei della Peonia, e sino al fiume
Strimone; che dal monte Scornio scorre a traverso dei Graei e dei Leei,
ove aveva confine il suo territorio dalla parte che guarda i Peonii, i
quali di lì in poi sono liberi. Dalla parte dei Triballi pure liberi
lo confinavano i Treri ed i Tilatei. Abitano costoro a Settentrione
del monte Scornio, ed a ponente si stendono sino al fiume Oscio che
nasce nel monte stesso, come pure il Nesto e l’Ebro. Cotesto monte è
disabitato, vasto ed attaccato a Rodope.
97. L’impero degli Odrisii, quanto alla sua grandezza, dalla parte che
arriva sino al mare, si stende dalla città di Abdera al Ponto Eussino
fin dove imbocca il fiume Istro. Il giro di questa costa per il cammino
più corto, se il vento soffi continovamente da poppa, con una nave
tonda si fa in quattro giorni ed altrettante notti. Per terra poi la
via più corta da Abdera sino all’Istro un uomo spedito la fornisce in
undici giornate: tanta è la sua estensione su la parte di mare. Ma
verso terraferma da Bizanzio fino ai Leei e allo Strimone (imperocchè
in questa linea è la maggior distanza del mare da terra) la gita può
compirsi da un uomo spedito in tredici giornate. Il tributo di tutto
il paese barbaro e delle città greche, secondo che lo han pagato sotto
Seute (che succeduto nel regno a Sitalce lo rese gravissimo) montava
alla somma di circa quattrocento talenti d’argento, che si pagavano
in oro ed argento. Nè di minor valore erano i doni i quali non al re
solamente, ma ai magnati degli Odrisii o potenti presso lui venivano
offerti, che in oro e che in argento, senza contare le stoffe a opera
e lisce ed altri mobili. Poichè, al contrario di quel che si pratica
nel regno di Persia, aveano cotesti signori messa l’usanza, che dura
anche presso gli altri Traci, di pigliare piuttosto che dare; ed era
maggior vergogna per chi richiesto non dava, che per chi chiedendo non
otteneva. Cotale usanza per la potenza di quelli durò lungo tempo; nè
era possibile di concluder nulla senza donativi, il perchè il regno
venne a gran potenza, sendo che di quei di Europa tra il seno ionico e
il Ponto Eussino, esso fu il più considerabile pel provento di denaro
e per ogni altra sorta di opulenza. Ma nel valor guerriero e nella
moltitudine delle soldatesche fu di gran lunga inferiore a quel degli
Sciti; al quale non che siano da agguagliare le nazioni d’Europa, ma
neanche in Asia avvi nazione, che da solo a solo possa resistere contro
tutti gli Sciti d’accordo. Nondimeno in accorgimento e prudenza per le
altre cose concernenti la vita, non sono da mettere alla pari con le
altre nazioni[182].
98. Sitalce adunque re di sì vasto paese preparava il suo esercito;
e poichè ebbe ordinato il tutto, mosso il campo s’incamminava verso
la Macedonia, passando prima pe’ suoi stati, e di poi per Cercina
monte disabitato, conterminale dei Sinti e de’ Peonii; tenendo la
strada da lui stesso aperta col taglio della foresta quando portò
la guerra contro i Peonii. Da Odrise marciando pel monte avevano a
destra i Peonii, a sinistra i Sinti e i Maidi; e passato che l’ebbero
giunsero a Dobero città della Peonia. Nel cammino non soffrì perdita
veruna dell’esercito, salvo che pochi per malattia, anzi lo ebbe
accresciuto; imperocchè molti di quei Traci liberi lo seguitarono,
benchè non chiamati, per avidità di bottino: talchè si dice l’intero
esercito essere stato non meno di cento cinquantamila, per la maggior
parte fanti, ed il terzo cavalli. Il grosso della cavalleria lo
somministravano principalmente gli Odrisii, e con esso loro i Geti.
Della fanteria i più agguerriti erano quei che portavano coltella,
gente libera scesa da Rodope. Il resto poi della turba che li seguiva
era un miscuglio di ogni sorta di gente, formidabile più che altro pel
suo gran numero.
99. Facevano pertanto la massa a Dobero, e disponevano di assaltare
dalla parte montuosa la Macedonia inferiore, di cui era padrone
Perdicca; poichè sono compresi tra’ Macedoni anche i Lincesti e
gli Elimioti ed altri popoli più dilungi dal mare, i quali sebbene
confederati dei Macedoni e loro soggetti, pure hanno ognuno il suo
regno. Ma quella che di presente si chiama Macedonia marittima
l’acquistarono e vi regnarono i primi Alessandro padre di Perdicca e i
suoi maggiori discendenti da Temene, che ab antico venivano da Argo in
questo modo[183]. Primieramente superarono in battaglia e scacciarono
dalla Pieria i Pierii, che poi presero stanza in Fagrete sotto il monte
Pangeo al di là dello Strimone, ed in altri luoghi (onde ancora si
chiama seno pierico quella terra che dalle falde del Pangeo si stende
alla marina), quindi dalla Bottia i Bottiesi che ora abitano ai confini
dei Calcidesi. Acquistarono ancora lungo il fiume Axio una lingua di
terra della Peonia, che dall’alto della montagna va sino a Pella ed al
mare; e di là dall’Axio fino allo Strimone posseggono quella che si
chiama Migdonia, d’onde scacciarono gli Edoni. Cacciarono inoltre da
quella adesso chiamata Evordia gli Evordi (la maggior parte dei quali
restò trucidata, ed una piccola porzione passò a stanziare intorno a
Fusca), e dall’Almopia gli Almopi. Finalmente questi nuovi Macedoni
ridussero in loro potestà altri popoli, e li ritengono ancora, come
Antemunte, Grestonia, Bisaltia, con gran parte del territorio che
apparteneva ai veri Macedoni. Tutto questo corpo di stati è compresa
sotto il nome di Macedonia, di cui era re Perdicca figliolo di
Alessandro, quando Sitalce vi portò le armi.