navi che avevano mandate a fondo[33], ma si rivolsero a trascorrere
di mezzo alla flotta nemica, per uccidere piuttosto che prender vive
le ciurme. Nè sapendo essere stati battuti quei dell’ala destra,
ammazzavano anche gli amici senza conoscerli; perchè pel gran numero
delle navi che da ambe le parti ingombravano molto spazio della marina,
poscia che si furono azzuffati, non era facile discernere i vincitori
dai vinti. E veramente questa battaglia navale tra Greci e Greci fu,
per la moltitudine delle navi, la più considerabile di quante la
precedettero. I Corintii poi, incalzati sino a terra i Corfuotti, si
volsero a ricercare i rottami delle navi, ed i cadaveri de’ suoi, i
quali riebbero in tanta copia da doverli trasportare alle Sibote, ove
le truppe terrestri de’ barbari erano venute in loro aiuto. Sono le
Sibote una spiaggia deserta della Tesprotide. Fatto ciò, si unirono
di nuovo per navigare contro i Corfuotti, i quali pure con quante
navi buone a navigare erano loro restate, e con quelle degli Ateniesi
andarono ad incontrarli temendo non tentassero di sbarcar nella loro
terra. Già si avvicinava la sera ed avevano intonato il Peana[34]
per animare al conflitto, quando i Corintii improvvisamente presero
a indietreggiare[35], avendo veduto venirsi incontro le venti navi
spedite da Atene in soccorso dopo le dieci, temendo, siccome avvenne,
non i Corfuotti restassero vinti, e le dieci fossero poche per
respingere il nemico.
51. I Corintii adunque che le videro i primi, sospettando che ne
venissero da Atene più di quelle che e’ vedevano, davano indietro. I
Corfuotti che non le avevano vedute, perchè venivano da parte meno
esposta a’ loro occhi, si maravigliavano della ritirata dei Corintii;
se non che alcuni poi le videro, e dissero che esse venivano ad
attaccarli: allora davvero anch’essi, fattosi più buio, tornarono
indietro, ed i Corintii girarono di bordo e si divisero. Così le due
armate si separarono, e sul far della notte finì il combattimento. Le
venti navi d’Atene sotto la condotta di Glaucone figliolo di Leagro,
e di Andocide di Leogoro, poco dopo essere state vedute, passando a
traverso dei cadaveri e dei rottami, si accostarono a Leucimna ove
era il campo dei Corfuotti, e vi approdarono. I Corfuotti, perchè
era notte, temettero non fosser nemiche; ma di poi riconosciutele le
ricevettero in stazione.
52. Nel dì seguente le trenta navi attiche con quelle de’ Corfuotti
che erano buone pel mare, fecero vela verso la spiaggia delle Sibote,
ove aveano stazione i Corintii, per vedere s’e’ venissero a battaglia
navale. Questi scostaronsi da terra, ed in alto mare misero le navi in
ordine di battaglia; ma non si movevano, non volendo essere i primi ad
attaccarla, tra perchè vedevano sopraggiunte delle navi ateniesi intere
e salde, e perchè erano incontrate loro molte difficoltà; dovendo
guardare i prigionieri che avevano sulle navi, e non avendo in quel
luogo deserto mezzo di racconciarle. Anzi temendo che gli Ateniesi,
riguardando come rotte le tregue, per essere venuti alle mani, non
si opponessero alla loro partenza, pensavano piuttosto del modo di
ritornarsene a casa.
53. Risolvettero adunque di spedir gente senza caduceo[36] sopra
un battello spiando l’animo degli Ateniesi, con queste parole.
«L’ingiustizia è tutta vostra, o Ateniesi, che cominciate la guerra e
rompete la tregua, perchè vi opponete (portandoci contro le armi) alla
vendetta che vogliamo prendere dei nemici nostri. Nondimeno se è vostra
intenzione di impedirci l’andar contro Corfù, o dovunque ci piaccia,
e di rompere le convenzioni, arrestate noi i primi e trattateci da
nemici». A queste loro parole, quella parte dell’armata de’ Corfuotti
che gli intese gridò subito «si arrestassero, si uccidessero». Ma
gli Ateniesi risposero in questi termini: «Noi, o Peloponnesi, nè
cominciamo la guerra, nè rompiamo le tregue: siamo venuti in soccorso
di questi Corfuotti perchè sono nostri alleati: del rimanente, se
volete volgervi altrove, non ci opponiamo: se poi navigherete contro
Corfù o luogo alcuno di sua giurisdizione, noi al postutto non lo
permetteremo.»
54. Per cotal risposta degli Ateniesi, i Corintii si preparavano per
rinavigare a casa, ed ersero trofeo alle Sibote di terraferma. E i
Corfuotti raccolsero i rottami ed i cadaveri che dalla marea e dal
vento suscitatosi di notte erano stati sparpagliati qua e là sulla
spiaggia, e contrapposero trofeo alle Sibote dell’isola, pretendendo
d’esser rimasti vincitori. Gli uni e gli altri si appropriavano la
vittoria con questo concetto. I Corintii ersero trofeo per essere
stati vincitori fino a sera nella pugna navale, a segno d’aver
ricuperati moltissimi rottami e cadaveri, e perchè ritenevano meglio
di mille prigionieri, ed avevano mandate a fondo circa settanta navi.
I Corfuotti lo ersero per aver disfatto circa trenta navi, ripresi,
dopo l’arrivo degli Ateniesi, i rottami ed i cadaveri che erano nelle
loro adiacenze, e perchè nel giorno precedente i Corintii, al veder le
navi Ateniesi, aveano indietreggiato, e non erano dalle Sibote venuti
contro loro, quando essi vi si presentarono. Ecco come le due parti si
attribuivano la vittoria.
55. I Corintii in ritornando a casa presero a tradimento Anattorio
castello di comune diritto co’ Corfuotti, situato alla bocca del seno
ambraciotico, e vi posero colonia de’ loro. Proseguirono quindi la
navigazione per a casa, e venderono ottocento Corfuotti di condizione
servile, ma ne tennero guardati in prigione dugentocinquanta, che
trattavano assai cortesemente, col fine che ritornati a Corfù, ne
conciliassero loro l’animo dei cittadini; atteso che la maggior parte
di questi erano anche i più potenti della città. Così nella guerra dei
Corintii restò salva Corfù, donde partirono le navi degli Ateniesi.
Questo fu il primo motivo di guerra per i Corintii contro gli Ateniesi,
perchè s’erano uniti co’ Corfuotti a combattere per mare contro di
loro, duranti le tregue.
56. Ma subito dopo intervenne, che tra gli Ateniesi e i Peloponnesi
insorsero, per mettersi in guerra, queste differenze. I Corintii
macchinavano di vendicarsi degli Ateniesi, e questi entrati in sospetto
della lor nimicizia commettevano ai Potideati (abitanti sull’istmo di
Pallene[37], coloni dei Corintii, ma alleati e tributari d’Atene), di
demolire le mura che guardano Pallene, dare degli ostaggi, licenziare i
Demiurghi[38], e non ricever più quelli che annualmente vi mandavano i
Corintii; perchè sospettavano che adescati da Perdicca e dai Corintii
non facessero ribellione, e non vi inducessero anche gli altri alleati
di Tracia.
57. Tali precauzioni presero gli Ateniesi contro i Potideati subito
dopo la battaglia navale di Corfù, perchè i Corintii erano in manifesta
rottura con loro, e Perdicca, figliuolo di Alessandro, re dei Macedoni,
fino allora alleato ed amico loro, si era fatto nemico, per avere essi
fatto lega con Filippo suo fratello e con Derda, che d’accordo lo
contrariavano. Impaurito di questa lega egli si adoprava con ambascerie
a Sparta perchè si rompesse la guerra tra i Peloponnesi e gli Ateniesi,
e si ingegnava di conciliarsi i Corintii per facilitare la ribellione
di Potidea. Proponeva inoltre ai Calcidesi ed ai Bottiesi di Tracia di
unirsi alla ribellione, avvisando che coll’alleanza di questi luoghi
coi quali confinava, troverebbe sostenuto da loro, minori difficoltà
nella guerra contro gli Ateniesi. Questi n’ebbero sentore; e come erano
in su lo spedire contro gli stati dello stesso Perdicca trenta navi
con mille soldati di grave armatura, sotto la condotta di Archestrato
figliolo di Licomede e di altri dieci; per prevenire la ribellione
delle città commettono a cotesti capitani della flotta di impossessarsi
degli ostaggi, demolir le fortificazioni, ed aver l’occhio alle vicine
città per impedir che si ribellassero.
58. I Potideati inviarono legati ad Atene per indurli a non far
innovazioni intorno a loro, ed andarono insieme coi Corintii anche
a Sparta, e si adopravano perchè, occorrendo, vi si tenesse pronto
un sussidio. Or siccome dopo lungo deliberare non ottenevano dagli
Ateniesi cosa alcuna che loro soddisfacesse, anzi le navi spedite
contro la Macedonia andavano egualmente che prima contro di loro; e
dall’altra parte i magistrati di Sparta avevano promesso di invader
l’Attica se gli Ateniesi andavano sopra Potidea, colta allora
quest’occasione e congiuntisi insieme co’ Calcidesi e co’ Bottiesi
si ribellano dagli Ateniesi. E Perdicca persuade i Calcidesi ad
abbandonare e rovinare le città marittime, trasferirsi ad Olinto[39],
e fortificar solo questa città: ed a quei che le città proprie
abbandonavano diede a possedere, finchè durasse la guerra con gli
Ateniesi, parte del suo territorio e del Migdonio, che è intorno alla
palude Bolba. Essi passarono ad abitare più dentro terra, distruggendo
le città, e si apparecchiavano alla guerra.
59. Le trenta navi ateniesi giunte in Tracia, trovano Potidea e gli
altri luoghi già ribellati. Ed i capitani credendo impossibile, colle
forze che avevano, di sostener la guerra contro Perdicca e contro le
città concorse alla ribellione, si rivolgono verso la Macedonia, dove,
anche da prima erano stati inviati. Giunti colà uniscono le loro colle
armi di Filippo e de’ fratelli di Derda, i quali coll’esercito vi erano
penetrati dalla parte di terra.
60. In questo mezzo i Corintii ribellatasi già Potidea, e le navi
attiche essendo intorno alla Macedonia, temettero per quella città;
e riguardandone come proprio il pericolo, tra’ volontarii de’ loro
ed altri Peloponnesi invitati col soldo, vi spediscono in tutti
milleseicento di grave armatura e quattrocento di truppa leggera,
condotti da Aristeo figliolo di Adimanto che era mai sempre stato
benevolo ai Potideati; e l’amicizia per lui mosse sopra tutto i
Corintii a seguirlo di buona voglia. Essi giungono in Tracia quaranta
giorni dopo la ribellione di Potidea.
61. La nuova delle città ribellate era pervenuta subito anche agli
Ateniesi; ed al sentire che v’era pur sopraggiunto Aristeo colle sue
genti, spediscono contro i luoghi ribelli quaranta navi con due mila
dei loro di grave armatura, sotto il comando di Callia figliolo di
Calliade, e di altri quattro. Giunti appena in Macedonia trovano che
quei primi mille, dopo avere di recente espugnato Terma, assediavano
Pidna. Fermaronvisi anch’essi per continovarne l’assedio; ma poscia
premendo loro Potidea (tanto più che era arrivato anche Aristeo) fanno
accordo e forzata alleanza con Perdicca, e partono di Macedonia. Giunti
a Berrea tentarono di prenderla, ma fu senza riuscita: per lo che
tornati indietro marciavano[40] per terra verso Potidea con tremila dei
loro di grave armatura (oltre a molti altri alleati) e con seicento
cavalieri condotti da Filippo e da Pausania, più settanta navi che gli
seguivano radendo la costa. Si avanzarono a bell’agio, e il terzo dì
pervennero a Gigono ove si accamparono.
62. I Potideati co’ Peloponnesi d’Aristeo li aspettavano accampati
sull’istmo in vicinanza d’Olinto; e fuori di città avevano aperto il
mercato. Gli alleati avevano eletto a capitano di tutta la fanteria
Aristeo, e della cavalleria Perdicca, che subito staccatosi nuovamente
dagli Ateniesi seguiva la parte de’ Potideati, lasciato al governo
Iolao in sua vece. Aristeo pensò di tenere la sua gente sull’istmo ad
osservare quando sopravvenissero gli Ateniesi; ordinò che i Calcidesi
con gli alleati di fuori dell’istmo, e co’ dugento cavalli guidati da
Perdicca restassero fermi in Olinto[41]; perchè, qualora gli Ateniesi
si avanzassero contro lui, venendo loro alle spalle, mettessero in
mezzo il nemico. Dall’altra parte Callia generale degli Ateniesi ed i
suoi colleghi spediscono alla volta d’Olinto la cavalleria macedone[42]
con alcuni pochi de’ loro alleati, per impedire i soccorsi che di
là potesser venire; e mosso il campo marciavano essi verso Potidea.
Pervenuti sull’istmo, vedendo i nemici preparati al combattimento,
fecero anch’essi alto di fronte, e poco dopo si azzuffarono. L’ala
propriamente d’Aristeo coi soldati scelti de’ Corintii e degli altri
alleati che erano con lui, fece dar volta ai nemici che stavano di
fronte, e gli incalzò inseguendoli per buon tratto: il resto poi
dell’esercito de’ Potideati e dei Peloponnesi vinto dagli Ateniesi si
riparò dentro le mura.
63. Aristeo tornando dal dar la caccia al nemico, e vedendo battuta
l’altra parte dell’esercito, era perplesso se dovesse arrischiarsi
per la via d’Olinto, ovvero per quella di Potidea. Ma risolvette
di ristringere la sua gente in angustissimo spazio, e velocemente
marciando aprirsi la via di Potidea: e con difficoltà, inquietato anche
dagli strali del nemico, vi penetrò passando lungo la scarpa delle
mura pel mare che ivi si frange, talchè colla perdita di pochi salvò
la maggior parte de’ suoi. Le milizie d’Olinto destinate pel soccorso
di Potidea, dalla quale si scorge alla distanza di circa sessanta
stadii[43], attaccata appena la battaglia ed alzati i segnali, si
erano alquanto avanzate per dare aiuto; ma la cavalleria macedone si
schierò loro di fronte per impedirle. E poichè la vittoria fu tosto
per gli Ateniesi, e vennero calati i segnali, tornarono esse dentro
le mura, e la cavalleria macedone raggiunse gli Ateniesi cosicchè nè
l’una nè l’altra parte ebbe cavalleria[44]. Dopo la battaglia gli
Ateniesi alzarono trofeo, e con salvocondotto resero i cadaveri ai
Potideati. Vi perirono tra Potideati ed alleati poco meno di trecento,
e centocinquanta proprio degli Ateniesi con Callia comandante.
64. Gli Ateniesi tirarono subito il muro dalla parte dell’istmo, e vi
tenevano presidio[45]: ma ne restava sguarnita la parte verso Pallene;
poichè non si credevano in forze da guardar l’istmo, e insieme passare
in Pallene per fabbricare il muro; temendo che i Potideati con gli
alleati gli assalirebbero se fossero divisi in due parti. Quando però
riseppero gli Ateniesi che la parte che guarda Pallene non aveva
muro, spediscono poco dopo milleseicento dei loro di grave armatura
capitanati da Formione figliolo di Asopio. Giunto egli a Pallene,
movendo da Afitide[46] avvicinava lentamente l’esercito a Potidea,
dando nel tempo stesso il guasto alla campagna. E poichè nissuno usciva
incontro a combatterlo, tirò il muro dalla parte di Pallene. Così
Potidea restava rigorosamente ristretta da due lati, e insieme dalla
parte di mare per le navi che v’erano di stazione.
65. Attorniata di mura la città, Aristeo non vedendo via di salvezza
senza un qualche inaspettato soccorso dal Peloponneso o altro prodigio,
proponeva che da cinquecento in fuori, gli altri aspettando buon vento
scapolassero per mare, acciò più lungamente durasse la vettovaglia,
ed ei voleva essere tra quei che resterebbero: ma non talentando agli
altri il suo consiglio, premuroso di ovviare ai presenti mali, e di
ordinare nel miglior modo possibile le cose di fuori, imbarca e parte
non osservato dalle guardie ateniesi. Si trattenne presso i Calcidesi,
ed oltre la guerra che faceva ad altri luoghi, con imboscata tesa in
vicinanza della città de’ Sermilii, ne uccise parecchi, senza però
intermettere le pratiche nel Peloponneso, per averne qualche soccorso.
E Formione attorniato che ebbe col muro Potidea, dava co’ suoi
milleseicento il guasto alla campagna calcidica e bottica[47]; e prese
eziandio alcune castella.
66. Ma le accuse insorte scambievolmente prima della guerra tra
Ateniesi e Peloponnesi erano queste. I Corintii accusavano gli Ateniesi
dell’assedio col quale stringevano Potidea loro colonia e quei
Corintii e Peloponnesi che vi si trovavano: gli Ateniesi accusavano
i Peloponnesi d’aver ribellata quella città confederata e tributaria
d’Atene, e andati colà di aver portato scopertamente le armi contro
loro d’accordo co’ Potideati. Nondimeno non era per anche scoppiata la
guerra, anzi durava tuttora la tregua; perchè queste cose avevano fatte
i Corintii in particolare.
67. I quali, vedendo assediata Potidea, non istettero più alle mosse,
temendo per quella città e per la gente che vi avevano. E senza perder
tempo invitavano gli alleati a Sparta, ove andati essi pure inveivano
contro gli Ateniesi, imputando loro d’aver trasgredito alle tregue, e
di ingiuriare il Peloponneso. E gli Egineti, quantunque senza pubblica
ambasceria per paura degli Ateniesi, non meno degli altri segretamente
insistevano d’accordo coi Corintii per la guerra; allegando esser loro
tolto l’uso delle proprie leggi pattuito negli accordi[48]. Tennero
i Lacedemoni la loro consueta adunanza; ed oltre agli alleati, vi
chiamarono chiunque dicesse essere stato ingiuriato dagli Ateniesi, ed
ordinarono a ciascuno di parlare. Diversi si fecero innanzi a produrre
le loro querele secondo che ciascuno credeva; ma i Megaresi, oltre a
molte altre non piccole differenze; esposero principalmente d’esser
sequestrati dai porti del dominio d’Atene e dal mercato dell’Attica,
in dispetto delle convenzioni[49]. I Corintii poi, avendo lasciato che
gli altri fossero primi ad inacerbire i Lacedemoni, si presentarono gli
ultimi e parlarono così.
68. «La lealtà che regna tra voi, o Lacedemoni, nel civile governamento
e nel conversare privato, vi rende, anzi che no, tardi a prestar fede
se qualche cosa vi diciamo degli altri; e da ciò procede non solo la
vostra moderazione, ma eziandio la più grande ignoranza in cui siete
delle cose esterne. Conciossiachè noi vi abbiamo più fiate predetto i
danni che ci aspettavamo dagli Ateniesi; ma voi non pigliavate contezza
alcuna de’ fatti di cui volta per volta vi informavamo; sospettavate
anzi che quei che li esponevano fossero mossi a parlare da private
nimistà; e però non prima che ingiuriati fossimo, ma da che lo siamo di
fatto, avete invitato questi confederati, tra’ quali a noi più di tutti
conviene far parola, in quanto che più gravi sono le nostre querele;
trovandoci negletti da voi, mentre siamo oltraggiati dagli Ateniesi.
I quali se nascosamente opprimessero coi loro soprusi la Grecia, egli
farebbe bisogno avvertirvene, potendo voi ignorarli: ma qual pro adesso
di molte parole per noi, alcuni dei quali vedete già sotto il giogo;
altri, e specialmente alleati nostri, insidiati da loro, i quali da
gran tempo sono già apparecchiati alla guerra, caso che una volta
dovessero sostenerla? Perocchè altrimenti non avrebbero soprappreso
nè riterrebbero a nostro mal grado Corfù, nè assedierebbero Potidea:
questa opportunissima per fare in Tracia ciò che vogliono, laddove
quella avrebbe somministrato ai Peloponnesi flotta considerevolissima.
69. «E di tutto ciò voi siete i colpevoli, perchè finita la guerra de’
Medi permetteste agli Ateniesi da prima di fortificar la città e poi
d’alzare le mura lunghe; e tuttora continovate a togliere la libertà
non solo ai popoli messi da loro in servaggio, ma anche agli stessi
vostri alleati: poichè è autore di servaggio non chi lo impone, ma
più veramente chi, potendo cessarlo, non se ne cura, tuttochè egli
abbia il decoroso nome di liberatore della Grecia. Ora finalmente, ed
a gran fatica, ci siamo congregati, avvisando non averne pure adesso
aperte ragioni; perchè non si volea più cercare se siamo gli offesi,
ma solamente trovare il modo di vendicarci, da che essi hanno già
deciso e fan di fatti, e senza indugio alcuno assaltano noi incerti
ancora nelle nostre risoluzioni. Bene ci è noto per qual via gli
Ateniesi a poco a poco si avanzano su quel degli altri: nondimeno
sino a che per la inavvertenza vostra si credono inosservati lo fanno
meno francamente: ma piomberanno addosso con tutto lo sforzo qualora
conoscano che noti vi sieno i loro disegni e non gli curate. Poichè
voi sol tra’ Greci, o Lacedemoni, ve la passate tranquillamente, e
pretendete tenere indietro gli altri non colla forza ma coll’indugio; e
di abbattere gli ingrandimenti de’ nemici non sul principio, ma quando
sieno cresciuti del doppio. E pure avevate nome d’esser gente di sicuro
consiglio; ma certo la fama era maggiore del vero. Conciossiachè siamo
noi stessi testimoni che il Medo dall’estremità della terra giunse nel
Peloponneso; innanzi che voi gli andaste incontro con forze condegne al
vostro decoro. Ed or non fate caso degli Ateniesi che vi sono vicini e
non già lontani com’egli; e più tosto che assalirli, volete respingerli
assalitori, e così combattendoli divenuti già assai più forti,
rimettervi alla incertezza del caso, quantunque non ignoriate che
anche il barbaro fu di per sè stesso cagione di sue sconfitte; e che
le nostre molte vittorie già riportate su gli Ateniesi procederono più
dai loro errori che dai vostri soccorsi. Perciocchè le speranze riposte
in voi hanno omai purtroppo rovinato alcuni che affidati a quelle se
ne stavano senza apparecchiarsi. Nè alcuno di voi creda parlar noi
così per nimicizia che vi portiamo, più tosto che per farvi amichevole
rimostranza: imperocchè questa sta bene con gli amici che difettino,
dove al nemico che ci abbia offeso si porta accusa di delitto.
70. «Crediamo inoltre aver quanto altri mai diritto di dolerci dei
vicini, principalmente nell’urgenza di rilevanti affari, pei quali
ci sembra che restiate insensibili, senza aver mai ponderato che
gente sieno gli Ateniesi coi quali avrete a combattere, e in quanto,
per non dire in tutto, a voi superiori. Novatori essi, sono destri a
immaginare trovati e ad eseguirli: buoni voi a conservare il vostro,
non mirate più oltre, nè sapete venire a capo delle cose anche le più
necessarie. Di più sono essi ardimentosi al di sopra delle forze,
arrischievoli più di quel che s’erano prefissi, pieni di buona speranza
nei più fieri disastri: all’opposto è proprio di voi operare al di
sotto delle forze, non fidarvi neanche de’ meglio fondati consigli, e
pensare non dovervi mai liberare da’ pericoli. Sono essi sollecitissimi
dinanzi a voi temporeggianti; eglino randagi, voi casalinghi: perchè
coll’allontanarsi dal patrio suolo credono trovar via a nuovi acquisti,
voi col metter piè nell’altrui credete di rovinare anche il vostro.
Vincitori del nemico, ei si avanzano oltremodo, vinti si scoraggiano
il meno possibile; anzi per la patria non risparmiano punto i loro
corpi come se a lei non appartenessero, ma usano dell’animo come di
cosa tutta di lei in ogni impresa che le sia utile: stimano perdita del
proprio le imprese pensate e non compiute; gli acquisti fatti colle
invasioni, piccola cosa a comparazione di ciò che sperano conseguire.
Fallisce a sorte una prova, vi sopperiscono con nuove speranze: soli
essi riuniscono insieme speranza e possedimento delle cose immaginate,
tanto è pronta l’opra di mano ai loro disegni. In tutto questo
s’affannano per l’intero corso della vita in mezzo alle fatiche ed
ai pericoli: godono pochissimo di ciò che hanno, intenti sempre ad
accrescerlo; credono festa non esser altro che far quel che occorre,
e maggior disgrazia l’ozio inoperoso che la travagliosa occupazione.
Insomma se tu gli dica nati per non aver riposo, nè lasciarlo altrui,
diresti vero.