lingue; in francese, da Claudio Seyssel, Parigi, 1527, in-folio, 1545,
in-16º, 1555, in-16º ed in-8º, 1559, in-folio, presso Vascosan; e verso
il 1600, da Jausaud d’Uzès, Ginevra, in-4º: in inglese da un anonimo,
fino dal 1525, in-folio, a Londra; e da Tommaso Nicholls, in-folio,
1550: in tedesco, da Girolamo Bonner, Augusta, 1533, nella stessa
forma: in lingua spagnuola, da Graziano de Aldreta, Salamanca, 1564,
in-folio pure: in italiano, da Soldo Strozzi, Venezia, 1545, in-8º;
1563, in-4º.
Le più di sì fatte versioni non furono composte che sul latino di
Lorenzo Valla; e Nicholls non ha fatto anzi che mettere in inglese il
francese di Seyssel: questi, sebbene assai severamente giudicato da
Enrico Stefano, aveva posto grandi cure nella sua traduzione; l’aveva
intrapresa per uso di Luigi XII; e di mano in mano che la compilava,
consultava Lascaris, prima di riportarsene all’interpretazione di
Lorenzo Valla; s’applicava altronde a dare al suo stile tutta la
perfezione che consentiva allora lo stato della lingua francese. Si
racconta che Carlo V leggeva Tucidide nella versione di Seyssel, e che
la portava nelle sue spedizioni per imitare Alessandro, il quale aveva
sempre seco le opere d’Omero. Non nomineremo qui tutti i critici che
hanno contribuito a correggere la versione latina o ad accrescere la
mole delle note o pretese spiegazioni del testo; ma fra i traduttori
che Tucidide ha trovati nel decimosettimo secolo, dobbiamo distinguere
Tommaso Hobbes: la sua versione è uno dei primi lavori con cui questo
filosofo incominciò il suo arringo letterario (Londra, 1628, in-folio).
Egli preferiva gli otto libri della Guerra Peloponnesiaca a tutte le
altre opere storiche della greca letteratura; voleva, dice Bayle, far
vedere agl’Inglesi, con l’esempio degli Ateniesi, i disordini e le
confusioni del governo popolare: tale versione è stata letta durante
più di cento anni nella Gran Brettagna. In Francia, quella di Seyssel
invecchiava, quando Perrot d’Ablancourt ne publicò una nuova (Parigi,
1662, in-folio; 1671, 3 vol. in-12º; Amsterdam, 1694, 3 vol. in-12º,
ec.): si è osservato ch’essa era più breve del testo, quantunque non
ne avesse la concisione. D’Ablancourt aveva avuto l’arte di fare una
specie di compendio diffuso di una delle opere più concise che si
possano leggere: egli traduce Valla ovvero Seyssel, molto più che
l’originale; e dà a divedere di aver sott’occhio le chiose greche;
giacchè sono talvolta le note dello scoliaste, invece delle idee
dell’autore, che passano nella versione. I lavori dei letterati del
secolo decimosettimo sopra Tucidide non dimostrano che l’avessero molto
profondamente studiato. La Mothe-Le-Vayer non trova niente di nuovo da
dire, e si appaga d’un lagno piuttosto vago contro i giudizii dati da
Dionigi di Alicarnasso. Ammira l’eloquenza delle arringhe sparse nei
primi sette libri, e loda ancora più lo storico della sua cura a non
mescolare nessuna favola a narrazioni serie. Quest’ultima ragione ben
vale più di quelle che muovono Rapin a dichiararlo il migliore degli
scrittori greci nel genere storico. «La sua austerità, dic’egli, non
ha nulla che non ritragga grandezza; e tuttavia il suo soggetto è per
ogni riguardo più lieve ed angusto.» Rapin, che così parla nel suo
trattato della maniera di scrivere la storia, ha lasciato un altro
opuscolo il quale non è che il confronto di Tucidide con Tito Livio.
Non è per verità che un sommario delle osservazioni che erano già
state fatte su quei due autori. Tale parallelo, che è stato composto
nel 1677, ci rappresenta ciò che pensavano allora di Tucidide gli
uomini più istruiti. — Un importante lavoro sui libri di tale storico
è l’edizione publicata da Hudson in Oxford, nel 1696, in-folio. Fin
allora il testo non era stato riveduto che sopra pochi manoscritti
d’Italia e di Francia: Hudson fece uso di quei d’Inghilterra, e
v’aggiunse delle varianti attinte in quello d’Utrecht, cui Grevio aveva
riscontrato. La versione latina, posta in ogni pagina sotto al testo, è
quella d’Emilio Porto, salve alcune correzioni suggerite in parte dalla
traduzione inglese di Hobbes, e dalla traduzione francese di Perrot.
Tale edizione contiene altresì la Notizia biografica di Marcellino,
gli Scolii greci, le Note di Enrico Stefano sopra quegli Scolii, altre
Note dello stesso Stefano e di diversi dotti; alcune carte della Grecia
e della Sicilia, e varie indicazioni cronologiche somministrate da
Dodwell. Questi ha poscia ampliato tale lavoro; ha publicato, nel 1702,
col titolo di _Annales Thucydidei et Xenophontei_ (Oxford, in-4º), un
quadro cronologico di tutti gli avvenimenti e di tutte le particolarità
della guerra del Peloponneso, ed anzi anche della Vita dello storico;
quadro molto più compiuto e meno inesatto di quello che Davide Chitrée
aveva abbozzato, nel 1586, Helmstadt, in-4º. La spiegazione publica
dell’opera greca in una cattedra dell’accademia di Pisa ha dato origine
a cinquantotto dissertazioni latine di Benedetto Averani, le quali
vennero stampate nel 1716 e 1717, dopo la morte di quel professore
(Firenze, 3 parti in-folio); ma esse presentano piuttosto che un
commento preciso ed istruttivo, una serie di digressioni, in cui,
cogliendo occasione di alcuni passi, Averani ragiona sopra usanze
antiche, sopra origini, sopra fatti estranei a quelli che lo storico
greco racconta.
L’edizione di Hudson si riprodusse, nel 1731, in quella di Duker
(Amsterdam, in-folio), con le note di questo nuovo editore e con quelle
che aveva lasciate Giuseppe Wasse; però che l’ammasso di sì fatte glose
va sempre crescendo; ed il testo finisce ad essere la minor parte dei
volumi che gli sembrano dedicati. Tuttavia la suddetta edizione del
1731 è assai stimata; era stata preparata accuratamente da un esame
particolare dei manoscritti d’Utrecht, di Assia-Cassel e di Basilea. Le
_Dilucidationes Thucydideae_ d’Abretsch comparvero, nel 1753 (Utrecht,
2 volumi in-8º). C. L. Bauer, il quale, lo stesso anno, publicava a
Lipsia un opuscolo in-4º, intitolato: _De lectione Thucydidis_, mise in
luce, nel 1773, una _Philologia Thucydideo-Paullina_ (Halla, in-8º).
L’elocuzione delle Epistole di san Paolo vi è paragonata a quella di
Tucidide; e l’autore di tali confronti grammaticali implora il soccorso
del cielo pel buon esito tanto di tale impresa, quanto delle altre
dello stesso genere che potrà tentare in avvenire[3].
La versione di Hobbes non bastava più agl’Inglesi; essi ne avevano
riconosciuto i difetti; fatta com’era sul latino: Guglielmo Smith ne
compose una più esatta e più elegante nel 1753 (Londra, in-4º); essa ha
avuto varie altre edizioni, 1780, 1805, ec., 2 vol. in-8º.
Gli Alemanni rinunciarono anch’essi a quella di Bonner: una società di
letterati ne compilò una nuova, nel 1757 (Francfort, 2 vol. in-4º);
Davide Heilmann ne fece una terza (Lemgow, 1760, in-8º); Reiske, una
quarta, ma delle orazioni sole, nel 1761, in-8º, a Lipsia, dove si
stampavano in pari tempo e nella stessa forma le sue _Animadversiones
in Thucydidem_. Gl’Italiani si attenevano alla traduzione dello
Strozzi, che era stata ristampata a Verona nel 1735, 2 vol. in 4º; ma
continuavano a studiare Tucidide: veniva spiegato nelle loro accademie,
veniva considerato sotto diversi aspetti nei loro giornali e nelle loro
raccolte letterarie. Per esempio, nel 1757, un anonimo lo paragonava
a Nicolò Machiavello, e credeva di trovare nello scrittore toscano
come nell’ateniese quella dizione concisa, quello stile energico
ch’è il vero linguaggio d’un ingegno sommo; lo stesso sentimento
dell’importanza dei fatti, la stessa fecondità di riflessioni profonde,
un’eguale abilità a fare scaturire dalla storia viva luce che rischiara
la scienza dell’uomo di Stato e l’arte del guerriero. Noi non ci
faremo mallevadori dell’aggiustatezza di tutti i confronti di sì fatta
dissertazione; e non la giudichiamo nemmeno molto dotta: ma essa è
originale; e vi si attingerebbe forse un’istruzione più reale che
non ci danno molte note pretese filologiche e critiche. I quarantuno
ultimi anni del secolo decimottavo somministrano cinque edizioni nuove
del testo. Una ristampa dell’edizione di Duker è uscita nel 1759 a
Glasgow, presso i Foulis, 8 vol. in-8º, ed è pregevole per la sua
venustà tipografica. Il testo solo, ma con varianti estratte da Alter
dai manoscritti di Vienna; venne stampato in quella città nel 1783, 2
vol. in-8º. L’edizione di Due-Ponti (1788, 6 vol. in-8º), riproduce
più fedelmente e più correttamente che nessun’altra quella del 1731, e
vi aggiunge alcune osservazioni dovute al traduttore tedesco, Davide
Heilmann. Quella di Lipsia, in 2 vol. in-4º, era stata preparata da
G.-C. Gottleber e C.-L. Bauer, di cui uno è morto prima di stampare il
primo volume nel 1790, e l’altro prima che si publicasse il secondo
nel 1802. Devesi alle cure di Bredenkamp l’edizione tutta greca di
Brema (1791, e Lipsia, 1799, 2 tomi in-8º, ad uso delle scuole). Un
volume delle _Memorie dell’accademia di Berlino_, publicato nel 1796,
contiene una Dissertazione sopra Tucidide letta alcuni anni prima da
Meierotto. Vi è detto che lo storico greco, avendo raccolto con estrema
cura i materiali della sua opera, non volle imitare Erodoto, il quale
descrive i luoghi, raffronta le epoche, risale alle origini: tale
intento era stato troppo felicemente conseguito perchè fosse prudente
di prefiggerselo una seconda volta. Il figlio d’Oloro aveva osservato
il gusto dei suoi compatriotti per gli elogi funebri, per le difese
e le arringhe politiche. Egli si diede a tale genere d’ornamenti, di
cui l’uso era ancora nuovo; non ne voleva altri, e risolse d’essere
in tutto il rimanente esatto, positivo, o, come dice Meierotto,
_pragmatico_. Inserì ne’ suoi libri trentanove arringhe, che occupano
pressochè una quarta parte dell’opera. L’accademico di Berlino si è
presa la briga di calcolare che sopra le ventitremilanovecento righe
dell’edizione greca d’Enrico Stefano, ve ne ha cinquemilacinquecento
in componimenti oratorii, senza contare i discorsi compendiati, i
dialoghi, le conferenze, nè le riflessioni o digressioni dello storico
ed i ragionamenti che sono suoi proprii. Invano Tucidide afferma che
non ha trascurato nulla per procurarsi copie originali di tali arringhe
tutte, e che le trascrive con una fedeltà scrupolosa; Meierotto non
vuol crederlo. Dionigi d’Alicarnasso ha professato già la stessa
incredulità: quasi tutti i lettori l’ammettono oggigiorno; ma Tucidide
aveva diritto, secondo Meierotto, di riguardarsi come l’anima degli
automi che faceva parlare, di trarre alla bigoncia i più taciturni
Spartani, e di forzar tre volte il loro generale Brasida a discorrere
verbosamente. Ciò precisamente, prosegue l’accademico, ha garantito
la fama e l’utilità dell’opera. Ecco come tutti i soggetti di publica
morale hanno potuto essere trattati nella storia d’una guerra, siccome
risulta dall’esame che la Dissertazione ci presenta delle trentanove
Orazioni. Si conchiude che lo storico greco non avea intenzione nè di
dipingere i personaggi con le loro parole, poichè attribuisce parecchi
di tali discorsi ad uomini poco conosciuti o assolutamente ignoti; nè
d’indicare la disposizione degli animi, poichè tutta quell’eloquenza
resta il più delle volte inefficace. Che voleva egli dunque? spacciare,
sotto nome d’altri, i suoi propri pensieri, vestirli di tutte le
forme oratorie, presentare modelli d’ogni genere di locuzione, di
ogni varietà di stile. Le espressioni figurate e talvolta oscure che
s’incontrano fino nelle parti storiche dei suoi libri derivano dalle
sue abitudini d’oratore; ve le trasporta senza disegno e quasi senza
saperlo: è la lingua che si è fatta. Vocaboli nuovi, sostantivi in
luogo di verbi, qualità espresse da aggettivi neutri, sensi inversi,
cadenze antitetiche, sono nelle sue narrazioni la sua rettorica, e per
dir così, idiotismi oratorii: da ciò pare tanti iperbati, inversioni,
rapidi trapassi. Vero è che gli avvenimenti ch’espone riguardano
interessi generali, e che ne scevera ordinariamente le vere cause.
Possiede in eminente grado il talento di raccontare: ma ne fa uso
di rado; e la storia non è il suo scopo principale, se crediamo a
Meierotto. Quantunque tale Dissertazione sia stata composta in lode
di Tucidide e non per isprezzarlo, finisce a dare una ben strana idea
de’ suoi libri; però che eccolo trasformato in un retore artificioso,
che sostituisce delle arringhe imaginarie al quadro dei fatti ed alle
vere lezioni della storia. Meierotto conchiude anzi col negargli la
qualificazione di _pragmatico_, che dato gli avea da principio.
Noi non dobbiamo fermarci alle parole che intorno alla Storia della
guerra peloponnesiaca si leggono nel corso di letteratura di Laharpe;
esse non contengono che nozioni superficiali, poco precise, ed anzi
poco esatte. Il lavoro più commendevole, che sia stato publicato in
Francia sopra Tucidide, alla fine del secolo scorso, è la versione
di P.-C. Lévesque (Parigi, 1795, 4 vol. in-8º). Il traduttore non
la dava che per uno _scheletro_, in cui non si sarebbe ravvisata
l’_altera statura_ e la _fisonomia dignitosa_ dell’autore greco. Molta
modestia e troppa severità era questa. La fedeltà di quella versione
non è stata contrastata; e la dizione n’è almeno preferibile a quella
di d’Ablancourt, che il publico del secolo decimosettimo trovava sì
bella. Ma si può apporre a Lévesque una circospezione troppo rigorosa,
un’eccessiva timidezza: ha paura di trascurare i minimi elementi
della frase greca, e di lasciar prendere alla francese la più leggera
licenza; e da ciò proviene che il suo stile non è mai abbastanza
ardito, abbastanza iperbatico, abbastanza figurato per rappresentar
quello di Tucidide. Si è astenuto dall’unire alla sua versione delle
note troppo numerose, e si è piegato meno che gli fu possibile all’uso,
che ne richiede almeno alcune: è questo una specie di tributo imposto
ai traduttori ed ai loro lettori; ma si è permesso cinque _escursioni_.
Così chiama cinque dissertazioni, di cui la prima è almeno assai breve,
se non inutile; concerne una pietra scolpita, rappresentante il busto
d’una statua fatta di Fidia. La seconda e la terza tendono a provare
l’origine settentrionale dei Greci, opinione favorita di Lévesque, e
che certamente da Tucidide non è suggerita. La quarta dissertazione
si riferisce più da vicino ai libri di tale storico: n’è soggetto il
suo dialetto attico, la sua ortografia e la forma delle lettere di cui
ha fatto uso. Nella quinta, la più importante di tutte, il traduttore
esamina e confuta le osservazioni critiche di Dionigi d’Alicarnasso.
Tale soggetto, già trattato da Rollin (_Stor. ant._, l. XXV, cap. 2,
art. 2), egli discorre con più scienza.
Ci resta da indicare ancora dieci edizioni di Tucidide, posteriormente
pubblicate al 1800. Quella di Venezia, 1802, 2 vol. in-8º, contiene
il testo greco e gli Scolii greci. Sei volumi in-8º piccolo, stampati
in Edimburgo, nel 1804, riproducono l’edizione di Duker, riveduta da
Elmsley. Neofito Ducas, Greco di nazione, ha unito al testo della
Storia del Peloponneso una versione e varie note in greco volgare,
Vienna, 1806, 10 vol. in-8º. In Francia, Gail ha dato in luce,
posteriormente al 1807, 10 volumi in-4º, in cui si trovano il testo,
gli Scolii, delle varianti estratte da tredici manoscritti della
biblioteca reale a Parigi, una versione latina corretta, una versione
francese (che è stata pure stampata a parte, 4 vol. in-8º); una serie
di osservazioni storiche e filologiche, varie considerazioni generali
sopra Tucidide, sul carattere delle sue idee e del suo stile, un esame
delle taccie che gli appongono Dionigi d’Alicarnasso, Cicerone, Rapin
e Laharpe. Un volume undecimo che dee compiere tale lavoro è ancora
aspettato[4]. Le varianti publicate da Gail ed un Glossario corredano
il testo, nell’edizione dovuta alle cure di Seebode (Lipsia, 1814, 2
vol. in-8º). Tale medesimo testo riempie due volumi in-16º, riveduti
da Schoefer, che sono comparsi a Lipsia nel 1815, e che fanno parte
della raccolta di Tauehnitz. L’edizione di Gottleber, Bauer e Beck,
terminata, come dicemmo, nel 1802, ha servito per esemplare a quella di
Londra, (1819, 4 vol. in-8º). I tipi di Lipsia hanno somministrato, nel
1820, due volumi in-8º, contenenti il testo riveduto scrupolosamente da
Haacke, senza versione, senza note, e soltanto con una nuova tavola.
L’edizione di Londra, 1821, 4 vol. in-8º, è greca e latina, con
osservazioni scelte: Imm. Beker ha corretto il testo dietro la scorta
di copie manoscritte. Finalmente Ern.-Fed. Poppo, il quale nel 1815
aveva fatto stampare a Lipsia, in-8º, delle _Observationes criticae in
Thucydidem_, ha incominciato nel 1821 e 1823 un’ultima edizione del
nostro storico[5].