Orcomeno e Cheronea ed alcune altre terre della Beozia, gli Ateniesi
condotti da Tolmida figliolo di Tolmeo con mille dei loro soldati di
grave armatura e con quanti alleati poterono, andarono ad oste contro
cotesti luoghi divenuti loro nemici, espugnarono Cheronea, ne misero in
servitù i cittadini, e lasciatovi presidio levarono il campo. Ma come
marciando furono pervenuti presso Coronea, i banditi Beozii ed Eubeesi
con quanti erano della medesima fazione, e con essi i Locresi, usciti
da Orcomeno gli assaltano; gli Ateniesi, vincitori nella battaglia
parte ne uccisero, parte ne fecero prigionieri; i quali fatta tregua
a condizione di riavere i prigionieri, abbandonarono interamente la
Beozia. Così i fuorusciti Beozii con tutti gli altri tornarono alla
patria e racquistarono libertà.
114. Non molto dopo, l’Eubea si ribellò agli Ateniesi; contro la
quale passato Pericle con l’armata ateniese ebbe nuova che Megara era
in sommossa, e i Peloponnesi in procinto d’invadere l’Attica e la
guarnigione ateniese, salvo quei che erano rifuggiti a Nisea, trucidata
dai Megaresi; i quali prima di ribellarsi avevano tratto nella loro
parte i Corintii, i Sicionesi e gli Epidaurii. Pericle adunque senza
perder tempo ricondusse via l’armata dall’Eubea. Al suo ritorno i
Peloponnesi condotti da Pausania[92] re dei Lacedemoni corsero l’Attica
sino ad Eleusi e Trio[93] e la guastarono; e senza procedere più
oltre tornarono a casa[94]. Allora gli Ateniesi sotto il comando di
Pericle ripassarono nell’Eubea, la soggiogarono tutta, e cacciati i
soli Estiesi, le terre dei quali ritennero per sè, acconciarono per
capitolazione lo stato delle altre parti.
115. Tornati dall’Eubea fecero poco dopo la tregua dei trent’anni coi
Lacedemoni e cogli alleati, restituendo ad essi Nisea, Acaia, Pege
e Trezene che per loro si tenevano. Sei anni dopo nacque per conto
di Priene guerra tra i Samii ed i Milesii: questi sopraffatti nella
guerra medesima ebbero ricorso ad Atene, ove accusavano i Samii,
porgendo anche loro favore alcuni dei Samii stessi che aspiravano a
cangiamento di governo. Gli Ateniesi adunque navigarono a Samo con
quaranta navi, ordinaronvi il governo popolare, presero in ostaggio
dai Samii cinquanta fanciulli ed altrettanti uomini che depositarono a
Lemno, e lasciato presidio a Samo partirono. Ma alcuni dei Samii che
non avevano potuto sopportar ciò, ed erano scapolati in terraferma,
fecero conspirazione con i più potenti rimasti in città, e con Pissutne
figliolo d’Istaspe, allora governatore di Sardi; e raccolti circa
settecento soldati ausiliari, sul far della notte tragittarono in Samo.
Assaltarono primieramente i popolani e ne presero la maggior parte:
dipoi tolsero via i loro ostaggi da Lemno, ribellaronsi ad Atene,
consegnarono a Pissutne la guarnigione ateniese con i capitani restati
presso di loro, e tosto apparecchiavansi a portar le armi contro
Mileto, essendosi con essi uniti alla ribellione anche i Bizantini.
116. Come gli Ateniesi seppero ciò fecero vela per Samo con sessanta
navi, sedici delle quali non furono adoperate in questa impresa, perchè
parte andarono in Caria osservando la flotta fenicia, parte in giro a
Chio ed a Lesbo intimando i soccorsi. Pertanto colle quarantaquattro
rimaste, sotto la condotta di Pericle e di altri nove capitani[95],
combatterono presso l’isola di Tragia[96] contro settanta navi dei
Samii, che tutte ritornavano da Mileto e venti delle quali servirono a
trasportare le soldatesche; e la vittoria fu degli Ateniesi. I quali,
essendo giunte in loro aiuto quaranta navi da Atene e venticinque da
Chio e da Lesbo, sbarcarono a terra; e vincitori in battaglia terrestre
cinsero la città di tre mura, tenendola nell’istesso tempo assediata
dalla parte di mare. Dipoi Pericle tolse seco sessanta delle navi che
ivi stavano sull’ancora, ed andò speditamente a Cauno e in Caria,
ricevuto avviso che la flotta fenicia si avanzava contro di loro: tanto
più che da Samo Stesagora ed altri erano con cinque navi andati ad
incontrarla.
117. Colsero i Samii questa occasione per uscire improvvisamente dal
porto; assaltarono il campo nemico non ordinato a difesa; disfecero
le navi dell’antiguardia ed azzuffatisi con quelle che si avanzavano
incontro ne riportarono vittoria, e restarono padroni del mare
circonvicino circa quattordici giorni, introducendo e mandando fuori
ciò che volevano[97]: sino a che tornato Pericle furono nuovamente
serrati dalle navi. Giunse poscia da Atene nuovo rinforzo di quaranta
navi condotte da Tucidide[98], da Agnone e da Formione; ed altre
venti poi condotte da Tlepolemo ed Anticle, con più trenta da Chio
e da Lesbo. Diedero i Samii una debole battaglia navale, ma non
potendo più resistere nel nono mese caddero in potestà degli Ateniesi,
rendendosi a patti di demolir le mura, dare ostaggi, consegnare le navi
e rimborsarli a rate delle spese occorse nella guerra[99]. Anche i
Bizantini accordaronsi di rimaner come prima sudditi degli Ateniesi.
118. Pochi anni dipoi le cose narrate, avvennero i fatti per me
dichiarati di Corfù e di Potidea, e quanti altri frattanto diedero
materia a questa guerra. Tutto ciò che fecero i Greci tra loro o contro
il barbaro, accadde nello spazio di cinquant’anni che fu tramezzo
alla ritirata di Serse ed al cominciamento di questa guerra; nel
corso dei quali anni gli Ateniesi consolidarono viemaggiormente il
loro imperio; e grandemente avanzarono il loro potere. Sapevanselo i
Lacedemoni, ma lenti essendo anche di prima ad entrare in guerra, se
non vi fossero astretti, e di più impediti dalle domestiche contese,
non vi si opponevano per nessun modo, salvo che in qualche caso per
breve durata, mentre che il più del tempo stavano inoperosi. Ma alla
fine come videro la potenza degli Ateniesi manifestamente innalzarsi
ed essere inquietati i loro stessi alleati, allora giudicarono non
esser più da tollerare; doversi anzi con ogni studio andar contro,
e se possibil fosse abbattere la grandezza ateniese coll’imprendere
questa guerra. Per lo che non solamente per proprio avviso i Lacedemoni
decisero violata la tregua dagli Ateniesi, ma spedirono ancora a Delfo,
domandando l’oracolo se movendo la guerra capiterebbero a buon fine.
Raccontasi l’oracolo rispondesse che intraprendendola con tutte le
forze sarebbero vincitori[100], e che egli, richiesto o no, porgerebbe
loro soccorso[101].
119. Pertanto invitarono nuovamente i confederati e vollero si
rimandasse a partito la deliberazione di guerra. Andaronvi gli
ambasciatori di tutta la lega, e tenutasi adunanza ciascuno espose
il parer suo, accusando generalmente gli Ateniesi, e giudicando
doversi far guerra. Ed i Corintii i quali, pel timore che Potidea
fosse rovinata innanzi la decisione, avevano già pregato i legati di
ciascheduna città a dare il voto per la guerra, essendo anche allora
presenti, si fecero avanti gli ultimi e parlarono così.
120. «Valorosi alleati, noi non avremo più a dolerci che non abbiano
anche gli stessi Lacedemoni decretato la guerra; mentre per questo
appunto ci hanno ora congregati. E di vero chi presiede deve mantenere
l’egualità nel governamento dei suoi affari privati, ma essere il primo
a travagliarsi nei comuni, in quella guisa medesima che nell’altre cose
è avuto in onoranza sopra tutti. A quanti poi sono tra noi che hanno
avuto che fare con gli Ateniesi, non fa bisogno di ammaestramenti per
imparare a guardarsene; ma a quei che abitano più di lungi dal mare,
e non sulle coste, fa bisogno sapere che, ove non soccorrano le terre
marittime, si renderà loro più difficile il trasportare alla marina
i frutti delle diverse stagioni, come all’incontro il ricevere in
compensazione dagli altri ciò che il mare porge alla terraferma. Per
lo che non hanno ad essere cattivi giudicatori delle cose ora proposte
quasi che per nulla loro appartengano; ma debbono aspettarsi che
abbandonando le terre marittime verrà anche sovr’essi il flagello; e
comprendere che non meno dell’altrui si tratta ora della loro utilità;
motivo per cui non vuolsi da loro indugiare ad appigliarsi alla guerra
più presto che alla pace. Conciossiachè è proprio degli uomini discreti
lo star tranquilli se non sieno offesi; dei generosi passar dalla pace
alla guerra se sieno ingiuriati; e se gli assista la fortuna, dalla
guerra tornar nuovamente in pace senza insuperbire pel buono successo
delle loro armi; nè per godere di pacifico riposo lasciarsi sopraffar
dagli oltraggi. Chi per quel godimento anneghittisce, andrà ben presto
privo del diletto della sua negghienza, per lo cui amore poltrisce: chi
pei felici successi della guerra va più là del dovere, si lascia, senza
accorgersene, gonfiare da audacia mal sicura. Imperocchè molti sono i
disegni mal concepiti che hanno retto incontro a nemici poco avveduti;
ma sono anche più quelli i quali, tutto che sembrassero saviamente
discorsi, nondimeno hanno sortito vergognoso riuscimento. Perchè la
fiducia che si ha nel concepire i disegni non ci accompagna egualmente
nell’eseguirli: anzi nel concepirli ci anima il pensiero di sicurezza,
dove il timore ci snerva nell’eseguirli.
121. «Ora noi, con assai giusti titoli di querelarci pei nostri
violati diritti, suscitiamo la guerra, ed a tempo la cesseremo, quando
avremo preso vendetta degli Ateniesi. Per molte ragioni poi hassi
a credere che saremo vincitori: primieramente perchè superiori nel
numero e nella pratica della guerra, dipoi perchè tutti vi andiamo
egualmente pronti agli ordini dei comandanti. E la flotta in che essi
sono forti l’allestiremo con gli averi particolari di ciascuno, e col
denaro depositato a Delfo e ad Olimpia[102]. Perocchè, prendendolo in
prestanza, siamo in grado di cavar loro di sotto, coll’allettamento di
maggior soldo, le ciurme forestiere, giacchè le forze degli Ateniesi
piuttosto che cosa loro propria sono prezzolate; dove alle nostre, il
cui vigore è fondato sulle persone non sul denaro, non abbiamo punto
a temere che ciò addivenga. Probabilmente saranno essi spacciati con
una sola vittoria navale: se poi resisteranno, noi avremo più tempo
per esercitarci sulla marina; e quando la nostra perizia agguaglierà
la loro, saremo indubitatamente superiori almeno per il coraggio,
pregio tutto nostro, a cui procacciare non valgono insegnamenti;
laddove la maggioranza della perizia loro noi possiamo torla di mezzo
coll’esercizio. Denaro ne contribuiremo tanto da averne a sufficienza
per fornire le flotte, altrimenti sarebbe una indegnità che laddove
gli alleati degli Ateniesi non rifiutino di pagare imposte per il loro
servaggio, noi non volessimo spendere per procurarci salvezza colla
vendetta dei nemici, e per non vedere stromento delle nostre sciagure
quelle stesse ricchezze, delle quali verremmo da loro spogliati.
122. «Abbiamo inoltre altre vie per far la guerra; la ribellione
degli alleati, mezzo il più efficace per diminuirne le rendite in cui
consiste il loro potere, l’edificazione di forti che ne minaccino il
territorio e tutte le altre cose che ora non si potrebbero prevedere.
Conciossiachè la guerra non procede per le vie che sieno esposte in
un’arringa, ma di per sè stessa procura la maggior parte dei compensi
secondo le occorrenze: nelle quali, chi la amministra, se si mantenga
padrone della propria collera è più sicuro di sostenersi; mentre chi si
lascia condurre dallo sdegno suole ricevere gran crollo. Pur nondimeno
consideriamo che se ciascuno di noi avesse contesa pei confini del
territorio con nemici di forza eguale, ciò potrebbe tollerarsi: ma nel
caso presente, gli Ateniesi forti abbastanza contro noi tutti insieme,
lo sarebbero molto più di fronte ad ogni particolar città; così che
se popolo per popolo e città per città non ci uniremo concordemente a
difenderci, ci soggiogheranno senza fatica, appunto perchè divisi. E
la nostra disfatta (tutto che terribile a rammentare) sappiate dover
sicuramente portare non altro che il servaggio, e far sì che molte
città sieno soggette ad una sola: avvilimento, la cui sola dubitazione
in parlandone è un’infamia pel Peloponneso. Allora o parrebbe meritata
la nostra sciagura, o che per codardia la sopportiamo, degeneranti in
ciò da’ padri nostri che diedero libertà alla Grecia, dove noi non
sappiamo mantenerla nemmeno per noi stessi: anzi permettiamo che una
sola città ci ponga da tiranna i piè sul collo, mentre pretendiamo
sterminare i tiranni che ad una sola comandino. E non ci accorgiamo
che così procedendo non andiamo esenti da uno di questi tre grandi
vituperi, o imprudenza, o dappocaggine, o trascuranza. Nè, stimando
di sfuggire coteste tacce, vogliate ricorrere a chiamar ciò dignitosa
noncuranza dei nemici, la quale per aver già causato la rovina di molti
ha cambiato il suo nome con quello di inconsideratezza.
123. «Ma a che prolungare i rammarichi sul passato più di quel che
richiede l’utilità del presente? Dobbiamo piuttosto applicar le
nostre fatiche ai disordini che possono avvenire, soccorrendo le cose
presenti. Ciò richiede il vostro patrio costume di procacciarvi virtù
colle fatiche, e non dovete dipartirvene tutto che cresciuti alcun poco
in ricchezza e potenza; perchè dritta cosa non è perdere nell’opulenza
i pregi acquistati nella povertà. Dovete anzi correre pieni d’ardire
alla guerra, tante essendo le cagioni che vi ci spingono, e la risposta
del Nume che vi promette soccorso, e tutto il resto della Grecia, che o
per paura o per proprio vantaggio è pronta a sostenervi. Nè sarete voi
i primi a rompere gli accordi: il Nume stesso, ordinando la guerra, li
reputa violati; e perchè violati voi ne sarete piuttosto i difensori:
imperocchè non trasgredisce gli accordi chi rispinge l’assalitore, ma
chi incomincia le ostilità.
124. «Laonde essendo da ogni lato di vostro decoro la guerra,
ed essendone richiesti da noi per comune consentimento, ove sia
indubitabile che ella arrechi vantaggio a tutte le città ed a ciascun
cittadino, non tardate a soccorrere i Potideati, gente dorica,
assediata ora dagli Ionii (in contrario di ciò che prima avveniva) e a
rivendicare così l’altrui libertà. Poichè non è oggimai più da soffrire
che pel nostro indugio alcuni sieno già sotto il flagello, ed altri
s’abbiano in breve a trovare nel caso stesso qualora, a malgrado di
questa nostra adunanza, gli Ateniesi conoscano non bastarci la vista
di opporci a loro. Ma credendovi astretti, o valorosi alleati, dalla
necessità, e stimando questo nostro consiglio il migliore, decretate la
guerra, non scoraggiandovi per i mali del momento, ed innamorando di
quella pace che più durevole ne conseguiterà. Essendochè per la guerra
viemaggiormente si conferma la pace, dove ischifar la guerra per amor
di tranquillità non è per egual modo senza pericolo. E reputando che la
città innalzatasi a tiranna della Grecia abbia esteso la sua tirannia
su tutti i Greci egualmente, cosicchè sovra alcuni abbia omai impero, e
su gli altri aspiri ad averlo, corriamole incontro per abbatterla, per
vivere noi stessi in avvenire senza pericolo, e per ritornare a libertà
i Greci tenuti ora in servaggio.» Così parlarono i Corintii.
125. I Lacedemoni udito il parere di tutti proposero il partito a
quanti alleati erano presenti, incominciando per ordine dalla più
potente fino alla più piccola città. La maggior parte dei voti furono
per la guerra: ma nonostante che avessero così decretato, non potendo,
sprovveduti com’erano, intraprenderla subito, risolsero che ciascuno
allestisse prontamente il bisognevole; pure consumarono quasi un anno
nell’ordinare il necessario apparecchio, prima di invader l’Attica e
muovere apertamente la guerra.
126. Mandavano infrattanto legati ad Atene facendo le loro doglianze,
per avere, se non fossero uditi, il più ragionevol pretesto di
muovere le armi. Colla prima ambasciata i Lacedemoni commettevano
agli Ateniesi, purgassero la sacrilega contaminazione di Minerva,
che consisteva in questo. V’era un tal Cilone ateniese nobile di
antico lignaggio e potente, stato vincitore nei giuochi olimpici, che
aveva in moglie una figliola di Teagene megarese, tiranno allora di
Megara. Consultando egli l’oracolo di Delfo, ebbe in risposta dal Nume
che nella gran festa di Giove occupasse la rocca d’Atene. Pertanto
egli oltre gli amici che aveva indotti a secondarlo ottenne gente
da Teagene, e celebrandosi le feste olimpiche del Peloponneso[103]
occupò la rocca per farsi tiranno, credendo che quella fosse la gran
festa di Giove, e che in qualche modo lo riguardasse come vincitore
nei giuochi olimpici. Ma se nella risposta s’intendesse la gran festa
dell’Attica o di altro luogo, nè egli lo aveva osservato nè l’oracolo
lo dichiarava. Ed invero anche gli Ateniesi hanno fuori della città le
Diasie, dette la gran festa di Giove Melichio[104], nella quale molti
del popolo di ogni condizione sacrificano non vittime di animali, ma
figure di pasta secondo l’usanza del paese. Pure avvisando egli di bene
intendere la risposta, tentò impresa. Gli Ateniesi n’ebbero sentore;
e corsi in folla dalle campagne contro di quelli, si fermarono presso
la rocca e gli assediavano. Ma prolungandosi il tempo, gli Ateniesi
logorati dall’assedio per la maggior parte se ne andarono, dando intera
facoltà ai nove arconti di ordinare le cose nel miglior modo potevano,
sì per la guardia che per il rimanente, perocchè allora il più delle
cose pertinenti al civile governamento si amministrava per i nove
arconti. Gli assediati con Cilone si trovavano in cattivo stato per
carestia di vettovaglia e d’acqua. Cilone e il suo fratello riescono
a fuggire, e gli altri ridotti a strettezze tali che alcuni morivano
di fame, si assidono supplichevoli presso l’altare della rocca. Quelli
cui dagli Ateniesi era stata affidata la cura di guardarli, vedendoli
andar morendo nel luogo sacro li fecero alzare, promettendo non far
loro alcun male. Ma appena gli ebbero condotti fuori, gli uccisero,
e nel procedere oltre trucidarono anche alcuni che sedevano presso
gli altari delle Eumenidi. In conseguenza di questo fatto, essi e
la loro discendenza erano chiamati i sacrileghi oltraggiatori della
Dea. Pertanto gli Ateniesi li avevano cacciati via dalla città; e
nuovamente gli cacciò Cleomene re di Sparta sostenuto dagli Ateniesi
venuti in sedizione tra loro[105]: nè solamente bandirono i vivi, ma
dissotterrarono e gettarono fuori delle loro terre le ossa dei morti.
Pure quei banditi vi ritornarono dipoi, e si trova tuttora in città la
loro schiatta.
127. Questa era la contaminazione che i Lacedemoni ordinavano si
espiasse, principalmente, sotto colore di vendicare l’ingiuria fatta
agli Dei; ma in sostanza perchè, sapendo esser Pericle attenente a
quella schiatta dal lato di madre, avvisavano dover anch’egli esser
bandito, ed essi così riuscire più facilmente in ciò che richiedevano
agli Ateniesi. Nè tanto speravano che ciò gli sarebbe avvenuto, quanto
di screditarlo presso la città, la quale per quella sua infausta
attenenza lo accagionerebbe in parte della guerra che insorgerebbe.
Perciocchè essendo il più potente del suo tempo, e guidando egli la
cosa pubblica si opponeva al tutto ai Lacedemoni, e non permetteva che
gli Ateniesi cedessero, anzi incitava alla guerra.
128. Medesimamente gli Ateniesi commettevano ai Lacedemoni che
purgassero la contaminazione di Tenaro. Conciossiachè i Lacedemoni
avevano una volta fatto sorgere dal tempio di Nettuno a Tenaro alcuni
Iloti supplichevoli, e appena condotti fuori gli trucidarono; per lo
che credono essere avvenuto il gran terremoto di Sparta. Ordinavano
altresì che purgassero la contaminazione di Minerva Calcieca[106]
che in ciò consisteva. Pausania lacedemone richiamato dagli Spartani
la prima volta dal governo dell’Ellesponto, benchè fatto il processo
restasse assoluto come innocente, non vi fu più spedito per pubblica
autorità: nondimeno egli di proprio suo arbitrio, senza il comando dei
Lacedemoni, presa la trireme Ermionide, va nell’Ellesponto per dar
opera, ei diceva, alla guerra di Grecia, ma in effetto per compiere i
suoi trattati col re, conforme aveva innanzi tentato: perchè aspirava
all’impero della Grecia. Si era egli dapprima conciliato l’animo del re
con tale benefizio con cui diede principio a questa pratica. Dopo il
suo ritorno da Cipro, espugnata al primo presentarsi Bizanzio, occupata
dai Medi e da alcuni di attenenza e parentela col re, i quali furono
fatti prigionieri, egli, senza saputa degli altri alleati, gli rimanda
al re, dando voce essere eglino fuggiti. In ciò si adoperò con esso lui
Gongilo eretriense, al quale aveva commesso la guardia di Bizanzio e
dei prigioni. Spedì poi Gongilo recando lettera al re, ove, come poi
si trovò, erano scritte queste parole. «Pausania capitano di Sparta
volendo farti cosa grata ti rimanda questa gente sua prigioniera di
guerra. È mia intenzione, ove ti piaccia, di prendere in isposa tua
figlia[107] ed assoggettarti Sparta e tutto il rimanente di Grecia.
Credo, qualora tu cooperi meco, aver forze bastevoli a mandar ciò ad
effetto. Se dunque punto gradisci le mie offerte manda alla marina
persona fidata, per cui mezzo continoveremo in avvenire i nostri
trattati.» Di tanta importanza era quello scritto.
120. Serse ne ebbe allegrezza, e manda Artabazzo figliolo di Farnaco
sulla costa con ordine di succedere nella satrapia di Dascilite,
congedandone Megabate che prima la governava. Gl’impose ancora
ricapitasse sollecitamente a Pausania in Bizanzio la lettera di
risposta; gli mostrasse il suo sigillo e si adoperasse colla massima
accuratezza e fedeltà secondo gli avvertimenti di Pausania concernenti
gli affari suoi. Artabazzo al suo arrivo eseguì gli ordini ricevuti,
e spedì la lettera, ove era scritta questa risposta. «Così replica il
re Serse a Pausania: Non solamente per la gente che d’oltre mare salva
m’hai rimandata da Bizanzio la tua beneficenza resterà eternamente
scritta in seno di mia famiglia[108], ma ho ancora gradito le tue
profferte. Nè notte nè giorno ti impedisca sì che rallenti la premura
di compiere alcuna delle promesse tue. Non sia di ostacolo spesa d’oro
o d’argento, nè quantità di soldatesca ovunque possa abbisognarti. Ma
d’accordo col fido Artabazzo che ti ho spedito, tratta animosamente gli
affari miei e tuoi, nel modo il più decoroso ed utile per tutt’e due.»
130. Pausania, che per essere stato comandante a Platea era avuto anche
di prima appresso i Greci in grandissima estimazione, allora tanto più
insuperbì, nè sapeva più vivere dentro ai termini delle costumanze
spartane: anzi diportandosi fuori di Bizanzio vestiva alla foggia dei
Medi, e viaggiando per la Tracia lo corteggiavano guardie di Medi ed
Egiziani armati di asta. Si faceva imbandir la mensa alla persesca, nè
più sapeva contenere le sue intenzioni: e nei fatti stessi di minor
conto mostrava sino d’allora la grandezza dei suoi disegni che a suo
tempo meditava di effettuare. Erasi resa cosa difficile avere accesso
a lui, usando egli con tutti indistintamente maniere così strane che
nissuno poteva comparirgli innanzi; ciò che mosse sopra tutto gli
alleati ad accostarsi a parte ateniese.
131. Era ciò pervenuto a notizia dei Lacedemoni, e però lo richiamarono
la prima volta. Ma da che, imbarcatosi la seconda volta senza loro
ordine sulla nave Ermionide, ebbe fatto chiaramente conoscere tali
essere le sue intenzioni; e da che, astretto ad uscir di Bizanzio
assediata dagli Ateniesi, non tornava altrimenti a Sparta, ed era
giunta la nuova avere egli preso stanza a Colone città della Troade
(ove si tratteneva per cagione non buona, ma per continovare le sue
pratiche coi barbari), allora daddovero stimarono non essere più da
tollerare: e gli efori spedirono un araldo colla scitala, intimandogli
di non restare indietro all’araldo stesso[109], altrimenti fin d’allora
gli Spartani gli dichiaravano guerra. Volendo egli divenir sospetto il
meno poteva, e confidando di dissipare col denaro le imputazioni, tornò
di nuovo a Sparta, ove fu messo in carcere dagli efori, i quali hanno
facoltà di trattare così anche il re[110]. Quindi finalmente uscito
per via di maneggi, presentossi in giudizio per dar discarico di sè a
chiunque volesse intentare accuse contro di lui.