132. Tuttochè nè gli Spartani, nè i nemici di lui, nè la Repubblica

intera avessero veruno indizio manifesto, sul quale fondati con

sicurezza potessero punire un uomo di stirpe reale e tenuto allora

in onoranza (perocchè era egli, come cugino, tutore del re Plistarco

ancor giovinetto figliolo di Leonida) nondimeno, col suo procedere

discordante alle leggi, e col suo genio per le usanze dei barbari,

faceva molto sospettare che nell’ordine politico non volesse star

contento ai termini dell’uguaglianza. Per lo che riandando i fatti

antecedenti, mettevano ad esamina tutte le altre sue operazioni in

che si fosse dilungato alcun poco dalle costumanze stabilite, e

principalmente che nel tripode di Delfo, primizia delle spoglie dei

Medi, dedicato dai Greci al Nume, quasi fosse offerta tutta sua, aveva

osato farvi scolpire questa inscrizione:

Duce de’ Greci, debellato il Medo,

Pausania a Febo questo voto offria.

I Lacedemoni subito allora cassarono dal tripode quella inscrizione,

e vi scolpirono tutte le città nominatamente, che concorse ai danni

del Medo avevano dedicato quel voto[111]. Ciò pertanto era attribuito

in delitto a Pausania: ma quando egli si trovò in questo stato,

allora anche più chiaramente conobbesi quel suo fatto essere stato

in conformità de’ suoi presenti pensieri. Bucinavasi inoltre che

egli avesse qualche segreto trattato con gli Iloti: e ciò era vero:

conciossiachè prometteva loro libertà e cittadinanza, se si unissero

con lui a ribellare, e lo aiutassero a compire i suoi disegni. Gli

Spartani, tutto che avvertiti di ciò da alcuni delatori degli Iloti,

non vi prestarono fede, nè giudicarono di dover procedere contro di

lui; per mantenere così il costume praticato tra loro di non esser

troppo corrivi a dare perentoria sentenza contro un cittadino di Sparta

senza prove indubitabili. Se non che un tale di Argila, come è fama,

già suo mignone e a lui fidatissimo, fu il delatore presso gli efori,

all’occasione che doveva recare ad Artabazzo l’ultima lettera di

Pausania inviata al re. Intimorito costui in considerando niuno essere

ritornato dei messaggeri spediti di prima, contraffatto il sigillo per

non essere scoperto caso che gli fallisse la sua credenza, e perchè

Pausania, volendo cangiarvi qualche cosa, non se ne accorgesse; apre la

lettera, e conforme sospettava che qualche cosa fosse scritta intorno a

sè, trovò dovere anche lui essere ucciso.

133. Mostrò egli la lettera agli efori, i quali viepiù si confermarono

nella loro sentenza. Tuttavia volendo eglino stessi udire qualche

parola dalla bocca di Pausania, si accordarono con l’argiliese: il

quale refugiatosi supplichevole in Tenaro[112] vi fece un casotto

diviso in due da un tramezzo, e dietro a questo tramezzo nascose alcuni

efori. Pausania vi andò a trovarlo e gli domandava, perchè si fosse

ricovrato là supplichevole. Gli efori udivano tutto distintamente.

L’argiliese rimproverava Pausania di ciò che aveva scritto intorno

a lui nella lettera; dichiarava ordinatamente che negli altri suoi

messaggi appresso al re si era sempre portato con fedeltà, e nondimeno

aveva ottenuto da lui il bel premio di dovere essere ucciso, come aveva

fatto di molti altri suoi servidori. Udirono ancora Pausania convenire

di tutto ciò; consigliare l’argiliese a non adirarsi per l’accaduto;

rassicurarlo affinchè si ritraesse dal luogo sacro, e pregarlo a

partire speditamente per non frastornare le sue pratiche.

134. Gli efori udito il tutto diligentemente e chiariti ormai con

sicurezza, cercavano di arrestar Pausania in città. Dicesi che

essendo per essere arrestato in istrada, ed avanzandosi un eforo

incontro a lui, dall’aria del viso comprendesse a che veniva; e che

avvertito con furtivo cenno da un altro eforo il quale lo amava,

corresse alla volta del tempio di Minerva Calcieca, e vicino com’era

il sacro recinto, prima d’esser giunto dagli efori, vi si ricovrasse.

Per non patire incomodo stando allo scoperto, entrò in una celletta

appartenente al tempio, ed ivi si tratteneva. Quei che lo inseguivano

non poterono per allora raggiungerlo: ma avendo osservato essere egli

nella celletta e coltovelo dentro, ne tolsero il tetto e le imposte

dell’uscio che rimurarono, ed ivi fermatisi lo assediarono colla

fame. Poscia accortisi che così come si trovava nella celletta, era

sul punto di esalar l’anima, lo traggono prima che spirasse fuori del

luogo sacro, donde appena tolto morì. Volevano gettarlo nel Ceade,

ove solevano gettarsi i malfattori, ma poi presero consiglio di

sotterrarlo lì vicino. Appresso il Nume di Delfo ordinò ai Lacedemoni

che lo dovessero seppellire nel luogo ove era morto: ed ora giace nel

vestibulo del sacro recinto come può vedersi per l’epitaffio. Ordinò

ancora che, siccome per quel fatto avevano commesso sacrilegio, così

dovessero rendere alla Dea Calcieca due corpi in cambio di quel solo:

infatti fecero essi due statue di bronzo e dedicaronle alla Dea in

compensazione di Pausania.

135. Gli Ateniesi pertanto, avvegnachè il Nume stesso avesse giudicato

quell’azione un sacrilegio, rendevano la pariglia ai Lacedemoni,

imponendo loro di purgare la contaminazione. Questi inviarono legati ad

Atene accusando anche Temistocle come complice di Pausania nel favorire

il Medo, secondo che avevano trovato per il processo; affermando per

ciò dovere anch’egli per ugual modo essere punito. Accomodaronsi gli

Ateniesi alle loro richieste; e poichè Temistocle, quantunque fosse

stato cacciato per ostracismo[113], ed avesse preso stanza in Argo, pur

nondimeno frequentava anche le altre parti del Peloponneso, spedirono

d’accordo coi Lacedemoni gente pronta ad inseguirlo, commettendo loro

lo riconducessero donde che lo trovassero.

136. Pervenute tali pratiche a notizia di Temistocle fugge dal

Peloponneso e cerca rifugio in Corfù di cui aveva meritato[114].

Significarongli i Corfuotti che temevano, ricettandolo, di incorrere

nella inimicizia dei Lacedemoni, e degli Ateniesi, e lo scortarono sino

in terraferma rimpetto alla loro isola. Ed egli perseguitato da coloro

che avevano la commissione di così fare ovunque udissero che fosse,

e ridotto in grandissima dubitazione dell’anima, si trova costretto

a cercar ricovero presso Admeto re dei Molossi[115], che non gli era

punto amico, e che allora per avventura era assente. Laonde si fece a

supplicare la moglie di lui, la quale lo avverte di assidersi presso

agli dei lari tenendo in collo un suo bambino. Tornato poco dopo

Admeto, Temistocle gli dà contezza di sè, e lo prega a considerare

che sebbene ei lo avesse forse contrariato nelle dimande che in altri

tempi faceva agli Ateniesi, pure non sarebbe del suo decoro prender

vendetta d’un fuggiasco, nè offendere chi al presente era cotanto più

debole di lui, laddove è proprio degli uomini generosi vendicarsi

degli eguali con parità di forze. Quanto a sè, continuava, essersi

opposto in qualche altro affare, non mai nel caso di salvar la vita;

mentre se egli ora lo consegnasse (e qui dichiarò perchè e da chi

era perseguitato) lo priverebbe del modo di procacciar salvezza a

se medesimo. Admeto a queste parole lo fece alzare col bambino che,

sedendo presso agli dei lari, tuttavia teneva in collo; e questo fu

modo efficacissimo di supplicare.

137. Arrivarono poco dopo i messaggeri lacedemoni ed ateniesi, i

quali con tutto che molto ne richiedessero Admeto[116], egli non

consegnò loro Temistocle: anzi, sentendo che bramava di trasferirsi

al re, lo fece accompagnare per la via di terra all’altro lato del

mare[117] sino a Pidna città soggetta ad Alessandro[118]. Ivi trovata

una nave da carico pronta a far vela per la Ionia, imbarca; e dalla

tempesta fu spinto vicino al campo degli Ateniesi che era all’assedio

di Nasso. Nessuno di quei che erano nella nave lo conosceva; ma

costretto dal timore manifesta al piloto chi egli sia, e per qual

cagione si trovi esule: ed aggiunge che, se non lo salvasse, direbbe

agli Ateniesi lui medesimo essere quel che lo trafugava, corrotto

per denaro, nè vedere altra via di salvezza che vietar ad ognuno di

sbarcare, sino a che il mare non si abbonacciasse per ripigliare il

cammino: se ciò facesse, si sarebbe egli ricordato di lui conforme

meritava. Il piloto acchetovvisi, e dopo aver resistito alla tempesta

un giorno ed una notte, colla nave all’ancora, sopra il campo degli

Ateniesi, giunge finalmente ad Efeso; e da Temistocle fu presentato

con denaro pervenutogli per mezzo dei suoi amici da Atene e da Argo,

ove nascosamente lo aveva depositato. Avanzatosi poscia nell’interno

del paese con uno di quei persiani che abitavano le coste, scrive

una lettera al re Artaserse figliolo di Serse poco fa succeduto al

trono, in questo tenore. «Io Temistocle che più di tutti gli altri

Greci apportai danni alla tua casa, tutto quel tempo che fui astretto

a far fronte alle invasioni di tuo padre, ricorro ora a te. Nondimeno

benefizii assai maggiori feci a lui, da che io cominciai ad essere in

sicuro, ed egli in pericolo per la ritirata, e sono però creditore di

benefizio.» Ciò diceva perchè lo aveva per tempo fatto consapevole

che i Greci avevano risoluto di ritirarsi da Salamina, e perchè per

opra sua, come ingannevolmente si attribuiva, non era stato disfatto

il ponte[119]. «Ora poi perseguitato dai Greci a cagione della tua

amicizia, mi trovo qui avendo in mano di poterti moltissimo giovare.

Ma voglio prima soprassedere un anno, e poi dichiararti in persona il

motivo della mia venuta.»

138. Il re, come si dice, si maravigliò del proponimento di lui, e

gli permise di far così. Intanto nel tempo che si trattenne apprese

quanto potè di lingua persiana e di costumanze del paese; e passato

l’anno presentassi al re, appo il quale fu grande e tenuto in tanto

onore, quanto niun altro greco giammai, non solo per la dignità ond’era

innanzi fregiato, ma ancora per la speranza che in lui nutriva di

soggettargli la Grecia[120], e soprattutto perchè mostravasi uomo di

grande accorgimento. Aveva infatti Temistocle manifestato la forza

del suo ingegno nel modo il più evidente, e perciò meritava di esser

particolarmente ammirato sovra tutti. Conciossiachè col penetrativo

intelletto che aveva sortito dalla natura, e non già corredato di

anteriori studi o accresciuto da posteriori, discerneva ottimamente,

dopo brevissima deliberazione, quel che di presente abbisognava, e

benissimo conghietturava gli eventi nascosti nel più remoto avvenire.

Destro nel condurre a buon fine gli affari che avesse tramano, non

era però inabile a dar giudizio soddisfacente anche su quelli dei

quali non era perito; e benchè le cose fossero tuttora nella più

oscura incertezza, antivedeva egli stupendamente il meglio e il peggio

di quelle: e brevemente egli fu senza dubbio per forza d’ingegno

e per celerità di consiglio, l’uomo il più valente a dichiarare

all’improvviso ciò che meglio si confacesse alle varie occorrenze.

Finì per malattia i suoi giorni. Avvi chi dice essersi col veleno

procacciato spontaneamente la morte disperando potere adempiere le

promesse aveva fatte al re. Del resto si vede tuttora il suo monumento

nella piazza di Magnesia città dell’Asia conciossiachè egli governasse

cotesta provincia; avendogli il re dato[121] per il pane Magnesia,

che rendeva cinquanta talenti l’anno, per il vino Lampsaco tenuta

allora per la provincia più abbondante di tal prodotto, e Miunte

per il companatico[122]. I parenti di lui dicono le sue ossa essere

state trasportate in patria per comandamento di esso, e sepolte

nell’Attica senza saputa degli Ateniesi; avvegnachè non fosse permesso

seppellirvelo perchè cacciatone per tradimento[123]. Questo fine ebbero

Pausania lacedemone e Temistocle ateniese, i più celebri capitani greci

dei loro tempi.

139. Tali furono gli ordini dati dai Lacedemoni colla prima loro

ambasceria, e tali all’incontro quelli ricevuti circa al purgare

le contaminazioni. Andarono poi nuovamente ad Atene, richiedendo

ritirassero l’esercito da Potidea, e rilasciassero Egina in

libertà. Ma con maggior calore ed a più chiare note protestavano

non insorgerebbe guerra se annullassero il decreto fatto contro i

Megaresi, per cui questi venivano esclusi dai porti del dominio di

Atene e dal mercato dell’Attica. Gli Ateniesi non gli obbedirono in

nessuna delle altre cose, nè abolirono quel decreto; anzi accusavano

i Megaresi di coltivare la terra sacra e non iscompartita dai termini

di proprietà[124], e di ricettare i servi fuggitivi[125]. Vennero

finalmente da Sparta gli ultimi legati Ramfio, Melesippo ed Agesandro;

i quali, senza parlar punto di ciò che solevano per l’innanzi, si

ristrinsero a dire queste parole: «I Lacedemoni bramano la pace, e vi

sarà purchè voi lasciate i Greci nelle loro leggi.» Adunaronsi gli

Ateniesi e proposero il partito tra loro soli, ove fu risoluto doversi

dare la risposta, fatta una sola deliberazione che tutto comprendesse.

Molti furono quelli che parlarono, ma non concorrevano in una medesima

sentenza, opinando alcuni si facesse la guerra, altri si cassasse il

decreto piuttostochè permettere che fosse d’impedimento alla pace.

Allora fattosi avanti Pericle figliolo di Xantippo, personaggio il più

ragguardevole di quel tempo tra gli Ateniesi, bellissimo dicitore ed

il più esperto in trattar gli affari, propose i suoi avvertimenti in

questi termini.

140. «Ateniesi, io sono sempre fermo nel mio primo proposito di non

cedere ai Peloponnesi. E benchè io sappia che l’ardore concepito

dall’uomo all’invito di guerra, ei non lo mantiene ove si venga ai

fatti, e che cangia pensiero secondo gli avvenimenti; nulladimeno penso

dovervi dare anche adesso consigli somiglianti e non punto differenti

da quei d’allora. E prego quei tra voi che sieno per concorrere nella

mia sentenza (poniamo pur ci toccasse qualche sinistro), a sostenere

le risoluzioni prese in comune, e non appropriarsi il vanto di sagace

accorgimento se l’esito sarà felice. Poichè pur troppo addiviene che

i fortunevoli casi degli affari camminano per vie incomprensibili,

egualmente che le cogitazioni degli uomini: il perchè siamo usati

ad incolpar la fortuna per ogni strano accidente che ci sorprenda.

Ma i Lacedemoni mostravansi chiaramente anche di prima rivolti ad

insidiarci, ed ora più che mai. È detto negli accordi che, insorgendo

qualche differenza, si renda e si offra scambievolmente ragione,

e che da entrambi si ritengano i luoghi di che siamo in possesso:

tuttavia essi non han voluto mai chieder ragione, nè esibita da noi

accettarla. Vogliono che le querele si decidano colle armi piuttosto

che coi ragionari; e vengono qua oggimai non più facendo amichevoli

rimostranze, ma comandando imperiosamente. Ci ordinano di ritirarci

da Potidea, lasciare libera Egina, cassare il decreto dei Megaresi;

e questi ultimi venuti ci aggiungono di rilasciar nelle loro leggi

anche i Greci. Or nissuno di voi si faccia a credere di intraprender

la guerra per cosa di piccol momento, se noi non aboliremo il decreto

dei Megaresi. È questo un pretesto col quale vogliono principalmente

aonestarsi, dicendo che tolto quello di mezzo non vi sarà guerra. Nè

resti in voi ombra di rimorso, quasi che l’abbiate intrapresa per

lieve oggetto: perchè su cotesto lieve oggetto è fondata la riprova

sicura della fermezza dell’animo vostro. Se cederete a quei comandi,

incontanente ne avrete dei maggiori, dandosi essi a credere che per

timore obbedirete anche a questi; laddove persistendo nel vostro

rifiuto, insegnerete ad essi procedere con voi più alla pari.[126]

141. «Pertanto deliberate fino da questo momento o di obbedire prima

di essere offesi, o volendo noi far guerra, come io credo il meglio,

di non cedere a qualsivoglia costo, e diportarci da gente che sdegna

ritenere il suo con paura. Imperciocchè qualunque richiesta, piccola

o grande che sia, intimata da un eguale in suono di comando, innanzi

alla determinazione del giudizio, importa l’istesso che un vero

servaggio. Che poi non saremo inferiori quanto alle cose pertinenti

alla guerra e a tutti gli altri apparecchi onde siamo entrambi forniti,

ne andrete convinti, dopo averne udito da me il ragguaglio particolare.

I Peloponnesi lavorano da sè le loro terre, non hanno denaro nè

pubblico nè privato, nè pratica di guerre diuturne e marittime,

posciachè oppressi dall’indigenza muovonsi solamente le armi contro

loro stessi e per breve durata. Gente sì fatta non possono spedire al

di fuori nè navi armate nè soldatesche di terra, sostenute da nuove

leve, perchè ad un medesimo tempo dovrebbero allontanarsi dai loro

fondi, e spendere nondimeno del proprio, mentre sarebbero per noi anche

esclusi dal mare. Or le ricchezze che s’abbiano in avanzo, meglio delle

forzate contribuzioni sostengono le guerre: e la gente addetta alla

coltivazione delle terre, è più pronta a guerreggiare colla persona che

col denaro; perchè quanto alla persona sperano di scampar dal rischio,

ma nulla vi è che gli assicuri dal non consumare il denaro prima che

cessi la guerra, specialmente se ella si prolunghi, come è verosimile,

più che non credevano. Imperocchè sono certamente i Peloponnesi con gli

alleati in istato di resistere in una sola battaglia a tutti i Greci

insieme; non già a stare in guerra contro chi abbia apparati e regole

affatto diverse. Infatti non usa tra loro un solo corpo deliberante

per eseguir sollecitamente ciò che richiede il momento, ma essendo

tutti eguali nel diritto del suffragio, e divisi in varie popolazioni,

ciascuno si studia per il proprio vantaggio; e quindi deriva che nulla

si conduca a compimento. Vogliono alcuni al tutto vendetta d’un tale;

altri soffrire il minor danno possibile nelle loro terre; sono lenti a

radunarsi; spendono pochissimo tempo a deliberar delle cose pubbliche,

il più a brigarsi delle private; e ciascuno crede non esser per nuocere

la sua trascuratezza, sperando che altri si darà cura di ciò che ad

esser toccherebbe a prevedere, cosicchè con questa opinione comune a

tutti in particolare va in rovina, senza che alcuno se ne accorga,

l’universa Repubblica.

148. «Con tutto ciò l’impedimento maggiore sarà per loro la penuria

di denaro; essendochè la difficoltà di procacciarlo deve portare

indugio: ma le occasioni di guerra non vogliono indugi. Quanto poi

ai battifolli o alle flotte loro, ciò non è da temere. Poichè se la

edificazione di quelli riuscirebbe difficile anche in tempo di pace a

città di potenza pari alla nostra, quanto più sarà malagevole in paese

nemico; e mentre noi pure siamo non meno di loro afforzati? E se pur

faranno qualche propugnacolo, potranno danneggiare alcuna parte del

nostro suolo col fare scorrerie e col ricettare disertori: ma ciò non

basterà a circondarci di mura, ad impedirci di navigare contro il loro

territorio, per prenderne vendetta colla flotta, in che siamo potenti.

Conciossiachè giova più a noi l’esperienza di mare per combattere

in terra, che non a loro quella di terra per combattere in mare. Nè

potranno alla perizia delle guerre terrestri aggiugnere facilmente

quella delle marittime; giacchè nè pur voi che sino dal tempo del

Medo vi ci siete sperimentati, perveniste peranche alla perfezione.

E come mai gente usata a coltivare il terreno, e senza cognizione di

marina, e di più nell’impossibilità di esercitarvisi, perchè sempre

minacciata dalle nostre numerose flotte, come mai, io dico, potrà

riuscire a qualche dignitosa impresa? Si arrischieranno forse contro

poche navi che gli bloccassero, rendendo audace la loro imperizia colla

moltitudine? ebbene; stretti da molte, dovranno ristarsi, cosicchè non

esercitandosi, saranno più imperiti e perciò più lenti. Or la perizia

marittima è un mestiere come qualunque altro, nè può impararsi con

accidentale esercizio o come per soprappiù, ma piuttosto nissun’altra

cosa può andarle congiunta come per appendice.

143. «Se poi toccheranno il denaro d’Olimpia o di Delfo, e tenteranno

di sviare da noi con maggior soldo i nostri marinari forestieri,

sarebbe una vergogna che montando sulle navi noi stessi in un con

gli stanziati in Atene, non fossimo da tanto per far loro fronte. Ma

ciò siamo in grado di fare, e (che più di tutto rileva) abbiamo tra

i nostri stessi cittadini piloti e ciurme più numerose ed esperte di

quello che non ha tutto il rimanente di Grecia. Nè alcuno dei nostri

soldati esterni vorrà (dovendo in ogni modo esporsi al pericolo)

prendere le armi coi Peloponnesi per pochi giorni di maggior soldo, e

trovarsi per ciò cacciato di patria e a combattere per essi, presso

i quali sono più piccole le speranze. Tali appunto o press’appoco

mi sembrano essere le cose dei Peloponnesi; laddove il nostro stato

scevro dai difetti notati in essi, parmi avere altri vantaggi, grandi

senza paragone. E se essi verranno contro il nostro territorio con

eserciti terrestri, noi navigheremo contro il loro: nè il guasto di

qualche parte del Peloponneso sarà allora da agguagliarsi a quello

anche di tutta l’Attica. Imperocchè i Peloponnesi senza combattere,

non troveranno altre terre da prendere in cambio delle perdute,

mentre noi molte ne abbiamo nelle isole, molte in terraferma. Gran

vantaggio è l’impero del mare; consideratelo da voi stessi. Ed infatti

se noi fossimo isolani, chi più inespugnabile di noi? Questo è

adunque il momento di avvicinarsi il più possibile col pensiero allo

stato di isolani, lasciare in abbandono la campagna colle sue case,

contentandovi di tener guardato il mare e la città; e senza adirarvi

coi Peloponnesi per la perdita di quelle, non venire a battaglia con

essi che sono in tanto maggior numero di voi. Perocchè vincendo,

ci troveremo di nuovo a combatterli non punto diminuiti di numero;

perdendo, si aggiugnerà per noi anche la perdita degli alleati, nerbo

principale delle nostre forze: i quali al vederci ridotti inabili a

marciar contro di loro, non istaranno più all’obbedienza. Ah! serbiamo

i nostri pianti per le persone in vece che per le ville e per le

campagne, avvegnachè non queste degli uomini, ma sì bene gli uomini

sono di quelle i possessori. Che s’io credessi che fosse seguito il

mio consiglio, vi conforterei ad uscire a devastarle da voi stessi; e

mostrare ai Peloponnesi, che per risparmiar quelle non avrete mai la

viltà di obbedirli.

144. «Molte altre cose avrei a dirvi le quali ci affidano della

vittoria, purchè non cerchiate di aumentar l’impero durante la guerra,

nè vogliate sopraccaricarvi di volontari pericoli, giacchè più degli

stratagemmi del nemico io temo dei nostri sbagli. Ma tali cose vi

saranno da me dichiarate altra fiata, quando elle saranno appoggiate

ai fatti. Per ora congediamo questi ambasciatori rispondendo —

permetteremo ai Megaresi di frequentare il mercato e i porti nostri,

solo che anche i Lacedemoni nel bando dei forestieri non comprendano nè

noi nè i nostri alleati, due punti che non hanno divieto nei capitoli.

Lasceremo libere le città se libere le ritenevamo al tempo degli

accordi, e purchè anche i Lacedemoni concedano ad esse di governarsi

conforme alle proprie leggi e secondo il piacimento di ciascuna, e non

conforme al vantaggio di Sparta. Noi siamo pronti a render ragione per

via giuridica secondo che è detto negli accordi: non saremo i primi

a muovere la guerra, ma sapremo rispingere chi la incominci. — Tale

è la risposta che richiede la giustizia ed il decoro della nostra

Repubblica; ma siate convinti che la guerra è inevitabile: che se la

imprenderemo di buona voglia, troveremo i nemici meno ostinati: e

che dai più grandi pericoli risultano alle città ed ai privati i più

splendidi onori. E se i padri nostri, i quali resisterono al Medo

mossisi con forze non così grandi, e dopo aver abbandonato ciò che

avevano, per consiglio più che per fortuna, e per ardimento superiore

alle loro forze, non solo rispinsero il barbaro, ma ancora avanzarono

lo stato a tanto alto segno; noi non dobbiamo mostrarci da meno di

loro, ma a qualunque patto resistere al nemico, ed adoprarci al

possibile per non trasmettere ai posteri lo stato diminuito in nulla

della sua grandezza.»

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 10 / 35 段