Tante ristampe, traduzioni, commenti ben provano il pregio in che fu

sempre avuta questa Storia di Tucidide. Tucidide di fatto ha trattato

un soggetto pieno d’istruzione, senza menomarne mai l’interesse.

Ha vissuto in mezzo alle cose ed agli uomini di cui ci parla. Ha

interrogato, per quanto gli era possibile, tutti i testimoni, tutti

gli attori; raccolto le memorie, confrontate le deposizioni, sceverati

ed esclusi gli errori e le menzogne. Le tracce delle superstizioni

greche sono in lui rare e leggiere: non ama le finzioni, non imagina

veruna favola; il suo disegno è di comporre una storia esatta. Le

concioni sono la sola specie d’abbellimento che si permetta; e si dee

convenire che in tale proposito si è aperto un assai libero arringo,

nel quale il suo esempio ha tratto troppo oltre i suoi successori.

Qualunque sia la censura che meritar possa tale sistema d’orazioni

fattizie, bisogna ben ammetterlo, o almeno supporlo, leggendo gli

storici antichi, e sopratutto quello che potrebbe esserne dichiarato

inventore. Non possiamo stupirci che egli l’abbia accreditato; però

che ne fa un accorto e felice uso. Le sue arringhe, ed altri tratti

oratorii meno estesi formano una parte essenziale della sua storia: non

si sopprimerebbero senza impoverirla, senz’ammorzare lo splendore di

cui essa brilla, ed anzi senza spegnere la luce che deve illuminarla.

In esse, quantunque cosa ne dica Meierotto, è dove egli dipinge i

personaggi, dove prepara o compie i suoi racconti, dove spiega le cause

e gli effetti degli avvenimenti. Se non gli permettiamo di istruirci

in tale maniera, il corso delle sue narrazioni propriamente dette non

ci darà una conoscenza compiuta dei fatti; egli ha concepito così il

suo soggetto e la disposizione del suo lavoro. Come negare altronde

a tali discorsi un grado eminente tra le produzioni dell’arte di

scrivere? Alcuni per verità appartengono al genere che i retori hanno

chiamato dimostrativo, genere verboso o sterile, in cui s’accumulano

le idee vaghe, le espressioni esagerate, gli ornamenti artificiali:

il vano apparato di sì fatte composizioni oziose ha contribuito a

ritardare appo gli antichi ed appo i moderni, i progressi della

sana istruzione e quelli del buono stile. Si può temere altresì

che Tucidide non abbia fatto alquanto troppe concioni militari:

ve ne ha che sembrano staccarsi più del bisogno dalle circostanze

che vi danno motivo, ricadere nei luoghi comuni, mancare, insomma,

d’originalità, quindi di vigore. Ma sa altresì comporne d’eloquenti

e veramente guerresche, le quali incominciano in alcun modo le pugne

cui annunciano, e che rimbombano già come colpi scagliati al nemico.

Sovente spiegano e dipingono i movimenti e gli scontri che stanno

per avvenire; istruiscono, scuotono ed animano gli eserciti che le

ascoltano. Tuttavia nelle arringhe politiche è dove si fa più ammirare

il talento dello storico: senza esse non sapremmo quanto la sua anima

fosse sensibile, profondo il suo pensiero, flessibile ed attraente la

sua elocuzione. Convien cercare in Eschine ed in Demostene, scegliere

in Cicerone, per trovare commovimenti e tratti paragonabili a quelli

che folgoreggiano nei Discorsi di Diodoto per gli abitanti di Mitilene,

d’Astimaco e di Lacone per gli abitanti di Platea. Il carattere serio

ed austero di Tucidide non permette menomamente di supporre che abbia

intrapreso una storia espressamente per inserirvi delle arringhe; ma

si scorge abbastanza, e troppo forse, che le ha composte per ornare la

storia e darvi un compimento. Non è possibile di pensare che si limiti

a trascriverle, a compendiarle, a vestirle di forme più regolari, di

colori più vivi: tutto dimostra che le inventa, almeno la maggior

parte, che la sostanza essa pure è sua, e che salvo Pericle, non

avvi altro oratore ch’esso stesso ne’ suoi libri. Non oseremo dire

che in ciò sia ancora più lodevole come scrittore, che riprensibile

come storico; e perchè ha voluto, di sua piena volontà, senza esservi

obbligato dall’oggetto e dalla natura della sua opera, lasciarci esempi

d’eloquenza militare e politica, conviene approfittarne. Stampando

a parte le sue arringhe, come si è fatto più volte (Parigi, 1531,

in-4º... Glasgow, 1755, in-12º; Lipsia, 1758, in-8º; Oxford, 1768,

in-8º ec.), si è recato un vantaggio a coloro che vogliono studiare

profondamente l’arte oratoria; ma noi restiamo persuasi che nel corpo

della sua storia, tali discorsi non erano in effetto destinati che a

mandare una grande luce sui racconti. Il talento di narrare, ch’egli

possiede in un grado non comune, non è adoprato quasi che sopra fatti

militari; e non si dee biasimarnelo, poichè scrive gli annali d’una

guerra. Quando il corso naturale delle cose lo tragge sulla scena delle

discussioni e dei maneggi politici, ne sa delineare quadri animati e

fedeli; ma si contiene rigorosamente nei limiti del suo soggetto, e

fa ritorno, quanto più presto può, ai campi ed alle flotte. Non si

intrattiene in particolari biografici; non dice molto di parecchi

personaggi, celebri nei tempi di cui parla, siccome Socrate, Aspasia,

Fidia, Sofocle, Euripide, Aristofane, benchè fosse stato assai facile

connettere tali nomi coi fatti cui racconta. È probabile che Erodoto

non avrebbe ciò trasandato, che avrebbe cercato più lontane ancora

le occasioni di penetrare nell’interno delle città e delle famiglie,

che avrebbe anche raccolto volentieri le narrazioni tradizionali che

avessero potuto frammischiarsi al corso di tale storia. Ma Tucidide

teme sempre di uscire fuori d’un soggetto cui ha circonscritto con

iscrupolo; ed ove si eccettui la sua digressione sui Pisistratidi,

ed alcune altre molto meno considerevoli, si può dire che non prende

altra licenza che quella di arringare in nome dei suoi personaggi;

però che non bisogna riguardare come fuor di luogo le descrizioni che

il suo sistema esige, e che altronde non moltiplica, quantunque sia

in esse veramente sommo. Tali quadri, principalmente quello della

peste dell’Attica, sono realmente racconti di particolare, composti di

particolarità coesistenti più che successive. In vari altri luoghi,

si potrebbe lagnarsi della severità estrema con cui rifiuta ciò che

si avvicina alla sua materia. Il carattere del suo stile consiste in

quella dignità ed in quella energia costanti a cui gli antichi rettori

hanno talvolta applicato il nome di sublime: la prosa, anche nel genere

oratorio, non potrebbe inalzarsi o almeno sostenersi più alto; esso

è quasi, tranne le finzioni e la versificazione, lo stile poetico:

sovente occorrono le stesse commozioni, la stessa arditezza di figure

o d’inversioni, que’ slanci subitanei e rapidi che fanno temere il

disordine, ma che tanto crescer possono la vaghezza de’ sentimenti, lo

splendore dei pensieri e delle imagini. Se mai divenisse possibile alla

storia moderna di ripigliare il modo della storia antica, lo sarebbe

mercè uno studio accurato dello stile di Tacito, di Tito Livio e di

Tucidide. La dizione di tale scrittore greco non è sempre scevra da

oscurità; e bisogna bene che tale imperfezione sia reale, poichè gli

antichi l’hanno avvertita; è però presumibile che i copisti l’abbiano

di assai aumentata. Alquante frasi spostate e poco intelligibili che

vi sono qua e là in ciascuno degli otto libri, hanno servito per

pretesto a commentarii che non riuscirono poi a meglio chiarirle, se

pur non fecero che sparger tenebre e noia sull’opera intera. Il partito

più semplice è di considerare tali oscurità di testo come piccole

lagune da riempiere, quando ciò sia indispensabile, con le idee che

si connettono più naturalmente a quanto precede ed a ciò che segue,

senza fermarsi a discussioni grammaticali, cui lo stato dei testi rende

affatto infruttuose. Rimane già bastante copia di bellezze, di diletto,

d’istruzione letteraria, morale e politica nell’intero corso di questa

opera immortale.

DAUNOU.

AI LETTORI

IL TRADUTTORE

La Grecia divisa da prima in piccoli Stati, senza veruna comunanza di

commercio, che tanto è conducevole all’incremento della civiltà e dei

lumi, trovandosi aspramente tiranneggiata dall’insolente orgoglio di

alcuni prepotenti inalzatisi a sovrani di lei, ne scosse il giogo e

ordinò il governo popolare. Allora l’amore di libertà si diffuse fra i

Greci; le armi loro cominciarono a segnalarsi; le arti, le scienze e le

altre nobili discipline presero radici in quel suolo prediletto dalla

natura; donde si propagarono a tutte le altre nazioni.

Atene e Sparta, le due città più considerevoli, trassero a sè

gli sguardi di tutto il rimanente della Grecia: alla prima aveva

dettato leggi Solone, all’altra Licurgo; e da queste due repubbliche

dipendevano, per dir così, tutti gli altri popoli di Grecia, per

ragione o di alleanza o di colonia o di conquista. Atene si era resa

celebre per le vittorie riportate sui Medi nelle battaglie di Maratona,

di Salamina, di Platea; e la gloria, di queste vittorie principalmente

svegliò la gelosia degli altri Greci, e in specie dei Lacedemoni che

mal tolleravano la rinomanza degli Ateniesi. Poichè crescendo questi

di giorno in giorno in potere, ed essendo animosi a intraprendere e

cupidi sempre di nuove cose, davano sospetto di aspirare al principato

di tutta Grecia. Quindi i dissapori e la nimistà tra Sparta ed Atene;

quindi la guerra civile nota sotto il nome di guerra del Peloponneso,

della quale Tucidide scrisse la Storia che ora si dà in luce, voltata

dal greco nel nostro volgare idioma.

Il solo nome di Tucidide equivale a qualunque elogio. Egli discendeva

da Milziade vincitore dei Persiani a Maratona. Chiamavasi Oloro il

padre suo; la madre Egesipila. Raccontasi che ancor giovinetto di

circa sedici anni, in occasione de’ giochi Olimpici udendo Erodoto

leggere la sua istoria, pianse e per ammirazione e per bramosia di fare

altrettanto: e questa bramosia seppe a suo tempo adempire.

Sotto due aspetti può considerarsi Tucidide: e come scrittore e come

istorico; e per l’uno e per l’altro titolo pare tenere egli il primo

luogo. Come scrittore, giusta il giudicio di Cicerone, supera tutti

nell’artificio del dire; e tanto è pieno di cose, che il numero delle

parole equivale quasi a quello delle sentenze: il suo discorso è così

proprio e conciso che tu non sai se dalle parole le cose, o piuttosto

dalle sentenze prendano lume le parole. Quintiliano, ponendo in

parallelo Tucidide ed Erodoto, trova nel primo pienezza e concisione,

nell’altro dolcezza, candore, copia: il primo di concitati, l’altro

di tranquilli affetti; il primo concionatore, l’altro oratore; l’uno

efficace, l’altro piacente.

Relativamente poi al merito di Tucidide come istorico, da Luciano nel

suo libro «del modo di scriver l’istoria» viene proposto a modello;

esigendo che lo storico narri con schiettezza le cose quali avvennero;

che sia libero, impavido, amante della verità, giudice integerrimo,

senza odio, senza amore di parte; che incerto modo non abbia nè patria,

nè principe; che non studi di lusingare questo o quello; che scriva non

per dar nel genio ai contemporanei, ma per giovare a chi verrà dopo;

avendo per oggetto, nel caso che cose simili alle narrate avvenissero,

che di ciò che è stato scritto possa giovarsene all’occasione.

A tutto ciò potrebbesi aggiungere, a buon dritto, che nella sua storia

Tucidide oltre il manifestarsi efficace scrittore e perfetto isterico,

si palesa eziandio sommo filosofo, conoscitore profondo del cuore

umano, intendentissimo di tutto ciò che appartiene a privato e a civile

reggimento. E ciò potranno conoscere tutti coloro che chiamati agli

uffizi della cosa pubblica, e allo studio della scienza dei governi,

trovansi nella necessità di conoscere l’indole e le passioni degli

uomini sì difficili ad esser guidati e corretti, specialmente quando

sieno agitati da immoderata ambizione e da avidità di comando.

Ma lasciando stare, di ciò e passando a parlare del presente

volgarizzamento, credo inutile l’enumerare le difficoltà cui va

incontro chiunque assuma l’impegno di una traduzione qualunque;

difficoltà che crescono a dismisura quando si tratti di voltare in una

lingua moderna un antico greco scrittore.

Venendo poi più dappresso al mio proposito dirò, che saranno oggimai

circa venticinque anni che unicamente per proprio studio e passatempo,

negli ozi di un vivere ritirato, incominciai a fare alcuni comenti su

questo storico greco, desiderando d’intendere quanto meglio poteva

le concioni e i luoghi più oscuri di quel celebre autore. E tanto mi

talentava questa occupazione che in breve tempo mi trovai ad avere,

giusta il mio avviso, dilucidati gli otto libri nei quali è compresa

quell’istoria. Conferii frattanto parte di quei comenti ad alcuni miei

amici, i quali discesero nella mia sentenza circa il vero senso di

certi passi i più intricati ed oscuri. Perlochè preso animo mi disposi

a voler tentare, per proprio studio, il volgarizzamento: col solo scopo

d’intendere il mio originale, e farne una spiegazione: e in termine

di otto mesi ne venni a capo, allettato dai sublimi concetti di quel

succoso scrittore.

Ma non solo fui sempre alieno, ma aborritore eziandio dal pubblicare

quel mio lavoro, di cui solo oggetto era l’agevolare per alcuni miei

scolari l’intelligenza dell’Istorico greco. Infatti quei molti che in

Toscana e fuori mi fecero istanza di darlo in luce possono rendere

testimonio che mai e poi mai non aderii alle richieste fattemi;

giudicando quel volgarizzamento un aborto indegno della luce, e solo

meritevole di rimanersi nella polvere, in cui fino ad ora era stato

sepolto.

Senonchè nell’anno decorso vivamente sollecitato dal dott. G. Cioni,

ora Direttore della tipografia Galileiana, finalmente annuii a

concedere il manoscritto, a condizione però che, prima esaminatolo

scrupolosamente, vedesse se fosse conveniente pubblicarlo colla stampa;

essendo certo che per la dizione, per la lingua e per molte frasi

verrebbe giudicato immeritevole di comparire al pubblico, e anzi di

spiacevole lettura; a meno che in più luoghi non ne fosse cangiata e

corretta la dettatura.

Ma il suddetto Direttore della tipografia Galileiana protestandosi

ignaro affatto del greco, volle approfittarsi dell’opera del mio

scolare Giuseppe Meini, giovine che sente molto addentro nelle

lettere greche e italiane. I quali due riunitisi in frequenti tornate

adempirono il mio desiderio di ridurre il volgarizzamento in modo da

non disgradare ai leggitori. Quindi giudicherà il pubblico se sia stato

raggiunto lo scopo a cui s’intendeva.

Aggiungerò che quando mi venne fatta premura di pubblicare la mia

versione, avendo il sig. Meini voltata in italiano l’orazione funebre

detta da Pericle nel secondo libro, desiderai che vi fosse inserita a

suo luogo invece della mia; non tanto perchè a mio avviso è dettato con

molta proprietà di lingua, quanto ancora per la molta intelligenza dei

sensi di quella sublime ed ingegnosa concione.

Appartiene pure ad esso un catalogo di voci, modi e frasi greche

corrispondenti onninamente a voci, modi e frasi italiane, compilato a

insinuazione dello stesso sig. Cioni: il qual catalogo posto in fine

del volgarizzamento dichiarerà rigorosamente il senso metaforico o

retto nelle due lingue. E ciò servirà a dimostrare quante maniere di

dire sieno passate dalla greca nella nostra lingua.

Non ho creduto che si dovesse corredare l’edizione di comenti e

d’interpretazioni a giustificare quei luoghi ove il mio volgarizzamento

siasi allontanato dall’intelligenza data di precedenti traduttori; ed è

stato mio consiglio l’omettere le annotazioni risguardanti la storia o

le costumanze civili o religiose dei Greci, delle quali il Meursio, il

Gronovio, il Sigonio ed altri hanno diffusamente parlato; avvisando che

chi imprende a leggere Tucidide non può supporsi digiuno affatto delle

cose dei Greci.

Finalmente concludendo dirò che se in questo volgarizzamento sì troverà

nulla nulla di mediocre, sarà in parte dovuto agli editori, in parte

servirà a testimoniare la carità e l’affetto veramente grande che mi

stringono a questa nostra Italia, alla quale insultano gli stranieri

che tanto, se non tutto, appresero da lei; quasi anelino toglierle anco

la gloria delle scienze e delle lettere. I sublimi intelletti, gli alti

ingegni, che fra noi non mancano, smentiscano, co’ fatti le male voci

dello straniero; che io mi starò contento a mostrare in parte che pure

fra noi i buoni studi non mancano di cultori.

NOTE

[1] Nell’anno seguente Aldo publicò come appendice anche gli Scolii.

_L’editore._

[2] Questa edizione del 1540 non è di Enrico Stefano, ma del Camerario:

comparve a Basilea _ex officina Hervagiana_; è greco-latina cogli

Scolii in fine, è ricca di correzioni attinte ad un manoscritto che

Camerario stesso possedeva. _L’editore._

[3] Malebranche aveva citato un esempio affatto simile della

_Preoccupazione dei commentatori_: Ricerca della verità, lib. 2,

seconda parte, capo VII.

[4] Questo volume, di cui parla Daunou non è più mai comparso.

_L’editore._

[5] L’edizione di Poppo si compone di undici forti volumi in-8º, dei

quali l’ultimo comparve a Lipsia nel 1851 e contiene _supplementi_ ed

_indici_. Alle edizioni e traduzioni menzionate dal Daunou, puonno

aggiungersi quelle di Berlino ed Oxford (1821), solo testo greco, cogli

Scolii, e le note di Wasse e Duker, — di Oxford (1824), solo testo

greco, corretto in più luoghi secondo il testo della grande edizione

di Beker: è un volume in-8º, — di Lipsia (1824), solo testo greco con

alcune note di Luigi Dindorf; un volume in-8º — di Lipsia (1826), solo

testo greco in 2 volumi in-8º, con note originali, indice e piano di

Siracusa, di Francesco Goeller — di Oxford (1830), solo testo greco con

note storiche e geografiche di F. Arnold — di Berlino (1832) in-18º,

ristampa accuratamente riveduta di quella di Imm. Beker con molte varie

lezioni di Lipsia (1833 e seg.) per cura di G. Gervinus e Morstadt —

di Parigi (1842), testo greco e traduzione latina di Haas, di Ambrogio

Firmino Didot — aggiungi la traduzione francese di F. Didot (Parigi

1833, vol. 4 in-8º) molto stimata per fedeltà — quella pur francese di

Stiévenart (Digione 1851), di Carlo Zevort (Parigi; Charpentier 1853).

_L’editore._

DELLE GUERRE DEL PELOPONNESO

DELLA STORIA DI TUCIDIDE

LIBRO PRIMO

SOMMARIO.

Proemio in cui si amplifica la grandezza della guerra che si

descrive. — Cagioni per cui ella fu mossa. — Epidamno rifiutata

dai Corfuotti ricorre a Corinto. — I Corfuotti si volgono agli

Ateniesi. — Battaglia navale. — Potidea si ribella, ed è assediata.

— Lacedemone intima la guerra ad Atene. — Come Atene ingrandisse.

— Antico stato della Grecia. — Imprese di Pericle. — Ambasciatori

lacedemoni ad Atene. — Pausania e Temistocle. — Risposta degli

Ateniesi.

1. Tucidide ateniese ha scritto la storia della guerra fra i

Peloponnesi e gli Ateniesi quando guerreggiavano tra loro, cominciando

subito da poi che fu ordinata; avvisando che grande ella sarebbe

e degna di ricordanza più delle passate conghietturandolo dai

floridissimi apparati d’ogni maniera onde ambe le parti eran fornite

per sostenerla, e dal vedere alcuni del rimanente di Grecia accostarsi

subito ad una delle due, e gli altri averne il pensiero. Infatti

grandissimo fu questo commovimento pei Greci e per gran parte de’

barbari, e, a dir così, per il più delle nazioni. Poichè, quantunque

pel lungo spazio di tempo mi fosse impossibile ritrovar con chiarezza

le imprese precedenti a questi fatti, ed anche le più antiche;

nondimeno per le conghietture alle quali, spingendo al più lungi le mie

indagini, mi avviene di prestar fede, parmi che grandi elle non sieno

state nè in fatto di guerra, nè di altro.

2. Egli è invero manifesto che la ora detta Grecia non ebbe in antico

stabili abitatori: vi si succedevano anzi da principio trasmigrazioni,

e ciascun popolo abbandonava di leggeri il proprio suolo, forzato volta

per volta da gente più numerosa. Conciossiachè, non essendovi mercatura

nè sicuro commercio nè per terra nè per mare; coltivando ognuno del suo

tanto da viverne; non avendo sopravanzo di robe, nè facendo piantagioni

nelle loro terre per l’incertezza che, mancanti com’erano di mura,

potesse mai alcuno venire a prender tutto per sè; e persuasi potersi

procacciare ovunque il necessario vitto giornaliero, senza molta

difficoltà lasciavano la patria: e per questo non erano potenti nè

per grandezza di città nè per altro apparato. Ma soprattutto i paesi

di miglior suolo, come la ora detta Tessaglia, la Beozia, il più del

Peloponneso, dall’Arcadia in fuori, e quel che vi era di più ubertoso

nel rimanente di Grecia, continuamente mutavano di abitatori, perchè la

virtù del terreno vi rendeva di alcuni preponderante il potere; ciò che

produceva fazioni interne per cui i popoli si consumavano, ed erano al

tempo stesso più esposti alle insidiose macchinazioni degli stranieri.

E però l’Attica, fino dai più remoti tempi immune da sedizioni per la

magrezza del suolo, ebbe sempre gli stessi abitatori: e la cosa è da

ciò principalmente dimostrata, che a causa delle trasmigrazioni la

Grecia non si accrebbe altrove ugualmente. Perciocchè dal restante

di essa in forza di guerre o sedizioni sbalzati i più potenti si

ricovravano presso gli Ateniesi, come a stabile dimora. Ascritti quindi

alla cittadinanza, subito fino ab antico pel numero degli abitanti

resero più considerevole la repubblica: cosicchè, restando dappoi

angusta l’Attica, mandarono colonie anco nella Ionia.

3. Un’altra considerazione mi chiarisce sommamente della debolezza

degli antichi. È certo non aver la Ellade (Grecia) prima della guerra

troiana fatto impresa veruna in comune: e per me credo che neppure

tutta insieme avesse ancora questo nome; anzi che tal cognome punto

non fosse, almeno prima di Elleno figliolo di Deucalione; e che popolo

per popolo, ed in maggiore estensione degli altri, i Pelasgi si

attribuissero da sè il proprio soprannome. Ma che poi, Elleno ed i suoi

figlioli fattisi potenti nella Ftiotide, e quei popoli invitandoseli

per proprio vantaggio anche nelle altre città, sin d’allora presso

ciascuni, per lo usare con quelli, prevalesse il nome di Elleni. Il

qual nome pur non potette per molto tempo pigliar piede fra tutti, come

ne dà principalmente indizio Omero, che quantunque vissuto molto dopo

la guerra troiana, in nessun luogo dà a tutti loro insieme cotal nome;

anzi non ad altri che ai compagni di Achille venuti dalla Ftiotide,

i quali erano pure i primi che ebbero nome Elleni. Ma ne’ suoi versi

nomina partitamente Danai, Argivi, Achei. E nemmeno usò il vocabolo

barbari, perchè, come sembrami, non ancora gli Elleni erano distinti

sotto un medesimo nome che agli altri contrappor si potesse[6]. Or

dunque gli Elleni, nè ciascun popolo in particolare, nè quelli che

città per città s’intendevano scambievolmente, nè quelli che poi

tutti insieme furono chiamati così, mai si erano riuniti fra loro a

fare impresa veruna prima della guerra troiana, perchè deboli e senza

comunicazione di scambievole commercio: anzi a questa spedizione

concorsero perchè la maggior parte già usavano il mare.

4. Infatti Minos, il più antico di quanti ne conosciamo per udita, si

procurò flotta, ed estese moltissimo la sua potenza sul mare che ora

greco si appella: ebbe il dominio delle isole Cicladi[7], pel più delle

quali il primo fondò colonie, scacciandone i Carii per istabilirvi

principi i suoi figlioli; e senz’altro sgombrò a tutta possa dal mare

i pirati, affinchè più facilmente e in maggior copia gli venissero le

entrate.

5. Imperocchè ab antico i Greci, e tra’ barbari quei di terraferma

più vicini al mare, e gl’isolani (da che cominciò a rendersi più

comune il tragitto scambievole con le navi) si volsero al mestier del

pirato sotto la condotta dei più potenti, per trovare lucro per sè e

nutrimento per gl’invalidi. Assalendo le città senza mura ed abitate

a borghi le depredavano, e di là traevano la maggior parte del vitto;

mentre questo mestiero non era ancora in vergogna, ma godea piuttosto

una certa reputazione. Ciò mostrano anche adesso alcuni di terraferma,

appo i quali è decoroso il farlo con destrezza; lo mostrano altresì

gli antichi poeti, i quali tutti ad un modo interrogano coloro che in

qualunque luogo approdino, colla domanda «se fosser corsari» come se

non ne sdegnassero il mestiere quelli cui ne domandavano, e non ne

facessero rimprovero quelli ai quali importava saperlo. Praticavasi

pure in terraferma simile scambievole ladroneggio; e parecchi luoghi

della Grecia giusta le antiche usanze lo praticano anche adesso, come

i Locri Ozolii, gli Etolii, gli Acarnani[8] e la terraferma di cotesti

dintorni: ed è pure dall’antico ladroneggio restato costante, presso

gli abitanti di terraferma, l’uso di andare armati.

6. Di fatto così costumavasi in Grecia tutta, attesochè i luoghi

abitati erano senza ripari, e mal sicure le vie di scambievole

comunicazione: però usavano vivere armati come i barbari: e queste

parti di Grecia che seguitano a praticar così sono indizio di usanze

simili estese una volta a tutti. Ma in questo stato di cose gli

Ateniesi certamente furono i primi a deporre le armi, e con meno

severa condotta passarono ad un vivere più molle e delicato: a cotesta

delicatezza dee attribuirsi l’avere i più vecchi opulenti tra loro

lasciato da poco tempo l’uso di portar toghe di lino, e di ornare in

giro il ciuffo della chioma con intreccio di cicale d’oro; e quindi

questa sorta di abbigliamento si è mantenuta tra’ più vecchi degli

Ionii, perchè discendenti degli Ateniesi. Ma di abiti mediocri e

secondo il costume presente primi usarono i Lacedemoni; ed in tutto

il restante i possidenti presero maniere al più possibile conformi a

quelle della moltitudine. Furono medesimamente i primi ad ignudarsi,

e spogliati in pubblico, nell’atto dei combattimenti ginnastici, si

ungevano con olio; laddove in antico nel certame stesso olimpico li

atleti combattevano con fasce attorno alle vergogne; nè sono molti

anni che tal uso è cessato; anzi tutt’ora presso alcuni barbari,

specialmente asiani, si propongono i premi del pugilato e della lotta,

e vi si esercitano colle fasce a cintola. Così potrebbesi mostrare che

la Grecia praticava molte altre maniere simili a quelle dei barbari di

adesso.

7. Le città poi fondate più recentemente, quando già più frequente

era l’uso del mare, essendo più abbondanti di denaro, si fabbricavano

proprio sulle coste con mura con le quali comprendevano gl’istmi, per

favorire la mercatura, ed afforzarsi contro i vicini; laddove le città

antiche sì dell’isola che di terraferma, per tema dei corsali che si

ressero lungamente, erano fabbricate più di lungi dal mare; poichè non

solo i Greci tra loro, ma derubavansi anche gli altri che abitavano

sulle coste, quantunque non esercitati sulla marina. Coteste città

mantengono ancora la loro situazione distante dal mare.

8. Nè si davano meno alla pirateria gl’isolani che erano Carii e

Fenicii, poichè costoro abitavano senza dubbio la maggior parte delle

isole. Testimonio di ciò; che nella purgazione di Delo fatta dagli

Ateniesi nel corso di questa guerra, quando furono tolte tutte le

arche de’ morti che si trovavano nell’isola, più della metà apparvero

Carii, riconosciuti al fornimento delle armi sepolte con loro, e

al modo conforme a quello che ancora tengono nel seppellire. Ma la

reciproca navigazione si facilitò da che Minos[9] ebbe dato forma alla

sua flotta, avendo egli cacciato quei malfattori dalle isole, quando

anche nella maggior parte di esse fondò colonie. E gli abitatori delle

coste, che trovavano d’allora in poi più sicuro il modo di far denaro,

vi si fermavano più stabilmente; ed alcuni eziandio si cingevano di

mura secondo che crescevano in ricchezze. Perciocchè l’avidità del

guadagno induceva i deboli a soffrire il servaggio dei più forti, ed i

più potenti coll’affluenza delle loro ricchezze si facevano suddite le

città più deboli. In tal maniera divenuti omai più opulenti fecero poi

la spedizione contro Troia.

9. Perciò credo avere anche Agamennone riunito quell’armata non tanto

perchè i pretendenti d’Elena ch’ei conduceva vi erano astretti dai

giuramenti prestati a Tindaro, ma sibbene perchè era il più potente

de’ Greci d’allora. Conciossiachè quelli stessi, che per tradizioni

ricevute dai maggiori hanno più esatta contezza delle cose del

Peloponneso, raccontano che Pelope[10] con le ricchezze portate

seco dall’Asia fu il primo ad acquistarsi potenza tra quei popoli

miserabili; e pose, benchè forestiero, il cognome del paese: che questa

potenza anco maggiore toccò coll’andar del tempo a’ suoi discendenti;

pel caso, che Euristeo partito per la guerra, ed ucciso poi nell’Attica

dagli Eraclidi, avea per titolo di parentela, affidato il reggimento

di Micene e del suo impero ad Atreo fratello di sua madre; il quale si

trovava esule dal padre Pelope per avere ucciso Crisippo. Non essendo

Euristeo altramente ritornato, ebbe egli il regno di Micene e di

quant’altro era stato sotto il comando di Euristeo, col consentimento

de’ Micenesi mossi dal timore degli Eraclidi; ed anche perchè godeva

riputazione di valoroso, e si era colle sue maniere conciliata la

moltitudine: e così rese i Pelopidi più forti de’ Perseidi. Delle

quali forze divenuto erede Agamennone, che era anche più degli altri

potente sul mare, parmi che col timore più che con le sue buone grazie

raccogliesse l’armata per eseguire la spedizione. Infatti si vede

arrivare con maggior numero di navi, ed offrirle agli Arcadi, siccome

lo ha dichiarato Omero, se pur vale per alcuno la sua testimonianza: e

nella consegnazione dello scettro dice di più

Che molt’isole e tutta Argo reggea.

Or senza avere una flotta considerevole non avrebbe potuto, uomo

di terraferma com’egli era, avere impero al di là delle isole

circonvicine, che certamente non potevano esser molte. Da quest’istessa

armata si conghiettura cosa furono quelle prima di essa.

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 3 / 35 段