71. «E nondimeno con a fronte una città di tal fatta, voi, o

Lacedemoni, temporeggiate, e credete che tranquillità lungamente non

duri presso que’ popoli i quali, tuttochè coi loro apparecchi di guerra

non oltrepassino i termini del dovere, pure chiaramente dimostrano

che non patiranno d’essere offesi: anzi ponete l’equilibrio politico

nel non molestare gli altri, e nel non sopportare danni in caso di

rispingerli; ciò che potreste appena conseguire se aveste a confine

una Repubblica che a questa vostra rassomigliasse. Ma oggimai, come

abbiamo testè dimostrato, le vostre maniere dirimpetto agli Ateniesi

sono di usanza antica: ora è forza, siccome avviene nelle arti, che a

mano a mano la vinca il costume più recente[50]. E per città tranquilla

ottime sono costumanze invariabili: ma in quella ove sia necessario

andare incontro a molti pericoli, abbisognano anche molti nuovi

artificii. Però lo stato degli Ateniesi esercitato in molte prove, si è

più rinnovato del vostro. Qui dunque finisca la vostra lentezza: anzi

adesso, conforme lo avete promesso, soccorrete gli altri ed anche i

Potideati assaltando prontamente l’Attica, per non abbandonare a’ più

fieri nemici gente vostra amica, e del medesimo sangue[51], e non far

sì che noi altri per lo scoraggiamento ci rivolgiamo ad altra lega. Lo

che facendo non commetteremmo ingiustizia veruna, nè in faccia agli Dei

invocati nei giuramenti, nè in faccia agli uomini di senno: perchè non

rompono i patti quei che abbandonati si accostano ad altri, ma coloro

che non aiutano quelli coi quali giurarono alleanza. Nulladimeno se

vorrete darvene cura resteremo uniti con voi; conciossiachè mutando

parte, nè opereremmo onestamente, nè troveremmo altrove maggior

conformità di costumi: però risolvete bene, e date opera che non

vi tocchi a governare il Peloponneso più angusto di quel che ve lo

consegnarono i padri.»

72. Queste furono le parole dei Corintii; e gli ambasciatori Ateniesi,

che per altre occorrenze per avventura si trovavano di prima a Sparta,

inteso che ebbero ciò, risolvettero di presentarsi ai Lacedemoni, non

per purgar le imputazioni date loro dalle città, bensì per dichiarare

che sull’insieme delle cose non doveano risolvere sì tostamente,

ma riflettervi più luogo tempo: volevano altresì esporre, quanto

grande fosse la potenza della loro Repubblica, rammemorando ai più

vecchi fatti che non ignoravano, e raccontandoli ai giovani che non

li sapevano. Giudicavano essi che per le loro parole si volgerebbero

più presto al partito della pace che della guerra. Rappresentaronsi

adunque ai Lacedemoni, e dissero volere essi pure, qualora non ve ne

fosse divieto, parlare all’assemblea; e avuta permissione di entrare,

parlarono così.

73. «Noi non fummo certamente inviati qua per venire in contradittorio

coi nostri alleati, ma per altre commissioni avute dalla patria:

nondimeno informati dei tanti rabbuffi che si fanno contro di noi,

ci siamo presentati, non per rispondere alle imputazioni delle città

(perciocchè si tratterebbe dinanzi a voi, che giudici non siete,

nè di noi nè di loro), ma per non lasciarvi, stando a detta degli

alleati, prendere troppo facilmente mala risoluzione sopra affari

importantissimi. E medesimamente, riandando tutto il parlato contro

noi, vogliamo chiarirvi che ben ci sta quel che abbiamo, e che la

nostra Repubblica merita tutta la considerazione. Quanto a’ fatti più

antichi attestati dalla tradizione, più tosto che visti dagli occhi

di chi ci ascolterà, nulla monterebbe il parlarne: ma delle imprese

contro il Medo, e delle altre a voi pure ben note, è indispensabile

ragionare, a patto anche di riescir troppo molesti, perchè ad ogni

occasione le produciamo. Conciossiachè nelle nostre opere di allora i

pericoli furono pel comun bene: del quale siccome voi partecipaste di

fatto, così dal farne parola, ove utile ci sia, noi non vogliamo essere

interamente esclusi. Nè già favelleremo per nostra discolpa, ma solo

per testimoniare e dichiarare con qual città vi toccherà a combattere,

se saggiamente non risolverete. Imperocchè ci diamo vanto di esserci

soli fatti innanzi a Maratona per sostenere il cimento contro il

barbaro: di poi nella seconda sua venuta, trovandoci insufficienti a

respingerlo per terra, montammo tutti d’accordo sulle navi, e venimmo

con esso lui a battaglia navale a Salamina; lo che valse a impedire che

egli non devastasse il Peloponneso, investendone colla flotta ad una

ad una le città, troppo deboli per soccorrersi scambievolmente contro

il gran numero delle sue navi. Egli stesso ne diede poi la più chiara

riprova; perocchè vinto dalla nostra flotta, credendo non aver omai

forze eguali alle nostre, si ritirò prestamente colla maggior parte

dell’armata.

74. «Ora in quel fatto sì stupendo, ove chiaro mostrossi che l’esser

de’ Greci consisteva nelle navi, tre cose offrimmo le più conducevoli

a lieto riuscimento: cioè, numerosissimo naviglio, capitano

prudentissimo, deciso coraggio: delle quattrocento navi, poco meno dei

due terzi[52]; per capitano Temistocle, cui solo deesi che la battaglia

seguisse nello stretto, per lo che manifestamente furon salve le cose

dei Greci: e a lui quantunque straniero (che gran cosa è) rendeste per

ciò onori più grandi che a tutti gli altri venuti prima tra voi[53].

Mostrammo infine coraggio di gran lunga il più magnanimo, noi i quali

(poichè nissuno ci soccorreva per terra, e gli altri insino a noi erano

ridotti in servitù) credemmo di nostro decoro abbandonar la città e

rovinare le cose nostre, e quantunque ridotti in questo stato, anzi

che abbandonare gli altri alleati, o andando sparsi rendersi loro

inutili, montammo sulle navi, e ci facemmo incontro al pericolo, senza

adirarci per non averci voi di prima soccorsi: così che diciamo avervi

recato vantaggio non minore di quello che noi stessi conseguimmo. Ed

invero, solo da che vedeste esservi più da temere per voi che per

noi, ci soccorreste movendo da città tuttora abitate, e confidando di

ritornare al possedimento di quelle; ma fino a che furono in salvo le

cose nostre voi non compariste. Noi per opposito uscendo risoluti da

città che più non era, e di cui rimaneva menoma speranza, affrontando

il pericolo salvammo dal canto nostro e voi e noi medesimi. Ma se di

prima per la paura di veder rovinato il nostro suolo, dati ci fossimo,

siccome gli altri, al Medo; ovvero se dappoi, tenendoci per vinti e

perduti; non avessimo osato montar le navi, non occorreva altrimenti

che voi, mancanti come eravate di flotta sufficiente, veniste a

naval combattimento, anzi per lui avrebbero le cose tranquillamente

progredito a suo talento.

75. «È egli dunque cosa giusta, o Lacedemoni, che la prontezza di

animo e la saviezza di consiglio allora dimostrata, ci rendano sì

smodatamente segno alla invidia dei Greci, anche per l’impero che

abbiamo? Nè già noi l’ottenemmo per forza, ma da che, avendo voi

ricusato di rimanere a combattere gli avanzi del barbaro, gli alleati

ricorsero a noi, e di per sè stessi ci pregarono ad essere capitani. La

natura stessa della cosa poi ci obbligò fino da principio a promuovere

questo impero al punto presente, primieramente per timore, poscia

per onore, in ultimo per vantaggio. Ed essendo oramai avuti in odio

da molti, avendo sottomessi alcuni che già ci si erano ribellati,

e vedendo voi non già come prima amici nostri, ma sospettosi e

discordevoli; non più ci pareva sicuro consiglio rallentare il vigore

di quello con nostro pericolo, conciofossechè a voi si accosterebbero

quelli che da noi si ribellassero. Or niuno deve biasimare chi cinto da

gravissimi pericoli si adopra a ben disporre i propri affari.

76. «Voi certo, o Lacedemoni, nelle città del Peloponneso, sulle quali

imperate, avete costituito reggimento acconcio all’util vostro. E se

allora rimasti voi perpetuamente al comando, foste incorsi come noi

nell’odio che il comando stesso si trae dietro; tenghiamo per certo

che necessitati o a comandare vigorosamente, o a correr pericolo, non

sareste meno di noi divenuti incomodi agli alleati. Medesimamente

neppur noi abbiam fatto cosa da maravigliare, nè lontana dal fare

degli uomini, se ricevemmo l’impero trasmessoci, e se non vogliamo

rallentarne il vigore vinti da grandissime cause, onore, timore,

vantaggio. Nè siamo poi stati i primi a mettere questa sempremai

ricevuta usanza, che il debole sia tenuto sotto dal più forte. Oltre

di che credevamo di meritarlo e voi pur lo credevate sino a qui; se

non che ora calcolando l’utilità vostra, siete ricorsi ai termini di

dritto, per anteporre i quali niuno fu mai che migliorar non volesse

le cose sue quando gli venne il destro di farlo colla forza. Meritane

anzi fede tutti coloro che, seguendo l’istinto proprio dell’uomo

di comandare altrui, sieno stati più giusti di quello che avrebbe

portato la loro potenza. Almeno quanto a noi pensiamo che, se altri

acquistassero il nostro potere, farebbero allor daddovero conoscere se

siamo nulla nulla discreti: ma a noi la nostra lenità ha fruttato a

torto più di disonore che di gloria[54].

77. «Perciocchè, quantunque nelle giudiciali controversie cogli alleati

recediamo dai nostri diritti, e facciam loro giudizio, tutto che in

casa nostra, con leggi eguali per essi e per noi, nondimeno siamo

reputati gente litigiosa[55], nè alcun di loro considera perchè tal

rimprovero non sia fatto a quelli che altrove hanno impero, benchè men

discreti di noi coi loro soggetti. Ciò procede da questo, che coloro

i quali possono usar la via della forza, non si curano più punto di

quella del diritto: mentre questi nostri alleati avvezzi a trattar

con noi alla pari, se per nostro giudicio, o per quel potere che

dall’impero deriva, contro la da loro creduta convenienza, o comunque

sia, restino in qualchecosa al disotto, non ci sanno grado per quel

di più di che non vengono privati; anzi per quel nonnulla vanno più

malcontenti che se, messe a dirittura dall’un dei lati le leggi, gli

avessimo manifestamente oppressi: perocchè a quel modo non avrebber

pure aperto bocca per negare che il più debole debba cedere al più

forte. Conciossiachè, come pare, gli uomini più si adirano pel negato

diritto, che per la manifesta violenza: quello sembra soverchieria

fatta da un eguale, questa necessaria conseguenza dell’esser da più.

Infatti sofferivano essi pazientemente dal Medo trattamenti più severi

di questi; laddove il nostro impero passa per grave: nè maraviglia:

perchè il governo presente è sempre quello che più pesa ai sudditi. E

se a voi, dopo averci atterrati, toccasse a comandare, forse dovreste

scendere dal grado di benevolenza in cui siete pel timore che si ha di

noi; se pure quali vi mostraste allora nel breve comando vostro contro

il Medo, tali vi faceste conoscere anche adesso[56]. Perocchè non solo

a casa vostra seguitate usanze non punto confacienti con quelle degli

altri, ma di più qualunque di voi esca di patria non pratica nè queste

sue, nè quelle seguite dal rimanente di Grecia[57].

78. «Deliberate adunque posatamente, perchè d’oggetti non lievi;

nè porgendo orecchio a consigli e imputazioni a voi estranee,

vogliate sopraccaricarvi di travagli tutti vostri. Quanta poi sia la

stravaganza della guerra premeditatelo innanzi di trovarvici; perocchè

prolungandosi, suole essa il più delle volte ridursi a dipendere da

fortunosi accidenti, da cui amendue siamo distanti; e l’esito pende

nella incertezza. Nondimeno gli uomini andando alla guerra sogliono

venire prima ai fatti, lo che doveva serbarsi dappoi; e quando già

ne provano i disastri, allora vengono alle deliberazioni. Ma nè noi

siamo ancora caduti in alcuno di questi sbagli, nè ci vediamo pur

voi; però fino a che resta in arbitrio di entrambi la scelta di buona

risoluzione, vi diciamo che non rompiate la tregua, nè trapassiate i

giuramenti; e che piuttosto secondo gli accordi accomodiamo le nostre

differenze per via di ragione. Altrimenti, presi in testimoni gli Dei

vindici dei giuramenti, ci adopreremo al postutto per respingere gli

assalitori, seguendo la stessa via per cui ci precediate.»

79. Tali furono le parole degli Ateniesi: ed i Lacedemoni, udito che

ebbero le querele dei confederati contro gli Ateniesi, e le cose dette

da questi, ordinarono tutti si ritirassero, per deliberare da se soli

sopra i presenti affari. E la maggior parte consentiva in ciò, che il

procedere degli Ateniesi era oggimai ingiusto, e però doversi fare

tostamente la guerra. Ma Archidamo re di Sparta[58], riputato uomo

prudente e moderato, si fece innanzi e parlò così.

80. «Ed io e voi che qui veggo della mia età, o Lacedemoni, abbiamo già

di più d’una guerra esperienza; così che non è da credere che alcuno o

per imperizia la guerra desideri (lo che a molti intervenir potrebbe),

o perchè la creda cosa utile e sicura: ma voi troverete questa guerra

intorno a cui deliberate, non essere per riuscire di piccol momento,

ove alcuno si faccia a saggiamente considerarla. Conciossiachè di

fronte ai Peloponnesi ed ai confinanti noi abbiam forze quasi eguali,

e prontamente possiamo recarci contro ciascuno di essi: ma contro a

genti che abitano terre lontane, e per aggiunta bravissime in mare, e

di tutte cose ottimamente fornite, di pubbliche e private ricchezze,

di navi, cavalli, armi e soldatesca quanta non è in verun altro luogo

della Grecia; con di più molti alleati tributari; come mai incontro

a costoro hassi ad intraprendere francamente la guerra? Ed a che

affidati, senza apparecchiamenti affrettarsi cotanto? Forse alle navi?

ma ne siamo al di sotto e se vorremo esercitarvici in modo da star loro

a fronte, egli abbisogna di tempo. Forse ai denari? ma anche in ciò

siamo molto inferiori: noi non abbiamo nè pubblica, nè privata pecunia

per contribuir prontamente.

81. «Havvi forse chi prenda fidanza dal nostro maggior numero di

soldati gravi per penetrare nel loro territorio e scorrazzarlo? E bene:

hanno essi altre e vaste terre ove comandano, e suppliranno dalla parte

di mare ai loro bisogni. Se poi proveremo a ribellare i loro alleati,

farà di mestieri anche a questi, per lo più isolani, portar soccorsi

di navi. Qual esito adunque avrà questa nostra guerra? Perocchè se non

avremo maggiori forze di mare, o non priveremo loro delle rendite onde

mantengono le flotte, sarà più la perdita del guadagno; nè allora sarà

più decoroso l’aggiustamento, soprattutto se parrà essere noi stati i

cominciatori della contesa. Ah! non ci lasciamo, perdio, gonfiare il

petto dalla speranza che col guasto delle loro terre sia per cessare

presto la guerra; che io temo abbia anzi ad essere l’eredità dei

figlioli. Tanta ragione v’è di credere che i superbi Ateniesi non

vogliano essere schiavi delle loro terre; o, a modo che inesperti,

sgomentarsi della guerra.

82. «Nulladimeno io non vi consiglio a lasciar bonariamente che essi

offendano i nostri alleati, e a non cercare di sorprenderli nelle loro

trame; bensì a non muover l’armi per adesso: a inviar legati facendo le

vostre rimostranze, senza manifestarvi nè incitati troppo alla guerra,

nè disposti a lasciarli fare: a ordinare in questo mezzo le cose nostre

col guadagnarci alleati e Greci e barbari, dondechè aggiungere ci

possiamo rinforzo di navi o di danaro. Nè già è riprendevole quegli

che insidiato come noi dagli Ateniesi, cerca salvezza, coll’aiuto

dei barbari non che dei Greci solamente. Al tempo istesso produciamo

anche le forze che abbiamo in proprio. Se porgeranno punto orecchio ai

legati, bene; se no, passati due o tre anni, allora meglio preparati,

andiamo se vi aggrada contro di loro. E forse al vedere già pronti gli

apparecchi, e con questi consonare i nostri discorsi, inchineranno

viemeglio a cedere; tanto più che, possedendo intatte le loro campagne,

delibererebbero su beni tuttora in essere, e non per anche devastati.

Perciocchè voi non dovete riguardare le loro terre se non come un

ostaggio che avete, e di tanto maggiore importanza quanto meglio

elle sono coltivate. Laonde bisogna risparmiarle il più lungamente

possibile, per non ridurli alla disperazione guastandole, e così averli

più inespugnabili. Ed invero se pressati dalle querele degli alleati le

diserteremo prima d’esser bene in ordine, badate che non ci avvenga di

procacciar maggior vergogna e imbarazzo al Peloponneso. Conciossiachè

le querele tra le città, e quelle tra’ privati si possono diffinire; ma

se per vantaggio di un popolo particolare, ci uniremo tutti a imprender

guerra, della quale non è concesso sapere l’evento, non sarà poi facile

acconciarla dignitosamente.

83. «Nè sembri ad alcuno codardia che molti non vadano tostamente

contro una città sola, perciocchè hanno anche gli Ateniesi non manco di

noi alleati che pagano tributo. Or la guerra si regge col denaro più

che con le armi: desso è che rende utili le armi medesime, spezialmente

per gente di terraferma contro gente di mare. Cominciamo adunque dal

procacciarlo: e prima d’averlo non ci lasciam trasportare dalle parole

degli alleati: anzi noi, che nell’alternar delle conseguenze saremmo

reputati la cagion potissima di esse, noi stessi preconsideriamole

pacificamente.

84. «Inoltre riflettendo che abitiamo città stata sempre libera

e rinomatissima, non vi prendete a vergogna quella lentezza

procrastinante che più di tutto ci si rimprovera: conciossiachè

affrettandovi, avrete altresì manco modo di tornare in riposo, appunto

perchè entrati in guerra senza apparecchi; laddove questa stessa

lentezza può esser piuttosto prudente moderazione. Il perchè noi non

insolentiamo nelle prosperità, e men degli altri cediamo ai disastri;

eccitati con lodi a pericolosi cimenti, se ragione non lo consente, non

ci gonfia il piacer della lode; e se taluno con riprensione ci punga,

non per questo adirati mutiamo consiglio. Ed è questo buon ordine che

ci rende valorosi e prudenti: valorosi perchè in fatto d’onore ha gran

parte la modestia, come nella magnanimità la vergogna; prudenti, perchè

educati in modo da non saper spregiare le leggi, e per severità di

disciplina moderati a segno da non contravvenire a quelle. La nostra

saviezza non consiste già in cose frivole, cosicchè bravi a biasimar

colle parole gli apparecchi dei nemici, non siamo poi altrettali ad

assalirli di fatto; ma giudichiamo che i pensamenti degli altri sono

presso a poco simili ai nostri, e che i fortuiti avvenimenti delle

cose non possono diciferarsi con una diceria. Ci prepariamo col fatto,

supponendo i nemici forniti di senno: conciossiachè le speranze non

vogliono essere fondate sull’aspettativa dei loro sbagli, ma sulla

fiducia del cauto nostro antivedimento: nè vuolsi credere differir

molto un uomo dall’altro, ma generoso sopra tutti colui che crebbe alla

scuola delle più forti necessità.

85. «Non tralasciamo adunque costumanze di tal fatta trasmesseci dai

padri, e la cui pratica noi stessi esperimentammo sempre vantaggiosa:

nè ci affrettiamo a deliberare in breve particella di giorno su gran

numero di persone, di ricchezze, di città e su la nostra stessa

reputazione: facciamolo anzi posatamente, giacchè a noi, più che ad

altri, ne porge il modo la nostra potenza. Spedite anche legati ad

Atene, rispetto a Potidea ed ai torti cui gli alleati dicono ricevere;

tanto più che gli Ateniesi son pronti a renderne ragione: or chi è

pronto a render ragione non vuolsi tosto assalire come ingiuriatore. Al

tempo stesso però preparatevi per la guerra. Queste per voi saranno le

risoluzioni migliori, e le più atte a intimorire i nemici.» Così parlò

Archidamo; ma in contrario Steneleida[59], allora uno degli Efori[60],

presentatosi l’ultimo tenne ai Lacedemoni questo discorso.

86. «Io per me non intendo la lunga diceria degli Ateniesi: per sè

molti elogi, senza punto negare i torti commessi contro i nostri

alleati e contro il Peloponneso. Che se allora virtuosi nel resistere

ai Medi, male oggi procedono con noi, meritano doppia pena, perchè di

buoni divenuti malvagi: all’incontro noi siamo gli stessi ed allora e

adesso; e se abbiamo fior di senno non ci rimarremo indifferenti sugli

oltraggi degli alleati, nè tarderemo a soccorrerli, mentre i loro

mali trattamenti non hanno indugio veruno. Hanno sì bene gli Ateniesi

denaro, navi e cavalli; e noi abbiamo de’ buoni alleati che non debbono

lasciarsi loro in preda: nè con giudizi o con parole si vuole decidere,

mentre anch’essi non sono offesi a parole, ma vendicarli prontamente

e con tutto il vigore. E nissun c’insegni, che a noi offesi meglio

convenga deliberare; quando deliberar lungamente conviene piuttosto

a coloro che vogliano offendere. Decretate adunque, o Lacedemoni, la

guerra, come vuole il decoro di Sparta, e non lasciate ingrandir gli

Ateniesi. Ah! non siamo i traditori degli alleati, ma affidati al favor

degli Dei portiamo la guerra a coloro che gli oltraggiano.»

87. Detto ciò, egli stesso come Eforo ne propose il partito

all’adunanza dei Lacedemoni: ed avvegnachè si desse il voto a voce

e non col lapillo, disse non distinguere qual voce fosse maggiore:

e volendo che col dichiarare scopertamente il loro voto fossero

più animati per la guerra, ordinò così: «Chi di voi, o Lacedemoni,

crede rotti gli accordi e rei d’oltraggio gli Ateniesi, si porti

colà (additando il posto), altrimenti vada dall’altra parte.»

Alzaronsi, presero posto distintamente, ed assai più furono quelli

che opinavano per la rottura degli accordi. Allora introdussero anche

gli alleati[61], e dissero aver quanto a sè deciso, l’ingiustizia

essere dal lato degli Ateniesi, ma che invitati tutti gli alleati,

gradivano vi aggiugnessero essi pure il loro voto, perchè fosse comune

la deliberazione di far guerra, se così loro piacesse. Ciò fatto i

legati dei confederati tornarono a casa, e quindi quelli ancora degli

Ateniesi, dopo trattati gli affari per i quali erano venuti. Questo

decreto dell’assemblea che dichiarava rotte le tregue fu fatto correndo

l’anno quattordicesimo delle convenzioni stipulate dopo i fatti

dell’Eubea.

88. I Lacedemoni poi decretarono esser rotte le tregue e doversi far

guerra, non tanto perchè erano persuasi delle lamentanze degli alleati,

quanto ancora perchè temevano che gli Ateniesi non venissero a maggiori

ingrandimenti, giacchè omai vedevano soggetta loro la maggior parte

della Grecia.

89. Erano infatti gli Ateniesi pervenuti al primato degli affari,

lo che fu mezzo ai loro avanzamenti, per questo modo. Dappoichè i

Medi vinti da’ Greci per mare e per terra ritiraronsi dall’Europa, e

restarono distrutti quelli tra loro che si erano ricovrati sulle navi

a Micale, Leotichida re dei Lacedemoni, condottiero dei Greci a Micale

ritornò in patria conducendo seco gli alleati del Peloponneso: gli

Ateniesi poi, e con loro i confederati della Ionia e dell’Ellesponto,

che già s’erano ribellati al re, fermaronsi all’assedio di Sesto[62]

occupato dai Medi, ove restarono tutto l’inverno, e si impadronirono

della città da cui i barbari sloggiarono. Dopo ciò fatta vela

dall’Ellesponto tornarono ciascuno alle loro città; e il comune degli

Ateniesi, partiti che furono i Medi dal lor territorio, riportava

subito di là, ove erano stati celatamente depositati, i figli, le mogli

e le salvate masserizie. Poscia disponevansi a rifabbricar la città

e le mura, poichè del circuito di questi piccoli brani rimanevano, e

delle case moltissime erano rovinate, e sole quelle avanzavano ove

erano alloggiati i magnati persiani.

90. Accortisi i Lacedemoni di quello che era per avvenire, andarono

in ambasceria ad Atene, non tanto perchè avrebbero anch’essi meglio

gradito che nè Ateniesi nè altri avessero mura, ma principalmente

perchè erano istigati dai confederati e temevano la numerosa flotta

degli Ateniesi, la quale poco innanzi non esisteva, e l’ardimento da

loro mostrato nella guerra col Medo. Però li pregavano a non edificare

le mura, e piuttosto ad unirsi con loro a demolire il giro di quante

tuttora sussistessero fuori del Peloponneso. Nè già esponevano

all’adunanza le intenzioni e i sospetti dell’animo loro verso. Atene;

ma solo dimostravano che in questo modo il barbaro, in una seconda

invasione, non troverebbe luogo munito, onde muoversi, come aveva

testè fatto da Tebe; e che bastava il Peloponneso a dar ricovero a

tutti, per quindi accorrere alla propria difesa. Gli Ateniesi, per

consiglio di Temistocle, a questi discorsi dei Lacedemoni risposero:

manderebbero legati a Sparta per trattar delle cose da loro esposte:

e tosto gli accomiatarono. E Temistocle gli andava consigliando,

spedissero immediatamente lui medesimo a Sparta, e non mandassero

subito gli altri deputati oltre a lui; indugiassero anzi fino a che

non avessero alzate le mura al punto necessario alla difesa; tutta la

gente di città, nullo eccettuato, uomini, donne, ragazzi prestassero

mano al lavoro di quelle; non la perdonassero a pubblico o privato

edifizio, da cui potesse trarsi vantaggio all’opera, ma tutti gli

demolissero. Dati questi avvisi, soggiunse che egli stesso tratterebbe

colà del rimanente, e partì. Arrivato a Sparta non si accostava ai

magistrati, trovando pretesti per temporeggiare: e quantunque volte

alcun magistrato lo domandasse, perchè non si presentava alla pubblica

adunanza, rispondeva: aspettare i suoi colleghi rimasti indietro per

qualche bisogna, attenderne pronto l’arrivo, e maravigliarsi che ancor

non fossero giunti.

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 7 / 35 段