86. Intanto che gli Ateniesi erano ritenuti a Creta, i Peloponnesi

che stanziavano a Cillene apparecchiati per la battaglia di mare, si

spinsero colla flotta sino a Palermo dell’Acaia, ove dalla parte di

terra erano già venute in rinforzo le genti del Peloponneso. Similmente

Formione passò da Naupatto a Rio di Molicro, e al di fuori di questo

promontorio si tenne sull’ancora con venti navi, quelle stesse con

le quali aveva combattuto. Era questo Rio amico agli Ateniesi, a

differenza dell’altro nel Peloponneso, situato rimpetto al primo, tra

loro distanti circa settanta stadii di mare; ed è questa la bocca del

seno di Crisa. Adunque i Peloponnesi, visti gli Ateniesi, presero

stazione con settantasette navi presso questo Rio dell’Acaia, non molto

distante da Palermo, ove era la loro fanteria. Per sei o sette giorni

stettero entrambi alle vedette, intesi a prepararsi pel combattimento

che disponevano di fare. Discorrevano i Peloponnesi non esser da uscire

al largo fuori dei due Rii, temendo ancora della passata sconfitta:

gli Ateniesi di non dovere ingolfarsi nello stretto, giudicando che

la battaglia in luogo angusto sarebbe in vantaggio dei Peloponnesi.

Cnemo poi, Brasida e gli altri comandanti dei Peloponnesi volendo

precipitar gl’indugi ed attaccar la zuffa innanzi che da Atene venisse

nuovo aiuto, adunarono da prima i soldati; e poichè gli vedevano per

la maggior parte paurosi ed inviliti, attesa la precedente sconfitta,

presero a rincorarli e parlarono così:

87. «Valorosi Peloponnesi, la passata naval battaglia, se a cagione

di quella avvi chi teme della futura, non porge giusto argomento per

intimorirvi, ove sappiate come ella non ebbe completo apparecchio,

e che la nostra corsa avea per oggetto non combattimento marittimo,

ma piuttosto trasporto di truppe. La fortuna stessa ci fu in molti

casi contraria, e forse l’inesperienza (essendo quello il primo

combattimento per mare) causò il nostro danno, cosicchè non fu per

viltà che restammo vinti. Nè quel vigor d’animo a cui vincere non

valse la forza, e che trova in se stesso la sua discolpa, dee punto

indebolirsi per le conseguenze di sinistra fortuna: anzi tutto che

possa addivenire che restino gli uomini sconcertati pel concorso

di casuali accidenti, vuolsi ciò non pertanto reputare che, quanto

all’animo, sieno gli stessi valorosi e inalterabili; e che serbando in

petto cuor generoso, non piglierebbono a pretesto l’inesperienza per

aonestar talvolta la loro codardia. Ma voi non siete di tanto inferiori

nell’esperienza, quanto per ardimento superiori. La pratica di costoro,

che principalmente vi spaventa, se va unita all’intrepidezza ricorderà

loro, anche in mezzo al pericolo, di eseguire i precetti appresi; ma

senza intrepidezza nissun’arte è buona contro i pericoli; perocchè

la paura perturba la memoria, e l’arte senza fortezza a nulla giova.

Contrapponete adunque alla loro maggior pratica il vostro maggiore

ardimento; al timore per la sconfitta sofferta la considerazione di non

essere stati allora ben preparati; e riflettete che adesso voi avete

il disopra, non solo pel maggior numero delle navi, ma ancora perchè

venite a battaglia lunghesso una piaggia vostra, ove è anche pronta per

voi la soldatesca di terra. Ora la vittoria è ordinariamente dei più e

dei meglio preparati: ond’è che non abbiamo pure un motivo giusto da

temere della sconfitta: anzi gli sbagli stessi da noi prima commessi

ci serviranno di nuovo ammaestramento. Su via adunque, nocchieri e

marinari, fate ognuno il debito vostro, non abbandonando il posto

assegnato a ciascuno, e noi sapremo non meno dei passati capitani

prepararvi opportuna l’affrontata, nè lasceremo a chicchessia scusa ad

esser codardo: o se pur vi sia chi il voglia, sarà punito colla dovuta

pena, dove i valorosi avranno il premio che si compete al valore.»

88. Con queste parole i capitani inanimivano i Peloponnesi. E Formione

insospettito anch’egli dello sbigottimento dei soldati, ed avvistosi

che nei loro cerchi mostravansi timorosi, per la moltitudine delle navi

nemiche, prese consiglio di convocarli per rincorarli con avvertimenti

confacevoli all’occasione. Teneva già anche di prima preparati i loro

animi, dicendo continovamente non esservi moltitudine di navi per

grande che fosse, alla quale, venendo contro di loro, e’ non potessero

resistere. Ed i soldati stessi da molto tempo avevano di sè concepita

questa dignitosa opinione che, Ateniesi com’erano, non cederebbero a

quantunque gran numero di navi peloponnesie. Nondimeno, osservandoli

allora scoraggiati al ragguardamento del nemico, voleva rammentar loro

avessero coraggio: il perchè, radunati gli Ateniesi, parlò in questa

sentenza.

89. «Al vedervi, o prodi soldati, impauriti per la moltitudine dei

nemici, vi ho qua radunati; perchè non credo del vostro decoro lo

sbigottire per cose non punto formidabili. E primieramente hanno

costoro apparecchiato gran numero di navi, non contenti di forze eguali

alle nostre, appunto perchè sono stati già vinti, e da se stessi si

riconoscono inferiori a noi. In secondo luogo, quella baldanza, alla

quale principalmente affidati ci vengono incontro, come se di loro

soltanto fosse proprio l’esser valorosi, non da altro procede che dalla

pratica delle battaglie terrestri, ove ordinariamente sono vincitori;

e però credono di poter far lo stesso anche in quelle di mare. Ma

tal ragione di imbaldanzire se l’hanno essi in quell’altro genere di

combattimento, molto più a buon dritto l’avremo ora noi. Imperocchè in

generosità ei non ci avanzan punto, laddove siamo entrambi più arditi

in ciò, in che siamo più esperimentati. Inoltre i Lacedemoni, venendo

alla testa degli alleati per ricuperare il proprio decoro, ne conducono

al cimento la maggior parte di mala voglia; avvegnachè, se così non

fosse, dopo quella grande sconfitta non sarebbono essi venuti mai ad un

secondo naval combattimento. Non abbiate no dunque timore della loro

audacia; anzi voi mettete in loro più grande e più certa paura, sì

perchè gli avete già vinti, sì perchè pensano che or non vi opporreste

loro, se non aveste in animo di fare qualche stupenda prova. In fatti

di due eserciti a fronte quello che, come il loro è più numeroso,

viene all’assalto fidando più nella forza che nel consiglio: ma quello

che è molto inferiore di numero, e viene non astretto alla pugna,

resiste al nemico confidando solo nella grandezza del proprio animo.

Le quali cose essi considerando, temono più del nostro straordinario

procedere, che non farebbono d’apparecchio proporzionevole al loro.

Molti eserciti sono già stati battuti da minor numero per inesperienza

e talora per codardia; noi però da tali difetti siamo immuni: nè per

quanto starà in me, attaccherò la battaglia nel golfo, anzi neppure

vi entrerò. Conciossiachè vedo, contro molte navi mal pratiche non

esser favorevole la ristrettezza del luogo per le poche, che nei loro

movimenti han pratica e più speditezza al corso; perchè non avendosi da

lungi il prospetto del nemico, niun potrebbe prender le dovute misure

per ispignersi contro la nave contraria ed assalirla, nè, messo alle

strette, aver modo di ritirarsi all’occasione. Nè possibil sarebbe

rompere e traversare le file nemiche, e dare indietro girando di bordo;

operazioni tutte proprie delle navi più spedite: ma farebbe allor di

mestieri ridurre la battaglia di mare a battaglia di terra, lo che

gioverebbe al maggior numero di navi. Ora io, per quanto sta in me,

provvederò a tutto questo, e voi tenetevi fermi in buona ordinanza

sulle navi, ed eseguite prontamente gli ordini che riceverete, tanto

più che ad ogni momento possiam venire all’affronto. Nell’atto stesso

poi della pugna badate sovrattutto al buon ordine ed al silenzio

(ciò che giova in assai operazioni di guerra, ma principalmente pei

combattimenti navali); e rispingete costoro, in maniera che risponda

alle passate imprese. Il cimento è per voi rilevantissimo, trattandosi,

o di torre ai Peloponnesi ogni speranza di aver flotta, o di rendere

agli Ateniesi più imminente il timore di perdere la superiorità del

mare. Vi rammento in ultimo che già su la maggior parte dei nemici

riportaste vittoria: ora soldati una volta vinti non possono serbare lo

stesso animo nell’incontro degli stessi pericoli.»

90. Con queste parole anche Formione rincorava la sua gente. Ma i

Peloponnesi, al vedere che gli Ateniesi non venivano verso loro nel

golfo, e dove è più angusto, volendo condurveli dentro a loro dispetto,

sul far dell’aurora presero il largo, e ordinate le navi con quattro di

fronte si avviarono nell’interno del golfo verso il loro territorio.

Precedeva l’ala destra con lo stesso ordine che aveva tenuto stando

sull’ancora: avevano però in cotest’ala collocato venti delle navi

più spedite, affinchè se mai Formione, credendoli dirizzati contro

di Naupatto, si avviasse anch’egli colà per soccorrerlo, la flotta

Ateniese non potesse spingersi oltre quell’ala destra, e scansare così

d’essere investita da loro; anzi quelle venti navi dovesser chiuderla

in mezzo, ripiegandosi sopra di lei. Come Formione vide i nemici

partire impaurì, conforme ei si aspettavano, per Naupatto rimasto

senza presidio, e fatte suo malgrado e frettolosamente montar le navi

alla sua gente, scorreva lungo la costa, su la quale lo seguitava la

fanteria dei Messeni pronta a soccorrerlo. I Peloponnesi visto gli

Ateniesi avanzarsi con le navi schierate una dopo l’altra, ed omai

ingolfati (ciò che appuntò bramavano), allora fatto un solo segnale,

voltarono improvvisamente di bordo; e con la maggior celerità che

ognuno poteva vogavano di fronte addosso agli Ateniesi. Speravano essi

di poter prendere tutte le navi, ma undici di esse che erano innanzi

all’altra, preso il largo, si sottraggono all’ala dei Peloponnesi, e al

ripiegarsi su loro delle venti navi. Raggiungono bensì il restante, e

spintele a terra mentre fuggivano, le fracassarono, ed uccisero tutta

la gente ateniese che non si era salvata a nuoto. Alcune altre restate

vuote le legavano alle loro e le rimorchiavano, ed una ne presero

entrovi la ciurma. Allora i Messeni accorsero in aiuto, ed entrando

armati nel mare salirono sopra alcune, e combattendo di su i banchi,

mentre venivano rimorchiate, le riebbero.

91. I Peloponnesi adunque erano da questa parte vincitori, ed avevano

rovinate le navi ateniesi. In questo le loro venti navi poste sull’ala

destra correvano dietro alle undici ateniesi, che sottrattesi

all’incalzar dei nemici eransi tirate al largo, ed eccetto una, furono

le altre in tempo a ricovrarsi a Naupatto. Quinci fermatesi in faccia

al tempio d’Apollo colle prue rivolte in fuori si preparavano a

ributtarli, s’ei vogassero a terra contro di loro. I Peloponnesi che vi

giunsero dopo, navigavano cantando il peana come già vincitori; e una

nave leucadia, che sola vogava molto innanzi all’altre, dava la caccia

ad una ateniese rimasta indietro. Era casualmente ferma sull’ancora in

distanza dal lido una barca mercantile, presso la quale arriva la nave

ateniese prima della leucadia, gira di bordo intorno a lei, e riviene

ad urtar nel mezzo quella che la inseguiva, e la sommerge. Codesto

accidente inaspettato e strano riempie di spavento i Peloponnesi che

altresì ebri della vittoria rincorrevano le navi nemiche alla rinfusa;

tal che alcune delle navi loro, per aspettare che si riunissero le

altre più, abbassarono i remi e fermarono il corso: cosa inopportuna

nell’occasione che il nemico aveva breve spazio a trascorrere per

lanciarsi contro di loro: altre mal pratiche dei luoghi urtarono in

secco.

2. A tal vista ritornò negli Ateniesi il coraggio, e con unanime

grido di eccitamento corsero sopra i Peloponnesi, i quali in mezzo

al disordine causato dai precedenti sbagli, per breve ora ressero,

e poi fuggirono verso Palermo d’onde erano partiti. Gli Ateniesi

incalzandogli tolsero loro sei navi che avevano più vicine, riebbero

quelle state dapprima rovinate su la costa e rimorchiate, ed uccisero

parte delle ciurme, parte fecero prigioni. Timocrate lacedemone che era

su la nave leucadia la quale andò a fondo vicino alla barca mercantile,

quando ella si perdeva si scannò, e fu poi sbalzato nel porto dei

Naupatti. Ritornati gli Ateniesi al sito da cui partitisi ottennero

questa vittoria, vi ersero trofeo, ricuperarono i cadaveri ed i rottami

delle navi che erano vicini alla loro costa, e con salvocondotto

restituirono i loro ai nemici. Parimente i Peloponnesi attribuendo

a sè la vittoria, ersero trofeo a Rio dell’Acaia per la sconfitta

in cui spezzarono su la costa le navi ateniesi; e quella sola che

avevano presa la consacrarono presso al trofeo. Dopo di ciò temendo del

soccorso che si aspettava da Atene, sull’imbrunir del giorno, tutti,

eccetto i Leucadii, si ridussero nel golfo di Crisa ed a Corinto. Gli

Ateniesi che con le venti navi dovevano da Creta raggiunger Formione

prima della battaglia navale, arrivarono a Naupatto poco dopo la

ritirata delle navi dei Peloponnesi; e finiva l’estate.

93. Cnemo poi, Brasida e gli altri capitani dei Peloponnesi, prima di

licenziar la flotta che si era ritirata a Corinto e nel seno di Crisa,

cominciando l’inverno, vollero, secondo che erano stati istruiti dai

Megaresi, fare un tentativo contro il Pireo porto degli Ateniesi che

era senza presidio e senza sbarre; nè ciò rechi meraviglia, atteso la

gran superiorità degli Ateniesi nella marina. Risolvettero adunque

prendendo ciascuno un remo col suo scarmo e piumacciolo, d’andare

per la via di terra da Corinto al mare che guarda Atene; ed arrivati

prestamente a Megara varare da Nisea loro arsenale le quaranta navi

che vi erano, e navigare direttamente contro il Pireo, non vi essendo

navi a guardarlo. Gli Ateniesi non si aspettavano punto di esser così

all’improvviso assaliti dalla flotta dei nemici, poichè stimavano ch’e’

non avrebbero osato di farlo neanche scopertamente e con tutto l’agio,

e che, se mai ciò corresse loro nell’animo, non sarebbe senza che lo

presentissero. Appena risoluto ciò si misero in cammino. Arrivarono di

notte a Megara, e varate in mare da Nisea le navi, non andarono più,

come avevano disposto, contro al Pireo, impauriti dal pericolo, ed

impediti anche, come si racconta, da non so qual vento; ma bensì contro

al promontorio di Salamina che guarda Megara, ove era una fortezza e

tre navi di guarnigione, per impedire che nulla entrasse in Megara od

uscisse. Diedero l’assalto alla fortezza, e menaron via le tre navi

abbandonate dalla ciurma, ed assaltando inaspettatamente il resto di

Salamina, presero a saccheggiarla.

94. Ma i Salamini alzarono i segnati di fuoco nunziatori del

nemico[178], verso Atene, ove non fu mai sbigottimento maggiore di

questo durante la guerra. Imperocchè quei della città si immaginavano i

nemici già entrati nel Pireo, quelli del Pireo già espugnata Salamina,

e che i nemici dal vedere al non vedere entrerebbero da loro: lo

che sarebbe senza difficoltà accaduto, se avesser voluto precipitar

gl’indugi, nè il vento arebbe potuto impedirneli. Sul far del giorno

gli Ateniesi accorsi in bulima al Pireo vararono le navi; e salitivi

sopra in fretta e alla rinfusa, andarono con esse a Salamina, e misero

la fanteria a guardia del Pireo. Come i Peloponnesi ebbero sentore di

questo rinforzo, corsero gran parte di Salamina, prendendo uomini,

bottino e le tre navi della fortezza di Budoro: quindi navigarono

speditamente a Nisea, giacchè temevano anche delle proprie navi, che

varate dopo molto tempo non tenevano punto, ed arrivati a Megara

ritornarono per terra a Corinto. Gli Ateniesi non avendoli trovati più

intorno a Salamina, tornarono indietro con la flotta; e dopo questo

avvenimento più accoratamente guardavano il Pireo col tenerne serrati i

porti e con ogni altra sorta di diligenza.

95. Circa i medesimi tempi, sul cominciare di quest’inverno, Sitalce

odrisio figliolo di Tereo, re dei Traci, mosse le armi contro Perdicca

figliolo di Alessandro, re di Macedonia, e contro i Calcidesi della

Tracia, per causa di due promesse, una delle quali voleva gli fosse

attenuta, l’altra attenere egli stesso. È da sapere che Perdicca

trovandosi alle strette sul principio della guerra aveva fatto a

Sitalce delle promissioni, solo che lo riamicasse con gli Ateniesi,

e non riconducesse in patria (per farlo re) Filippo suo fratello che

gli era pure nemico: ora però non eseguiva quello che aveva promesso.

Sitalce poi quanto a sè aveva convenuto, quando fece alleanza con

gli Ateniesi, di por fine alla guerra calcidica nella Tracia. Per

queste due promesse adunque faceva la spedizione; e conduceva seco

Aminto figliolo di Filippo per porlo sul trono dei Macedoni, Agnone

come capitano, ed anche gli ambasciatori ateniesi che a quest’oggetto

si trovavano presso di lui; conciossiachè gli Ateniesi pure avevano

impegnato la parola di concorrere alla guerra contro i Calcidesi con

flotta e buon numero di genti.

96. Partito adunque dagli Odrisii sommuove prima tutti i Traci infra

il monte Emo e Rodope[179], su’ quali egli imperava sino al mare, dal

Ponto Eussino all’Ellesponto; poi i Geti al di là del monte Emo[180], e

tutte le altre parti abitate di qua dal fiume Istro più verso il mare

detto Ponto Eussino. I Geti e gli altri di questi luoghi confinano con

gli Sciti, usano la medesima armatura, e son tutti arcieri a cavallo.

Invitava ancor a molti dei Traci montanari che sono liberi, armati di

coltella, e chiamansi Dii[181], ed abitano la maggior parte sul Rodope;

dei quali alcuni ne guadagnava col soldo, altri lo seguivano volontari.

Sollecitava ancora gli Agriani ed i Leei, e gli altri popoli della

Peonia soggetti al suo impero. Questi erano gli ultimi del suo dominio

che si stendeva sino ai Graei e Leei della Peonia, e sino al fiume

Strimone; che dal monte Scornio scorre a traverso dei Graei e dei Leei,

ove aveva confine il suo territorio dalla parte che guarda i Peonii, i

quali di lì in poi sono liberi. Dalla parte dei Triballi pure liberi

lo confinavano i Treri ed i Tilatei. Abitano costoro a Settentrione

del monte Scornio, ed a ponente si stendono sino al fiume Oscio che

nasce nel monte stesso, come pure il Nesto e l’Ebro. Cotesto monte è

disabitato, vasto ed attaccato a Rodope.

97. L’impero degli Odrisii, quanto alla sua grandezza, dalla parte che

arriva sino al mare, si stende dalla città di Abdera al Ponto Eussino

fin dove imbocca il fiume Istro. Il giro di questa costa per il cammino

più corto, se il vento soffi continovamente da poppa, con una nave

tonda si fa in quattro giorni ed altrettante notti. Per terra poi la

via più corta da Abdera sino all’Istro un uomo spedito la fornisce in

undici giornate: tanta è la sua estensione su la parte di mare. Ma

verso terraferma da Bizanzio fino ai Leei e allo Strimone (imperocchè

in questa linea è la maggior distanza del mare da terra) la gita può

compirsi da un uomo spedito in tredici giornate. Il tributo di tutto

il paese barbaro e delle città greche, secondo che lo han pagato sotto

Seute (che succeduto nel regno a Sitalce lo rese gravissimo) montava

alla somma di circa quattrocento talenti d’argento, che si pagavano

in oro ed argento. Nè di minor valore erano i doni i quali non al re

solamente, ma ai magnati degli Odrisii o potenti presso lui venivano

offerti, che in oro e che in argento, senza contare le stoffe a opera

e lisce ed altri mobili. Poichè, al contrario di quel che si pratica

nel regno di Persia, aveano cotesti signori messa l’usanza, che dura

anche presso gli altri Traci, di pigliare piuttosto che dare; ed era

maggior vergogna per chi richiesto non dava, che per chi chiedendo non

otteneva. Cotale usanza per la potenza di quelli durò lungo tempo; nè

era possibile di concluder nulla senza donativi, il perchè il regno

venne a gran potenza, sendo che di quei di Europa tra il seno ionico e

il Ponto Eussino, esso fu il più considerabile pel provento di denaro

e per ogni altra sorta di opulenza. Ma nel valor guerriero e nella

moltitudine delle soldatesche fu di gran lunga inferiore a quel degli

Sciti; al quale non che siano da agguagliare le nazioni d’Europa, ma

neanche in Asia avvi nazione, che da solo a solo possa resistere contro

tutti gli Sciti d’accordo. Nondimeno in accorgimento e prudenza per le

altre cose concernenti la vita, non sono da mettere alla pari con le

altre nazioni[182].

98. Sitalce adunque re di sì vasto paese preparava il suo esercito;

e poichè ebbe ordinato il tutto, mosso il campo s’incamminava verso

la Macedonia, passando prima pe’ suoi stati, e di poi per Cercina

monte disabitato, conterminale dei Sinti e de’ Peonii; tenendo la

strada da lui stesso aperta col taglio della foresta quando portò

la guerra contro i Peonii. Da Odrise marciando pel monte avevano a

destra i Peonii, a sinistra i Sinti e i Maidi; e passato che l’ebbero

giunsero a Dobero città della Peonia. Nel cammino non soffrì perdita

veruna dell’esercito, salvo che pochi per malattia, anzi lo ebbe

accresciuto; imperocchè molti di quei Traci liberi lo seguitarono,

benchè non chiamati, per avidità di bottino: talchè si dice l’intero

esercito essere stato non meno di cento cinquantamila, per la maggior

parte fanti, ed il terzo cavalli. Il grosso della cavalleria lo

somministravano principalmente gli Odrisii, e con esso loro i Geti.

Della fanteria i più agguerriti erano quei che portavano coltella,

gente libera scesa da Rodope. Il resto poi della turba che li seguiva

era un miscuglio di ogni sorta di gente, formidabile più che altro pel

suo gran numero.

99. Facevano pertanto la massa a Dobero, e disponevano di assaltare

dalla parte montuosa la Macedonia inferiore, di cui era padrone

Perdicca; poichè sono compresi tra’ Macedoni anche i Lincesti e

gli Elimioti ed altri popoli più dilungi dal mare, i quali sebbene

confederati dei Macedoni e loro soggetti, pure hanno ognuno il suo

regno. Ma quella che di presente si chiama Macedonia marittima

l’acquistarono e vi regnarono i primi Alessandro padre di Perdicca e i

suoi maggiori discendenti da Temene, che ab antico venivano da Argo in

questo modo[183]. Primieramente superarono in battaglia e scacciarono

dalla Pieria i Pierii, che poi presero stanza in Fagrete sotto il monte

Pangeo al di là dello Strimone, ed in altri luoghi (onde ancora si

chiama seno pierico quella terra che dalle falde del Pangeo si stende

alla marina), quindi dalla Bottia i Bottiesi che ora abitano ai confini

dei Calcidesi. Acquistarono ancora lungo il fiume Axio una lingua di

terra della Peonia, che dall’alto della montagna va sino a Pella ed al

mare; e di là dall’Axio fino allo Strimone posseggono quella che si

chiama Migdonia, d’onde scacciarono gli Edoni. Cacciarono inoltre da

quella adesso chiamata Evordia gli Evordi (la maggior parte dei quali

restò trucidata, ed una piccola porzione passò a stanziare intorno a

Fusca), e dall’Almopia gli Almopi. Finalmente questi nuovi Macedoni

ridussero in loro potestà altri popoli, e li ritengono ancora, come

Antemunte, Grestonia, Bisaltia, con gran parte del territorio che

apparteneva ai veri Macedoni. Tutto questo corpo di stati è compresa

sotto il nome di Macedonia, di cui era re Perdicca figliolo di

Alessandro, quando Sitalce vi portò le armi.

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 16 / 35 段