ottimi i suoi consigli, confermarono col voto le sue proposizioni,
risposero ai Lacedemoni giusta la sua sentenza, e come egli aveva
suggerito intorno a ciascuna cosa. La somma fu: ch’ei non farebbero
nulla in forza dei loro comandamenti, e che erano pronti a diffinire
le imputazioni per via giuridica, salva ogni uguaglianza secondo
gli accordi. I Lacedemoni udito ciò tornarono alla patria; nè altra
ambasciata venne dipoi da Sparta.
146. Queste furono da ambe le parti le rimostranze e le differenze
insorte prima della guerra, appena seguiti i fatti di Epidamno e di
Corfù. Nulladimeno pendenti quelle erano in commercio e praticavano
scambievolmente senza il caduceo, non però senza sospizione; imperocchè
le cose che accadevano in quel tempo altro non erano che turbamento
d’accordi e materia di guerra.
FINE DEL LIBRO PRIMO.
LIBRO SECONDO
SOMMARIO.
I Tebani che occupano Platea sono presi ed uccisi. — Preparativi
di guerra. — Arringa di Archidamo. — Rancori della plebe ateniese
contro Pericle. — Orazione funebre. — Peste devastatrice. — Pericle
rianima gli Ateniesi. — Sua morte ed elogio. — Uccisione dei legati
lacedemoni. — I Peloponnesi a Platea. — Battaglia fra gli Ateniesi
e quei di Calcide. — Gli Ambracioti ed i Caonii si ribellano. —
Vittoria navale degli Ateniesi. — I Traci nella Macedonia.
1. Di qui omai incomincia la guerra degli Ateniesi e Peloponnesi,
e dei loro scambievoli alleati[127], nel processo della quale non
praticavano più tra loro senza il caduceo; ma intrapresa che l’ebbono,
guerreggiavano continuamente. Ella è esposta, secondo l’ordine dei
fatti accaduti, per estati e per inverni.
2. La tregua dei trent’anni, fatta dopo la presa di Eubea, aveva
durato quattordici: ma nel decimoquinto, essendo Criside già da
quarantott’anni sacerdotessa in Argo[128], Enesio eforo in Sparta, e
Pitodoro ancora per un bimestre arconte in Atene[129], sei mesi dopo
la battaglia di Potidea, al cominciar della primavera poco più di
trecento Tebani, guidati da Pitangelo figliolo di Filida, e da Diemporo
di Onetoride, ambidue Beotarchi[130], sul primo sonno entrarono armati
in Platea della Beozia, città confederata con Atene, invitati da
alcuni Plateesi che apersero loro le porte (ciò furono Nauclide e i
suoi partigiani), i quali a procacciarsi potenza, volevano trucidare
i cittadini della fazione contraria, e soggettare la città ai Tebani.
La trama riuscì, favoreggiandoli Eurimaco figliolo di Leonziade,
personaggio potentissimo in Tebe: perocchè i Tebani, prevedendo
insorgerebbe la guerra, innanzi che ella manifestamente scoppiasse,
e mentre ancora durava la pace, bramavano preoccupare Platea città
mai sempre loro nemica. Il perchè, non essendovi di prima posta
guarnigione, agevolmente e non avvertiti vi entravano: e fermatisi
armati nella piazza, non vollero, secondo che gli confortavano quei
che li avevano introdotti, venir subito ai fatti ed investire le case
dei nemici. Erano anzi di avviso di usare gride discrete, e piuttosto
indurre ad amichevole accomodamento la città, stimando che per queste
maniere ella si sarebbe più facilmente accostata alla loro parte.
Promulgavano adunque per il banditore, che qualunque, conforme la
patria usanza di tutti i Beozii, volesse entrar nella lega, prendesse
le armi coi Tebani.
3. Come i Plateesi sentirono essere i Tebani già dentro le mura, ed
occupata improvvisamente la città, credettero vi fossero entrati in
numero assai maggiore, perchè essendo notte non li scorgevano: ed
impauriti calarono agli accordi, accettarono le condizioni, e restarono
tranquilli; tanto più che i Tebani non facevano contro chicchessia
stranezza veruna[131]. Ma mentre ancora trattavano ciò, osservarono non
esser molti i Tebani, e giudicarono facile la vittoria, assalendoli;
essendo che il popolo di Platea mal volentieri ribellavasi agli
Ateniesi. Risolvettero adunque esser ciò da tentare, e per tener
colloquio tra loro sfondavano le pareti comuni delle case per non esser
visti correr le strade, a traverso delle quali mettevano carri senza
giumenti per servir di barricate, e accomodavano le altre cose come e
dove credevano che sarebbe utile pel momento. Ordinato tutto il meglio
potevano, si scagliarono dalle case sopra i Tebani, cogliendo il punto
che era ancor notte, e propio in sull’albeggiare, perchè temevano di
trovarli più arditi in piena luce, e perchè e’ non potessero oppor loro
egual resistenza. Anzi rendendosi essi nella notte più formidabili per
la pratica che avevano della città, speravano resterebbero i Tebani
sopraffatti: però li assalirono immantinente e vennero tosto alle mani.
4. I Tebani conosciuto lo sbaglio si ristrignevano tra loro, e
respingevano gli assalitori dalla parte onde gli investissero. Due
o tre volte gli ributtarono; ma finalmente, serrandosi loro addosso
i Plateesi con furia strepitosa, e ad un’ora stessa le donne e i
servi tra gli schiamazzi e gli urlamenti percuotendoli dalle case con
sassi e tegole, e di più caduta essendo nella notte dirotta pioggia,
impaurirono; e voltata faccia fuggivano per la città tra il fango ed
il buio (perchè la cosa accadde sul finir del mese)[132] senza sapere
i più ove scampare, ed incalzati da gente ben pratica da non lasciarli
scapolare; così che per la maggior parte erano trucidati. Un plateese
serrò la porta onde erano entrati, la sola che fosse aperta, mettendo
negli anelli per catenaccio la punta della lancia, talchè neppure
per quella potevano uscire. Perseguitati adunque per la città alcuni
salirono sulle mura e si precipitarono fuori, morendovi i più; alcuni
con una scure prestata loro da una donna ruppero di soppiatto la sbarra
di una porta abbandonata, e pochi ne uscirono perchè la cosa fu presto
risaputa; altri erano qua e là uccisi sparsamente per la città. Ma il
maggior numero, e sopra tutto quelli che si erano ristretti insieme, si
cacciano in un gran torrione delle mura, la cui porta per avventura non
era chiusa, credendo esser quel torrione una porta della città, e che
sicuramente desse uscita per fuori. I Plateesi vedendoveli incappati
deliberavano, se così come si trovavano ve li avessero a bruciare dando
fuoco al torrione, ovvero trattarli altramente. Finalmente costoro,
e tutti gli altri Tebani che restavano ancora vagando per la città,
convennero co’ Plateesi di rendersi a discrezione, ponendo giù le armi.
Così procederono le cose per quelli entrati in Platea.
5. Gli altri Tebani poi che col corpo dell’esercito dovevano giugnervi
prima che finisse la notte, caso che per gli entrati andasse qualche
cosa in sinistro, udito per via l’accaduto (già che Tebe è distante
da Platea settanta stadii) si avanzavano per soccorrerli. Ma l’acqua
caduta nella notte li rese più lenti nel cammino; imperocchè il
fiume Asopo avea menato gran corrente, ed era difficile guadarlo.
Marciando pertanto con la pioggia, e passato il fiume a gran pena,
arrivarono troppo tardi, quando già quei di dentro erano stati parte
trucidati, parte fatti prigioni. Appena i Tebani riseppero ciò,
pensarono di tendere agguati ai Plateesi che erano fuori di città;
conciossiachè, come suole intervenire in un disastro inaspettato ed
accaduto duranti le tregue, la gente con le masserizie era sparsa alla
campagna. Era anche loro intendimento, ove arrestassero qualcuno,
di ritenerlo in iscambio dei loro rimasti prigioni in città, posto
che alcuno sopravvivesse. Ciò andavano ravvolgendo nell’animo: ma i
Plateesi, mentre che costoro stavano tuttora deliberando, vennero
in sospetto di ciò che potea accadere, e temendo per quei di fuori,
spedirono un araldo ai Tebani, richiamandosi dell’ingiuria fatta loro
per aver tentato di occupar Platea in tempo di tregua, ed intimando
non malmenassero le cose di fuori: altramente, soggiugnevano,
ucciderebbono quei di loro gente che ritenevano vivi, dove, ritirandosi
dal territorio, li restituirebbero. In questa guisa raccontano il
fatto i Tebani, e dicono che i Plateesi vi aggiunsero il giuramento.
I Plateesi, all’opposto, non convengono d’aver promesso di rendere
addirittura i prigionieri, ma solo quando nell’abboccamento che doveva
tenersi prima tra loro si fossero, in qualche modo, trovati d’accordo;
e negano d’avervi aggiunto il giuramento. Comunque sia, i Tebani
si ritirarono dal territorio, senza averlo punto danneggiato. E i
Plateesi, introdotto prima frettolosamente in città tutto ciò che era
in campagna, ammazzarono subito i prigioni i quali erano cent’ottanta,
tra questi Eurimaco con cui avevano condotto il maneggio quei che
volevano tradir la patria.
6. Fatto ciò mandarono avviso ad Atene, restituirono con salvocondotto
i cadaveri ai Tebani, ed ordinarono lo stato della città nel modo il
più acconcio alle cose presenti. Gli Ateniesi ragguagliati tostamente
dei fatti di Platea, arrestarono subito quanti Beozi erano nell’Attica,
e spedirono araldo ai Plateesi con ordine di dir loro che non facessero
innovazione[133] su quei Tebani che avevano prigionieri, prima che
anche in Atene si fosse risoluto qualche cosa intorno ad essi.
Ignoravano gli Ateniesi che i prigioni erano stati morti, essendo
partito il primo nunzio in sull’entrar dei Tebani, ed il secondo appena
ch’ei furono vinti e rinchiusi: laonde erano interamente all’oscuro
dei fatti posteriori, e però avevano mandato quell’araldo, che al suo
arrivo trovò coloro già uccisi. Allora gli Ateniesi mandarono delle
truppe a Platea, portaronvi vettovaglie, lasciaronvi presidio, e
condussero via gli invalidi colle donne ed i bambini.
7. Dopo questo fatto di Platea essendo manifestamente rotta la tregua,
gli Ateniesi si preparavano alla guerra: preparavansi co’ loro alleati
anche i Lacedemoni, ed erano entrambi in su lo spedire ambasciate al
re ed altrove ai barbari, donde che potesse sperarsi di trarre qualche
soccorso, e si univano con quelle città che erano fuori del loro
dominio. I Lacedemoni in aggiunta alle navi, avevano nel Peloponneso,
commettevano ai popoli che seguitavano la parte loro in Italia[134]
di costruirne un numero proporzionevole alla grandezza delle città,
talchè in tutte sommassero a cinquecento: di avere in pronto il
denaro imposto, starsene del rimanente tranquilli, e non ricettare
gli Ateniesi, salvo che con una sola nave, fino a che queste cose
fossero tutte apparecchiate. Gli Ateniesi recavano a novero gli alleati
che avevano; ma erano principalmente intesi a spedire ambasciatori
nei luoghi attorno al Peloponneso, cioè a Corfù, a Cefallene, agli
Acarnani, a Zacinto; perchè vedevano che avendo amici cotesti luoghi,
sosterrebbono certamente con superiorità la guerra nei contorni del
Peloponneso.
8. Grandi pensieri ravvolgevano entrambi nella mente, e con tutto
l’ardore si disponevano alla guerra: nè meraviglia; perchè tutti
nel cominciamento delle cose hanno maggior veemenza. Era allora il
tempo che la numerosa gioventù del Peloponneso e d’Atene di buona
voglia intraprendeva la guerra, perchè di essa inesperta; e tutto il
rimanente di Grecia era in gran sollevazione dell’animo, in vedendo
le due primarie Repubbliche venir tra loro a contesa. Molto si udiva
parlare di risposte d’oracoli, molti presagi in versi cantavano gli
indovini, sì nei luoghi ov’era bramosia di guerra, sì negli altri.
Senza di che poco innanzi a questi avvenimenti fu scossa da terremoto
Delo, che a memoria dei Greci non aveva mai per lo addietro sofferto
ciò; e dicevasi e credevasi comunemente essere quello stato il segnale
delle future calamità; e qualunque cosa di simil fatta accadesse,
tutto particolarmente si investigava. Ciò non pertanto la benevolenza
dei popoli inchinava maggiormente ai Lacedemoni, tanto più ch’ei si
spacciavano per liberatori della Grecia: e ciascuno in particolare e le
città insieme, tutti travagliavansi ansiosamente per cooperare con esso
loro con parole o con fatti, avvisando ognuno dover restare impediti
gli affari là appunto, ove mancasse l’opera sua. A tal segno la maggior
parte avevano in odio gli Ateniesi; desiderando alcuni d’esser liberati
dal loro dominio, altri temendo di non esservi sottoposti. Con tale
apparecchio e concitamento dell’animo erano in su le mosse.
9. Or le due parti si misero in guerra avendo confederate queste città.
Dei Lacedemoni erano alleati tutti i Peloponnesi dentro dell’istmo,
eccetto gli Argivi e gli Achei che erano in amicizia con entrambi:
nondimeno gli Achei unirono poscia le loro armi con Sparta; in
principio solamente quei di Pallene, quindi tutti gli altri. Fuori
del Peloponneso poi, i Megaresi, i Locrii, i Beozii, i Focesi, li
Ambracioti, i Leucadii, gli Anattorii. Tra questi somministravano la
flotta i Corintii, i Megaresi, i Sicionii, i Pelleni, gli Elei, gli
Ambracioti, i Leucadii; la cavalleria i Beozii, i Focesi, i Locrii:
le altre città davano la fanteria. Questi erano i confederati dei
Lacedemoni. Degli Ateniesi lo erano i Chii, i Lesbii, i Plateesi, i
Messenii di Naupatto, la maggior parte degli Acarnani, i Corfuotti,
li Zacintii, ed altre molte città che tra tanti popoli erano loro
tributarie; la Caria marittima, i Dorii confinanti co’ Carii,
l’Ionia, l’Ellesponto, la città di Tracia, tutte l’isole che infra il
Peloponneso e Creta guardano a levante, e tutte le altre Cicladi salvo
Melo e Tera. Fra questi somministravano la flotta i Chii, i Lesbii ed
i Corfuotti; gli altri fanteria e denaro. Tale era da ambe le parti lo
stato dell’alleanza e l’apparecchio per la guerra.
10. I Lacedemoni subito dopo i fatti di Platea mandarono in giro alle
città alleate nel Peloponneso e fuori ordine, di allestir gente e
provvisioni rispondenti ad una spedizione fuori del proprio paese,
dovendosi portar la guerra nell’Attica. Quando poi al tempo prescritto
ebbero tutto in pronto, i due terzi[135] di ciascuna città si riunivano
sull’istmo. E poichè fu congregato tutto l’esercito, Archidamo re dei
Lacedemoni, generale di questa spedizione, convocati i capitani di
tutte le città, le persone di maggiore stato, e tutti quei che più
meritavano d’intervenire, prese a parlar così.
11. «Valorosi Peloponnesi e confederati: quantunque anche i padri
nostri abbiano fatto molte spedizioni sì dentro che fuori il
Peloponneso, e tra noi i più attempati non sieno inesperti della
guerra; nondimeno sino ad ora non siamo mai usciti con apparecchio
più grande. Considerate però che potentissima è la città, contro cui
andiamo adesso noi in numero grandissimo e col fiore delle nostre
truppe. Il perchè non abbiamo a mostrarci nè minori dei padri, nè della
propria nostra reputazione: avvegnachè Grecia tutta per la nostra
mossa è sollevata ed a noi dirizza l’animo suo, anelando, per odio
verso gli Ateniesi, al felice riuscimento dei nostri disegni. Ma con
tutto che sembri andar noi contro al nemico con esercito grandissimo,
ed esservi gran sicurezza da credere che non oserà venire a battaglia
con noi; non vuolsi però marciare meno circospetti e preparati: anzi
e capitano e soldato di ogni città si aspetti quanto a sè ad ogn’ora
il cimento; conciossiachè incerte sono le cose della guerra, e gli
assalti d’ordinario si fanno ad un tratto e col bollore dell’animo.
Sovente un esercito più piccolo ma circospetto ne rispinse con maggior
vantaggio uno più numeroso, ma trascurante per disprezzo. In paese
straniero debbono i soldati aver pieno l’animo di ardimento, ma tenersi
pronti alla zuffa con cauto timore; così saranno più generosi[136]
nell’assalire il nemico, e meno pericolanti nel sostenerne l’impeto.
Or noi non andiamo contro una città mancante di forze a segno da non
resisterci, ma di tutto completamente fornita. Però, sebbene mentre che
siamo tuttora lontani, gli Ateniesi non si sieno mossi, pur dobbiamo
indubitatamente aspettarci che verranno a battaglia, quando ci veggano
guastar le loro terre e distruggere i beni loro. Imperocchè al vedersi
sotto gli occhi una repentina insolita sciagura, ognun s’accende di
rabbia; e quei che meno usano della riflessione, vengono ai fatti col
più gran furore. Così più d’ogni altro è da credere che adopreranno
gli Ateniesi, pei quali è puntiglio d’onore il comandare altrui, ed
assaltare e devastare le terre degli altri, più presto che vedere il
guasto delle loro. Persuasi adunque di far guerra a Repubblica sì
potente, e di dovere, nell’alternar delle conseguenze, riscuoterne per
noi e pei nostri maggiori riputazione del più gran rilievo, marciate
per le vie che vi additino i vostri capitani, gelosi sovrattutto della
buona ordinanza e cautela, e pronti agli ordini che riceviate: poichè
il mostrare che in numeroso esercito una è la militar disciplina, si è
ciò che maggiormente procaccia onore e sicurezza.»
12. Archidamo ciò detto e sciolta l’adunanza, prima di tutto spedisce
ad Atene Melesippo, cittadino spartano, figliolo di Diacrita, per
tentare se gli Ateniesi, al vederli già in cammino, più facilmente
cedessero in qualche cosa. Ma egli non fu ricevuto in Atene e molto
meno in consiglio, essendo innanzi prevalsa l’opinione di Pericle,
di non ammettere araldo nè ambasceria dei Lacedemoni, condotto che
avessero l’esercito in campagna. Lo rimandano adunque prima di udirlo,
intimandoli uscisse dai confini il giorno stesso; e per l’avvenire i
Lacedemoni, quando fossero rientrati nelle loro terre, mandassero pure
le ambascerie che volevano: spediscono quindi gente con Melesippo ad
accompagnarlo, affinchè non si abboccasse con alcuno. Giunto egli ai
confini ed essendo presso a dipartirsi, proseguì la sua gita dette
queste sole parole: «Questo medesimo giorno sarà principio ai Greci
di grandi calamità.» Al suo ritorno, quando Archidamo ebbe inteso che
gli Ateniesi non cederebbero in nulla, levò il campo, e s’avanzava
coll’esercito verso il loro territorio. I Beozii, che uniti in questa
spedizione davano ai Peloponnesi parte dei loro fanti e cavalli,
andarono col rimanente a Platea e saccheggiavano la campagna.
13. Ma intanto che i Peloponnesi si andavano adunando sull’istmo
ed erano in cammino, prima che assaltassero l’Attica, Pericle di
Xantippo, uno dei dieci capitani ateniesi, persuaso che l’invasione
sarebbe accaduta, venne in sospetto che Archidamo suo ospite lascerebbe
intatte, e non gli guasterebbe le possessioni; sia che volesse così
gratificarlo di propria volontà; sia che potesse ciò accadere pei
conforti dei Lacedemoni che bramavano screditarlo, e che, mirando a
lui, avevano intimato si purgasse la contaminazione. Laonde divulgò
nell’adunanza degli Ateniesi, essere Archidamo suo ospite, ma ciò non
dover causare alcun detrimento alla Repubblica; e se le sue terre e
ville non fossero guastate dai nemici come quelle degli altri, ei le
rilasciava in mano del popolo, acciò non vi fosse alcun argomento
di sospetto contro di lui. Ed anche adesso li confortava come per
l’innanzi a prepararsi alla guerra, a trasportare in città quel che
era in campagna; non far sortite contro i nemici, ma ridursi in città
e guardarla; mettere compiutamente in ordine la flotta, loro forza
principale, e tenere in pugno gli alleati[137]. Dimostrava, su i
tributi di questi esser fondata la loro potenza, e ordinariamente
l’intelligenza e la copia del denaro procacciare superiorità in guerra:
li esortava a rincorarsi, atteso che la città, senza contare le altre
entrate, aveva d’ordinario la rendita di seicento talenti l’anno per
tributo degli alleati[138], e vi restavano anche presentemente nella
rocca seimila talenti d’argento coniato, essendo la maggior somma stata
di novemila settecento, dai quali erano state levate le spese per gli
antiporti[139] della rocca, per altre fabbriche e per Potidea. Oltre di
che, di argento e d’oro non coniato, tra privati e pubblici voti, tra
tutto il resto del vasellame per le sacre pompe e pei pubblici giuochi,
e tra spoglie dei Medi[140] e cose di simil fatta, non vi era meno
di cinquecento talenti. Aggiungeva di più, le grandi ricchezze degli
altri templi, delle quali si servirebbero; e qualora fossero affatto
impediti dall’usar tutte queste, gli aurei ornamenti posti intorno
al simulacro di Minerva stessa, il quale aveva il peso di quaranta
talenti d’oro purgatissimo che tutto poteva spiccarsi d’attorno[141].
Avvertiva nondimeno, che quantunque l’avrebbono impiegato per la
pubblica salvezza, conveniva poi rimettervelo di peso non inferiore.
Così li rincorava quanto al denaro. Per ciò che riguarda l’esercito,
mostrava esservi tredicimila soldati di armatura grave, senza gli altri
sedicimila delle guarnigioni e degli spaldi: tanti appunto, tolti dai
più vecchi e dai più giovani con tutti gli inquilini armati alla grave,
erano quelli che vi stavano di guardia sino da principio, quando i
Lacedemoni erano per assaltare l’Attica. Imperciocchè di trentacinque
stadii erano le mura di Falera sino al recinto della città, del qual
recinto la parte guernita è di quarantatre, restando senza presidio la
porzione che è di mezzo tra le mura faleree e le lunghe. Queste poi
sino al Pireo erano di quaranta stadii, e tutte guardate dalla parte
esterna. L’intero circuito del Pireo, compresovi Munichia, era di
sessanta stadii, ma solo la metà guarnita. Di cavalleria poi mostrava
esservi mille dugento, contando gli arcieri a cavallo; seicento arcieri
a piedi, e trecento triremi buone a navigare. Tale e non minore era
l’apparecchio che di ciascuna cosa avevano gli Ateniesi, quando i
Peloponnesi erano da prima per assaltar l’Attica, e quando si misero
in guerra. Altre dichiarazioni andava facendo Pericle al suo solito,
tendenti tutte a dimostrare che in questa guerra sarebbono vincitori.
14. Gli Ateniesi, udito che l’ebbero, seguirono il suo consiglio,
e dalla campagna introducevano in città i bambini, le donne, le
masserizie di cui usavano in casa, e sino il legname delle case che
demolivano; e facevano passare nell’Eubea e nelle isole circonvicine
gli armenti e le bestie da soma. Fastidioso però riusciva loro lo
sgombero, essendo i più avvezzi a vivere continuamente alla campagna.