71. Venuta l’estate i Peloponnesi con gli alleati, piuttostochè

assaltar l’Attica, marciarono contro Platea, guidati da Archidamo

figliolo di Zeusidamo, re dei Lacedemoni, il quale fermatovi il

campo, si disponeva a dare il guasto alla campagna. Ma i Plateesi

mandarongli tostamente ambasciatori che parlarono così: «Voi, Archidamo

e Lacedemoni, portando le armi sul territorio dei Plateesi non

operate giustamente, nè come richiede il decoro vostro e quello dei

padri dai quali discendete. Imperocchè Pausania lacedemone figlio di

Cleombroto, liberata la Grecia dal giogo dei Medi insieme con quei

Greci che vollero con esso lui affrontare il pericolo della battaglia

accaduta qui tra noi, dopo aver sacrificato nel foro di Platea vittime

a Giove vindice della libertà, convocati tutti gli alleati, ritornò i

Plateesi al possedimento della propria campagna e città per governarsi

colle loro leggi; assicurandoli che nessuno mai senza giusta cagione

porterebbe loro la guerra, nè gli ridurrebbe in servitù: altrimenti

gli alleati presenti starebbero, quanto potessero, a loro difesa. Tal

ricompensa ottenemmo dai padri vostri pel valore e per l’intrepidezza

da noi mostrata in quei pericoli. Ma voi adoprate tutto l’opposto;

perocchè d’accordo coi Tebani nostri capitali nemici venite per

metterci in servitù. Or bene, a nome dei vostri patrii Dei, e di quelli

del nostro suolo, testimoni allora dei giuramenti, vi intimiamo di

non danneggiare le terre dei Plateesi e non violare la fede: ma anzi

permetter loro di vivere nella propria independenza come a buon dritto

concesse ad essi Pausania.»

72. Dopo sì grave discorso dei Plateesi, Archidamo di rimando rispose:

«Giuste sono le vostre parole, o Plateesi, se pure ad esse rispondano i

fatti. Godete pure, come vi concesse Pausania, la vostra independenza;

ma concorrete ora a proteggere la libertà di tutti gli altri, i quali

ebbero comuni con voi i pericoli ed i giuramenti, ed i quali ora gemono

sotto gli Ateniesi. La libertà di costoro e degli altri è l’oggetto dei

nostri apparecchi e della guerra che abbiamo intrapresa; nella quale

principalmente concorrendo voi terrete il fermo nei giuramenti: se

ciò non vi piaccia, almeno, siccome già innanzi vi proponemmo, state

tranquilli e neutrali contenti di godere il vostro, ed accogliete

come amiche le due parti, senza però mescolarvi nella guerra nè per

l’una nè per l’altra: di questo noi ci tenghiamo appagati.» Così parlò

Archidamo. Gli ambasciatori dei Plateesi, sentito questo discorso,

rientrarono in città, comunicarono al popolo le proposizioni di lui,

e recarono per risposta «non potere eseguire le sue richieste senza

il consenso degli Ateniesi presso i quali erano i figlioli e le mogli

loro; temere per tutta intera la città, poichè, dopo la ritirata dei

Peloponnesi, o verrebbero gli Ateniesi e impedirebbero loro di mantener

la parola; o i Tebani, col pretesto di esser compresi negli articoli

giurati per cui dovea darsi ricetto alle due parti, tenterebbero di

occupar nuovamente la città stessa.» Ma Archidamo per incoraggiarli

rispose a queste difficoltà: «Ebbene; consegnate a noi Lacedemoni la

città e le case, dichiarate i confini del territorio, annoverate i

vostri alberi e tutto ciò che può annoverarsi. Voi poi andatevene ove

meglio credete sin che duri la guerra, passata la quale vi restituiremo

tutto. Frattanto noi riterremo in deposito e coltiveremo il terreno,

pagandovi un censo che bastar possa al vostro mantenimento.»

73. Sentito ciò quei di Platea rientrarono in città, e fatta

deliberazione col popolo risposero ad Archidamo: volevano prima

comunicare agli Ateniesi tali richieste, cui non tarderebbero ad

eseguire dopo il loro consenso; e lo pregavano a far tregua in questo

mezzo, e a non dare il guasto alla campagna. Pattuì egli tregua per

tanti giorni quanti ce ne volevano per far ritorno da Atene, e non

guastava le terre. Arrivati gli ambasciatori di Platea presso gli

Ateniesi, tennero consiglio con loro e ritornarono con questa risposta

alla città: «Cittadini di Platea, gli Ateniesi, da che siamo loro

alleati, protestano di non aver mai in verun caso permesso che alcuno

ci ingiuriasse, nè ora il permetteranno, ma ci aiuteranno a tutta

possa: e pei giuramenti dei padri nostri ci ordinano di non fare

rinnovazione di sorta veruna riguardo alla confederazione.»

74. Riferite queste cose per gli ambasciatori, i Plateesi risolvettero

di non lasciare gli Ateniesi; tollerare, se bisognasse, di vedersi

guastata anche la campagna; soffrire quanto potesse accadere; non

lasciare più uscire veruno della città, e di sulle mura rispondere:

esser per loro impossibile di eseguire le richieste dei Lacedemoni.

Il re Archidamo, udita la risposta, cominciò tostamente a prendere in

testimonio gli Dei e gli Eroi tutelari del luogo, così esclamando:

«Voi, o Dei ed Eroi tutti, che proteggete il suolo di Platea,

siate pienamente testimoni, come essendo essi stati i primi a

mancare al giuramento della lega, noi non siamo in principio venuti

ingiustamente contro questa terra, in cui i padri nostri, offrendo

voti a voi, vinsero i Medi, e la quale rendeste propizia ai Greci per

il combattimento: nè ora è ingiusto il nostro procedere se veniamo

ai fatti; perocchè, richiesti costoro più volte da noi di oneste

condizioni, non otteniamo nulla. Concedete adunque che dell’ingiustizia

sia punito chi fu il primo a commetterla, e che ne prendano vendetta

coloro che a buon dritto ricorrono all’armi.»

75. Fatte queste preghiere agl’iddii disponeva l’esercito in istato

di guerra: e primieramente con gli alberi che fece tagliare cinse

di palizzata la città, perchè nissuno uscisse: quindi sotto le mura

della medesima alzavano un bastione, confidando di averla presto

a prendere, per esser tanta gente impiegata in quel lavoro. E per

ogni buon riguardo, affinchè la terra del bastione ammollando non

si slargasse di troppo, col legname tagliato dal Citerone alzavano

su’ due fianchi palancati in cambio di muraglie, tessuti a guisa di

graticcio, portandovi legname, sassi, terra e tutto ciò che gettato

dentro potesse render compiuta l’opera. Travagliavano al bastione

incessantemente settanta giorni ed altrettante notti, spartendosi il

lavoro a riprese, talchè mentre gli uni portavano i materiali, gli

altri prendessero sonno e cibo. Quei Lacedemoni che avevano il comando

della gente forestiera di ciascuna città presedevano tutti insieme al

lavoro, e ne sollecitavano acremente l’esecuzione. Di che i Plateesi,

vedendo crescere il bastione, congegnarono del legname a guisa di

muraglia, e lo posero sovra le loro mura a rimpetto del bastione che

si costruiva, e nello spazio tra legno e legno muravano dei mattoni

tratti dalle vicine case che demolivano. Erano i legnami concatenati

coi mattoni, perchè non rimanesse debole il crescente edifizio, che

era coperto da cuoia e da pelli, a fine che i lavoranti ed i legni non

fossero offesi dagli strali infuocati, ma anzi rimanessero al sicuro.

L’altezza del muro aumentava grandemente, ed il bastione che sorgeva

a rincontro non cresceva più lento: il perchè i Plateesi trovarono

l’astuzia di traforare le mura nei siti ove il bastione era a contatto

per trasportarne la terra dentro la città.

76. Se ne avvidero i Peloponnesi e rinvoltavano della mota in graticci

di canna per buttarla nelle crepature del bastione, la quale, non

scorrendo come la terra secca, non si potrebbe sottrarre. I Plateesi

impediti per questa via cessarono da ciò, e si volsero a fare dalla

parte di città un cuniculo, che, conghietturata la distanza, arrivasse

fin sotto il bastione; e così da capo sottraevano furtivamente la mota.

La cosa restò per un pezzo nascosta a quei di fuora; talchè, quanto più

buttavano mota tanto meno il bastione cresceva, perchè di sotto era

tratto al dichino, ed avvallava continovamente nel vuoto che si faceva.

Contuttociò i Plateesi temendo, pochi come erano, di non poter pure

resistere con questo stratagemma incontro alla moltitudine dei nemici,

immaginarono quest’altra cosa. Cessarono di travagliare al gran muro

di faccia al bastione; e su i due estremi di quello, cominciando dal

punto ove rimanevano più basse le mura, attaccarono un muro lunato che

guardava verso l’interno della città; acciocchè, se fosse espugnato il

muro grande, questo facesse fronte, ed i nemici fossero costretti di

ergere anche contro questo un nuovo bastione; cosicchè il progredire

in dentro costasse loro doppia fatica, e trovassersi più vigorosamente

infestati in giro. I Peloponnesi intanto che alzavano il bastione

accostavano alla città le macchine; una delle quali spinta contro quel

gran fabbricato di faccia al bastione, ne crollò gran parte, di che

impaurirono i Plateesi: altre poi urtando contro varii luoghi delle

mura, i Plateesi vi gettano sopra lacci scorsoi per avvilupparle, e

romperne il colpo. Avevano ancora attaccato per le due estremità grosse

travi con lunghe catene di ferro; e con due antenne sulle mura, che

sporgendo in fuori servivano di leva, le tiravano su trasversalmente;

e dovunque fosse per urtar la macchina nemica, allentando essi e

lasciando andare di mano le catene, scendeva impetuosamente la trave, e

scapezzava il rostro della macchina.

77. D’allora in poi vedendo i Peloponnesi essere inutili le macchine,

ed alzarsi un contrammuro a rincontro del bastione, ebbero per

d’impossibile riuscimento l’espugnazione della città, atteso le

difficoltà presenti, e si allestivano a cingerla di muro, giacchè il

circuito non era grande. Vollero però prima tentare, se levandosi

il vento, potessero incendiarla, poichè immaginavano ogni maniera

di prenderla senza la spesa di un assedio. Portavano adunque delle

fastella di legne, e di sul bastione incominciarono dal gettarle nel

vano di mezzo tra le mura e il bastione stesso, vano che coll’opra di

tante mani fu presto ripieno. Continovarono poi a gettar legne dentro

la città, fino alla distanza che potevano arrivare dall’alto; poscia

con fuoco, zolfo, pece che vi buttarono sopra, arsero le legne; e

tale fu l’incendio che nissuno mai sino allora ne aveva veduto uno

simile suscitato a bella posta: perocchè è noto che su i monti gli

alberi delle selve, arruotati fra loro per i venti, hanno da per sè

suscitato fuoco e fiamma. Grande fu quest’incendio, e pochissimo mancò

che i Plateesi, campati dagli altri pericoli, non ne restassero morti;

avvegnachè dentro la città non era possibile avvicinarsi per lungo

tratto; e se si fosse aggiunto vento favorevole, come confidavano i

nemici, non arebbono potuto scamparla. Ora poi si racconta che cadde

copiosa pioggia dal cielo, la quale spense l’incendio, e così cessò il

pericolo.

78. I Peloponnesi, fallita anche questa prova, lasciata a Platea

porzione dell’esercito, licenziarono il resto, ed assegnato

particolarmente il suo luogo ai soldati di ciascuna città, cingevano

Potidea di muraglia, dalla parte interna ed esterna della quale

rimaneva lo scavo fatto per trarne i mattoni. Verso il surger d’autunno

compiuto interamente il lavoro[173], lasciaronvi presidio per la metà

del muro (guardandosi l’altra metà per i Beozii) e si ritirarono,

coll’esercito che si dissolvè, ritornando ciascuno alla propria città.

I Plateesi poi che avevano di prima mandato ad Atene i fanciulli e

le donne, i più vecchi e la turba inutile, sostenevano l’assedio

rimasti soltanto quattrocento, con ottanta Ateniesi e cento dieci

donne panicocole[174]. Così pochi erano in tutti quando si ridussero

in istato d’assedio, nè alcun altro servo o libero era dentro le mura.

Tale era lo stato dell’assedio di Potidea.

79. Questa estate medesima, essendo già maturo il grano, mentre i

Lacedemoni erano ad oste contro Platea, gli Ateniesi con due mila dei

loro di grave armatura e dugento cavalieri, portarono le armi contro

i Calcidesi della Tracia e contro i Bottiesi, sotto il comando di

Senofonte figliolo d’Euripide con due colleghi. Arrivati sotto Spartolo

città della Bottia[175] diedero il guasto al grano, e credevano, per le

pratiche che tenevano con alcuni cittadini, che la città si renderebbe.

Ma quei della fazione contraria avevano già spedito alcuni chiedendo

soccorso ad Olinto, donde erano venuti soldati di grave armatura ed

altra gente per guarnigione. Questa fece una sortita da Spartolo; e

gli Ateniesi dovettero ordinarsi in battaglia propio sotto la città.

La soldatesca grave dei Calcidesi con alcuni ausiliarii resta vinta

dagli Ateniesi, e si ritira in Spartolo: ma la cavalleria e la truppa

leggera, sostenuta anche da alcuni pochi armati di rotella venuti dal

paese detto Crusi, superò la cavalleria e la truppa leggera degli

Ateniesi. Era appena finita la battaglia, quand’ecco sopragiugnere

in rinforzo da Olinto altri armati di rotella; cui tosto che le

genti di Spartolo ebber veduti, preso coraggio, non solo per questa

aggiunta di soldatesca, ma anche perchè non avevano avuta parte alla

precedente disfatta, si unirono con la cavalleria calcidica e con

cotesto rinforzo, e nuovamente investono gli Ateniesi, che si ritirano

presso due squadre da loro lasciate vicino alle bagaglie. Quando gli

Ateniesi venivano innanzi, essi cedevano; ma quando e’ si ritiravano,

gl’incalzavano e li saettavano. La cavalleria calcidica, accorrendo

ovunque ne vedesse il bisogno, si avventava sul nemico, e divenuta lo

spavento principale degli Ateniesi gli mise in fuga e gli rincorse per

buon tratto. Gli Ateniesi si ricovrano in Potidea, e riavuti poi i

cadaveri con salvocondotto, tornano ad Atene coll’avanzo dell’esercito.

Morirono in questo fatto quattrocentotrenta Ateniesi con tutti i

comandanti. I Calcidesi ed i Bottiesi ersero il trofeo, e ripresi i

cadaveri dei loro si separarono per tornare ciascuno alla sua città.

80. Non molto dopo, nella medesima estate, gli Ambracioti ed i Caoni

desiderosi di soggiogare tutta l’Acarnania e staccarla dagli Ateniesi,

confortano i Lacedemoni ad allestire una flotta raccolta da’ paesi

alleati, e a spedire mille soldati di grave armatura nell’Acarnania.

Per questo modo, dicevano, concorrendo con loro ad assaltarla per

mare e per terra ad un tempo stesso, e non potendo gli Acarnani di

sulle coste unirsi a soccorso degli altri, vincerebbero facilmente

l’Acarnania, e s’impadronirebbero anche di Zacinto e di Cefallene;

così gli Ateniesi non potrebbero con tanta sicurezza correr colle

navi attorno al Peloponneso, e di più vi sarebbe speranza di prendere

Naupatto. Udirono le loro richieste i Lacedemoni, e tosto su poche

navi spediscono la soldatesca grave con Cnemo che era tuttora

ammiraglio[176]. Mandavano altresì avviso in giro a tutti gli alleati

di trovarsi al più presto possibile a Leucade con quelle navi che

avessero in ordine. I Corintii sovra tutti erano in quest’impresa

solleciti per gli Ambracioti, perchè loro coloni[177]. La flotta di

Corinto, di Sicione e degli altri luoghi di quei dintorni si andava

allestendo, intanto che quella di Leucade, di Anattorio e di Ambracia

gli aspettava a Leucade, ove ella era di prima arrivata. Ma Cnemo

co’ suoi mille di grave armatura traversato il mare, senza ne avesse

sentore Formione che comandava le venti navi attiche di presidio

sulle coste di Naupatto, ordinava immediatamente una spedizione per

terra. Erano sotto i suoi ordini (oltre mille Peloponnesi co’ quali

era venuto) gli Ambracioti, i Leucadii, gli Anattorii tra i Greci: tra

i barbari, mille Caoni gente senza re, guidati con annual comando da

Fozio e Nicanore discendenti dal lignaggio sortito a quella carica; e

con essi marciavano anco i Tesproti, gente pur senza re. Sabilinto,

tutore del re Taripo ancor giovinetto, conduceva i Molossi e gli

Antitani; Oredo i Paravei dei quali era re, e con essi si unirono mille

Orestii guidati dallo stesso Oredo per consentimento d’Antioco re loro;

e Perdicca, senza la saputa degli Ateniesi, vi spedì mille Macedoni che

arrivaron più tardi. Con questo esercito, non aspettata la flotta da

Corinto, erasi Cnemo messo in cammino; e marciando per il territorio

argivo, e saccheggiato il borgo di Limnea sprovveduto di mura,

giungono a Strato città la più considerabile dell’Acarnania; persuasi

che prendendo questa la prima, anche gli altri luoghi si sarebbero

facilmente resi.

81. Gli Acarnani sentendo che già era entrato nelle loro terre un

copioso esercito, e che dalla parte di mare erano per presentarsi i

nemici colla flotta, piuttosto che collegarsi a difesa, guardavano

ognuno le terre loro: spedirono bensì a Formione ricercandolo di

soccorso; ed ebbero in risposta, essergli impossibile abbandonar

Naupatto, aspettandosi ad ogn’ora che la flotta nemica uscisse di

Corinto. I Peloponnesi poi e gli alleati, divise in tre squadre le

loro genti, procedevano verso la città degli Stratii per campeggiarla

da vicino, risoluti di venire ai fatti se non giovassero le parole.

Marciavano innanzi stando nel centro i Caoni con gli altri barbari;

a destra i Leucadii e gli Anattorii con le masnade che avevano seco;

a sinistra Cnemo, i Peloponnesi e gli Ambracioti; ma queste tre

squadre erano a gran distanza tra loro, e talora non si scorgevano

scambievolmente. I Greci procedevano bene ordinati e guardinghi sin

che trovassero un vantaggioso alloggiamento: all’opposto i Caoni

confidando solo in se stessi, perchè erano avuti in concetto di soldati

agguerritissimi dalla gente di quelle contrade, non si fermarono a

prendere alloggiamento, ma si avanzavano impetuosamente con gli altri

barbari, e reputavano d’avere a prendere la città di punto in bianco,

ed ascrivere a se soli l’impresa. Informati gli Stratii che essi

proseguivano il cammino, discorsero tra sè, che ove vincessero costoro

divisi dagli altri, con minor baldanza sarebbero poi venuti innanzi i

Greci: il perchè, innanzi giugnessero, tesero imboscate nelle vicinanze

della città; e come li videro presso, usciti dalle mura e dagli agguati

corrono ad affrontarli: di che impauriti, molti dei Caoni restano

uccisi; e gli altri barbari che li videro piegare disordinaronsi e

dieder volta. Nissuna delle due squadre greche seppe del combattimento,

per essersi costoro dilungati, e aver fatto credere d’avacciarsi per

trovar buono alloggiamento. Quando però si videro cotesti barbari

fuggitivi quasi addosso, dieder loro ricetto; e riuniti i due campi

si trattennero tutta la giornata. E quantunque gli Stratii, mancanti

ancora del rinforzo che doveva arrivare dal resto degli Acarnani,

non venissero con loro alle mani (avvegnachè stimassero non doversi

arrischiare senza i soldati gravi) pure gli avevano ridotti in gran

dubbiezza dell’animo col loro trar di fionda da lontano, atteso che gli

Acarnani sono tenuti per ottimi frombolieri.

82. Ma fattosi notte, Cnemo ritirò prestamente l’esercito sul fiume

Anapo distante ottanta stadii da Strato; riprese il giorno seguente

i cadaveri per salvocondotto, e venuti a raggiugnerlo gli Eniadi per

l’amicizia avevano seco, si ritira presso di loro innanzi che venissero

agli Acarnani i rinforzi; e di là ciascuno ritornò alla sua patria. Gli

Stratii ersero trofeo per il combattimento contro i barbari.

83. La flotta poi dei Corintii e degli altri alleati che uscendo del

golfo di Crisa doveva congiugnersi con Cnemo, acciocchè gli Acarnani di

dentro terra non accorressero in aiuto, non lo raggiunse; anzi circa

i medesimi giorni della zuffa accaduta a Strato, fu obbligata a naval

combattimento con Formione e con le venti navi che erano di presidio a

Naupatto. Stava Formione osservando mentre ei costeggiavano per uscir

fuori del golfo, col fine di assalirli al largo: ed i Corintii e gli

alleati navigavano per alla volta dell’Acarnania, non già preparati

a naval combattimento, ma più presto all’uso delle navi che portano

truppe da sbarco; non si potendo mai aspettare che gli Ateniesi

con le venti navi ardirebbero di appiccar battaglia contro le loro

quarantasette. Ma poichè avanzandosi marina marina, videro gli Ateniesi

costeggiare il lato opposto; e poichè, tragittando da Patra dell’Acaia

verso la terraferma dirimpetto all’Acarnania, gli osservarono

indirizzarsi contro di loro, movendo da Calcide e dal fiume Eveno (ove

gli avevano scoperti quantunque approdati furtivamente) allora trovansi

astretti a combattere in mezzo allo stretto. Vi erano i capitani di

ciascuna città che disponevansi al combattimento: Macaone, Isocrate

ed Agatarchide conducevano i Corintii. Schieraronsi i Peloponnesi

formando un cerchio delle navi, il più grande potevano, colle prue

volte in fuori e le poppe in dentro, per impedire al nemico di rompere

l’ordinanza della loro flotta. Pongono in mezzo, le piccole barche che

andavano di conserva, e cinque navi delle più snelle; acciocchè avesser

breve spazio a correre per uscir fuori del cerchio, e trovarsi pronte

ovunque il nemico gli investisse.

84. Gli Ateniesi ordinate le loro navi una dopo l’altra, volteggiavano

attorno all’armata nemica, e ne ristringevano il cerchio scorrendo

sempre rasente, ed inducendo credenza nei nemici che or ora gli

assalirebbero. Formione però aveva commesso loro di non investirli

prima che ne desse egli il segnale: imperocchè sperava che l’ordinanza

della flotta nemica, somigliante a quella di fanteria per terra,

non reggerebbe; ma le navi urterebbonsi tra loro, e le barche

cagionerebbero disordine. Sperava inoltre che al soffiar del vento dal

golfo (ciò che soleva accader sull’aurora, e cui aspettando teneva in

giro le navi) il nemico non arebbe avuto un momento di posa; che allora

sarebbe il tempo più opportuno ad attaccar battaglia; sebbene credeva

essere in sua potestà farlo quando che volesse, perchè più spedite

erano le sue navi. Ma già levatosi il vento e le navi nemiche essendo

state ristrette in più piccol cerchio, erano in iscompiglio, non solo

pel vento stesso, ma ancora per le barche di dentro che stavano loro

addosso, talchè una cozzava nell’altra e si pigneano coi remi; e tra

per gli urli e per le villanie onde mordevansi scambievolmente le

ciurme nel ripararsi, non più gli ordini, non più i comiti intendevano.

In tal tramazzo appunto dà Formione il segnale: gli Ateniesi al primo

assalto affondano una nave capitana, dipoi ovunque si avanzassero,

altre ne rovinavano; e ridussero i nemici a tale che in quel trambusto

nissun di loro volgevasi a vigorosamente resistere, ma fuggivano a

Patra e a Dime dell’Acaia. Gli Ateniesi avendoli incalzati presero

dodici navi, uccisero la maggior parte delle ciurme, quindi navigarono

a Molicrio: alzato poscia trofeo a Rio, e consacrata una nave a

Nettuno, tornarono a Naupatto. Medesimamente i Peloponnesi col resto

delle navi proseguirono subito il loro corso da Dime e Patra fino a

Cillene arsenale degli Elei, ove da Leucade, dopo la battaglia degli

Stratii, arriva anche Cnemo colle navi di là, che dovevano riunirsi con

queste.

85. I Lacedemoni intanto spediscono Timocrate, Brasida e Licofrone per

consiglieri a Cnemo nel governo della flotta, con ordine di procurar

meglior esito ad un secondo combattimento navale, e non lasciarsi da

picciol numero di navi toglier l’uso del mare. Conciossiachè quella

disfatta pareva loro molto strana (tanto più perchè era la prima volta

che avevano sperimentato combattimento navale), e l’attribuivano non

tanto alla minoranza della loro flotta, quanto a non so qual poco

ardire dei combattenti; nè bilanciavano l’antica perizia degli Ateniesi

col loro recente esercitamento. Però adirati spedirono coloro, i quali

giunti colà d’accordo con Cnemo con avviso circolare intimavano a

ciascuna città di dar le navi, e racconciavano quelle di prima disposti

di venire ad una seconda battaglia. Formione anch’egli dal canto suo

manda agli Ateniesi gente ad annunziare i preparamenti dei Lacedemoni,

e ragguagliarli della riportata vittoria ed instava che gli spedissero

sollecitamente più navi potevano, perchè ogni giorno v’era d’aspettarsi

di dover combattere per mare. Essi ne mandano venti, ordinando però

al capitano che le conduceva di arrivar prima a Creta; perchè Nicia

di Gortinia, cretese, pubblico ospite degli Ateniesi, li confortava

ad andare colla flotta a Cidonia, assicurandoli che ridurrebbero in

potestà loro quella città nemica. Brigavasi egli di ciò per far cosa

grata ai Policniti confinanti coi Cidoniati. Il capitano adunque, tolte

seco le navi, andò a Creta, ed insieme co’ Policniti saccheggiò le

terre dei Cidoniati. I venti poi e la difficoltà di riprender mare lo

costrinsero a trattenersi non poco tempo.

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 15 / 35 段