56. E mentre il nemico era ancora nella pianura, prima di metter piede

nella terra paralia, egli apparecchiava una flotta di cento navi per

andar contro il Peloponneso; ed ordinato il tutto fece vela. Conduceva

sulle navi quattromila Ateniesi di grave armatura, e trecento cavalieri

su barche da trasportar cavalli, formate allora per la prima volta

co’ materiali delle navi vecchie. Presero parte alla spedizione anche

i Chii ed i Lesbii con cinquanta navi. Quest’armata degli Ateniesi

quando uscì del porto, lasciò i Peloponnesi tuttora nella maremma

dell’Attica. Pervenuti ad Epidauro nel Peloponneso guastarono gran

parte della campagna, e dato l’assalto alla città vennero in isperanza

di prenderla, ma la cosa non riuscì; onde ritiratisi da Epidauro

saccheggiarono la campagna trezeniese, l’aliese e l’ermionese, luoghi

tutti sulle coste del Peloponneso. Di là salpando, arrivarono a Prasia

cittadella marittima della Laconia[164], saccheggiarono parte della

campagna, presero la stessa cittadella e la devastarono. Ciò fatto,

ritornarono a casa, e trovarono che i Peloponnesi non erano più

nell’Attica, ma s’erano ritirati.

57. Ora tutto quel tempo che i Peloponnesi si trattennero nel

territorio ateniese, e mentre gli Ateniesi militavano sulle navi, la

pestilenza, tanto nell’armata che in città, rifiniva gli Ateniesi; tal

che fu voce avere i Peloponnesi, per paura del morbo, sollecitato la

ritirata dall’Attica[165]; poichè ebbero inteso dai disertori essere la

peste in Atene, e vedevano dar sepoltura ai morti. Nondimeno in questa

spedizione la dimora loro fu lunghissima, essendovisi trattenuti circa

quaranta giorni, nei quali diedero il guasto a tutto il territorio.

58. Nella medesima estate Agnone figliolo di Nicia e Cleopompo di

Clinia, colleghi di Pericle nel comando, presero l’armata di cui egli

aveva usato, e portarono subitamente la guerra contro i Calcidesi della

Tracia, e contro Potidea cinta tuttora d’assedio. Giunti a questa

città approssimarono le macchine alle mura, e fecero ogni prova per

espugnarla: ma nè l’espugnazione della città, nè le altre operazioni

riuscivano loro in corrispondenza di tanto apparecchio; essendo che

il morbo sopravvenuto costà afflisse per ogni modo gli Ateniesi, e

distrusse l’esercito con tanto furore, che i soldati stessi che vi

erano di prima mantenutisi sani fino allora, contrassero la malattia

per le soldatesche venute con Agnone. Formione coi mille seicento non

era più intorno ai Calcidesi; il perchè Agnone tornò con la flotta

ad Atene, avendo in circa quaranta giorni perduto per la peste mille

cinquanta di quei quattromila. La gente che vi era innanzi restò ferma

al suo posto continovando l’assedio di Potidea.

59. Dopo la seconda invasione dei Peloponnesi, vedendosi gli Ateniesi

saccheggiata un’altra volta la campagna, e trovandosi oppressi dal

morbo e dalla guerra ad un medesimo tempo, mutaronsi d’animo. Davano

carico a Pericle di averli confortati alla guerra, e di trovarsi per

cagion sua in quelle sciagure: e bramosi di accomodarsi coi Lacedemoni

vi mandarono legati, ma senza effetto veruno. Ridotti adunque per

ogni lato in gran sospensione d’animo, s’affollavano tutti addosso

a Pericle, il quale vedendo che adirati per il presente stato di

cose facevano appunto tutto quello che aveva previsto, coll’autorità

di generale che ancor riteneva gli adunò a parlamento. Voleva egli

inanimirli, e divertendo dai loro animi la collera renderli più

trattabili e meno timorosi: onde si fece innanzi e parlò in questi

termini.

60. «Il vostro sdegno contro di me non mi giunge inaspettato, poichè

non ne ignoro i motivi: ed ho convocato l’adunanza appunto per farvi

avvertiti e rimproverarvi, se a buon dritto non siete o adirati contro

di ne, o sbigottiti pei disastri. Io per me credo, che una repubblica

florida e vigorosa nell’universalità porti ai particolari vantaggi

maggiori di quello che, se prosperosa nei privati interessi di ciascun

cittadino, ella nel suo insieme vacilli. Imperocchè quantunque un

cittadino nel suo particolare si trovi bene, nondimeno se la patria

si perde, egli è compreso nella rovina: ma se sia sfortunato in seno

a prosperevol repubblica, suole viemeglio trovarvi salvezza. Posto

adunque che la repubblica può esser sostegno alle disgrazie dei

particolari, e che ognuno di questi non può esserlo a quelle di lei,

come non debbon tutti concorrere a soccorrerla? Ah! non vogliate, come

fate adesso, sbigottiti ciascuno dalle domestiche sciagure, porre in

non cale la salute della Repubblica, incaricar me d’avervi animati

alla guerra, e voi stessi insieme, che con meco conveniste. Eppure

vi adirate con un uomo, quale io mi sono, che crede di non esser da

meno di chicchessia per discernere il bisogno della Repubblica, e

per saperlo dichiarare: amante della patria e superiore al denaro.

Requisiti importantissimi; perocchè chi conosce quel bisogno, ma non lo

sa ben dichiarare, è come se non gli fosse mai caduto in pensiero: se

fornito di queste due doti manca d’amore per la patria, medesimamente

non parlerà punto da amico: abbia finalmente anche questa amorevolezza,

s’ei si lascia vincere dal denaro, venderà per questo solo tutta

insieme la Repubblica. Però se vi siete lasciati persuadere da me a far

la guerra, credendomi più degli altri fornito mediocremente di queste

qualità, ragion non consente che io sia accagionato de’ vostri disastri.

61. «Ed invero per un popolo d’altronde florido, al cui arbitrio fosse

rilasciata la scelta, sarebbe stata gran follia prendere il partito

di guerra: ma ove fosse inevitabile, o cedendo divenir subito schiavi

altrui, o tentando la fortuna della guerra guadagnar la vittoria,

chi schiva il pericolo è più vituperevole di chi lo sostenne. Ed io

per me sono sempre lo stesso, nè mi rimuovo: voi siete i volubili,

ai quali poichè non ancor danneggiati venne fatto di seguire il mio

consiglio, ora condotti a mal termine ve ne pentite a segno, che per

la imbecillità dell’animo vostro non sembra più giusto il mio parlare:

e ciò appunto perchè quel che affligge si fa già sentire a ciascuno,

laddove è ancor lontana da tutti la manifestazione dell’utilità del

mio consiglio. Nel rovesciamento grande avvenuto ad un tratto, l’animo

vostro non vale a durare nelle prese risoluzioni: e bene io so che un

accidente repentino, inaspettato ed affatto straordinario avvilisce

anche un animo generoso, come oltre a molti altri motivi è accaduto a

voi, soprattutto pel morbo che ci affligge. Nondimeno però abitatori

di città grande, ed educati coi costumi che le convengono, dovete

esser pronti a sostenere le più grandi calamità, e a non oscurare il

decoro di quella: poichè il pubblico si fa dritto di rimproverare chi

per ignavia si dilunga dalla reputazione che gode, e di aborrire chi

temerario ambisce quella che non è fatta per lui. Laonde mettendo a

parte il dolore dei privati interessi, intendete alla pubblica salvezza.

62. «Rispetto poi al dubbio che le fatiche della guerra non abbiano ad

esser grandi senza però facilitarvi più la vittoria, devono certamente

bastarvi quelle ragioni con cui spesse fiate vi ho dimostrato non esser

giusto il dubbio vostro. Voglio ora chiarirvi di quest’altro vantaggio,

il quale tutto che si trovi nella vastità del vostro impero, non è

stato mai avvertito da voi, nè da me nelle precedenti arringhe: nè

ora io lo produrrei, perchè avente faccia di millanteria, se non vi

vedessi sbigottiti fuori di ogni ragione. Voi credete di comandare solo

ai confederati, ed io vi dichiaro che due essendo le parti destinate

all’uso umano, cioè terra e mare, d’una siete interamente padroni, non

solo in quella misura che or ne godete, ma più oltre eziandio, qualor

vogliate: quanto all’altra, non vi è alcuno che, con le forze marittime

onde or siete forniti, impedirvi possa di correre il mare, foss’egli

il re stesso, od altra nazione che ora si conosca: cosicchè questa

potenza non istà punto in comparazione del godimento delle ville e

delle campagne, la cui perdita voi stimate un gran chè. Ed invece di

adirarvi, ragion vuole che non vi curiate di quelle, risguardandole, al

paragone di questa potenza, non altramente che un’acconciatura graziosa

della chioma, od altra frivolezza che per ghiribizzo di lusso si usi

dai ricchi; e che intendiate bene che ove ci manteniamo la libertà,

sostenendola vigorosamente, dessa agevolmente ci ricupererà coteste

cose; laddove col soggettarsi ad altri sogliono perdersi anche i beni

tutti, che con quella potenza si erano acquistati. Sono questi due

oggetti nei quali non dobbiamo mostrarci da meno dei padri nostri, che

colle loro fatiche e non con titolo d’eredità possederono quest’impero,

e che di più lo seppero conservare e lasciare a noi: ora, è più

vergogna lasciarsi tôrre quel che uno ha, che andar fallito nel tentar

degli acquisti. Corriamo dunque ad affrontare il nemico, non solo

coll’animo altiero, ma eziandio con generoso disprezzo. Conciossiachè

il vantamento può allignare anche nell’animo di un codardo per la

felicità della sua imperizia; ma il generoso disprezzo è proprio solo

di chi pel savio suo accorgimento confida di superare il nemico; pregio

che è tutto nostro. Cotesto savio accorgimento col generoso disprezzo

assicura viemaggiormente l’ardire anche in fortuna eguale: perchè si

fonda non su la speranza, il cui potere è incerto, ma sul consiglio; il

quale, derivando da forze che si possegono, più sicuramente antivede.

63. «A voi dunque è richiesto che senza fuggir le fatiche, o cooperiate

all’onoranza onde pel suo impero è fregiata la Repubblica (lo che

è pur decoro di ognuno di voi), ovvero che nemmeno pretendiate a

siffatta onoranza. Nè dovete credere d’avere a combattere soltanto

per non cambiare la libertà in servaggio, ma di più per non perder

l’impero, e per schifare il pericolo degli odii contratti quando lo

tenevate. Nè ora potete altramente receder da quello; sebbene vi sia

chi preso da questo timore pel caso presente, fa consistere la virtù

di buon cittadino in un inerte riposo. L’impero che tenete è oramai

come un’assoluta monarchia; e per quanto paia ingiusto l’averlo preso,

è pericoloso il dimetterlo. Or gente di tal fatta, se riuscisse ad

insinuare negli altri i propri sentimenti, e se avesse sopra di

sè l’intero governo della Repubblica, non ad altro varrebbe che a

perderla prontamente: poichè tranquillità non dura se non congiunta con

attività; nè conviensi a città dominante, ma a suddita, per vivere in

sicura schiavitù.

64. «Per lo che non vi lasciate sedurre da tal gente, nè vogliate

adirarvi meco, col qual conveniste doversi far guerra, poniamo che i

nemici colle invasioni abbiano fatto quello che era da presumere, non

volendo voi ricever legge da loro. La peste, sciagura tra tutte la

sola superiore alla nostra espettazione, e però da noi non prevista,

ha concitato più che tutt’altro, ben mi accorgo, gli animi vostri

contro di me: ma a torto, seppure non vogliate anche attribuirmi ogni

buona ventura che inopinatamente vi sopravvenga. Ora quel che viene

dai numi vuolsi sopportare di necessità; quel che viene dai nemici

con coraggio: e posciachè queste erano di prima le costumanze della

nostra Repubblica, così non dovete ora cessarle. Non vi è ignoto aver

ella in tutto il mondo grandissima rinomanza, perchè non arrendevole

alle sciagure; avere in guerra speso moltissimi cittadini e travagli;

essersi procacciata sino al dì d’oggi potenza, la cui memoria (benchè

adesso, come tutto naturalmente infievolisce, talvolta ci rilassiamo),

rimarrà eterna tra posteri: aver noi, Greci come siamo, dominato gran

parte dei Greci, e in guerre sanguinosissime fatto fronte tanto a tutti

i nostri nemici insieme, quanto a ciascuno di loro alla spartita;

ed abitare città doviziosissima e considerevolissima. Biasimi pur

l’inerte a sua posta glorie siffatte; ma chi aspira a qualche laudevole

impresa dovrà emularle; e chi non valga ad aggiugnerle, ingelosirne.

E quantunque l’essere odiato e grave nel tempo del comando avvenga

a tutti quelli ambiscono di comandare egli altri; nondimeno chi si

piglia cotesta invidia per cose somme, la pensa bene; perchè l’odio non

regge lungamente; e lo splendore presente e la gloria avvenire rimane

eterna. Voi adunque imparate a conoscere quel che vi sarà decoroso per

l’avvenire, e non vergognoso adesso; e fin d’ora brigatevi animosamente

a conseguir l’uno e l’altro. Laonde non mandate araldo ai Lacedemoni,

nè vi mostrate oppressi dai presenti disastri; perciocchè coloro che

nelle sciagure si dolgono il men possibile nell’animo, e a tutta possa

vi resistono col fatto, questi, sia di città, sia di particolari, sono

i più compiutamente valorosi.»

65. Con tal ragionamento cercava Pericle di rimuovere da sè la collera

degli Ateniesi, e divertirne la mente dalle presenti calamità; essi

quanto alle cose importanti al pubblico concorrevano nella sentenza

di lui: non più spedivano legati ai Lacedemoni, e con più ardore

inchinavano alla guerra, benchè afflitti in privato pei mali che

soffrivano. Querelavansi i poveri in vedendosi spogliati anche di

quel poco avevano al cominciamento della guerra; i ricchi avendo

perdute le belle possessioni di campagna ed i preziosi mobili, e

soprattutto perchè avevano guerra in cambio di pace. Nondimeno lo

sdegno universale contro Pericle non si calmò, sinchè non lo ebbero

condannato ad una multa pecuniaria: ma poco dopo, al solito del

popolo, lo elessero nuovamente generale[166], ed a lui commisero

gli affari della Repubblica. Erano già divenuti più insensibili pei

privati disastri, e d’altronde avevano di lui gran concetto pei

bisogni dello stato: poichè mentre in pace ebbe il governo della

Repubblica, la reggeva con moderanza, la conservava sicura, e sotto

lui ella pervenne all’auge della potenza: e quando poi insorse la

guerra, fu palese anche in questa come egli ne avesse preconosciute

le forze. Sopravvisse trenta mesi, e dopo la sua morte fu anche

meglio riconosciuto il suo antivedimento in fatto di guerra[167]. Ed

invero egli prediceva vittoria, solo che standosi quieti attendessero

alla marina, senza mettere a repentaglio la città stessa col cercare

d’ampliarne il dominio durante la guerra; laddove essi fecer tutto il

contrario non solamente in questo, ma anche nelle cose che parevano

impertinenti alla guerra; perchè guidati ognuno da privata ambizione

e dal proprio guadagno, regolarono malamente per sè e per gli alleati

le faccende politiche. Se alcuna cosa avea buon successo, l’onore ed

il vantaggio era tutto pei privati; se andava in sinistro, ne pativa

la Repubblica rispetto alla guerra che sosteneva. Ciò procedeva da

questo, che Pericle potente per dignità e per senno e manifestamente

incorruttibile d’animo, conteneva con liberali modi la moltitudine,

guidandola più presto che esser guidato da lei; perciocchè non avendo

acquistato autorità con pratiche indecenti, non era mai che parlasse

per andarle a compiacenza; anzi godeva egli tal reputazione da

contradirla animosamente. Di che se vedesse i cittadini imbaldanzire

intempestivamente per checchè fosse, sapeva colla parola attutarne

l’orgoglio e ridurli a temenza; se per contrario inviliti senza

ragione, rilevarli al coraggio: cosicchè il governo era in apparenza

democratico, ma in sostanza reggimento di un personaggio primario. Ma i

posteriori a lui, essendo più alla pari tra loro, ed aspirando ciascuno

al primato, si volsero a secondare il popolo, e a rallentare il governo

dello stato. Questi disordini (com’era da aspettarsi in città grande

e dominante) oltre molti altri errori, partorirono anche quello della

spedizione navale in Sicilia; il quale non vuolsi tanto attribuire al

difetto di cognizione delle forze dei popoli contro cui si andava,

quanto a colpa dei magistrati che tale spedizione ordinarono; i quali

non che brigarsi di conoscere ciò che potesse esser utile alla gente

che vi andava, per le loro gare di primeggiare nel popolo, non solo

infievolirono le operazioni di quell’armata, ma ancora causarono che lo

stato della Repubblica, diviso in varie fazioni, andasse per la prima

volta in iscompiglio. Pure nonostante la rotta avuta in Sicilia (ove

oltre agli altri apparecchi di guerra, perderono la maggior parte della

flotta); nonostante le parti che già regnavano in città, gli Ateniesi

resisterono tre anni[168] ai Lacedemoni loro primi nemici, a quei di

Sicilia che si unirono con essi, di più agli alleati che si erano per

la maggior parte ribellati, e finalmente a Ciro figliolo del re di

Persia, venuto in rinforzo dei Peloponnesi, ai quali somministrava

il denaro per la flotta. Nè si diedero per vinti sinchè inviluppati

tra loro nelle private contese, non ebbero avuto l’ultimo tracollo.

Tanto allora ricrebbe a favore di Pericle l’opinione d’aver egli

preconosciuto i modi per cui la città d’Atene, senza difficoltà alcuna,

avrebbe in questa guerra riportato vittoria su gli stessi Peloponnesi.

66. In questa medesima estate i Lacedemoni in numero di mille soldati

di grave armatura, sotto la condotta di Cnemo spartano, andarono con

centoventi navi, unitamente agli alleati, contro l’isola di Zacinto,

la quale giace dirimpetto ad Elide, i cui abitanti sono coloni degli

Achei del Peloponneso, ma alleati degli Ateniesi. Vi presero terra; e

ne saccheggiarono gran parte; ma come gli Zacintii non si arrendevano,

ritornarono a casa.

67. Sullo scorcio della medesima estate Aristeo corintio, ed Aneristo

e Nicolao e Pratodemo ambasciatori degli Spartani, e Timagora di

Tegea, e da semplice privato Polli argivo[169], nella loro gita in

Asia per presentarsi al re (affine di persuaderlo in qualche modo a

somministrar denaro, e unire con loro le sue armi) giungono in Tracia

da Sitalce figliolo di Tereo. Era loro intendimento di indurlo, se

fosse possibile, a ritirarsi dall’alleanza degli Ateniesi, ed andare

con le sue genti a Potidea assediata dall’esercito degli Ateniesi

stessi; e così farlo desistere dal portare ad essi soccorso. Volevano

anche passare per le sue terre all’altra parte dell’Ellesponto da

Farnace figlio di Farnabazzo (per dove erano indirizzati) il quale

gli doveva accompagnare dal re. Ma Learco figliolo di Callimaco, ed

Ameniade di Filemone, ambasciatori degli Ateniesi, che casualmente

erano presso Sitalce, persuadono il figlio di lui Sadoco, ascritto

già alla cittadinanza d’Atene, a metterli nelle loro mani, acciò non

potessero, tragittando al re, recar danno ad Atene medesima che era in

parte anche sua città. Egli vi consentì; e mentre si avviavano per la

Tracia verso la nave su cui dovevano tragittare l’Ellesponto, prima

che vi montassero gli fa arrestare da gente spedita insieme con Learco

ed Ameniade, la quale aveva ordine di consegnarli: ed avuti che li

ebbero li condussero in Atene. Al loro arrivo, gli Ateniesi, per paura

che Aristeo stato anche prima di questi fatti manifestamente l’autore

delle cose accadute a Potidea ed in Tracia, non iscappasse e tornasse

a far loro danni più grandi, gli ammazzarono tutti in quell’istesso

giorno senza processo, quantunque e’ domandassero di essere uditi, e

gli gettarono nei borri; credendo aver dritto di vendicarsi, così per

render la pariglia ai Lacedemoni, che avevano ucciso e gettato nei

borri i mercatanti degli Ateniesi e de’ loro alleati, i quali avevano

presi sulle coste del Peloponneso. Ed invero gli Spartani sul principio

della guerra trucidavano come nemici quanti per mare arrestavano

collegati con gli Ateniesi, ed anche neutrali.

68. Circa il medesimo tempo, sul cader dell’estate, gli Ambracioti

propio, e con essi molti barbari cui avevano sommossi, marciarono

contro Argo amfilochio e contro il restante dell’Amfilochia. La

loro inimicizia contro gli Argivi ebbe origine di qui. Dopo i fatti

troiani Amfiloco figliolo di Amfiarao tornato a casa, non piacendogli

lo stato delle cose d’Argo, avea fondato Argo amfilochio ed il

rimanente dell’Amfilochia nel seno ambracico, chiamandola Argo,

col medesimo nome della sua patria. Fu questa la città principale

dell’Amfilochia, ed era abitata dalle famiglie più potenti. Ma questi

abitanti molte generazioni dopo stretti da calamità invitarono

a far corpo di cittadinanza con loro gli Ambracioti che erano a

confine dell’Amfilochia; ed allora per la prima volta furono dagli

Ambracioti, che si erano riuniti di abitazione con loro, avvezzati

al greco linguaggio che ora usano; mentre il resto degli Amfilochii

sono barbari. Questi Ambracioti dunque in progresso di tempo cacciano

gli Argivi, e ritengono per sè la città: dopo questa espulsione gli

Amfilochii si danno agli Acarnani, ed entrambi chiamarono in soccorso

gli Ateniesi, i quali spedirono loro Formione ammiraglio con trenta

navi. All’arrivo di Formione, essendo stata presa d’assalto Argo e

gli Ambracioti messi in servitù, vi passarono ad abitare in comune

gli Amfilochii e gli Acarnani; e fu allora per la prima volta stretta

lega tra gli Ateniesi e gli Acarnani. Gli Ambracioti a cagione della

schiavitù di quella lor gente avevano da prima preso in odio gli

Argivi; e finalmente colgono l’opportunità di guerra per far questa

spedizione essi stessi insieme co’ Caoni e pochi altri barbari di

quelle circostanze. Andati adunque contro Argo si impadronirono della

campagna: ma poichè, dato l’assalto alla città, non venne lor fatto di

espugnarla, ritornarono a casa, e popolo per popolo si separarono. Tali

sono i fatti accaduti in quest’estate.

69. All’entrare dell’inverno gli Ateniesi spedirono venti navi intorno

al Peloponneso con Formione ammiraglio, il quale, facendo massa in

Naupatto, stava a riguardo che nessuna nave entrasse od uscisse da

Corinto e dal seno criseo. Spedirono medesimamente altre sei navi

nella Caria e nella Licia sotto la condotta di Melesandro, per

raccoglier denaro da quei luoghi, e non permettere che i pirati dei

Peloponnesi uscendo da quelle parti infestassero le barche da carico,

che venivano da Faselide e da Fenice, e dalla terraferma di quei

dintorni. Melesandro avanzatosi nella Licia colle genti ateniesi ed

alleate che erano sulle navi, vinto in battaglia, e perduta una parte

dell’esercito, vi rimase ucciso.

70. Nell’istesso inverno i Potideesi non potendo durare nell’assedio,

da che le invasioni dei Peloponnesi nell’Attica non valevano punto

meglio a distrarre da loro gli Ateniesi, ed era fallito il frumento,

e sopravvenuti molti e diversi danni circa le altre grasce, cosicchè

alcuni si mangiavano tra loro, allora alla perfine trattano della

dedizione con Senofonte figliolo di Euripide, con Estiodoro di

Aristoclide e Fanomaco di Callimaco generali degli Ateniesi, destinati

ad assediarli, i quali vi si accomodarono, tra perchè vedevano

gl’incomodi di lor gente in quel luogo esposto ai rigori dell’inverno,

e perchè consideravano che l’assedio costava già alla Repubblica

duemila talenti[170]. Capitolarono adunque a condizione d’uscire essi,

i figlioli, la mogli e la guarnigione ausiliaria con un sol vestito, ma

le donne con due, portando pur seco una determinata somma di denaro pei

bisogni del viaggio[171]: uscirono infatti interposta la fede pubblica,

e si rifugiarono nella Calcidia, e dove ognuno potè. Ma in Atene,

ove si credeva che avrebber potuto prender Potidea a discrezione,

incolpavano i comandanti della capitolazione di quella città fatta

senza loro saputa, e vi spedirono a ripopolarla colonia propio di

Ateniesi[172]. Tali furono gli avvenimenti di quest’inverno, e finiva

il secondo anno di questa guerra che ha descritta Tucidide.

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 14 / 35 段