50. Ma fugati i Corfuotti, i Corintii non rimorchiavano le carene delle

navi che avevano mandate a fondo[33], ma si rivolsero a trascorrere

di mezzo alla flotta nemica, per uccidere piuttosto che prender vive

le ciurme. Nè sapendo essere stati battuti quei dell’ala destra,

ammazzavano anche gli amici senza conoscerli; perchè pel gran numero

delle navi che da ambe le parti ingombravano molto spazio della marina,

poscia che si furono azzuffati, non era facile discernere i vincitori

dai vinti. E veramente questa battaglia navale tra Greci e Greci fu,

per la moltitudine delle navi, la più considerabile di quante la

precedettero. I Corintii poi, incalzati sino a terra i Corfuotti, si

volsero a ricercare i rottami delle navi, ed i cadaveri de’ suoi, i

quali riebbero in tanta copia da doverli trasportare alle Sibote, ove

le truppe terrestri de’ barbari erano venute in loro aiuto. Sono le

Sibote una spiaggia deserta della Tesprotide. Fatto ciò, si unirono

di nuovo per navigare contro i Corfuotti, i quali pure con quante

navi buone a navigare erano loro restate, e con quelle degli Ateniesi

andarono ad incontrarli temendo non tentassero di sbarcar nella loro

terra. Già si avvicinava la sera ed avevano intonato il Peana[34]

per animare al conflitto, quando i Corintii improvvisamente presero

a indietreggiare[35], avendo veduto venirsi incontro le venti navi

spedite da Atene in soccorso dopo le dieci, temendo, siccome avvenne,

non i Corfuotti restassero vinti, e le dieci fossero poche per

respingere il nemico.

51. I Corintii adunque che le videro i primi, sospettando che ne

venissero da Atene più di quelle che e’ vedevano, davano indietro. I

Corfuotti che non le avevano vedute, perchè venivano da parte meno

esposta a’ loro occhi, si maravigliavano della ritirata dei Corintii;

se non che alcuni poi le videro, e dissero che esse venivano ad

attaccarli: allora davvero anch’essi, fattosi più buio, tornarono

indietro, ed i Corintii girarono di bordo e si divisero. Così le due

armate si separarono, e sul far della notte finì il combattimento. Le

venti navi d’Atene sotto la condotta di Glaucone figliolo di Leagro,

e di Andocide di Leogoro, poco dopo essere state vedute, passando a

traverso dei cadaveri e dei rottami, si accostarono a Leucimna ove

era il campo dei Corfuotti, e vi approdarono. I Corfuotti, perchè

era notte, temettero non fosser nemiche; ma di poi riconosciutele le

ricevettero in stazione.

52. Nel dì seguente le trenta navi attiche con quelle de’ Corfuotti

che erano buone pel mare, fecero vela verso la spiaggia delle Sibote,

ove aveano stazione i Corintii, per vedere s’e’ venissero a battaglia

navale. Questi scostaronsi da terra, ed in alto mare misero le navi in

ordine di battaglia; ma non si movevano, non volendo essere i primi ad

attaccarla, tra perchè vedevano sopraggiunte delle navi ateniesi intere

e salde, e perchè erano incontrate loro molte difficoltà; dovendo

guardare i prigionieri che avevano sulle navi, e non avendo in quel

luogo deserto mezzo di racconciarle. Anzi temendo che gli Ateniesi,

riguardando come rotte le tregue, per essere venuti alle mani, non

si opponessero alla loro partenza, pensavano piuttosto del modo di

ritornarsene a casa.

53. Risolvettero adunque di spedir gente senza caduceo[36] sopra

un battello spiando l’animo degli Ateniesi, con queste parole.

«L’ingiustizia è tutta vostra, o Ateniesi, che cominciate la guerra e

rompete la tregua, perchè vi opponete (portandoci contro le armi) alla

vendetta che vogliamo prendere dei nemici nostri. Nondimeno se è vostra

intenzione di impedirci l’andar contro Corfù, o dovunque ci piaccia,

e di rompere le convenzioni, arrestate noi i primi e trattateci da

nemici». A queste loro parole, quella parte dell’armata de’ Corfuotti

che gli intese gridò subito «si arrestassero, si uccidessero». Ma

gli Ateniesi risposero in questi termini: «Noi, o Peloponnesi, nè

cominciamo la guerra, nè rompiamo le tregue: siamo venuti in soccorso

di questi Corfuotti perchè sono nostri alleati: del rimanente, se

volete volgervi altrove, non ci opponiamo: se poi navigherete contro

Corfù o luogo alcuno di sua giurisdizione, noi al postutto non lo

permetteremo.»

54. Per cotal risposta degli Ateniesi, i Corintii si preparavano per

rinavigare a casa, ed ersero trofeo alle Sibote di terraferma. E i

Corfuotti raccolsero i rottami ed i cadaveri che dalla marea e dal

vento suscitatosi di notte erano stati sparpagliati qua e là sulla

spiaggia, e contrapposero trofeo alle Sibote dell’isola, pretendendo

d’esser rimasti vincitori. Gli uni e gli altri si appropriavano la

vittoria con questo concetto. I Corintii ersero trofeo per essere

stati vincitori fino a sera nella pugna navale, a segno d’aver

ricuperati moltissimi rottami e cadaveri, e perchè ritenevano meglio

di mille prigionieri, ed avevano mandate a fondo circa settanta navi.

I Corfuotti lo ersero per aver disfatto circa trenta navi, ripresi,

dopo l’arrivo degli Ateniesi, i rottami ed i cadaveri che erano nelle

loro adiacenze, e perchè nel giorno precedente i Corintii, al veder le

navi Ateniesi, aveano indietreggiato, e non erano dalle Sibote venuti

contro loro, quando essi vi si presentarono. Ecco come le due parti si

attribuivano la vittoria.

55. I Corintii in ritornando a casa presero a tradimento Anattorio

castello di comune diritto co’ Corfuotti, situato alla bocca del seno

ambraciotico, e vi posero colonia de’ loro. Proseguirono quindi la

navigazione per a casa, e venderono ottocento Corfuotti di condizione

servile, ma ne tennero guardati in prigione dugentocinquanta, che

trattavano assai cortesemente, col fine che ritornati a Corfù, ne

conciliassero loro l’animo dei cittadini; atteso che la maggior parte

di questi erano anche i più potenti della città. Così nella guerra dei

Corintii restò salva Corfù, donde partirono le navi degli Ateniesi.

Questo fu il primo motivo di guerra per i Corintii contro gli Ateniesi,

perchè s’erano uniti co’ Corfuotti a combattere per mare contro di

loro, duranti le tregue.

56. Ma subito dopo intervenne, che tra gli Ateniesi e i Peloponnesi

insorsero, per mettersi in guerra, queste differenze. I Corintii

macchinavano di vendicarsi degli Ateniesi, e questi entrati in sospetto

della lor nimicizia commettevano ai Potideati (abitanti sull’istmo di

Pallene[37], coloni dei Corintii, ma alleati e tributari d’Atene), di

demolire le mura che guardano Pallene, dare degli ostaggi, licenziare i

Demiurghi[38], e non ricever più quelli che annualmente vi mandavano i

Corintii; perchè sospettavano che adescati da Perdicca e dai Corintii

non facessero ribellione, e non vi inducessero anche gli altri alleati

di Tracia.

57. Tali precauzioni presero gli Ateniesi contro i Potideati subito

dopo la battaglia navale di Corfù, perchè i Corintii erano in manifesta

rottura con loro, e Perdicca, figliuolo di Alessandro, re dei Macedoni,

fino allora alleato ed amico loro, si era fatto nemico, per avere essi

fatto lega con Filippo suo fratello e con Derda, che d’accordo lo

contrariavano. Impaurito di questa lega egli si adoprava con ambascerie

a Sparta perchè si rompesse la guerra tra i Peloponnesi e gli Ateniesi,

e si ingegnava di conciliarsi i Corintii per facilitare la ribellione

di Potidea. Proponeva inoltre ai Calcidesi ed ai Bottiesi di Tracia di

unirsi alla ribellione, avvisando che coll’alleanza di questi luoghi

coi quali confinava, troverebbe sostenuto da loro, minori difficoltà

nella guerra contro gli Ateniesi. Questi n’ebbero sentore; e come erano

in su lo spedire contro gli stati dello stesso Perdicca trenta navi

con mille soldati di grave armatura, sotto la condotta di Archestrato

figliolo di Licomede e di altri dieci; per prevenire la ribellione

delle città commettono a cotesti capitani della flotta di impossessarsi

degli ostaggi, demolir le fortificazioni, ed aver l’occhio alle vicine

città per impedir che si ribellassero.

58. I Potideati inviarono legati ad Atene per indurli a non far

innovazioni intorno a loro, ed andarono insieme coi Corintii anche

a Sparta, e si adopravano perchè, occorrendo, vi si tenesse pronto

un sussidio. Or siccome dopo lungo deliberare non ottenevano dagli

Ateniesi cosa alcuna che loro soddisfacesse, anzi le navi spedite

contro la Macedonia andavano egualmente che prima contro di loro; e

dall’altra parte i magistrati di Sparta avevano promesso di invader

l’Attica se gli Ateniesi andavano sopra Potidea, colta allora

quest’occasione e congiuntisi insieme co’ Calcidesi e co’ Bottiesi

si ribellano dagli Ateniesi. E Perdicca persuade i Calcidesi ad

abbandonare e rovinare le città marittime, trasferirsi ad Olinto[39],

e fortificar solo questa città: ed a quei che le città proprie

abbandonavano diede a possedere, finchè durasse la guerra con gli

Ateniesi, parte del suo territorio e del Migdonio, che è intorno alla

palude Bolba. Essi passarono ad abitare più dentro terra, distruggendo

le città, e si apparecchiavano alla guerra.

59. Le trenta navi ateniesi giunte in Tracia, trovano Potidea e gli

altri luoghi già ribellati. Ed i capitani credendo impossibile, colle

forze che avevano, di sostener la guerra contro Perdicca e contro le

città concorse alla ribellione, si rivolgono verso la Macedonia, dove,

anche da prima erano stati inviati. Giunti colà uniscono le loro colle

armi di Filippo e de’ fratelli di Derda, i quali coll’esercito vi erano

penetrati dalla parte di terra.

60. In questo mezzo i Corintii ribellatasi già Potidea, e le navi

attiche essendo intorno alla Macedonia, temettero per quella città;

e riguardandone come proprio il pericolo, tra’ volontarii de’ loro

ed altri Peloponnesi invitati col soldo, vi spediscono in tutti

milleseicento di grave armatura e quattrocento di truppa leggera,

condotti da Aristeo figliolo di Adimanto che era mai sempre stato

benevolo ai Potideati; e l’amicizia per lui mosse sopra tutto i

Corintii a seguirlo di buona voglia. Essi giungono in Tracia quaranta

giorni dopo la ribellione di Potidea.

61. La nuova delle città ribellate era pervenuta subito anche agli

Ateniesi; ed al sentire che v’era pur sopraggiunto Aristeo colle sue

genti, spediscono contro i luoghi ribelli quaranta navi con due mila

dei loro di grave armatura, sotto il comando di Callia figliolo di

Calliade, e di altri quattro. Giunti appena in Macedonia trovano che

quei primi mille, dopo avere di recente espugnato Terma, assediavano

Pidna. Fermaronvisi anch’essi per continovarne l’assedio; ma poscia

premendo loro Potidea (tanto più che era arrivato anche Aristeo) fanno

accordo e forzata alleanza con Perdicca, e partono di Macedonia. Giunti

a Berrea tentarono di prenderla, ma fu senza riuscita: per lo che

tornati indietro marciavano[40] per terra verso Potidea con tremila dei

loro di grave armatura (oltre a molti altri alleati) e con seicento

cavalieri condotti da Filippo e da Pausania, più settanta navi che gli

seguivano radendo la costa. Si avanzarono a bell’agio, e il terzo dì

pervennero a Gigono ove si accamparono.

62. I Potideati co’ Peloponnesi d’Aristeo li aspettavano accampati

sull’istmo in vicinanza d’Olinto; e fuori di città avevano aperto il

mercato. Gli alleati avevano eletto a capitano di tutta la fanteria

Aristeo, e della cavalleria Perdicca, che subito staccatosi nuovamente

dagli Ateniesi seguiva la parte de’ Potideati, lasciato al governo

Iolao in sua vece. Aristeo pensò di tenere la sua gente sull’istmo ad

osservare quando sopravvenissero gli Ateniesi; ordinò che i Calcidesi

con gli alleati di fuori dell’istmo, e co’ dugento cavalli guidati da

Perdicca restassero fermi in Olinto[41]; perchè, qualora gli Ateniesi

si avanzassero contro lui, venendo loro alle spalle, mettessero in

mezzo il nemico. Dall’altra parte Callia generale degli Ateniesi ed i

suoi colleghi spediscono alla volta d’Olinto la cavalleria macedone[42]

con alcuni pochi de’ loro alleati, per impedire i soccorsi che di

là potesser venire; e mosso il campo marciavano essi verso Potidea.

Pervenuti sull’istmo, vedendo i nemici preparati al combattimento,

fecero anch’essi alto di fronte, e poco dopo si azzuffarono. L’ala

propriamente d’Aristeo coi soldati scelti de’ Corintii e degli altri

alleati che erano con lui, fece dar volta ai nemici che stavano di

fronte, e gli incalzò inseguendoli per buon tratto: il resto poi

dell’esercito de’ Potideati e dei Peloponnesi vinto dagli Ateniesi si

riparò dentro le mura.

63. Aristeo tornando dal dar la caccia al nemico, e vedendo battuta

l’altra parte dell’esercito, era perplesso se dovesse arrischiarsi

per la via d’Olinto, ovvero per quella di Potidea. Ma risolvette

di ristringere la sua gente in angustissimo spazio, e velocemente

marciando aprirsi la via di Potidea: e con difficoltà, inquietato anche

dagli strali del nemico, vi penetrò passando lungo la scarpa delle

mura pel mare che ivi si frange, talchè colla perdita di pochi salvò

la maggior parte de’ suoi. Le milizie d’Olinto destinate pel soccorso

di Potidea, dalla quale si scorge alla distanza di circa sessanta

stadii[43], attaccata appena la battaglia ed alzati i segnali, si

erano alquanto avanzate per dare aiuto; ma la cavalleria macedone si

schierò loro di fronte per impedirle. E poichè la vittoria fu tosto

per gli Ateniesi, e vennero calati i segnali, tornarono esse dentro

le mura, e la cavalleria macedone raggiunse gli Ateniesi cosicchè nè

l’una nè l’altra parte ebbe cavalleria[44]. Dopo la battaglia gli

Ateniesi alzarono trofeo, e con salvocondotto resero i cadaveri ai

Potideati. Vi perirono tra Potideati ed alleati poco meno di trecento,

e centocinquanta proprio degli Ateniesi con Callia comandante.

64. Gli Ateniesi tirarono subito il muro dalla parte dell’istmo, e vi

tenevano presidio[45]: ma ne restava sguarnita la parte verso Pallene;

poichè non si credevano in forze da guardar l’istmo, e insieme passare

in Pallene per fabbricare il muro; temendo che i Potideati con gli

alleati gli assalirebbero se fossero divisi in due parti. Quando però

riseppero gli Ateniesi che la parte che guarda Pallene non aveva

muro, spediscono poco dopo milleseicento dei loro di grave armatura

capitanati da Formione figliolo di Asopio. Giunto egli a Pallene,

movendo da Afitide[46] avvicinava lentamente l’esercito a Potidea,

dando nel tempo stesso il guasto alla campagna. E poichè nissuno usciva

incontro a combatterlo, tirò il muro dalla parte di Pallene. Così

Potidea restava rigorosamente ristretta da due lati, e insieme dalla

parte di mare per le navi che v’erano di stazione.

65. Attorniata di mura la città, Aristeo non vedendo via di salvezza

senza un qualche inaspettato soccorso dal Peloponneso o altro prodigio,

proponeva che da cinquecento in fuori, gli altri aspettando buon vento

scapolassero per mare, acciò più lungamente durasse la vettovaglia,

ed ei voleva essere tra quei che resterebbero: ma non talentando agli

altri il suo consiglio, premuroso di ovviare ai presenti mali, e di

ordinare nel miglior modo possibile le cose di fuori, imbarca e parte

non osservato dalle guardie ateniesi. Si trattenne presso i Calcidesi,

ed oltre la guerra che faceva ad altri luoghi, con imboscata tesa in

vicinanza della città de’ Sermilii, ne uccise parecchi, senza però

intermettere le pratiche nel Peloponneso, per averne qualche soccorso.

E Formione attorniato che ebbe col muro Potidea, dava co’ suoi

milleseicento il guasto alla campagna calcidica e bottica[47]; e prese

eziandio alcune castella.

66. Ma le accuse insorte scambievolmente prima della guerra tra

Ateniesi e Peloponnesi erano queste. I Corintii accusavano gli Ateniesi

dell’assedio col quale stringevano Potidea loro colonia e quei

Corintii e Peloponnesi che vi si trovavano: gli Ateniesi accusavano

i Peloponnesi d’aver ribellata quella città confederata e tributaria

d’Atene, e andati colà di aver portato scopertamente le armi contro

loro d’accordo co’ Potideati. Nondimeno non era per anche scoppiata la

guerra, anzi durava tuttora la tregua; perchè queste cose avevano fatte

i Corintii in particolare.

67. I quali, vedendo assediata Potidea, non istettero più alle mosse,

temendo per quella città e per la gente che vi avevano. E senza perder

tempo invitavano gli alleati a Sparta, ove andati essi pure inveivano

contro gli Ateniesi, imputando loro d’aver trasgredito alle tregue, e

di ingiuriare il Peloponneso. E gli Egineti, quantunque senza pubblica

ambasceria per paura degli Ateniesi, non meno degli altri segretamente

insistevano d’accordo coi Corintii per la guerra; allegando esser loro

tolto l’uso delle proprie leggi pattuito negli accordi[48]. Tennero

i Lacedemoni la loro consueta adunanza; ed oltre agli alleati, vi

chiamarono chiunque dicesse essere stato ingiuriato dagli Ateniesi, ed

ordinarono a ciascuno di parlare. Diversi si fecero innanzi a produrre

le loro querele secondo che ciascuno credeva; ma i Megaresi, oltre a

molte altre non piccole differenze; esposero principalmente d’esser

sequestrati dai porti del dominio d’Atene e dal mercato dell’Attica,

in dispetto delle convenzioni[49]. I Corintii poi, avendo lasciato che

gli altri fossero primi ad inacerbire i Lacedemoni, si presentarono gli

ultimi e parlarono così.

68. «La lealtà che regna tra voi, o Lacedemoni, nel civile governamento

e nel conversare privato, vi rende, anzi che no, tardi a prestar fede

se qualche cosa vi diciamo degli altri; e da ciò procede non solo la

vostra moderazione, ma eziandio la più grande ignoranza in cui siete

delle cose esterne. Conciossiachè noi vi abbiamo più fiate predetto i

danni che ci aspettavamo dagli Ateniesi; ma voi non pigliavate contezza

alcuna de’ fatti di cui volta per volta vi informavamo; sospettavate

anzi che quei che li esponevano fossero mossi a parlare da private

nimistà; e però non prima che ingiuriati fossimo, ma da che lo siamo di

fatto, avete invitato questi confederati, tra’ quali a noi più di tutti

conviene far parola, in quanto che più gravi sono le nostre querele;

trovandoci negletti da voi, mentre siamo oltraggiati dagli Ateniesi.

I quali se nascosamente opprimessero coi loro soprusi la Grecia, egli

farebbe bisogno avvertirvene, potendo voi ignorarli: ma qual pro adesso

di molte parole per noi, alcuni dei quali vedete già sotto il giogo;

altri, e specialmente alleati nostri, insidiati da loro, i quali da

gran tempo sono già apparecchiati alla guerra, caso che una volta

dovessero sostenerla? Perocchè altrimenti non avrebbero soprappreso

nè riterrebbero a nostro mal grado Corfù, nè assedierebbero Potidea:

questa opportunissima per fare in Tracia ciò che vogliono, laddove

quella avrebbe somministrato ai Peloponnesi flotta considerevolissima.

69. «E di tutto ciò voi siete i colpevoli, perchè finita la guerra de’

Medi permetteste agli Ateniesi da prima di fortificar la città e poi

d’alzare le mura lunghe; e tuttora continovate a togliere la libertà

non solo ai popoli messi da loro in servaggio, ma anche agli stessi

vostri alleati: poichè è autore di servaggio non chi lo impone, ma

più veramente chi, potendo cessarlo, non se ne cura, tuttochè egli

abbia il decoroso nome di liberatore della Grecia. Ora finalmente, ed

a gran fatica, ci siamo congregati, avvisando non averne pure adesso

aperte ragioni; perchè non si volea più cercare se siamo gli offesi,

ma solamente trovare il modo di vendicarci, da che essi hanno già

deciso e fan di fatti, e senza indugio alcuno assaltano noi incerti

ancora nelle nostre risoluzioni. Bene ci è noto per qual via gli

Ateniesi a poco a poco si avanzano su quel degli altri: nondimeno

sino a che per la inavvertenza vostra si credono inosservati lo fanno

meno francamente: ma piomberanno addosso con tutto lo sforzo qualora

conoscano che noti vi sieno i loro disegni e non gli curate. Poichè

voi sol tra’ Greci, o Lacedemoni, ve la passate tranquillamente, e

pretendete tenere indietro gli altri non colla forza ma coll’indugio; e

di abbattere gli ingrandimenti de’ nemici non sul principio, ma quando

sieno cresciuti del doppio. E pure avevate nome d’esser gente di sicuro

consiglio; ma certo la fama era maggiore del vero. Conciossiachè siamo

noi stessi testimoni che il Medo dall’estremità della terra giunse nel

Peloponneso; innanzi che voi gli andaste incontro con forze condegne al

vostro decoro. Ed or non fate caso degli Ateniesi che vi sono vicini e

non già lontani com’egli; e più tosto che assalirli, volete respingerli

assalitori, e così combattendoli divenuti già assai più forti,

rimettervi alla incertezza del caso, quantunque non ignoriate che

anche il barbaro fu di per sè stesso cagione di sue sconfitte; e che

le nostre molte vittorie già riportate su gli Ateniesi procederono più

dai loro errori che dai vostri soccorsi. Perciocchè le speranze riposte

in voi hanno omai purtroppo rovinato alcuni che affidati a quelle se

ne stavano senza apparecchiarsi. Nè alcuno di voi creda parlar noi

così per nimicizia che vi portiamo, più tosto che per farvi amichevole

rimostranza: imperocchè questa sta bene con gli amici che difettino,

dove al nemico che ci abbia offeso si porta accusa di delitto.

70. «Crediamo inoltre aver quanto altri mai diritto di dolerci dei

vicini, principalmente nell’urgenza di rilevanti affari, pei quali

ci sembra che restiate insensibili, senza aver mai ponderato che

gente sieno gli Ateniesi coi quali avrete a combattere, e in quanto,

per non dire in tutto, a voi superiori. Novatori essi, sono destri a

immaginare trovati e ad eseguirli: buoni voi a conservare il vostro,

non mirate più oltre, nè sapete venire a capo delle cose anche le più

necessarie. Di più sono essi ardimentosi al di sopra delle forze,

arrischievoli più di quel che s’erano prefissi, pieni di buona speranza

nei più fieri disastri: all’opposto è proprio di voi operare al di

sotto delle forze, non fidarvi neanche de’ meglio fondati consigli, e

pensare non dovervi mai liberare da’ pericoli. Sono essi sollecitissimi

dinanzi a voi temporeggianti; eglino randagi, voi casalinghi: perchè

coll’allontanarsi dal patrio suolo credono trovar via a nuovi acquisti,

voi col metter piè nell’altrui credete di rovinare anche il vostro.

Vincitori del nemico, ei si avanzano oltremodo, vinti si scoraggiano

il meno possibile; anzi per la patria non risparmiano punto i loro

corpi come se a lei non appartenessero, ma usano dell’animo come di

cosa tutta di lei in ogni impresa che le sia utile: stimano perdita del

proprio le imprese pensate e non compiute; gli acquisti fatti colle

invasioni, piccola cosa a comparazione di ciò che sperano conseguire.

Fallisce a sorte una prova, vi sopperiscono con nuove speranze: soli

essi riuniscono insieme speranza e possedimento delle cose immaginate,

tanto è pronta l’opra di mano ai loro disegni. In tutto questo

s’affannano per l’intero corso della vita in mezzo alle fatiche ed

ai pericoli: godono pochissimo di ciò che hanno, intenti sempre ad

accrescerlo; credono festa non esser altro che far quel che occorre,

e maggior disgrazia l’ozio inoperoso che la travagliosa occupazione.

Insomma se tu gli dica nati per non aver riposo, nè lasciarlo altrui,

diresti vero.

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 6 / 35 段