15. E tal costume, più che tra gli altri, praticavasi sino da

remotissima antichità tra gli Ateniesi. Imperocchè, anche al tempo di

Cecrope e dei primi regi sino a Teseo, ciascuna popolazione dell’Attica

si reggeva da sè co’ suoi tribunali[142] ed arconti; e, quando non

v’era di che temere, non si adunavano per le loro deliberazioni

presso al re, ma ognuno aveva reggimento e consiglio particolare:

anzi alcune talvolta ebbero persino guerra col re stesso, come gli

Eleusini sostenuti da Eumolpo contro Eretteo. Ma venuto a regnar

Teseo uomo di savio consiglio insieme e potente, oltre all’altre

riforme fatte nell’Attica, abolì i consigli e le cariche di arconte

dell’altre popolazioni, e riunì tutti in un sol corpo nella città

presente, ove stabilì un sol consiglio ed un sol tribunale. E benchè

restasse ciascuno, come prima, abitatore e possessore dei propri fondi,

obbligò tutti ad aver questa unica per città principale, la quale fu

da Teseo lasciata a’ suoi successori aumentata di molto, perchè omai

tutti facevano con lei un solo comune. Però sin d’allora gli Ateniesi

celebrano anche adesso la pubblica festa detta le Sinecie, in onore

della Dea[143]. Prima di questo tempo era città quel che ora è la

rocca, o al più la porzione sotto questa che guarda mezzodì. Lo provano

non solo i templi degli altri Dei che sono nella rocca, ma eziandio

quelli al di fuori situati nella predetta parte della città, come

quello di Giove Olimpico, di Apollo Pitio, della Terra, e quello delle

Limne di Bacco[144], a cui onore si celebrano le feste baccanali più

antiche, al dodicesimo del mese Antesterione, come tuttora costumano

gli Ioni stessi discendenti dagli Ateniesi. Quivi altresì riseggono

gli altri vetusti templi; e perciò appunto d’appresso è la fontana

di cui si servivano per gli usi più importanti, la quale dopo essere

stata restaurata dai tiranni nel modo che or si vede, ha nome le

Nove-bocche; e prima, quando v’erano le sorgenti scoperte, si chiamava

Calliroe. Da cotesti tempi lontani resta anche adesso il rito di far

uso di quell’acqua, prima delle cerimonie nuziali e per le altre sacre

funzioni. Anzi appunto perchè ivi era anticamente il luogo abitato,

anche in oggi la rocca si chiama dagli Ateniesi città.

16. Gli Ateniesi adunque da lungo tempo praticavano insieme,

abitando ciascuno colle proprie costumanze alla campagna, e per

questa abitudine, anche dopo essere stati riuniti in un sol corpo di

cittadinanza, i più, sì degli antichi che dei loro discendenti, sino

al tempo di questa guerra, restati con tutta la famiglia ad abitare

in campagna, non sapevano indursi a sgombrare: tanto più che di

fresco, dopo il guasto dei Medi, avevano riordinato i loro fondi. Anzi

erano afflitti, e di mal animo sopportavano il dovere abbandonare le

abitazioni ed i templi, che per loro, a cagione dell’antico modo di

governarsi, erano sempre i patrii: e trovandosi sul punto di cambiar

tenore di vita, ciò per ognuno di loro altro non era che un lasciare la

sua patria stessa.

17. Pervenuti in Atene, pochi ebbero abitazioni proprie e ricovero a

casa d’amici o parenti; e la maggior parte prese stanza nei luoghi

disabitati della città, ed in quelli consacrati agl’Iddii ed agli eroi

(salvo la rocca e il tempio di Cerere, e quant’altro vi era di ben

chiuso), e sin anche sotto la rocca, nel recinto chiamato Pelasgico,

non solo imprecato ad abitare, ma eziandio interdetto per questa chiusa

di un oracolo di Delfo:

È meglio che Pelasgico sia vuoto[145]

ciò nonpertanto attesa la repentina necessità fu abitato. E parmi esser

l’oracolo riuscito in senso contrario di ciò che si aspettavano, perchè

non avvennero le disgrazie alla città per averlo illecitamente abitato,

ma fu di mestieri abitarlo a cagione della guerra; senza nominar la

quale aveva l’oracolo previsto che quel luogo sarebbe una volta abitato

all’occasione di qualche sinistro. Molti si acconciavano anche nelle

torri delle mura e dovunque ognuno poteva, stante che concorsivi tutti

insieme non potevano capire in città; laonde alla fine si scompartirono

per abitare le mura lunghe e gran parte del Pireo. Ma al tempo stesso

volgevano l’animo alle cose di guerra, col radunare gli alleati, e

fornire cento navi per andar contro al Peloponneso. Tali erano gli

apparecchiamenti degli Ateniesi.

18. Ma l’esercito dei Peloponnesi proseguendo il cammino, arrivò

primieramente sotto Enoa[146] dell’Attica, per dove volevano aprirsi,

armata mano, la strada: e fatto alto si preparavano ad assaltare

con macchine e con altre maniere le mura, onde era stata cinta Enoa

situata sulla frontiera dell’Attica e della Beozia; e di essa usavano

gli Ateniesi come di un propugnacolo quando insorgesse la guerra.

Disponevano adunque l’oppugnazione di quella terra, ma si trattennero

qualche tempo senza pro intorno ad essa; di che era principalmente

accagionato Archidamo, che anche quando si trattava di riunirsi per la

guerra si era mostrato poco sollecito e maldisposto a consigliarla,

ed affezionato per gli Ateniesi. Inoltre, posciachè l’esercito si fu

riunito, l’averlo trattenuto sull’istmo ed il lento marciare nel resto

del cammino, lo avevano messo in discredito. Ma soprattutto nocque alla

reputazione d’Archidamo la fermata sotto Enoa: conciossiachè in questo

stante gli Ateniesi introducevano in città le cose loro; onde pareva

che se i Peloponnesi, tolto di mezzo questo indugio, si fossero spinti

innanzi sollecitamente, avrebbono trovato tutto ancor fuori di città:

tale era il mal talento dell’esercito contro Archidamo per questa sua

fermata. Egli però soprassedeva aspettandosi, come si dice, che gli

Ateniesi, essendo tuttora intatte le loro campagne, cederebbero in

qualche cosa, mossi dal rincrescimento di vederle disertare.

19. Ma poichè dato l’assalto ad Enoa e fattovi ogni prova non poterono

espugnarla, e vedevano che gli Ateniesi non facevano proposizione

veruna; allora finalmente (ottanta giorni incirca dopo il fatto dei

Tebani entrati in Platea), sotto la condotta del medesimo Archidamo

figliolo di Zeusidamo re di Sparta, mossero il campo da Enoa, nel

colmo dell’estate, quando è già matura la messe[147], ed entrarono

nell’Attica. Quivi accampatisi scorrevano pel territorio di Eleusi, e

per la pianura triasia, e fugarono una frotta di cavalli ateniesi nei

contorni del luogo detto Reiti. Quindi si avanzarono per la Cecropia,

avendo a destra il monte Egaleo, sino a che pervennero ad Acarne, luogo

il più considerabile dell’Attica fra quei che si chiamano villate. Qui

fecero alto, piantarono il campo e vi restarono molto tempo guastando

la campagna.

20. Dicesi che Archidamo si fermò coll’esercito in ordinanza intorno

ad Acarne, senza scendere in questa prima invasione alla pianura,

con questo intendimento. Sperava egli che gli Ateniesi fiorenti per

numerosa gioventù ed apparecchiamenti di guerra, quanto non mai per

l’innanzi, gli sarebbono forse usciti incontro, non potendo patire di

vedersi devastate le loro terre. Poichè adunque non gli erano venuti

incontro ad Eleusi, nè alla pianura triasia, voleva tentare con questa

fermata intorno ad Acarne, se almeno allora si risolvessero a far

sortita contro di lui. Oltre di che il luogo parevagli opportuno per

porvi il campo, e faceva stima che gli Acarnei, parte considerevole

della Repubblica (poichè tremila di grave armatura erano dei loro) non

sarebbero indifferenti al guasto della loro campagna, ma avrebbero

spinto tutti gli altri a combattere. Se poi in questa prima invasione

gli Ateniesi non gli fossero usciti incontro, avrebbe allora più

francamente corso la pianura e portato le armi fino sotto le mura di

Atene stessa. Conciossiachè gli Acarnei, spogliati dei beni loro, non

sarebbono ugualmente pronti ad incontrar pericoli per gli altrui,

e gran discordia entrerebbe negli animi dei cittadini. Con questa

intenzione Archidamo si tratteneva presso ad Acarne.

21. Il soprassedere che faceva l’esercito nemico nei contorni d’Eleusi

e nella pianura triasia, dava qualche appicco agli Ateniesi che non

progredirebbe più oltre; rammentandosi essi di Plistoanace figliolo

di Pausania, re dei Lacedemoni, che dopo aver assaltato l’Attica

coll’esercito dei Peloponnesi sino ad Eleusi e Tria, quattordici

anni prima di questa guerra, era tornato indietro senza avanzarsi

più innanzi; ciò che causò il suo bando da Sparta, perchè ebbe voce

d’essere stato indotto per denaro a ritirarsi. Ma poichè videro il

nemico intorno ad Acarne, distante dalla città sessanta stadii,

giudicavano non esser più da tollerare: ed avendo sotto gli occhi il

guasto della campagna, cosa non più veduta nè dai più giovani nè dai

più vecchi, fuorchè nella guerra dei Medi, ciò parve loro, come è

naturale, un orrore. Allora generalmente, e soprattutto la gioventù,

pensavano doversi uscire contro il nemico e non starsi in trascuranza:

il perchè ristrignendosi in brigate erano in gran contrasto, bramando

alcuni la sortita, altri opponendosi. Gli indovini stessi cantavano

oracoli d’ogni maniera, che ciascuno intendeva secondo l’inclinazione

dell’animo. Gli Acarnei che si credevano la non menoma parte della

Repubblica ateniese, vedendo il guasto delle loro terre, più di tutti

instavano per la sortita. Così la città era per ogni lato in sommossa,

e tutti pieni di sdegno contro Pericle. Non più ricordavano i consigli

dati dianzi da lui, lo avevano ora per un vigliacco, perchè, generale

com’era, non li conduceva contro il nemico, e lo accagionavano di tutti

i loro disastri.

22. Pericle vedendo che adirati per il presente stato di cose

discorrevano il peggio, ed avendo per giusta la sua determinazione

di opporsi alla sortita, non più teneva adunanze popolari, nè alcun

consiglio particolare, per paura che, riuniti per impeto furibondo più

presto che per riflessione, non trascorressero a qualche sbaglio; ma

teneva guardie per la città, e vi manteneva a tutto potere la calma.

Mandava fuori continovamente delle bande di cavalli, per impedire agli

scorridori dell’esercito nemico di gettarsi sulle campagne adiacenti

alla città e scorrazzarle. Nei Frigii scaramucciarono una squadra di

cavalli ateniesi uniti coi Tessali da una parte, e la cavalleria dei

Beozii dall’altra: ove gli Ateniesi ed i Tessali non ebbero la peggio,

finchè sopravvenuta a soccorso dei Beozii la milizia grave, furono

messi in fuga. Pochi morirono dei Tessali e degli Ateniesi, che il

giorno stesso ripresero senza salvocondotto i cadaveri dei loro; e il

dì seguente i Peloponnesi ersero trofeo. Gli Ateniesi avevano cotesto

sussidio dei Tessali per antico trattato di alleanza, ed erano venuti

a loro dalla Tessaglia i Larissei, i Farsalii, i Paralii, i Cranonii,

i Pirasii, i Girtoni, i Ferei. Quei di Larissa avevano per capitano

Polimede ed Aristenoo, ciascuno dei quali comandava la sua parte[148];

e Menone guidava i Farsalii; e parimente gli altri popoli avevano città

per città i loro capitani.

23. I Peloponnesi vedendo che gli Ateniesi non uscivano loro incontro,

levato il campo da Acarne, saccheggiarono alcune altre villate infra

il monte Parnete e Brilesso[149]: e mentre tuttora si trattenevano

nell’Attica, gli Ateniesi spedirono in giro al Peloponneso le cento

navi che andavano preparando, entrovi mille soldati di grave armatura e

quattrocento arcieri, sotto il comando di Caccino figliolo di Xenotimo,

di Protea d’Epicle, e di Socrate di Antigene, i quali salparono con

questo apparato, e costeggiavano il Peloponneso. I Peloponnesi rimasero

nell’Attica sinchè ebbero vettovaglia; poi si ritirarono marciando per

la Beozia, non dalla parte ove erano entrati. In passando da Oropo

davano il guasto alla campagna chiamata Piraica, posseduta dagli Oropii

vassalli degli Ateniesi[150]; giunti poi nel Peloponneso si separarono,

per tornare ognuno alla propria casa.

24. Dopo la loro ritirata gli Ateniesi, risoluti di guardar l’Attica

per tutto il tempo della guerra, messero presidii dalla parte di

terra e di mare[151]. Determinarono poscia si levassero mille

talenti dal denaro depositato nella rocca, si mettessero a parte,

non si spendessero e si sostenesse la guerra solo col rimanente. Per

chi parlasse o proponesse il partito di impiegar questa somma per

qualsivoglia altr’uso (salvo che i nemici assaltassero la città con

armata navale e bisognasse respignerli), decretarono pena di morte.

Oltre a questi mille talenti, sceglievano ogni anno le migliori

triremi, sino a che sommassero a cento, ed i trierarchi di quelle: di

nessuna delle quali volevano fosse lecito usare giammai eccetto che

insieme con quei mille talenti, all’occorrenza di ovviare al medesimo

pericolo.

25. Ma gli Ateniesi che colle cento navi erano attorno al Peloponneso,

e con cinquanta i Corfuotti venuti a loro soccorso, più alcuni altri

alleati di quei luoghi, oltre il guasto dato altrove scorrazzando quei

dintorni, fecero scala a Metona della Laconia, e diedero l’assalto

alle mura che erano deboli e con poca gente. Posciachè ciò pervenne a

notizia di Brasida cittadino spartano, figliolo di Tellide, che per

avventura era colla sua guarnigione in coteste vicinanze, andò con

cento di grave armatura a soccorso di quella città. Traversato di fuga

il campo degli Ateniesi sparsi alla campagna e rivolti verso le mura,

si getta in Metona, e sebbene nell’entrare perdesse alcuno de’ suoi,

pure salvò la città; e per questa ardita prova fu in Sparta lodato il

primo di tutti coloro che concorsero a questa guerra. Gli Ateniesi

allora salparono di là, e procedendo marina marina presero terra a Fia

dell’Elide, saccheggiarono per due giorni la campagna, e vi sconfissero

trecento di scelta milizia che dalla bassa Elide e da quelle vicinanze

erano accorsi a difenderla. E nonostante che si levasse un vento

gagliardo, e si trovassero così sorpresi dalla tempesta in quel luogo

importuoso, la maggior parte risalirono sulle navi, e facevano il giro

del promontorio chiamato Icti, sino al porto di Fia. In questo mezzo

i Messenii ed alcuni altri, cui non venne fatto di montar sulle navi,

presa la via di terra occupano Fia; e levati quindi dalle stesse navi

che avevano fatto il giro del promontorio Icti si misero in mare,

abbandonando Fia, a cui difesa era già sopravvenuto buon numero d’Elei;

e continovando a rader la costa davano il guasto anche ad altri luoghi.

26. Quasi al tempo stesso gli Ateniesi spedirono trenta navi a soccorso

della Locride e ad un’ora stessa a guardia dell’Eubea[152], sotto il

comando di Cleopompo figliolo di Clinia, il quale fatto più volte scala

saccheggiò alcune terre marittime, espugnò Tronio d’onde prese ostaggi,

e ad Alope vinse in battaglia i Locresi che erano venuti a difenderla.

27. In questa medesima estate, gli Ateniesi cacciarono da Egina gli

Eginesi coi fanciulli e le donne, incaricandoli d’essere stati la

principal cagione di questa guerra. Senza di che pensavano che essendo

Egina adiacente al Peloponneso la riterrebbero con maggior sicurezza,

se vi mandassero colonia dei loro cittadini, come infatti poco stante

fecero. Laonde i Lacedemoni diedero ad abitare agli Eginesi Tirea

col suo territorio, non tanto a cagione delle differenze avevano con

gli Ateniesi, quanto perchè ne erano stati beneficati al tempo del

terremoto e della ribellione degl’Iloti. Il territorio di Tirea è

conterminale del suolo argivo e laconico, e si stende sino al mare.

Alcuni di coloro vi presero stanza, altri si sparsero pel rimanente

della Grecia.

28. In questa estate al nuovo mese lunare, conforme pare che allora

soltanto possa ciò accadere, dopo mezzodì fu eclissi del sole,

mostrandosi cornuto a guisa di luna, comparvero delle stelle, e quindi

riprese la sua piena figura.

29. Nella medesima estate gli Ateniesi ammessero al diritto di

ospitalità, ed invitarono a portarsi da loro Nimfodoro figliolo di

Piteo cittadino di Abdera, che aveva gran credito presso Sitalce

marito di sua sorella, col fine di farsi alleato Sitalce stesso re

dei Traci, figliolo di Tere. Or questo Tere padre di Sitalce fu il

primo a rendere l’impero degli Odrisii più considerabile degli altri

della Tracia[153]; essendo che gran parte dei Traci vivono in libertà.

Questo Tere però non aveva nulla che fare con quel Tereo che ebbe per

moglie Procne figliola di Pandione d’Atene, avvegnachè non furono

pure d’una medesima Tracia. Tereo certamente dimorava in Daulia del

territorio ora denominato Focide, abitato allora dai Traci. È questo

il paese ove le donne commisero il noto misfatto d’Iti; per lo che

molti poeti nel rammentare l’istoria del rusignuolo gli danno il nome

d’uccello daulio[154]. È poi probabile che per scambievole vantaggio

Pandione strignesse il parentado della figliola con questo Tereo a lui

più vicino, invece che coll’altro degli Odrisii distante il viaggio

di parecchie giornate. Tere dunque, che non portava pure il medesimo

nome dell’altro, fu il primo a regnare con piena autorità sopra gli

Odrisii; il cui figlio Sitalce gli Ateniesi fecero loro alleato,

intendendo che gli aiutasse a ricuperare le città della Tracia, e a

conciliar con esso loro Perdicca. Pervenuto Nimfodoro ad Atene concluse

la confederazione di Sitalce, ed ottenne a Sadoco figlio di lui il

diritto di cittadinanza ateniese: prese ancora l’incarico di por fine

alla guerra di Tracia, promettendo arebbe persuaso Sitalce a mandare

agli Ateniesi delle bande di cavalli traci e fanti armati di rotelle.

Indusse a restituir Terma e rappattumò con gli Ateniesi Perdicca, il

quale unì subito le sue armi con essi e con Formione ai danni dei

Calcidesi. Ecco come Sitalce figliolo di Tere re dei Traci, e Perdicca

di Alessandro re dei Macedoni, divennero alleati degli Ateniesi.

30. Questi colle cento navi trovandosi tuttora intorno al Peloponneso,

prendono Solio cittadella dei Corintii[155], e di essa e del suo

territorio investono i soli Paliresi, esclusi gli altri Acarnani.

Espugnarono Astaco[156] ove si era fatto tiranno Evarco: cacciaronlo,

ed aggiunsero il paese alla loro alleanza. Andarono poscia colla flotta

all’isola di Cefallenia e se ne insignorirono senza combattimento.

Quest’isola è situata rimpetto all’Acarnania ed a Leucade, ed ha

quattro città; ciò sono, quella dei Pallesi, de’ Cranii, de’ Samei, e

de’ Pronei. Poco dopo, la flotta ritornò alla volta d’Atene.

31. Circa l’autunno di questa estate gli Ateniesi, a pieno popolo,

tanto cittadini che inquilini, andarono ad assaltare la campagna

megarese, sotto la condotta di Pericle figliolo di Xantippo. Quei delle

cento navi intorno al Peloponneso, nel ritornare a casa, arrivati

ad Egina ebbero notizia che quei d’Atene con tutto l’esercito erano

a Megara: laonde indirizzaronsi colà per riunirsi con loro. E però

questo, tutto insieme, fu l’esercito più numeroso degli Ateniesi;

avvegnachè la città era ancora nell’auge di sua grandezza, non

essendo per anche stata afflitta dalla pestilenza[157]. Infatti gli

Ateniesi propio non erano meno di diecimila di grave armatura, senza

quei tremila che avevano a Potidea. Nè meno di tremila inquilini di

grave milizia si erano uniti ad essi in questa spedizione, senza

contare l’altra turba non piccola di milizia leggiera. Colà devastato

che ebbero gran parte del territorio, si ritirarono. Accaddero

successivamente anno per anno, durante la guerra, molte invasioni

sì della cavalleria, che di tutte insieme le genti ateniesi nel

megarese[158], sino a che da loro non fu presa Nisea.

32. Sul cadere di questa estate fu dagli Ateniesi col guarnimento di

mura fortificata Atalanta[159], isola per l’avanti disabitata che

guarda i Locri Opunzii; per impedire ai corsari che uscivano da Opunte

e dall’altre parti della Locride di danneggiare l’Eubea. Tali sono

i fatti avvenuti in quest’estate, dopo la ritirata de’ Peloponnesi

dall’Attica.

33. Nel sopravveniente inverno Evarco, l’acarnano, volendo rientrare

in Astaco, persuade i Corintii a ricondurvelo, andandovi con quaranta

navi e mille cinquecento soldati di grave armatura, tanto più che egli

stesso aveva assoldato alcuni ausiliarii. Erano capitani dell’armata

Eufamida figliolo d’Aristonimo, Timosseno di Timocrate ed Eumaco

di Criside, che recatisi colà, lo ricondussero. Volevano ancora

impadronirsi di alcuni castelli del resto dell’Acarnania contigua al

mare; ma riuscita vana la prova, ritornarono a casa. Nel loro tragitto

approdarono a Cefallenia, e fatto scala sulle terre dei Cranii,

furono da essi delusi; perocchè, sotto colore di trattato, corsero

improvvisamente loro addosso, uccisero parte di loro gente, cosicchè

gli altri a gran fatica si sottrassero, e ritornarono a casa.

34. In quel medesimo inverno gli Ateniesi, seguendo le patrie

costumanze, fecero le pubbliche esequie ai primi morti in questa

guerra: ed eccone le cerimonie. Tre giorni innanzi alzano un gran

padiglione, ove espongono alla pubblica vista gli ossami degli spenti,

e ciascuno fa al proprio parente quell’offerta che più gli aggrada.

Giunto il dì del trasporto al sepolcro, portano su carri delle arche

di cipresso (una per tribù) entrovi le ossa di ciascheduno, secondo

la tribù cui apparteneva: una sola bara per onorar quei, dei quali,

per non essere stati ritrovati, non si sia potuto riavere il cadavere,

coperta di coltre e portata vuota. Chiunque voglia, cittadino o

straniero, accompagna la funerea pompa, e le donne parenti intervengono

alla sepoltura e vi fanno gran corrotto. Vengono poscia locati in un

pubblico monumento situato nel più bel sobborgo della città, ed ivi

sempre usano di seppellire i morti in guerra, da quei di Maratona

in fuori, ai quali, per lo straordinario loro valore, diedero là, a

Maratona stessa, la sepoltura. Or coperti che gli hanno di terra, un

personaggio a ciò dalla città scelto, che per prudenza e dignità tra

i primi si annoveri, pronunzia su di essi il conveniente elogio, e

dopo ciò si ritirano. Queste sono le cerimonie onde danno sepoltura;

e in tutto il tempo della guerra, quando ciò fare accadesse, così

praticavano. Ad encomiar pertanto questi primi fu scelto Pericle figlio

di Xantippo: giunta l’ora opportuna si avanzò egli dal monumento

alla ringhiera situata in alto, acciò potesse essere inteso più in

lontananza dalla moltitudine e così favellò.

35. «I più tra coloro che da questo luogo han parlato, lodarono colui

che aggiunse all’altre leggi e riti quel dell’elogio, cui pronunziare

reputò decoroso al sepolcro dei morti in guerra; a me però sembrerebbe

compiuta l’opera, se d’uomini valorosi nei fatti, coi fatti pur

si mostrassero le onoranze (quali appunto sono gli apparecchi che

per pubblico voto avete in questa occasione sott’occhio), e non si

compromettesse il valor di molti in un solo, da dovergli credere

meglio o peggio ch’ei dir ne possa. Ed invero difficile è tenere la

via mezzana nel dire là dove appena riuscir tu possa a procacciarti

opinione di veritiero: conciossiachè all’uditore benevolo e consapevole

parrà forse essersi detto meno di ciò ch’ei s’aspetta e sa: chi poi è

ignaro dei fatti, per gelosia crederà talora esagerato il tuo dire, se

qualche cosa ascolti al di là delle proprie forze. Le lodi d’altrui si

tollerano sino a che ciascuno si reputa da tanto di potere eseguire

alcuna delle cose che ascolta encomiarsi; invidiosi per quel che ci

supera, non vi prestiamo più fede. Nondimeno, dappoichè parve ai padri

nostri bene in questa guisa stabilito, deggio anch’io, seguendo le

costumanze antiche, porre ogni mio sforzo per sodisfare, il più che per

me si potrà, alla volontà ed alla espettazione di ciascuno di voi.

36. «Dagli avi adunque mi rifarò; giusto infatti e decoroso egli è,

ch’ei s’abbiano in questo elogio l’onore di grata ricordanza, ei che

continuamente questa regione abitando, l’hanno col proprio valore

libera consegnata alla successione dei posteri. Che se degni sono essi

di lode, non men lo sono i padri nostri, i quali, oltre all’avuto

retaggio, si acquistarono l’impero presente, e non senza fatiche a

noi che qui siamo lo lasciarono. Ma l’incremento più grande di esso a

noi è dovuto, sì a noi soprattutto (quanti siamo nell’età più ferma)

che questa Repubblica abbiam reso nelle bisogne, sì della guerra che

della pace, fiorentissima. Delle guerresche azioni degli avi, per

cui ciascuna cosa acquistammo, o se nulla abbiam noi fatto o i padri

nostri, respignendo vigorosamente le greche guerre e le barbare che ci

piombavano addosso, non farò menzione, per non esser prolisso dinanzi

a voi che tutto ciò non ignorate: bensì dopo avervi prima dimostrato,

in forza di quali instituti, di qual civile e morale governamento siam

giunti al prosperevole presente stato di cose, passerò ad encomiare

i morti; sì perchè ciò, a mio avviso, disconvenevole non sia a

rammentare, sì perchè non poco importi l’udirlo a tutta la moltitudine

dei cittadini e degli stranieri.

37. «Tal governo pertanto si è il nostro (chiamato appunto democrazia,

perchè amministrato non da pochi ma dai più) che nulla abbiamo da

invidiare all’altrui legislazione; anzi, piuttosto che imitar gli

altri, siamo degli altri il modello. Tutti giusta le leggi vi sono

eguali nelle particolari controversie: quanto poi alle pubbliche

dignità, ciascuno viene anteposto non pel distinto suo grado

principalmente, ma sì per la virtù, secondo che in alcuna cosa si

mostri eccellente: nè, sia pur povero, purchè abile a giovare alla

Repubblica, gli è d’impedimento alle cariche l’oscurità del suo

stato. Noi liberamente procediamo nelle pubbliche faccende; nè, per

il reciproco sospetto cui danno materia le quotidiane occupazioni,

prendendo alcuno in odio se qualche cosa faccia per suo mero piacere,

componiamo il nostro volto a quell’aria contegnosa, che, sebbene altrui

non nuoce, pure è molesta. Tale essendo il viver nostro in niun modo

grave ad alcuno nelle domestiche brighe, non però, per quel rispettoso

timore che tanto può su noi, contravvegnamo all’ordin pubblico, ma a

quei, che di mano in mano preseggono, obbediamo, come anche alle leggi;

specialmente a quelle che stanno a difesa degli oppressi, ed a quante

altre, le quali sebbene non iscritte, pure arrecano, trasgredendole,

per comun sentimento vergogna.

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 12 / 35 段