nella terra paralia, egli apparecchiava una flotta di cento navi per
andar contro il Peloponneso; ed ordinato il tutto fece vela. Conduceva
sulle navi quattromila Ateniesi di grave armatura, e trecento cavalieri
su barche da trasportar cavalli, formate allora per la prima volta
co’ materiali delle navi vecchie. Presero parte alla spedizione anche
i Chii ed i Lesbii con cinquanta navi. Quest’armata degli Ateniesi
quando uscì del porto, lasciò i Peloponnesi tuttora nella maremma
dell’Attica. Pervenuti ad Epidauro nel Peloponneso guastarono gran
parte della campagna, e dato l’assalto alla città vennero in isperanza
di prenderla, ma la cosa non riuscì; onde ritiratisi da Epidauro
saccheggiarono la campagna trezeniese, l’aliese e l’ermionese, luoghi
tutti sulle coste del Peloponneso. Di là salpando, arrivarono a Prasia
cittadella marittima della Laconia[164], saccheggiarono parte della
campagna, presero la stessa cittadella e la devastarono. Ciò fatto,
ritornarono a casa, e trovarono che i Peloponnesi non erano più
nell’Attica, ma s’erano ritirati.
57. Ora tutto quel tempo che i Peloponnesi si trattennero nel
territorio ateniese, e mentre gli Ateniesi militavano sulle navi, la
pestilenza, tanto nell’armata che in città, rifiniva gli Ateniesi; tal
che fu voce avere i Peloponnesi, per paura del morbo, sollecitato la
ritirata dall’Attica[165]; poichè ebbero inteso dai disertori essere la
peste in Atene, e vedevano dar sepoltura ai morti. Nondimeno in questa
spedizione la dimora loro fu lunghissima, essendovisi trattenuti circa
quaranta giorni, nei quali diedero il guasto a tutto il territorio.
58. Nella medesima estate Agnone figliolo di Nicia e Cleopompo di
Clinia, colleghi di Pericle nel comando, presero l’armata di cui egli
aveva usato, e portarono subitamente la guerra contro i Calcidesi della
Tracia, e contro Potidea cinta tuttora d’assedio. Giunti a questa
città approssimarono le macchine alle mura, e fecero ogni prova per
espugnarla: ma nè l’espugnazione della città, nè le altre operazioni
riuscivano loro in corrispondenza di tanto apparecchio; essendo che
il morbo sopravvenuto costà afflisse per ogni modo gli Ateniesi, e
distrusse l’esercito con tanto furore, che i soldati stessi che vi
erano di prima mantenutisi sani fino allora, contrassero la malattia
per le soldatesche venute con Agnone. Formione coi mille seicento non
era più intorno ai Calcidesi; il perchè Agnone tornò con la flotta
ad Atene, avendo in circa quaranta giorni perduto per la peste mille
cinquanta di quei quattromila. La gente che vi era innanzi restò ferma
al suo posto continovando l’assedio di Potidea.
59. Dopo la seconda invasione dei Peloponnesi, vedendosi gli Ateniesi
saccheggiata un’altra volta la campagna, e trovandosi oppressi dal
morbo e dalla guerra ad un medesimo tempo, mutaronsi d’animo. Davano
carico a Pericle di averli confortati alla guerra, e di trovarsi per
cagion sua in quelle sciagure: e bramosi di accomodarsi coi Lacedemoni
vi mandarono legati, ma senza effetto veruno. Ridotti adunque per
ogni lato in gran sospensione d’animo, s’affollavano tutti addosso
a Pericle, il quale vedendo che adirati per il presente stato di
cose facevano appunto tutto quello che aveva previsto, coll’autorità
di generale che ancor riteneva gli adunò a parlamento. Voleva egli
inanimirli, e divertendo dai loro animi la collera renderli più
trattabili e meno timorosi: onde si fece innanzi e parlò in questi
termini.
60. «Il vostro sdegno contro di me non mi giunge inaspettato, poichè
non ne ignoro i motivi: ed ho convocato l’adunanza appunto per farvi
avvertiti e rimproverarvi, se a buon dritto non siete o adirati contro
di ne, o sbigottiti pei disastri. Io per me credo, che una repubblica
florida e vigorosa nell’universalità porti ai particolari vantaggi
maggiori di quello che, se prosperosa nei privati interessi di ciascun
cittadino, ella nel suo insieme vacilli. Imperocchè quantunque un
cittadino nel suo particolare si trovi bene, nondimeno se la patria
si perde, egli è compreso nella rovina: ma se sia sfortunato in seno
a prosperevol repubblica, suole viemeglio trovarvi salvezza. Posto
adunque che la repubblica può esser sostegno alle disgrazie dei
particolari, e che ognuno di questi non può esserlo a quelle di lei,
come non debbon tutti concorrere a soccorrerla? Ah! non vogliate, come
fate adesso, sbigottiti ciascuno dalle domestiche sciagure, porre in
non cale la salute della Repubblica, incaricar me d’avervi animati
alla guerra, e voi stessi insieme, che con meco conveniste. Eppure
vi adirate con un uomo, quale io mi sono, che crede di non esser da
meno di chicchessia per discernere il bisogno della Repubblica, e
per saperlo dichiarare: amante della patria e superiore al denaro.
Requisiti importantissimi; perocchè chi conosce quel bisogno, ma non lo
sa ben dichiarare, è come se non gli fosse mai caduto in pensiero: se
fornito di queste due doti manca d’amore per la patria, medesimamente
non parlerà punto da amico: abbia finalmente anche questa amorevolezza,
s’ei si lascia vincere dal denaro, venderà per questo solo tutta
insieme la Repubblica. Però se vi siete lasciati persuadere da me a far
la guerra, credendomi più degli altri fornito mediocremente di queste
qualità, ragion non consente che io sia accagionato de’ vostri disastri.
61. «Ed invero per un popolo d’altronde florido, al cui arbitrio fosse
rilasciata la scelta, sarebbe stata gran follia prendere il partito
di guerra: ma ove fosse inevitabile, o cedendo divenir subito schiavi
altrui, o tentando la fortuna della guerra guadagnar la vittoria,
chi schiva il pericolo è più vituperevole di chi lo sostenne. Ed io
per me sono sempre lo stesso, nè mi rimuovo: voi siete i volubili,
ai quali poichè non ancor danneggiati venne fatto di seguire il mio
consiglio, ora condotti a mal termine ve ne pentite a segno, che per
la imbecillità dell’animo vostro non sembra più giusto il mio parlare:
e ciò appunto perchè quel che affligge si fa già sentire a ciascuno,
laddove è ancor lontana da tutti la manifestazione dell’utilità del
mio consiglio. Nel rovesciamento grande avvenuto ad un tratto, l’animo
vostro non vale a durare nelle prese risoluzioni: e bene io so che un
accidente repentino, inaspettato ed affatto straordinario avvilisce
anche un animo generoso, come oltre a molti altri motivi è accaduto a
voi, soprattutto pel morbo che ci affligge. Nondimeno però abitatori
di città grande, ed educati coi costumi che le convengono, dovete
esser pronti a sostenere le più grandi calamità, e a non oscurare il
decoro di quella: poichè il pubblico si fa dritto di rimproverare chi
per ignavia si dilunga dalla reputazione che gode, e di aborrire chi
temerario ambisce quella che non è fatta per lui. Laonde mettendo a
parte il dolore dei privati interessi, intendete alla pubblica salvezza.
62. «Rispetto poi al dubbio che le fatiche della guerra non abbiano ad
esser grandi senza però facilitarvi più la vittoria, devono certamente
bastarvi quelle ragioni con cui spesse fiate vi ho dimostrato non esser
giusto il dubbio vostro. Voglio ora chiarirvi di quest’altro vantaggio,
il quale tutto che si trovi nella vastità del vostro impero, non è
stato mai avvertito da voi, nè da me nelle precedenti arringhe: nè
ora io lo produrrei, perchè avente faccia di millanteria, se non vi
vedessi sbigottiti fuori di ogni ragione. Voi credete di comandare solo
ai confederati, ed io vi dichiaro che due essendo le parti destinate
all’uso umano, cioè terra e mare, d’una siete interamente padroni, non
solo in quella misura che or ne godete, ma più oltre eziandio, qualor
vogliate: quanto all’altra, non vi è alcuno che, con le forze marittime
onde or siete forniti, impedirvi possa di correre il mare, foss’egli
il re stesso, od altra nazione che ora si conosca: cosicchè questa
potenza non istà punto in comparazione del godimento delle ville e
delle campagne, la cui perdita voi stimate un gran chè. Ed invece di
adirarvi, ragion vuole che non vi curiate di quelle, risguardandole, al
paragone di questa potenza, non altramente che un’acconciatura graziosa
della chioma, od altra frivolezza che per ghiribizzo di lusso si usi
dai ricchi; e che intendiate bene che ove ci manteniamo la libertà,
sostenendola vigorosamente, dessa agevolmente ci ricupererà coteste
cose; laddove col soggettarsi ad altri sogliono perdersi anche i beni
tutti, che con quella potenza si erano acquistati. Sono questi due
oggetti nei quali non dobbiamo mostrarci da meno dei padri nostri, che
colle loro fatiche e non con titolo d’eredità possederono quest’impero,
e che di più lo seppero conservare e lasciare a noi: ora, è più
vergogna lasciarsi tôrre quel che uno ha, che andar fallito nel tentar
degli acquisti. Corriamo dunque ad affrontare il nemico, non solo
coll’animo altiero, ma eziandio con generoso disprezzo. Conciossiachè
il vantamento può allignare anche nell’animo di un codardo per la
felicità della sua imperizia; ma il generoso disprezzo è proprio solo
di chi pel savio suo accorgimento confida di superare il nemico; pregio
che è tutto nostro. Cotesto savio accorgimento col generoso disprezzo
assicura viemaggiormente l’ardire anche in fortuna eguale: perchè si
fonda non su la speranza, il cui potere è incerto, ma sul consiglio; il
quale, derivando da forze che si possegono, più sicuramente antivede.
63. «A voi dunque è richiesto che senza fuggir le fatiche, o cooperiate
all’onoranza onde pel suo impero è fregiata la Repubblica (lo che
è pur decoro di ognuno di voi), ovvero che nemmeno pretendiate a
siffatta onoranza. Nè dovete credere d’avere a combattere soltanto
per non cambiare la libertà in servaggio, ma di più per non perder
l’impero, e per schifare il pericolo degli odii contratti quando lo
tenevate. Nè ora potete altramente receder da quello; sebbene vi sia
chi preso da questo timore pel caso presente, fa consistere la virtù
di buon cittadino in un inerte riposo. L’impero che tenete è oramai
come un’assoluta monarchia; e per quanto paia ingiusto l’averlo preso,
è pericoloso il dimetterlo. Or gente di tal fatta, se riuscisse ad
insinuare negli altri i propri sentimenti, e se avesse sopra di
sè l’intero governo della Repubblica, non ad altro varrebbe che a
perderla prontamente: poichè tranquillità non dura se non congiunta con
attività; nè conviensi a città dominante, ma a suddita, per vivere in
sicura schiavitù.
64. «Per lo che non vi lasciate sedurre da tal gente, nè vogliate
adirarvi meco, col qual conveniste doversi far guerra, poniamo che i
nemici colle invasioni abbiano fatto quello che era da presumere, non
volendo voi ricever legge da loro. La peste, sciagura tra tutte la
sola superiore alla nostra espettazione, e però da noi non prevista,
ha concitato più che tutt’altro, ben mi accorgo, gli animi vostri
contro di me: ma a torto, seppure non vogliate anche attribuirmi ogni
buona ventura che inopinatamente vi sopravvenga. Ora quel che viene
dai numi vuolsi sopportare di necessità; quel che viene dai nemici
con coraggio: e posciachè queste erano di prima le costumanze della
nostra Repubblica, così non dovete ora cessarle. Non vi è ignoto aver
ella in tutto il mondo grandissima rinomanza, perchè non arrendevole
alle sciagure; avere in guerra speso moltissimi cittadini e travagli;
essersi procacciata sino al dì d’oggi potenza, la cui memoria (benchè
adesso, come tutto naturalmente infievolisce, talvolta ci rilassiamo),
rimarrà eterna tra posteri: aver noi, Greci come siamo, dominato gran
parte dei Greci, e in guerre sanguinosissime fatto fronte tanto a tutti
i nostri nemici insieme, quanto a ciascuno di loro alla spartita;
ed abitare città doviziosissima e considerevolissima. Biasimi pur
l’inerte a sua posta glorie siffatte; ma chi aspira a qualche laudevole
impresa dovrà emularle; e chi non valga ad aggiugnerle, ingelosirne.
E quantunque l’essere odiato e grave nel tempo del comando avvenga
a tutti quelli ambiscono di comandare egli altri; nondimeno chi si
piglia cotesta invidia per cose somme, la pensa bene; perchè l’odio non
regge lungamente; e lo splendore presente e la gloria avvenire rimane
eterna. Voi adunque imparate a conoscere quel che vi sarà decoroso per
l’avvenire, e non vergognoso adesso; e fin d’ora brigatevi animosamente
a conseguir l’uno e l’altro. Laonde non mandate araldo ai Lacedemoni,
nè vi mostrate oppressi dai presenti disastri; perciocchè coloro che
nelle sciagure si dolgono il men possibile nell’animo, e a tutta possa
vi resistono col fatto, questi, sia di città, sia di particolari, sono
i più compiutamente valorosi.»
65. Con tal ragionamento cercava Pericle di rimuovere da sè la collera
degli Ateniesi, e divertirne la mente dalle presenti calamità; essi
quanto alle cose importanti al pubblico concorrevano nella sentenza
di lui: non più spedivano legati ai Lacedemoni, e con più ardore
inchinavano alla guerra, benchè afflitti in privato pei mali che
soffrivano. Querelavansi i poveri in vedendosi spogliati anche di
quel poco avevano al cominciamento della guerra; i ricchi avendo
perdute le belle possessioni di campagna ed i preziosi mobili, e
soprattutto perchè avevano guerra in cambio di pace. Nondimeno lo
sdegno universale contro Pericle non si calmò, sinchè non lo ebbero
condannato ad una multa pecuniaria: ma poco dopo, al solito del
popolo, lo elessero nuovamente generale[166], ed a lui commisero
gli affari della Repubblica. Erano già divenuti più insensibili pei
privati disastri, e d’altronde avevano di lui gran concetto pei
bisogni dello stato: poichè mentre in pace ebbe il governo della
Repubblica, la reggeva con moderanza, la conservava sicura, e sotto
lui ella pervenne all’auge della potenza: e quando poi insorse la
guerra, fu palese anche in questa come egli ne avesse preconosciute
le forze. Sopravvisse trenta mesi, e dopo la sua morte fu anche
meglio riconosciuto il suo antivedimento in fatto di guerra[167]. Ed
invero egli prediceva vittoria, solo che standosi quieti attendessero
alla marina, senza mettere a repentaglio la città stessa col cercare
d’ampliarne il dominio durante la guerra; laddove essi fecer tutto il
contrario non solamente in questo, ma anche nelle cose che parevano
impertinenti alla guerra; perchè guidati ognuno da privata ambizione
e dal proprio guadagno, regolarono malamente per sè e per gli alleati
le faccende politiche. Se alcuna cosa avea buon successo, l’onore ed
il vantaggio era tutto pei privati; se andava in sinistro, ne pativa
la Repubblica rispetto alla guerra che sosteneva. Ciò procedeva da
questo, che Pericle potente per dignità e per senno e manifestamente
incorruttibile d’animo, conteneva con liberali modi la moltitudine,
guidandola più presto che esser guidato da lei; perciocchè non avendo
acquistato autorità con pratiche indecenti, non era mai che parlasse
per andarle a compiacenza; anzi godeva egli tal reputazione da
contradirla animosamente. Di che se vedesse i cittadini imbaldanzire
intempestivamente per checchè fosse, sapeva colla parola attutarne
l’orgoglio e ridurli a temenza; se per contrario inviliti senza
ragione, rilevarli al coraggio: cosicchè il governo era in apparenza
democratico, ma in sostanza reggimento di un personaggio primario. Ma i
posteriori a lui, essendo più alla pari tra loro, ed aspirando ciascuno
al primato, si volsero a secondare il popolo, e a rallentare il governo
dello stato. Questi disordini (com’era da aspettarsi in città grande
e dominante) oltre molti altri errori, partorirono anche quello della
spedizione navale in Sicilia; il quale non vuolsi tanto attribuire al
difetto di cognizione delle forze dei popoli contro cui si andava,
quanto a colpa dei magistrati che tale spedizione ordinarono; i quali
non che brigarsi di conoscere ciò che potesse esser utile alla gente
che vi andava, per le loro gare di primeggiare nel popolo, non solo
infievolirono le operazioni di quell’armata, ma ancora causarono che lo
stato della Repubblica, diviso in varie fazioni, andasse per la prima
volta in iscompiglio. Pure nonostante la rotta avuta in Sicilia (ove
oltre agli altri apparecchi di guerra, perderono la maggior parte della
flotta); nonostante le parti che già regnavano in città, gli Ateniesi
resisterono tre anni[168] ai Lacedemoni loro primi nemici, a quei di
Sicilia che si unirono con essi, di più agli alleati che si erano per
la maggior parte ribellati, e finalmente a Ciro figliolo del re di
Persia, venuto in rinforzo dei Peloponnesi, ai quali somministrava
il denaro per la flotta. Nè si diedero per vinti sinchè inviluppati
tra loro nelle private contese, non ebbero avuto l’ultimo tracollo.
Tanto allora ricrebbe a favore di Pericle l’opinione d’aver egli
preconosciuto i modi per cui la città d’Atene, senza difficoltà alcuna,
avrebbe in questa guerra riportato vittoria su gli stessi Peloponnesi.
66. In questa medesima estate i Lacedemoni in numero di mille soldati
di grave armatura, sotto la condotta di Cnemo spartano, andarono con
centoventi navi, unitamente agli alleati, contro l’isola di Zacinto,
la quale giace dirimpetto ad Elide, i cui abitanti sono coloni degli
Achei del Peloponneso, ma alleati degli Ateniesi. Vi presero terra; e
ne saccheggiarono gran parte; ma come gli Zacintii non si arrendevano,
ritornarono a casa.
67. Sullo scorcio della medesima estate Aristeo corintio, ed Aneristo
e Nicolao e Pratodemo ambasciatori degli Spartani, e Timagora di
Tegea, e da semplice privato Polli argivo[169], nella loro gita in
Asia per presentarsi al re (affine di persuaderlo in qualche modo a
somministrar denaro, e unire con loro le sue armi) giungono in Tracia
da Sitalce figliolo di Tereo. Era loro intendimento di indurlo, se
fosse possibile, a ritirarsi dall’alleanza degli Ateniesi, ed andare
con le sue genti a Potidea assediata dall’esercito degli Ateniesi
stessi; e così farlo desistere dal portare ad essi soccorso. Volevano
anche passare per le sue terre all’altra parte dell’Ellesponto da
Farnace figlio di Farnabazzo (per dove erano indirizzati) il quale
gli doveva accompagnare dal re. Ma Learco figliolo di Callimaco, ed
Ameniade di Filemone, ambasciatori degli Ateniesi, che casualmente
erano presso Sitalce, persuadono il figlio di lui Sadoco, ascritto
già alla cittadinanza d’Atene, a metterli nelle loro mani, acciò non
potessero, tragittando al re, recar danno ad Atene medesima che era in
parte anche sua città. Egli vi consentì; e mentre si avviavano per la
Tracia verso la nave su cui dovevano tragittare l’Ellesponto, prima
che vi montassero gli fa arrestare da gente spedita insieme con Learco
ed Ameniade, la quale aveva ordine di consegnarli: ed avuti che li
ebbero li condussero in Atene. Al loro arrivo, gli Ateniesi, per paura
che Aristeo stato anche prima di questi fatti manifestamente l’autore
delle cose accadute a Potidea ed in Tracia, non iscappasse e tornasse
a far loro danni più grandi, gli ammazzarono tutti in quell’istesso
giorno senza processo, quantunque e’ domandassero di essere uditi, e
gli gettarono nei borri; credendo aver dritto di vendicarsi, così per
render la pariglia ai Lacedemoni, che avevano ucciso e gettato nei
borri i mercatanti degli Ateniesi e de’ loro alleati, i quali avevano
presi sulle coste del Peloponneso. Ed invero gli Spartani sul principio
della guerra trucidavano come nemici quanti per mare arrestavano
collegati con gli Ateniesi, ed anche neutrali.
68. Circa il medesimo tempo, sul cader dell’estate, gli Ambracioti
propio, e con essi molti barbari cui avevano sommossi, marciarono
contro Argo amfilochio e contro il restante dell’Amfilochia. La
loro inimicizia contro gli Argivi ebbe origine di qui. Dopo i fatti
troiani Amfiloco figliolo di Amfiarao tornato a casa, non piacendogli
lo stato delle cose d’Argo, avea fondato Argo amfilochio ed il
rimanente dell’Amfilochia nel seno ambracico, chiamandola Argo,
col medesimo nome della sua patria. Fu questa la città principale
dell’Amfilochia, ed era abitata dalle famiglie più potenti. Ma questi
abitanti molte generazioni dopo stretti da calamità invitarono
a far corpo di cittadinanza con loro gli Ambracioti che erano a
confine dell’Amfilochia; ed allora per la prima volta furono dagli
Ambracioti, che si erano riuniti di abitazione con loro, avvezzati
al greco linguaggio che ora usano; mentre il resto degli Amfilochii
sono barbari. Questi Ambracioti dunque in progresso di tempo cacciano
gli Argivi, e ritengono per sè la città: dopo questa espulsione gli
Amfilochii si danno agli Acarnani, ed entrambi chiamarono in soccorso
gli Ateniesi, i quali spedirono loro Formione ammiraglio con trenta
navi. All’arrivo di Formione, essendo stata presa d’assalto Argo e
gli Ambracioti messi in servitù, vi passarono ad abitare in comune
gli Amfilochii e gli Acarnani; e fu allora per la prima volta stretta
lega tra gli Ateniesi e gli Acarnani. Gli Ambracioti a cagione della
schiavitù di quella lor gente avevano da prima preso in odio gli
Argivi; e finalmente colgono l’opportunità di guerra per far questa
spedizione essi stessi insieme co’ Caoni e pochi altri barbari di
quelle circostanze. Andati adunque contro Argo si impadronirono della
campagna: ma poichè, dato l’assalto alla città, non venne lor fatto di
espugnarla, ritornarono a casa, e popolo per popolo si separarono. Tali
sono i fatti accaduti in quest’estate.
69. All’entrare dell’inverno gli Ateniesi spedirono venti navi intorno
al Peloponneso con Formione ammiraglio, il quale, facendo massa in
Naupatto, stava a riguardo che nessuna nave entrasse od uscisse da
Corinto e dal seno criseo. Spedirono medesimamente altre sei navi
nella Caria e nella Licia sotto la condotta di Melesandro, per
raccoglier denaro da quei luoghi, e non permettere che i pirati dei
Peloponnesi uscendo da quelle parti infestassero le barche da carico,
che venivano da Faselide e da Fenice, e dalla terraferma di quei
dintorni. Melesandro avanzatosi nella Licia colle genti ateniesi ed
alleate che erano sulle navi, vinto in battaglia, e perduta una parte
dell’esercito, vi rimase ucciso.
70. Nell’istesso inverno i Potideesi non potendo durare nell’assedio,
da che le invasioni dei Peloponnesi nell’Attica non valevano punto
meglio a distrarre da loro gli Ateniesi, ed era fallito il frumento,
e sopravvenuti molti e diversi danni circa le altre grasce, cosicchè
alcuni si mangiavano tra loro, allora alla perfine trattano della
dedizione con Senofonte figliolo di Euripide, con Estiodoro di
Aristoclide e Fanomaco di Callimaco generali degli Ateniesi, destinati
ad assediarli, i quali vi si accomodarono, tra perchè vedevano
gl’incomodi di lor gente in quel luogo esposto ai rigori dell’inverno,
e perchè consideravano che l’assedio costava già alla Repubblica
duemila talenti[170]. Capitolarono adunque a condizione d’uscire essi,
i figlioli, la mogli e la guarnigione ausiliaria con un sol vestito, ma
le donne con due, portando pur seco una determinata somma di denaro pei
bisogni del viaggio[171]: uscirono infatti interposta la fede pubblica,
e si rifugiarono nella Calcidia, e dove ognuno potè. Ma in Atene,
ove si credeva che avrebber potuto prender Potidea a discrezione,
incolpavano i comandanti della capitolazione di quella città fatta
senza loro saputa, e vi spedirono a ripopolarla colonia propio di
Ateniesi[172]. Tali furono gli avvenimenti di quest’inverno, e finiva
il secondo anno di questa guerra che ha descritta Tucidide.