intera avessero veruno indizio manifesto, sul quale fondati con
sicurezza potessero punire un uomo di stirpe reale e tenuto allora
in onoranza (perocchè era egli, come cugino, tutore del re Plistarco
ancor giovinetto figliolo di Leonida) nondimeno, col suo procedere
discordante alle leggi, e col suo genio per le usanze dei barbari,
faceva molto sospettare che nell’ordine politico non volesse star
contento ai termini dell’uguaglianza. Per lo che riandando i fatti
antecedenti, mettevano ad esamina tutte le altre sue operazioni in
che si fosse dilungato alcun poco dalle costumanze stabilite, e
principalmente che nel tripode di Delfo, primizia delle spoglie dei
Medi, dedicato dai Greci al Nume, quasi fosse offerta tutta sua, aveva
osato farvi scolpire questa inscrizione:
Duce de’ Greci, debellato il Medo,
Pausania a Febo questo voto offria.
I Lacedemoni subito allora cassarono dal tripode quella inscrizione,
e vi scolpirono tutte le città nominatamente, che concorse ai danni
del Medo avevano dedicato quel voto[111]. Ciò pertanto era attribuito
in delitto a Pausania: ma quando egli si trovò in questo stato,
allora anche più chiaramente conobbesi quel suo fatto essere stato
in conformità de’ suoi presenti pensieri. Bucinavasi inoltre che
egli avesse qualche segreto trattato con gli Iloti: e ciò era vero:
conciossiachè prometteva loro libertà e cittadinanza, se si unissero
con lui a ribellare, e lo aiutassero a compire i suoi disegni. Gli
Spartani, tutto che avvertiti di ciò da alcuni delatori degli Iloti,
non vi prestarono fede, nè giudicarono di dover procedere contro di
lui; per mantenere così il costume praticato tra loro di non esser
troppo corrivi a dare perentoria sentenza contro un cittadino di Sparta
senza prove indubitabili. Se non che un tale di Argila, come è fama,
già suo mignone e a lui fidatissimo, fu il delatore presso gli efori,
all’occasione che doveva recare ad Artabazzo l’ultima lettera di
Pausania inviata al re. Intimorito costui in considerando niuno essere
ritornato dei messaggeri spediti di prima, contraffatto il sigillo per
non essere scoperto caso che gli fallisse la sua credenza, e perchè
Pausania, volendo cangiarvi qualche cosa, non se ne accorgesse; apre la
lettera, e conforme sospettava che qualche cosa fosse scritta intorno a
sè, trovò dovere anche lui essere ucciso.
133. Mostrò egli la lettera agli efori, i quali viepiù si confermarono
nella loro sentenza. Tuttavia volendo eglino stessi udire qualche
parola dalla bocca di Pausania, si accordarono con l’argiliese: il
quale refugiatosi supplichevole in Tenaro[112] vi fece un casotto
diviso in due da un tramezzo, e dietro a questo tramezzo nascose alcuni
efori. Pausania vi andò a trovarlo e gli domandava, perchè si fosse
ricovrato là supplichevole. Gli efori udivano tutto distintamente.
L’argiliese rimproverava Pausania di ciò che aveva scritto intorno
a lui nella lettera; dichiarava ordinatamente che negli altri suoi
messaggi appresso al re si era sempre portato con fedeltà, e nondimeno
aveva ottenuto da lui il bel premio di dovere essere ucciso, come aveva
fatto di molti altri suoi servidori. Udirono ancora Pausania convenire
di tutto ciò; consigliare l’argiliese a non adirarsi per l’accaduto;
rassicurarlo affinchè si ritraesse dal luogo sacro, e pregarlo a
partire speditamente per non frastornare le sue pratiche.
134. Gli efori udito il tutto diligentemente e chiariti ormai con
sicurezza, cercavano di arrestar Pausania in città. Dicesi che
essendo per essere arrestato in istrada, ed avanzandosi un eforo
incontro a lui, dall’aria del viso comprendesse a che veniva; e che
avvertito con furtivo cenno da un altro eforo il quale lo amava,
corresse alla volta del tempio di Minerva Calcieca, e vicino com’era
il sacro recinto, prima d’esser giunto dagli efori, vi si ricovrasse.
Per non patire incomodo stando allo scoperto, entrò in una celletta
appartenente al tempio, ed ivi si tratteneva. Quei che lo inseguivano
non poterono per allora raggiungerlo: ma avendo osservato essere egli
nella celletta e coltovelo dentro, ne tolsero il tetto e le imposte
dell’uscio che rimurarono, ed ivi fermatisi lo assediarono colla
fame. Poscia accortisi che così come si trovava nella celletta, era
sul punto di esalar l’anima, lo traggono prima che spirasse fuori del
luogo sacro, donde appena tolto morì. Volevano gettarlo nel Ceade,
ove solevano gettarsi i malfattori, ma poi presero consiglio di
sotterrarlo lì vicino. Appresso il Nume di Delfo ordinò ai Lacedemoni
che lo dovessero seppellire nel luogo ove era morto: ed ora giace nel
vestibulo del sacro recinto come può vedersi per l’epitaffio. Ordinò
ancora che, siccome per quel fatto avevano commesso sacrilegio, così
dovessero rendere alla Dea Calcieca due corpi in cambio di quel solo:
infatti fecero essi due statue di bronzo e dedicaronle alla Dea in
compensazione di Pausania.
135. Gli Ateniesi pertanto, avvegnachè il Nume stesso avesse giudicato
quell’azione un sacrilegio, rendevano la pariglia ai Lacedemoni,
imponendo loro di purgare la contaminazione. Questi inviarono legati ad
Atene accusando anche Temistocle come complice di Pausania nel favorire
il Medo, secondo che avevano trovato per il processo; affermando per
ciò dovere anch’egli per ugual modo essere punito. Accomodaronsi gli
Ateniesi alle loro richieste; e poichè Temistocle, quantunque fosse
stato cacciato per ostracismo[113], ed avesse preso stanza in Argo, pur
nondimeno frequentava anche le altre parti del Peloponneso, spedirono
d’accordo coi Lacedemoni gente pronta ad inseguirlo, commettendo loro
lo riconducessero donde che lo trovassero.
136. Pervenute tali pratiche a notizia di Temistocle fugge dal
Peloponneso e cerca rifugio in Corfù di cui aveva meritato[114].
Significarongli i Corfuotti che temevano, ricettandolo, di incorrere
nella inimicizia dei Lacedemoni, e degli Ateniesi, e lo scortarono sino
in terraferma rimpetto alla loro isola. Ed egli perseguitato da coloro
che avevano la commissione di così fare ovunque udissero che fosse,
e ridotto in grandissima dubitazione dell’anima, si trova costretto
a cercar ricovero presso Admeto re dei Molossi[115], che non gli era
punto amico, e che allora per avventura era assente. Laonde si fece a
supplicare la moglie di lui, la quale lo avverte di assidersi presso
agli dei lari tenendo in collo un suo bambino. Tornato poco dopo
Admeto, Temistocle gli dà contezza di sè, e lo prega a considerare
che sebbene ei lo avesse forse contrariato nelle dimande che in altri
tempi faceva agli Ateniesi, pure non sarebbe del suo decoro prender
vendetta d’un fuggiasco, nè offendere chi al presente era cotanto più
debole di lui, laddove è proprio degli uomini generosi vendicarsi
degli eguali con parità di forze. Quanto a sè, continuava, essersi
opposto in qualche altro affare, non mai nel caso di salvar la vita;
mentre se egli ora lo consegnasse (e qui dichiarò perchè e da chi
era perseguitato) lo priverebbe del modo di procacciar salvezza a
se medesimo. Admeto a queste parole lo fece alzare col bambino che,
sedendo presso agli dei lari, tuttavia teneva in collo; e questo fu
modo efficacissimo di supplicare.
137. Arrivarono poco dopo i messaggeri lacedemoni ed ateniesi, i
quali con tutto che molto ne richiedessero Admeto[116], egli non
consegnò loro Temistocle: anzi, sentendo che bramava di trasferirsi
al re, lo fece accompagnare per la via di terra all’altro lato del
mare[117] sino a Pidna città soggetta ad Alessandro[118]. Ivi trovata
una nave da carico pronta a far vela per la Ionia, imbarca; e dalla
tempesta fu spinto vicino al campo degli Ateniesi che era all’assedio
di Nasso. Nessuno di quei che erano nella nave lo conosceva; ma
costretto dal timore manifesta al piloto chi egli sia, e per qual
cagione si trovi esule: ed aggiunge che, se non lo salvasse, direbbe
agli Ateniesi lui medesimo essere quel che lo trafugava, corrotto
per denaro, nè vedere altra via di salvezza che vietar ad ognuno di
sbarcare, sino a che il mare non si abbonacciasse per ripigliare il
cammino: se ciò facesse, si sarebbe egli ricordato di lui conforme
meritava. Il piloto acchetovvisi, e dopo aver resistito alla tempesta
un giorno ed una notte, colla nave all’ancora, sopra il campo degli
Ateniesi, giunge finalmente ad Efeso; e da Temistocle fu presentato
con denaro pervenutogli per mezzo dei suoi amici da Atene e da Argo,
ove nascosamente lo aveva depositato. Avanzatosi poscia nell’interno
del paese con uno di quei persiani che abitavano le coste, scrive
una lettera al re Artaserse figliolo di Serse poco fa succeduto al
trono, in questo tenore. «Io Temistocle che più di tutti gli altri
Greci apportai danni alla tua casa, tutto quel tempo che fui astretto
a far fronte alle invasioni di tuo padre, ricorro ora a te. Nondimeno
benefizii assai maggiori feci a lui, da che io cominciai ad essere in
sicuro, ed egli in pericolo per la ritirata, e sono però creditore di
benefizio.» Ciò diceva perchè lo aveva per tempo fatto consapevole
che i Greci avevano risoluto di ritirarsi da Salamina, e perchè per
opra sua, come ingannevolmente si attribuiva, non era stato disfatto
il ponte[119]. «Ora poi perseguitato dai Greci a cagione della tua
amicizia, mi trovo qui avendo in mano di poterti moltissimo giovare.
Ma voglio prima soprassedere un anno, e poi dichiararti in persona il
motivo della mia venuta.»
138. Il re, come si dice, si maravigliò del proponimento di lui, e
gli permise di far così. Intanto nel tempo che si trattenne apprese
quanto potè di lingua persiana e di costumanze del paese; e passato
l’anno presentassi al re, appo il quale fu grande e tenuto in tanto
onore, quanto niun altro greco giammai, non solo per la dignità ond’era
innanzi fregiato, ma ancora per la speranza che in lui nutriva di
soggettargli la Grecia[120], e soprattutto perchè mostravasi uomo di
grande accorgimento. Aveva infatti Temistocle manifestato la forza
del suo ingegno nel modo il più evidente, e perciò meritava di esser
particolarmente ammirato sovra tutti. Conciossiachè col penetrativo
intelletto che aveva sortito dalla natura, e non già corredato di
anteriori studi o accresciuto da posteriori, discerneva ottimamente,
dopo brevissima deliberazione, quel che di presente abbisognava, e
benissimo conghietturava gli eventi nascosti nel più remoto avvenire.
Destro nel condurre a buon fine gli affari che avesse tramano, non
era però inabile a dar giudizio soddisfacente anche su quelli dei
quali non era perito; e benchè le cose fossero tuttora nella più
oscura incertezza, antivedeva egli stupendamente il meglio e il peggio
di quelle: e brevemente egli fu senza dubbio per forza d’ingegno
e per celerità di consiglio, l’uomo il più valente a dichiarare
all’improvviso ciò che meglio si confacesse alle varie occorrenze.
Finì per malattia i suoi giorni. Avvi chi dice essersi col veleno
procacciato spontaneamente la morte disperando potere adempiere le
promesse aveva fatte al re. Del resto si vede tuttora il suo monumento
nella piazza di Magnesia città dell’Asia conciossiachè egli governasse
cotesta provincia; avendogli il re dato[121] per il pane Magnesia,
che rendeva cinquanta talenti l’anno, per il vino Lampsaco tenuta
allora per la provincia più abbondante di tal prodotto, e Miunte
per il companatico[122]. I parenti di lui dicono le sue ossa essere
state trasportate in patria per comandamento di esso, e sepolte
nell’Attica senza saputa degli Ateniesi; avvegnachè non fosse permesso
seppellirvelo perchè cacciatone per tradimento[123]. Questo fine ebbero
Pausania lacedemone e Temistocle ateniese, i più celebri capitani greci
dei loro tempi.
139. Tali furono gli ordini dati dai Lacedemoni colla prima loro
ambasceria, e tali all’incontro quelli ricevuti circa al purgare
le contaminazioni. Andarono poi nuovamente ad Atene, richiedendo
ritirassero l’esercito da Potidea, e rilasciassero Egina in
libertà. Ma con maggior calore ed a più chiare note protestavano
non insorgerebbe guerra se annullassero il decreto fatto contro i
Megaresi, per cui questi venivano esclusi dai porti del dominio di
Atene e dal mercato dell’Attica. Gli Ateniesi non gli obbedirono in
nessuna delle altre cose, nè abolirono quel decreto; anzi accusavano
i Megaresi di coltivare la terra sacra e non iscompartita dai termini
di proprietà[124], e di ricettare i servi fuggitivi[125]. Vennero
finalmente da Sparta gli ultimi legati Ramfio, Melesippo ed Agesandro;
i quali, senza parlar punto di ciò che solevano per l’innanzi, si
ristrinsero a dire queste parole: «I Lacedemoni bramano la pace, e vi
sarà purchè voi lasciate i Greci nelle loro leggi.» Adunaronsi gli
Ateniesi e proposero il partito tra loro soli, ove fu risoluto doversi
dare la risposta, fatta una sola deliberazione che tutto comprendesse.
Molti furono quelli che parlarono, ma non concorrevano in una medesima
sentenza, opinando alcuni si facesse la guerra, altri si cassasse il
decreto piuttostochè permettere che fosse d’impedimento alla pace.
Allora fattosi avanti Pericle figliolo di Xantippo, personaggio il più
ragguardevole di quel tempo tra gli Ateniesi, bellissimo dicitore ed
il più esperto in trattar gli affari, propose i suoi avvertimenti in
questi termini.
140. «Ateniesi, io sono sempre fermo nel mio primo proposito di non
cedere ai Peloponnesi. E benchè io sappia che l’ardore concepito
dall’uomo all’invito di guerra, ei non lo mantiene ove si venga ai
fatti, e che cangia pensiero secondo gli avvenimenti; nulladimeno penso
dovervi dare anche adesso consigli somiglianti e non punto differenti
da quei d’allora. E prego quei tra voi che sieno per concorrere nella
mia sentenza (poniamo pur ci toccasse qualche sinistro), a sostenere
le risoluzioni prese in comune, e non appropriarsi il vanto di sagace
accorgimento se l’esito sarà felice. Poichè pur troppo addiviene che
i fortunevoli casi degli affari camminano per vie incomprensibili,
egualmente che le cogitazioni degli uomini: il perchè siamo usati
ad incolpar la fortuna per ogni strano accidente che ci sorprenda.
Ma i Lacedemoni mostravansi chiaramente anche di prima rivolti ad
insidiarci, ed ora più che mai. È detto negli accordi che, insorgendo
qualche differenza, si renda e si offra scambievolmente ragione,
e che da entrambi si ritengano i luoghi di che siamo in possesso:
tuttavia essi non han voluto mai chieder ragione, nè esibita da noi
accettarla. Vogliono che le querele si decidano colle armi piuttosto
che coi ragionari; e vengono qua oggimai non più facendo amichevoli
rimostranze, ma comandando imperiosamente. Ci ordinano di ritirarci
da Potidea, lasciare libera Egina, cassare il decreto dei Megaresi;
e questi ultimi venuti ci aggiungono di rilasciar nelle loro leggi
anche i Greci. Or nissuno di voi si faccia a credere di intraprender
la guerra per cosa di piccol momento, se noi non aboliremo il decreto
dei Megaresi. È questo un pretesto col quale vogliono principalmente
aonestarsi, dicendo che tolto quello di mezzo non vi sarà guerra. Nè
resti in voi ombra di rimorso, quasi che l’abbiate intrapresa per
lieve oggetto: perchè su cotesto lieve oggetto è fondata la riprova
sicura della fermezza dell’animo vostro. Se cederete a quei comandi,
incontanente ne avrete dei maggiori, dandosi essi a credere che per
timore obbedirete anche a questi; laddove persistendo nel vostro
rifiuto, insegnerete ad essi procedere con voi più alla pari.[126]
141. «Pertanto deliberate fino da questo momento o di obbedire prima
di essere offesi, o volendo noi far guerra, come io credo il meglio,
di non cedere a qualsivoglia costo, e diportarci da gente che sdegna
ritenere il suo con paura. Imperciocchè qualunque richiesta, piccola
o grande che sia, intimata da un eguale in suono di comando, innanzi
alla determinazione del giudizio, importa l’istesso che un vero
servaggio. Che poi non saremo inferiori quanto alle cose pertinenti
alla guerra e a tutti gli altri apparecchi onde siamo entrambi forniti,
ne andrete convinti, dopo averne udito da me il ragguaglio particolare.
I Peloponnesi lavorano da sè le loro terre, non hanno denaro nè
pubblico nè privato, nè pratica di guerre diuturne e marittime,
posciachè oppressi dall’indigenza muovonsi solamente le armi contro
loro stessi e per breve durata. Gente sì fatta non possono spedire al
di fuori nè navi armate nè soldatesche di terra, sostenute da nuove
leve, perchè ad un medesimo tempo dovrebbero allontanarsi dai loro
fondi, e spendere nondimeno del proprio, mentre sarebbero per noi anche
esclusi dal mare. Or le ricchezze che s’abbiano in avanzo, meglio delle
forzate contribuzioni sostengono le guerre: e la gente addetta alla
coltivazione delle terre, è più pronta a guerreggiare colla persona che
col denaro; perchè quanto alla persona sperano di scampar dal rischio,
ma nulla vi è che gli assicuri dal non consumare il denaro prima che
cessi la guerra, specialmente se ella si prolunghi, come è verosimile,
più che non credevano. Imperocchè sono certamente i Peloponnesi con gli
alleati in istato di resistere in una sola battaglia a tutti i Greci
insieme; non già a stare in guerra contro chi abbia apparati e regole
affatto diverse. Infatti non usa tra loro un solo corpo deliberante
per eseguir sollecitamente ciò che richiede il momento, ma essendo
tutti eguali nel diritto del suffragio, e divisi in varie popolazioni,
ciascuno si studia per il proprio vantaggio; e quindi deriva che nulla
si conduca a compimento. Vogliono alcuni al tutto vendetta d’un tale;
altri soffrire il minor danno possibile nelle loro terre; sono lenti a
radunarsi; spendono pochissimo tempo a deliberar delle cose pubbliche,
il più a brigarsi delle private; e ciascuno crede non esser per nuocere
la sua trascuratezza, sperando che altri si darà cura di ciò che ad
esser toccherebbe a prevedere, cosicchè con questa opinione comune a
tutti in particolare va in rovina, senza che alcuno se ne accorga,
l’universa Repubblica.
148. «Con tutto ciò l’impedimento maggiore sarà per loro la penuria
di denaro; essendochè la difficoltà di procacciarlo deve portare
indugio: ma le occasioni di guerra non vogliono indugi. Quanto poi
ai battifolli o alle flotte loro, ciò non è da temere. Poichè se la
edificazione di quelli riuscirebbe difficile anche in tempo di pace a
città di potenza pari alla nostra, quanto più sarà malagevole in paese
nemico; e mentre noi pure siamo non meno di loro afforzati? E se pur
faranno qualche propugnacolo, potranno danneggiare alcuna parte del
nostro suolo col fare scorrerie e col ricettare disertori: ma ciò non
basterà a circondarci di mura, ad impedirci di navigare contro il loro
territorio, per prenderne vendetta colla flotta, in che siamo potenti.
Conciossiachè giova più a noi l’esperienza di mare per combattere
in terra, che non a loro quella di terra per combattere in mare. Nè
potranno alla perizia delle guerre terrestri aggiugnere facilmente
quella delle marittime; giacchè nè pur voi che sino dal tempo del
Medo vi ci siete sperimentati, perveniste peranche alla perfezione.
E come mai gente usata a coltivare il terreno, e senza cognizione di
marina, e di più nell’impossibilità di esercitarvisi, perchè sempre
minacciata dalle nostre numerose flotte, come mai, io dico, potrà
riuscire a qualche dignitosa impresa? Si arrischieranno forse contro
poche navi che gli bloccassero, rendendo audace la loro imperizia colla
moltitudine? ebbene; stretti da molte, dovranno ristarsi, cosicchè non
esercitandosi, saranno più imperiti e perciò più lenti. Or la perizia
marittima è un mestiere come qualunque altro, nè può impararsi con
accidentale esercizio o come per soprappiù, ma piuttosto nissun’altra
cosa può andarle congiunta come per appendice.
143. «Se poi toccheranno il denaro d’Olimpia o di Delfo, e tenteranno
di sviare da noi con maggior soldo i nostri marinari forestieri,
sarebbe una vergogna che montando sulle navi noi stessi in un con
gli stanziati in Atene, non fossimo da tanto per far loro fronte. Ma
ciò siamo in grado di fare, e (che più di tutto rileva) abbiamo tra
i nostri stessi cittadini piloti e ciurme più numerose ed esperte di
quello che non ha tutto il rimanente di Grecia. Nè alcuno dei nostri
soldati esterni vorrà (dovendo in ogni modo esporsi al pericolo)
prendere le armi coi Peloponnesi per pochi giorni di maggior soldo, e
trovarsi per ciò cacciato di patria e a combattere per essi, presso
i quali sono più piccole le speranze. Tali appunto o press’appoco
mi sembrano essere le cose dei Peloponnesi; laddove il nostro stato
scevro dai difetti notati in essi, parmi avere altri vantaggi, grandi
senza paragone. E se essi verranno contro il nostro territorio con
eserciti terrestri, noi navigheremo contro il loro: nè il guasto di
qualche parte del Peloponneso sarà allora da agguagliarsi a quello
anche di tutta l’Attica. Imperocchè i Peloponnesi senza combattere,
non troveranno altre terre da prendere in cambio delle perdute,
mentre noi molte ne abbiamo nelle isole, molte in terraferma. Gran
vantaggio è l’impero del mare; consideratelo da voi stessi. Ed infatti
se noi fossimo isolani, chi più inespugnabile di noi? Questo è
adunque il momento di avvicinarsi il più possibile col pensiero allo
stato di isolani, lasciare in abbandono la campagna colle sue case,
contentandovi di tener guardato il mare e la città; e senza adirarvi
coi Peloponnesi per la perdita di quelle, non venire a battaglia con
essi che sono in tanto maggior numero di voi. Perocchè vincendo,
ci troveremo di nuovo a combatterli non punto diminuiti di numero;
perdendo, si aggiugnerà per noi anche la perdita degli alleati, nerbo
principale delle nostre forze: i quali al vederci ridotti inabili a
marciar contro di loro, non istaranno più all’obbedienza. Ah! serbiamo
i nostri pianti per le persone in vece che per le ville e per le
campagne, avvegnachè non queste degli uomini, ma sì bene gli uomini
sono di quelle i possessori. Che s’io credessi che fosse seguito il
mio consiglio, vi conforterei ad uscire a devastarle da voi stessi; e
mostrare ai Peloponnesi, che per risparmiar quelle non avrete mai la
viltà di obbedirli.
144. «Molte altre cose avrei a dirvi le quali ci affidano della
vittoria, purchè non cerchiate di aumentar l’impero durante la guerra,
nè vogliate sopraccaricarvi di volontari pericoli, giacchè più degli
stratagemmi del nemico io temo dei nostri sbagli. Ma tali cose vi
saranno da me dichiarate altra fiata, quando elle saranno appoggiate
ai fatti. Per ora congediamo questi ambasciatori rispondendo —
permetteremo ai Megaresi di frequentare il mercato e i porti nostri,
solo che anche i Lacedemoni nel bando dei forestieri non comprendano nè
noi nè i nostri alleati, due punti che non hanno divieto nei capitoli.
Lasceremo libere le città se libere le ritenevamo al tempo degli
accordi, e purchè anche i Lacedemoni concedano ad esse di governarsi
conforme alle proprie leggi e secondo il piacimento di ciascuna, e non
conforme al vantaggio di Sparta. Noi siamo pronti a render ragione per
via giuridica secondo che è detto negli accordi: non saremo i primi
a muovere la guerra, ma sapremo rispingere chi la incominci. — Tale
è la risposta che richiede la giustizia ed il decoro della nostra
Repubblica; ma siate convinti che la guerra è inevitabile: che se la
imprenderemo di buona voglia, troveremo i nemici meno ostinati: e
che dai più grandi pericoli risultano alle città ed ai privati i più
splendidi onori. E se i padri nostri, i quali resisterono al Medo
mossisi con forze non così grandi, e dopo aver abbandonato ciò che
avevano, per consiglio più che per fortuna, e per ardimento superiore
alle loro forze, non solo rispinsero il barbaro, ma ancora avanzarono
lo stato a tanto alto segno; noi non dobbiamo mostrarci da meno di
loro, ma a qualunque patto resistere al nemico, ed adoprarci al
possibile per non trasmettere ai posteri lo stato diminuito in nulla
della sua grandezza.»