38. «Abbiamo anche procacciato all’animo nostro diversi sollievi alle

fatiche, sia coll’istituir giuochi e feste annuali, sia coll’eleganza

delle private suppellettili, di cui il quotidiano diletto bandisce

spaurita la melanconia. Qua per l’ampiezza della città nostra vengono

le derrate della terra tutta, e ci avviene di godere delle cose che gli

altri paesi producono, come se meno nostro non fossero di quelle che

qui nascono.

39. «Siamo poi superiori ai nemici nelle cose di guerra per queste

ragioni. Noi rendiamo la città nostra comune a tutti; nè mai addiviene

che col discacciarne i forestieri escludiam chicchessia da alcun

pubblico insegnamento o spettacolo, la vista del quale (ove occultato

non fosse) potesse giovare ad alcun de’ nemici; perchè poniamo nostra

fidanza, non nelle pompe dei preparamenti o nelle astuzie, ma sibbene

nel coraggio degli animi nostri per le imprese. Gli Spartani col loro

travaglioso esercitamento, subito dai primi anni affettano robustezza

virile; noi, tuttochè più discretamente cresciuti, non per questo

abbiamo meno ardimento in pericoli eguali; prova ne sia che non mai

essi da sè soli, ma con tutto lo sforzo degli alleati, portano le armi

sul nostro territorio, laddove noi, da noi soli assaltando quel degli

altri, riusciamo spesse fiate e con facilità vincitori, sebbene in

paese altrui, incontro a gente che per il proprio combatte. Nè alcuno

de’ nemici s’è peranche incontrato con tutta l’oste nostra insieme

raccolta; tra perchè attendiamo in un medesimo tempo al mare, e perchè

molte spedizioni facciamo in terraferma: ma qualora si azzuffino con

una piccola parte di nostre genti, se vincitori, van dicendo averci

respinti tutti; se vinti, essere stati da tutto insieme l’esercito

sconfitti. Pure, quantunque allevati più mollemente, non coll’esercizio

di dure fatiche, quantunque non con generosità di animo dalle leggi

formata piuttosto che propria dell’indole nostra noi ci facciamo ad

affrontare i pericoli; risulta nondimeno per noi di non affannarci

innanzi tempo per le future calamità; ma se vi ci troviamo, non meno

arditi dimostrarci di loro che menano la vita sempre in mezzo agli

stenti.

40. «Nè per questi soli rispetti è degna di ammirazione la nostra

Repubblica, ma per altri ancora. Conciossiachè usiamo eleganza ma

con frugalità, sappiamo farla da filosofi senza scemar la vigoria

dell’animo nostro; ed all’occasione ricorriamo al tesoro di nostra

attività, non alla jattanza di vane parole: confessar la propria

povertà non è vergogna ad alcuno, ma più lo è il non adoprarsi ad

uscirne. Sanno in questa nostra Repubblica le medesime persone darsi

cura delle domestiche e delle civili faccende: altre, quantunque

intese al lavoro, non però men bene conoscono ciò che risguarda la

cosa pubblica. Noi siamo i soli, appo i quali, chi tiensi fuori

da queste cure politiche non uomo inoperoso, ma a nulla abile è

dichiarato: ed un medesimo cittadino sa ben pensare degli affari, e

drittamente giudicare di ciò che altri ne pensi; perchè reputiamo non

le deliberazioni pregiudichino ai fatti, ma sibbene la mancanza della

debita deliberazione, prima di passare ai fatti. Or vanto tutto nostro

si è di avere il più deciso coraggio nelle cose che intraprendiamo,

e di ben calcolarle; mentre negli altri l’ignoranza ingenera pazzo

furore, e il calcolo timida irresoluzione. Laonde generosissimi a buon

dritto hanno a reputarsi quelli, i quali tutto che consapevoli degli

orrori della guerra e delle dolcezze della pace, non però fuggono dal

rischio. Quanto poi alla cortesia, noi la sentiamo all’opposto degli

altri; mentre non i ricevuti benefizi ma i compartiti ci procacciano

gli amici: ora, chi è il primo a beneficare altrui è amico più stabile

portato a conservare nel beneficato quel favore di che per propria

benevolenza si venne quasi a far debitore: ma chi è vero debitore di

benefizio, è più ottuso nell’amicizia, sapendo che ricambierà altrui

di buona opera più presto per sdebitarsi che per corteseggiare. Ond’è

che noi soli gioviamo francamente a chicchessia, non più per calcolo

d’interesse, che per quella fiducia che la nostra liberalità ci inspira.

41. «E, per recare in una le molte parole, dico la nostra Repubblica

essere la norma di Grecia tutta, e potere ciascun cittadino, stante

quella disciplina che vige tra noi, idoneo prestarsi ad ogni sorta di

opere con buon garbo e destrezza maravigliosa. Che queste cose poi non

sieno, nella presente occasione, una millanteria invece che verità

di fatto, lo palesa la potenza della città nostra, che con siffatte

costumanze procurata ci siamo. Perciocchè sola fra quante or sono,

a qualsivoglia prova ella venga, supera la fama che di lei risuona;

sola non dà al nemico che l’assalga materia di sdegno, al pensare da

chi venga superato, nè di rammarico ai sudditi, quasi che dominati da

gente indegna dell’impero: anzi, mettendo in vista la nostra potenza

avvalorata da segnalati monumenti, e da indubitate testimonianze,

formiamo la meraviglia della presente generazione e quella formeremo

delle future. Nè a noi fa di mestieri di un Omero che si aggiunga

a lodarci, nè di altri che co’ suoi versi presentemente diletti, e

che poi la verità dei fatti non corrisponda alla grandiosità del

supposto: noi che col nostro ardire tutto il mare e la terra ci siam

resi accessibili, ed abbiamo ovunque stabilito, quasi coabitatori

sempiterni, i monumenti del nostro valore e dei disastri dei nemici.

Or siccome costoro per una Repubblica sì potente, gelosi del dritto di

non perderla, hanno incontrato generosamente la morte tra le armi; così

vuolsi da quei che restano qualunque travaglio a pro di lei tollerare.

42. «Per lo che a lungo io vi ho parlato della Repubblica, volendo

farvi certi ugual gara non essere a voi proposta ed a quei che nulla

hanno di sì nobile; ed insieme volendo porvi con manifesti argomenti

nel suo vero punto di vista l’encomio che vo tessendo a costoro,

del quale vi ho già esposto i titoli più rilevanti. Conciossiachè

la Repubblica, di quelle lodi ond’io l’ho celebrata, fu adorna pel

valore di questi e dei loro simili; e pochi hanvi tra’ Greci dei quali

non possa farsi elogio che agguagli le azioni, siccome avviene di

questi, del cui valore non solo ci dà la morte il più nobile indizio,

ma è anche l’ultima prova che lo suggella. Ed invero per coloro che

in qualche cosa hanno altramente mancato, giusto è che il coraggio

mostrato in guerra a difesa della patria stia in luogo di ammenda;

perocchè, cancellando col valore i difetti, maggiore utilità hanno

apportato in comune, che danno in privato. Nè fu alcuno tra cotestoro

che (se ricco fosse) anteponendo di seguitare a godere di sua opulenza,

invilisse; o che, se povero, per la speranza di cacciar l’inopia ed

arricchirsi, schifasse il pericolo. Anzi vaghi sovrattutto di punire il

nemico, giudicando ciò il più decoroso dei cimenti, lo affrontarono;

e paghi del solo desiderio di quei beni, del nemico stesso si

vendicarono, rimettendo nella speranza l’incertezza della vittoria,

ma pieni del dignitoso pensiero di confidar nelle proprie braccia,

quanto al pericolo che avean dinanzi agli occhi: e più bello stimando

l’istesso morire in resistendo al nemico, che il salvarsi cedendogli,

schifarono l’obbrobrio del pubblico rimprovero, sostennero coi loro

corpi la prova; e nel breve momento, in cui la sorte decise, nel colmo

della gloria, anzichè del timore, da noi si dipartirono.

43. «Che se essi tali furono quali richiedeva la dignità della

Repubblica, bisogna sì che voi rimanenti bramiate più prosperi, ma

sdegniate men fermi pensieri incontro ai nemici; non ponderando di

tal coraggio l’utilità per le sole parole d’un oratore che possa a

lungo dichiararla a voi, che non men bene la conoscete (coll’esporvi

quanti beni derivino dal respingere il nemico), ma piuttosto osservando

giornalmente nelle azioni la grandezza della Repubblica, e di lei

innamorando. E quando amplissima ella vi paia, pensate che tale

ampiezza le acquistarono uomini generosi, giusti estimatori del proprio

dovere, animati nell’imprese da onorata vergogna: e se per avventura

fallisse loro qualche prova, non però stimavano dover la Repubblica

esser defraudata del loro valore; che anzi pagarono ad essa il più

decoroso tributo. Offrendo infatti con fermezza comune il proprio

corpo in guerra, si hanno acquistata particolarmente lode sempiterna e

sepoltura orrevolissima, non là principalmente ove posano le loro ossa,

ma gloria durevole ovunque si presenti l’occasione d’arringa o di fatti

guerrieri. Conciossiachè a’ prodi tutta terra è tomba, e non solamente

nel proprio suolo il lor valore si mostra per lo scritto sul sepolcro,

ma anche nelle più remote terre indelebile rimane la ricordanza di

essi, scolpita non piuttosto nella pietra che nel petto di ciascheduno.

Emuli or voi di questi, e stimando la felicità consistere nella

libertà, e questa nella grandezza d’animo, non siate restii ad

affrontare i pericoli della guerra, ponendo mente che gli sciagurati,

ai quali non resta alcuna speranza di bene, non hanno più giusti motivi

di esser prodighi della loro vita; di quello che coloro pei quali, ove

continovino a vivere, sono da temere i cangiamenti della fortuna, e pei

quali gli sbagli che commetter possano sono di grandissimo momento.

Perciocchè per chi ha un’anima nobile è più doloroso l’avvilimento

accompagnato da codardia, che una morte intrepida, la quale appena si

avverte, occorsagli in mezzo alla speranza del pubblico bene.

44. «Il perchè io non mi farò a compiagnere voi che siete padri di

questi estinti, ma voglio piuttosto racconsolarvi: giacchè si sa esser

la vita dell’uomo sottoposta a mille fortunosi accidenti; e coloro

esser felici che sortita abbiano decorosissima come questi la morte, o

dolore onorevole come è a voi intervenuto, o in ultimo quei che tutta

la carriera della vita misurarono in seno alla felicità. Malagevol cosa

egli è, ben lo veggo, persuadervi di queste cose; perchè di esse anche

spesse volte vi faranno sovvenire le altrui felicità, onde voi pure,

non ha guari, andavate fastosi; e perchè dolore arreca non la mancanza

di beni non provati, ma sì di quei ai quali eravamo avvezzi. Nondimeno

debbono quelli che sono in età di aver figli confortarsi sulla speranza

di altra prole; imperocchè questi che verran dopo indurranno nelle

famiglie dimenticanza dei trapassati, e doppio vantaggio ne ridonderà

alla Repubblica; non tanto perchè ella non rimarrà deserta, ma ancora

perchè coopereranno alla fermezza di lei. E di vero impossibil cosa

egli è, che coloro i quali, del pari che gli altri, non han figli da

esporre per il bene della patria, dieno consigli giusti ed imparziali.

Voi poi che piegate alla vecchiezza, e che per somma ventura foste

felici il più della vita, pensate breve essere il corso che vi avanza,

e consolatevi colla gloria di questi estinti. Sola infatti la passion

per l’onore non invecchia; e nell’età cadente non diletta, come alcuni

avvisano, il guadagno, ma sibbene l’esser tenuto in onoranza.

45. «A voi finalmente; quanti qui siete, figli o fratelli di questi

valorosi, non picciola gara veggio esser proposta: conciossiachè

ognun lodi quel che più non è; e quandochè gli superaste in prodezza,

appena inferiori di poco, non che loro eguali giudicati sareste.

Perchè i viventi invidiano il competitore, ed all’opposto quel che più

non imbarazza apprezzano con equo animo. Che se qualche cosa deggio

dire anche della virtù di voi donne, quante vi troverete in stato di

vedovanza, il tutto in breve esortazione ristringerò. Gloria somma

sarà per voi non degenerare dall’indole di modestia propria del vostro

sesso, e gloria pur somma ne avverrà a quella tra voi, della quale, sia

in lode sia in biasimo, il men possibile si parli tra gli uomini.

46. «Io vi ho esposto colle parole, secondo la legge, ciò che più mi

è sembrato a proposito; quanto al fatto poi, siccome questi son già

stati onorati di decorosa sepoltura, così i loro figli, da questo

momento sino alla pubertà, verranno a pubbliche spese dalla Repubblica

alimentati, volendo ella proporre ad essi ed ai posteri, per animarli

a siffatti combattimenti, una corona che sia principio di beni allo

stato; perocchè ove sono grandissime ricompense al valore, ivi pure

fioriscono valentissimi cittadini. Rinnuovate or dunque il vostro

tributo di duolo per chi vi appartiene e ritiratevi.»[160]

47. Tali furono le esequie in quest’inverno, passato il quale finiva

il primo anno della guerra. Appena cominciata l’estate, i due terzi

dell’esercito dei Peloponnesi e degli alleati invasero l’Attica (come

avean fatto da prima) guidati da Archidamo figliolo di Zeusidamo, re

dei Lacedemoni; e fermatovi il campo saccheggiavano il territorio.

Pochi giorni dopo la loro invasione incominciò tra gli Ateniesi la

peste, che si diceva avere anche di prima infuriato in molti altri

luoghi, come in Lemno ed altrove. Ma non si avea ricordanza che in

verun luogo avesse sì violenta pestilenza, e morìa sì grande di gente.

Conciossiachè in principio non valeva in quella alcun senno umano o

virtù di medicanti che ignoravano la qualità del malore, e che più

facile degli altri morivano, in quanto che comunicavano più spesso

cogl’infermi. Le supplicazioni nei templi, il ricorso agli oracoli e

l’altre cose di simil fatta sino allor praticate non facevano alcun

profitto; intanto che sopraffatti dalla violenza del malore, cessarono

anche da queste[161].

48. È fama che la pestilenza incominciasse nell’Etiopia al di là

dell’Egitto: e calando poi nell’Egitto stesso, nella Libia, ed in gran

parte delle terre soggette al re, si avventò improvvisamente alla città

d’Atene, ove prima di tutto toccò gli abitanti del Pireo, cosicchè fu

da essi detto avere i Peloponnesi gittato dei veleni nei pozzi, atteso

che non eravi ancora fontane; e di lì discorrendo nella parte superiore

della città, maggiore era il numero di quei che morivano. Dica pertanto

ciascuno, medico o no che egli sia, giusta la sua opinione, donde

s’abbia a credere che muovesse, e quali sieno state le cause che

valsero a partorire tanto rivolgimento; che io in quanto a me che ne

fui malato e vidi pur gli altri, dirò quale si fosse, e dichiarerò

quello per cui ciascuno potrà indubitatamente riconoscerla (essendone

innanzi informato) se mai di nuovo cadesse.

49. Correva quell’anno, a confessione universale, immune sovra tutti

da malattie, o se qualcuno era di prima da qualche morbo afflitto,

tutti si risolvevano in questo. Gli altri poi senza alcuna precedente

cagione, ma interamente sani, erano all’improvviso compresi da veementi

caldure al capo, da rossezza e infiammazione d’occhi, e nell’interno la

gola e la lingua diventavano tostamente sanguigne, e mandavano alito

puzzolente fuor dell’usato. Dopo di che sopravveniva starnutazione e

raucedine, ed in breve il male calava al petto con tosse gagliarda:

e qualora si fosse fitto sulla bocca dello stomaco lo sovvertiva, e

conseguitavano tutte quelle secrezioni di bile, che dai medici hanno il

loro nome, con grandissimo travaglio. Moltissimi ancora erano attaccati

da un singhiozzo vuoto che dava forti convulsioni, le quali, a cui

subito, a cui molto più tardi cessavano. L’esterno del corpo non era

a toccare molto caldo, nè pallido; ma rossastro, livido e gremito di

pustulette ed ulceri; mentre le parti interne erano in tal bruciore,

che i malati non potevano sopportare d’avere indosso nè i vestiti

nè le biancherie più fini; ma solo di star nudi. Recavansi a gran

diletto tuffarsi nell’acqua fredda; di che molti de’ meno guardati,

tormentati da sete incontentabile, si gettarono nei pozzi: ed erano

ridotti a tale che profittava egualmente il molto e il poco bere,

travagliati incessantemente da smania inquieta e da vegghia continua.

Ciò nonostante finchè la malattia era nel suo colmo, il corpo non

languiva, ma contro ogni credere durava gl’incomodi, talchè i più, o

erano da interno calor consumati nel nono o settimo giorno, avendo

ancora qualche residuo di forza, o se pur scampavano, scendendo il

morbo nel ventre, si faceva grande esulcerazione con sopravvenimento

di diarrea immoderata, intantochè poi la maggior parte morivano di

debolezza. Perocchè il male, fisso prima nel capo, incominciando di

sopra discorreva per tutto il corpo; e se vi era chi superasse cotesti

più fieri malanni, almeno le estremi parti indicavano d’essere state

comprese dal morbo, il quale prorompeva sino nelle vergogne e nel sommo

delle mani e dei piedi; e molti guarivano perdendo affatto queste

parti ed anche gli occhi. In altri la convalescenza era immediatamente

seguita da smemoraggine di ogni cosa egualmente, a segno che non

riconoscevano nè se stessi, nè gli amici.

50. Questa spezie di morbo superiore ad ogni racconto che far se ne

possa, si avventava a ciascuno con acerbità da non reggervi forza

umana: e principalmente mostrossi esser bene altra cosa che una delle

malattie comuni, da questo; che gli uccelli ed i quadrupedi che

mangiano carne umana, bene che molti cadaveri restassero insepolti,

o non vi si accostavano, o gustandoli morivano. Argomento ne fu la

manifesta mancanza di tali uccelli che non si vedevano intorno a veruno

di quei cadaveri nè altrove; e sovrattutto i cani i quali, perchè

assuefatti a conversare con gli uomini, rendevano più sensibile tal

crudel conseguenza.

51. Del rimanente per tralasciar molte altre stravaganze della

pestilenza (secondo che in diverso modo accadeva in ciascuno) questa

era in generale la qualità del morbo: nessuna delle altre consuete

malattie affliggeva allora la città; e se alcuna ve n’era, andava a

finire in questa. Morivano poi alcuni perchè non assistiti, altri

benchè perfettamente curati: non fuvvi, per così dire, medicamento

alcuno che usato facesse profitto: ciò che avea giovato ad uno nuoceva

ad un altro: nè valeva complessione robusta o debole contro la furia

del male, il quale uccideva anche i più accuratamente medicati. Ma il

più terribile della pestilenza era lo sgomento tosto che uno si sentiva

malato; poichè cadendo in disperazione, più di sè in verun modo non

curavano, nè alcun riparo prendevano, e, per lo comunicare insieme in

servendo agl’infermi, incorporando il contagio, come pecore morivano:

lo che accresceva assaissimo la mortalità. Se per paura ricusavano

visitarsi scambievolmente, morivano privi d’ogni assistenza, e molte

case rimasero vuote per mancanza di serventi: all’incontro se si

visitavano contraevano il morbo; ciò che principalmente interveniva

a quei che ambivano d’esser tenuti caritatevoli, perchè vergognando

di risparmiarsi visitavano gli amici; avvegnachè i parenti stessi,

vinti finalmente dalla violenza del male, non valevano a sopportare

i lamentevoli gridi dei moribondi. Ciò non pertanto più degli altri

compassionavano il moribondo e l’infermo quei che ne erano campati; tra

perchè avevano provato il male, e perchè erano omai pieni di coraggio,

essendo che la malattia non si appigliava mortalmente una seconda

volta; ed erano felicitati dagli altri, mentre la gioia inaspettata

della guarigione nutriva in essi speranza e conforto per l’avvenire,

quasi non avessero ad esser morti da verun’altra malattia.

52. Ma l’introduzione della gente di campagna in città, oltre al malore

che soffrivano, oppresse anche più gli Ateniesi, e principalmente gli

ultimi venuti. Conciossiachè per mancanza di case alloggiando questi in

tuguri, ove per la stagione che correva restavano soffocati dal caldo,

morivano in mezzo alla confusione, e spirando giacevano ammonticati gli

uni su gli altri; e per bramosia d’acqua semivivi voltolavansi per le

strade e presso tutte le fontane. Gli stessi sacri recinti ove avevano

dispiegato le tende erano pieni dei cadaveri di quei che vi morivano.

E poichè senza modo cominciò a montare la ferocità della pestilenza,

posero in non cale le cose sacre e profane egualmente, non sapendo

quello che di sè addiverrebbe; cosicchè le sacre cerimonie usate dianzi

nel seppellire erano tutte perturbate, dando ciascuno sepoltura in

quel modo che poteva. Molti furono che per le già accadute continue

morti dei loro, trovandosi privi dei congiunti si volsero a cercar

sepolture senza nissuno onesto riguardo; perciocchè alcuni gettavano il

morto sulle pire altrui, prevenendo quelli che le avevano accatastate,

e vi appiccavano il fuoco; altri nel mentre si bruciava un cadavere

ponevanvi quello avevano in su le spalle e se n’andavano.

53. Questo morbo fu pure nel rimanente quello che originò le più

grandi nequizie nella Repubblica. Imperocchè al veder le frequenti

mutazioni sì dei ricchi che repentinamente morivano, sì degli altri

che per l’avanti stremi essendo di tutto, entravano a possedere

le cose di quelli, stimavano doversi affrettare a goderle per far

quanto era loro a grado; e riguardando la durata della vita e della

ricchezza egualmente d’un giorno solo, trascorrevano più arditamente a

quelle cose, la cui passione studiavansi dianzi di celare. La fatica

precedente il conseguimento d’un fine reputato onesto non era chi

volesse imprenderla, stimando incerto se prima di giugnerlo non avesse

ed esser vittima della peste; e solo ciò che apparisse piacevole e

per ogni lato vantaggioso si aveva per onesto ed utile. Niuno era

raffrenato dal timor degli Dei o da legge d’uomini: non dal primo,

perchè vedendo tutti perire, giudicavano tutt’uno avere o no religione;

non dall’altra, perchè nessuno si aspettava di viver tanto, che potesse

farsi processo de’ suoi delitti e pagar la pena: anzi vedendone

sovrastare una più grave già decretata dai fati, avvisavano prima di

incontrarvisi doversi godere un poco la vita.

54. In mezzo a sì acerbo trambusto erano gli Ateniesi afflitti dalla

morìa della gente in città, e al di fuori dal saccheggiamento delle

campagne. Si ricordavano, come è naturale nella disgrazia, anche di

questo verso che i più vecchi raccontavano anticamente cantato:

Verrà dorica guerra e loimo insieme.

Fuvvi certamente disputa nel popolo, non essere stata usata dai

vecchi la voce _loimo_ (peste) bensì _limo_ (fame). Ma prevalse

allora, com’era da aspettarsi, la voce _loimo_. Imperocchè la gente la

rammentava interpretandola conforme ai mali presenti: e se mai sarà che

altra guerra dorica sopravvenga dopo questa, e vi si combini _limo_,

lo canteranno verisimilmente con questo vocabolo. Vi era ancora chi

sapeva e rammentava la risposta del nume domandato dai Lacedemoni,

se dovessero far guerra; allorquando ei rispose, che facendola con

tutte le forze avrebbero vittoria, e che egli stesso vi avrebbe

concorso[162]. Riflettendo dunque a quell’oracolo conghietturavano

essere il fatto presente in corrispondenza di ciò; perchè subito dopo

l’invasione dei Peloponnesi era incominciata la pestilenza[163], la

quale non penetrò nel Peloponneso, almeno in modo degno di menzione;

ma fece strazio principalmente di Atene e quindi d’altri luoghi i più

popolosi. Tali sono le cose che riguardano la pestilenza.

55. Ma i Peloponnesi devastato che ebbero la pianura si avanzarono

nella terra chiamata _Paralo_ (maremma) sino al monte Laurio, ove gli

Ateniesi hanno le miniere dell’argento. Quivi, diedero primieramente

il guasto alla parte che guarda il Peloponneso, e poi all’altra verso

Eubea ed Andro. Ciò nonostante Pericle tuttora generale come lo era

nella precedente invasione, continovava nella medesima sentenza, che

gli Ateniesi non uscissero in campagna.

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 13 / 35 段