Attenendoci ai documenti classici, partito più sicuro, nulla

TUCIDIDE

DELLE GUERRE DEL PELOPONNESO

Libri VIII

VOLGARIZZAMENTO

DEL

CANONICO F. P. BONI

con note critiche ed illustrative

DI FRANCESCO PREDARI

VOLUME PRIMO

TORINO

CUGINI POMBA E COMP. EDITORI

1854

Tipografia del Progresso, via Madonna degli Angeli, Nº 9.

GLI EDITORI

Deliberati d’inserire nella nostra NUOVA BIBLIOTECA POPOLARE, come

da ultimo nostro programma, la serie degli storici greci, vi diamo

principio col Tucidide. Queste Storie di Tucidide ebbero in Italia la

prima edizione nel loro dettato originale da Aldo il vecchio (Venezia

1502); la prima traduzione latina da Lorenzo Valla (edita nel 1474

a Venezia). Fu primamente tradotta in italiano da Soldo Strozzi, e

pubblicata in bella ma scorretta edizione dal Valgrisio nel 1545;

traduzione assai pregevole che ebbe nel solo secolo XVI ben cinque

ristampe. Nel 1735 ebbe una magnifica edizione dal Ramazzini in Verona,

con molti e importanti miglioramenti apportati nella traduzione stessa

mediante i migliori testi su cui venne riveduta. Nel 1830 comparve

nella _Collana degli antichi Storici greci_ del Sonzogno la traduzione

di Pietro Manzi, la quale in diversi luoghi anzi che traduzione è

parafrasi, senza dir delle sbagliate interpretazioni del testo.

Finalmente nel 1835 apparve anonima in Firenze la traduzione del

Canonico Boni, frutto di molti anni di lavoro, condotto con diligenza

assai rara.

Nel dare una traduzione italiana di Tucidide, per consiglio del signor

Predari, che dirige ora la parte letteraria di questa Raccolta, non

esitammo punto a scegliere fra le tre quest’ultima, come quella che per

i migliori testi su cui venne fatta è superiore a quella dello Strozzi,

e per fedeltà, lingua e stile lasciò dietro sè quella del Manzi.

Nessuna delle edite traduzioni italiane di Tucidide ebbe finora il

corredo di quelle note critiche ed illustrative che sono indispensabili

alla intelligenza dei tanti passi, i quali sono veri problemi di

Storia, di Geografia e di Archeologia quando già risoluti, quando

tuttavia in quistione, quando forse insolubili.

Egli è perciò che il signor Predari ha stimato necessario di corredarla

di alcune sue note, frutto in parte de’ suoi studi sugli antichi

storici greci, e in parte cavati dalle vaste elucubrazioni del Poppo

e dai commenti di Beck, Ducker, Levesque, Gail, Coray, Zevert, e non

mancò di collazionare, come il lettore può rilevare dalle sue note, la

traduzione del Boni sopra testi greci migliori anche di quelli di cui

si è egli giovato; e l’edizione che particolarmente gli fu di guida in

ciò è quella in un volume in-4º di Firmin-Didot, pubblicata nel 1852 in

Parigi, e del Poppo, Lipsia 1821-1851.

Delle tante vite scrittesi di Tucidide, gli parve migliore quella

dottissimamente scritta dal Daunou, e questa fu premessa alla nostra

edizione, non senza essere corredata qua e là di qualche noterella.

Onde agevolare gli studii e le ricerche della studiosa gioventù, a

cui è dedicata particolarmente questa edizione, furono posti in fine

del secondo volume tre indici — _Cronologico_ il primo, e col quale

sono messi a riscontro fra loro i fatti storici particolari degli

_Ateniesi_, dei _Peloponnesi_ e della _Persia_; — _Geografico_ il

secondo, e col quale si sono coordinati in ordine alfabetico i nomi dei

luoghi menzionati da Tucidide nella loro antica denominazione, con a

lato la relativa denominazione moderna; — _Generale_ il terzo, e col

quale sonosi in ordine alfabetico compendiate le materie contenute

nell’Opera.

Accolta con favore questa edizione del Tucidide, noi daremo mano alla

pubblicazione degli altri storici greci, come più sopra abbiamo detto,

colla stessa cura e diligenza.

VITA DI TUCIDIDE

Tucidide, storico greco, si dice, incominciando la sua opera,

Ateniese, e promette di non imitare quegli autori che, più vaghi

di ottenere applausi che di meritar fede, frammischiano ai fatti

favole inverisimili: vuol forse con ciò censurare Erodoto. Quanto a

lui ha ricercato testimonianze positive: se non ha potuto ritenere

litteralmente tutti i discorsi che ha uditi, se ve ne ha altronde

di cui ha conoscenza soltanto per ragguagli di chi ha interrogato,

assicura che si terrà sempre quanto è più possibile fedele ai pensieri

e fino alle espressioni di ciascun personaggio. Rispetto agli

avvenimenti, non si è fidato ai primi racconti: ha assunto informazioni

esatte, e si è applicato a verificare ogni cosa. Vuol lasciare ai

secoli venturi un monumento fedele, un’istruzione pura: il suo

lavoro non è uno scherzo di spirito, un poema destinato ad allettare

l’immaginazione e l’orecchio. Nel momento stesso in cui s’accendeva la

guerra del Peloponneso, ne ha egli intrapresa la storia. Descrivendo

la peste dell’Attica, ci fa sapere che n’è stato côlto anch’egli. Più

oltre narra che _Tucidide, figlio d’Oloro, che ha scritto tali cose_,

possedeva e faceva scavar miniere d’oro in un paese della Tracia, il

che lo rendeva uno degli uomini più doviziosi del continente; che era

a Taso, quando gli fu ingiunto di andare in soccorso d’Amfipoli; che

subito si mise in mare con sette navi, per impedire agli abitanti di

quella città di dar retta alle proposizioni dei nemici, o per occupare

almeno il porto di Eione; che ciò non ostante a Brasida, generale

dei Lacedemoni, riuscì di trattare cogli Amfipolitani, e si era già

reso padrone della piazza, quando Tucidide vi arrivò sulla sera;

che, forzato a dimettere il pensiero di conservare Amfipoli, diede

le disposizioni necessarie per mettere Eione in sicurezza, e riuscì

di fatto a respingerne Brasida. Esiliato dopo tale impresa, ci dice

egli stesso, «ho passato vent’anni fuori della mia patria; ho vissuto

così presso l’una che l’altra delle parti belligeranti: il mio esilio

e l’ozio, di cui ho goduto, m’hanno procacciato i mezzi di meglio

conoscere gl’interessi e le spedizioni dei Peloponnesi.» Parla in altri

due luoghi di due personaggi che avevano lo stesso suo nome, ma che

non erano della sua famiglia; l’uno condusse quaranta navi ateniesi

destinate a secondare la flotta che assediava Samo; l’altro, nato a

Farsalia, contribuì a calmare un’agitazione publica in Atene, dov’era

straniero. Ecco tutte le notizie che Tucidide ci somministra di sè

nella sua storia.

Dei testi classici, greci e latini, in cui è parlato di lui, importa di

consultare principalmente quelli di Plinio, di Plutarco, d’Aulo Gellio

e di Pausania. Plinio il vecchio dice che gli Ateniesi esiliarono

Tucidide generale, e che lo richiamarono quando divenuto era storico;

che ammirarono l’eloquenza di colui del quale avevano condannato la

condotta militare. Plutarco fa menzione d’un quarto Tucidide, di cui

era padre Milesio, ed il quale raccontando i suoi combattimenti nella

lotta contro Pericle, diceva: «Quando io l’ho sconfitto egli si fa a

discorrere sì bene, che persuade agli astanti essere lui il vincitore.»

Nelle sue Notizie sui dieci oratori, Plutarco racconta come si credeva

Antifone che avesse insegnato l’eloquenza allo storico Tucidide, il

quale in effetto l’ha assai lodato nel suo ottavo libro. Ma il passo

di Plutarco che più merita attenzione si legge nella vita di Cimone;

ivi è detto che Cimone era figlio di Milziade e della tracia Egesipila,

figlia del re Oloro; che il padre di Tucidide si chiamava anch’egli

Oloro; che in tale guisa lo storico discendeva dal re stesso; che

possedeva miniere d’oro in Tracia; che, secondo l’opinione comune, vi

fu ucciso in un luogo chiamato la selva affossata; che le sue ceneri

furono ricondotte nell’Attica; che la sua tomba si vede ancora tra

quelle della famiglia Cimone: che per altro Tucidide era del borgo

d’Alimusa, e Milziade di quello di Lacia. Aulo Gellio, appoggiandosi

sull’autorità di Panfila, dice che nell’incominciare della guerra

del Peloponneso, l’autore che ne doveva scrivere la storia aveva

quarant’anni, il che assegna alla sua nascita l’anno 471 avanti l’èra

volgare. Pausania parla della statua eretta ad Enobio in ricompensa

d’una bellissima azione, quella cioè d’aver promosso il decreto che

richiamava Tucidide, figlio d’Oloro: ma poco tempo dopo, aggiunge

Pausania, quel grande storico perì vittima d’un memorando tradimento;

ha il suo sepolcro vicino alla porta Melitide.

Tali sono i soli documenti che ci porgono sulla sua vita i libri

classici: ma ricorrendo a scritti che non meritano del pari sì fatto

titolo, si trovano assai maggiori particolarità.

Esiste una Notizia sopra Tucidide, compilata da un autore chiamato

Marcellino, il quale probabilmente non ha vissuto prima della metà

del terzo secolo dell’èra nostra, e che bisognerebbe poi mettere

nel quarto se si dovesse confonderlo, come si è fatto talvolta,

con Ammiano Marcellino. In appoggio di quest’ultima congettura, si

osserva che Ammiano era greco, che si dichiara tale nella fine del

trentesimoprimo libro delle sue Storie, che la sua latinità è mista

di molti grecismi; che imita Tucidide in più luoghi, e che da lui

felicemente attinge. Chiunque sia questo biografo Marcellino, dopo

di aver parlato, pressochè come Plutarco, d’Oloro, che traeva il suo

nome da un re di Tracia, e che avendo sposato Egesipila n’ebbe un

figlio nominato Tucidide, aggiunge che di tale storico erano antenati

Milziade e Cimone, pei quali discendeva da Eaco, figlio di Giove.

Didimo ed Ellanico sono citati in appoggio di sì fatta genealogia: per

chiarirne gli ultimi gradi, il biografo dice che Milziade, durante il

suo soggiorno nel Chersoneso, menò moglie Egesipila, figliuola del

re di Tracia Oloro, la quale diede alla luce un figlio che potrebbe

essere il padre dell’Egesipila madre del nostro storico, poichè questi

possedeva in Tracia ricche terre. Tuttavia, secondo Marcellino, Oloro

non è il vero nome di suo padre; è Orolo che si legge sulla tomba

di Tucidide, situata a Cela presso quella d’Erodoto: Didimo afferma

che i copisti hanno trasportato le due lettere λ e ρ. Con tutto ciò

l’autore di tale Notizia confessa che Tucidide non dà nemmen egli

contezza veruna della sua famiglia: è da Polemone che si sa com’ebbe

un figlio chiamato Timoteo, e da Ermippo che annoverava Pisistrato

fra’ suoi avi; il che spiega perchè parla piuttosto male d’Armodio

e di Aristogitone. Si ammogliò in Tracia con una donna che non è

nominata, ma che gli recò in dote delle miniere d’oro. Tra gli usi

che faceva delle sue ricchezze, si notano le spese per gli Spartani e

gli Ateniesi che gli somministravano per la sua storia notizie sicure

e fedeli. Aveva avuto a maestro d’eloquenza Anassagora, ed a maestro

di rettorica Antifonte (siccome ne lo ha già detto Plutarco). Giunto

all’età matura, non si era ancora ingerito in affari publici, non

si era mostrato nè nel foro, nè nelle adunanze popolari; più tardi,

gli si affidò il comando d’un esercito; il che fu causa delle sue

disgrazie. Dopo il racconto del suo sinistro in Amfipoli, del merito

acquistatosi difendendo il porto d’Eione, e dell’esilio a cui si vide

condannato da’ suoi ingrati concittadini, Marcellino narra inoltre

che si ritirò primamente in Egina, dove prestò la maggior parte del

suo danaro a grossi interessi, poscia in Tracia, ed ivi scrisse

la sua storia; di modo che Timeo, che lo trasporta in Italia, non

dev’essere creduto. Ma ciò che più l’onora, secondo il suo biografo,

è che avendo motivo di lagnarsi dell’ateniese Cleone il quale l’aveva

fatto bandire, e dello spartano Brasida, che aveva sorpreso Amfipoli,

si esprime in termini assai moderati sul conto d’ambidue costoro. Non

vediamo però che abbia troppo risparmiato Cleone: «I buoni cittadini,

dic’egli, si rallegravano vedendo che di due vantaggi grandi stavano

per ottenerne sicuramente uno, o di soggiogare gli Spartani, o, cosa

che desideravano più ancora, d’esser liberati da Cleone, che partiva

per Pilo.» Noi già abbiamo distinto quattro Tucididi: Marcellino

ne indica un quinto, figlio d’Aristone e poeta. Dopo di che cita

Prassifane, secondo il quale lo storico della guerra peloponnesiaca

non sarebbe venuto in fama dopo la morte di Archelao, re di Macedonia,

nè ottenuto per la sua celebrità la fine del suo esilio, poichè morì

e fu sepolto fuori di Atene, in cui non v’ha che il suo cenotafio.

Didimo, per lo contrario, afferma che tornò in patria, e vi perì di

morte violenta. Zopiro, Cratino e Timeo hanno seguito altre tradizioni,

tra le quali Marcellino non indica quella che preferisce; ma scendendo

a considerazioni letterarie sull’opera di Tucidide, sostiene che

tale storico ha imitato nell’ordire Omero e nell’elocuzione Pindaro;

che ha temuto di essere poco stimato ove avesse scritto abbastanza

chiaro per essere inteso da tutti; che prima di lui i libri di storia

erano senza vita, che Erodoto per verità aveva tentato d’avvivare i

suoi con alcune arringhe, ma in troppo poco numero e troppo brevi

per conseguire lo scopo; che il figlio d’Oloro ne ha prima composto

d’eccellenti e molte; che ha scelto lo stile sublime, più conveniente

al racconto delle azioni umane che non lo stile medio d’Erodoto e lo

stile semplice o dimesso di Senofonte; che si è appropriato le forme

e le figure della poesia; che nondimeno i caratteri dell’eloquenza

tanto deliberativa quanto dimostrativa e giudiciaria si conservano

e brillano ne’ suoi libri, tranne nell’ottavo, al quale non ha dato

l’ultimo pulimento, e che fu da lui scritto in un tempo in cui il

male gli affievoliva l’ingegno. Alcuni hanno attribuito tale ottavo

libro a Senofonte, a Teopompo, ed anche alla figlia di Tucidide: per

confutare la terza di tale ipotesi, Marcellino dichiara che le donne

non potrebbero avere la prerogativa di scrivere; è però assai lontano

di possederla egli stesso nel grado in cui l’ebbero parecchie di esse.

La sua Notizia contiene pure delle osservazioni meramente grammaticali;

vi si legge che Tucidide fa volontieri uso dell’antica lingua attica,

che adopera la lettera ξ invece della σ, il dittongo αι per α; delle

parole che sono sue proprie, delle espressioni poetiche, dei termini

vieti, nel numero dei quali Marcellino cita παγχάλεπον e αμαρτάδα, che

nei libri di Tucidide non si trovano. Il biografo, verso la fine del

suo opuscolo, fa menzione della viva commozione che provò Tucidide,

assai giovane ancora, e delle lagrime che versò ascoltando Erodoto,

che leggeva la sua opera ne’ giuochi olimpici: Erodoto se ne avvide,

e si congratulò con Oloro d’avere un figlio sì felicemente disposto

agli studi ed ai lavori letterari. Sappiamo in oltre da Marcellino, che

alcuni critici hanno partito in tredici sezioni la storia della guerra

del Peloponneso, ma che la divisione ordinaria è in otto libri, quella

cui Asclepio ha giudicato la vera; che l’autore di tale Storia avea

la fisonomia d’un pensatore, la testa e la capellatura terminanti in

punta, il portamento grave conforme al carattere de’ suoi scritti; che

morì in età di oltre cinquant’anni, nella Tracia; che vi fu sepolto;

che si dice nondimeno che le sue ossa furono segretamente riportate

in Atene dai suoi parenti; che la sua tomba si vedeva, come attesta

Antillo, a Cela, e che vi si leggeva l’iscrizione: _Tucidide, figlio

d’Oloro, del borgo d’Alimusa_.

Un’altra Vita di Tucidide, compilata da un anonimo, è molto più

succinta, e presenta però alcune particolarità nuove. Vi è detto che

gli Ateniesi avendo affidato al figlio di Oloro un comando militare ed

il governo delle miniere di Taso, egli divenne ricco e potente; che

fu accusato di tradimento; che era almeno colpevole di lentezza e di

negligenza; che nel suo esilio, prefisso a dieci anni, compose la sua

opera storica, cogliendovi tutte le occasioni d’esaltare gli Spartani,

e di deprimere gli Ateniesi; che prima d’essere scrittore, avea preso

parte alle pubbliche faccende, che avea trattato varie cause, quella

per esempio di Pirilampe, accusato d’assassinio e perseguitato da

Pericle. Qui noi dobbiamo osservare che Cicerone afferma invece che

Tucidide non ha mai trattato cause. L’anonimo racconta poi che avendo

fatto assolvere Pirilampe, attirò con tale felice successo su di sè

gli sguardi ed i suffragi della moltitudine; che fu fatto generale, ma

che, tratto a prevaricare dalla sua avarizia, fu dichiarato colpevole

e rimosso da’ suoi impieghi amministrativi; che partì alla vôlta di

Sibari con Senocrito; che osò per altro ricomparire in Atene, che vi

fu sorpreso, e che si decretò il suo bando; che allora si trapiantò

in Egina, dove scrisse i suoi libri; che ivi pure pasceva la sua

cupidigia, rovinando gli Egineti con usure ne’ prestiti; che stava

terminando l’ottavo suo libro, quando morì di malattia; che la sua

tomba è a Cela; che finalmente la colonna eretta sulla sua tomba ha per

iscrizione questo verso: Θουκυδίδης Ὅλορου Ἀλιμούσιος ἐνθάδε κεῖται

(_Tucidide, figlio d’Oloro ed Alimusiano, riposa in questo antro_). Non

sembra che all’autore di tale Notizia fosse nota quella di Marcellino,

al quale però si ha motivo di crederlo posteriore di più secoli.

Anche Suida ha scritto, sopra Tucidide, alcune righe le quali si

riducono a dire che era figlio d’Oloro e padre di Timoteo; che

discendeva, per parte di sua madre, da Milziade; per parte di suo

padre, da un re di Tracia; che avendo avuto a maestro Antifone, fioriva

nella LXXXVIIª olimpiade (431 anni avanti G. C.); che il suo talento si

era preannunciato per l’entusiasmo che aveva eccitato in lui la lettura

publica dei libri d’Erodoto; che finalmente diventò valente storico,

elegante scrittore, adoperando nondimeno nella sua locuzione alcune

forme particolari.

Solo dopo raccolte tali indicazioni è possibile di discernere ciò

che v’ha di veramente noto, o di probabile, concernente la vita di

Tucidide. Che sia nato nel 471, siamo autorizzati a supporlo con

Pamfila ed Aulo Gellio. Ciò che Marcellino, il biografo anonimo, e

Suida narrano della sua genealogia, è in parte confermato da Plutarco:

egli apparteneva a due famiglie illustri, l’una in Tracia, l’altra

nell’Attica. Non è necessario di mutare il nome di suo padre d’Oloro in

Orolo; tale mutamento, introdotto dal solo Marcellino, è contraddetto

da troppi testi; e farlo discendere da Eaco e da Giove è un farlo

nobile più del bisogno. I giuochi olimpici a cui il giovane Tucidide,

dicesi, intervenne, e ne’ quali si mostrò sì vivamente commosso

ascoltando Erodoto, debbono essere quelli del 460, o del 456, o del

452. La seconda di tali date sembra la più conveniente: Tucidide era

allora in età di quindici anni. Dall’anno 454 all’anno 452, Dodwell lo

ascrive ad una milizia, dietro indicazioni troppo vaghe; e, sulla fede

del biografo anonimo, l’associa alla colonia ateniese che nel 444 si

trapiantò in Italia, a Turio o nuova Sibari. Lo stesso anonimo sembra

stabilire prima di tale partenza per Turio le supposte prevaricazioni

che produssero un primo bando di Tucidide: Dodwell invece vuole che

quei dieci anni d’esilio siano compresi tra il 441 ed il 431; ma noi

giudichiamo più logico il tenere per false le asserzioni della Notizia

anonima, che non sono da verun testo classico confermate. Per accusare

un tanto uomo celebre di peculato e di rapine vituperose, abbisognano

altri indizi che l’asserzione d’un grammatico o d’un retore del medio

evo, il quale viene dopo mille anni a farci simili rivelazioni.

Marcellino, che non parla di tale primo esilio, è già anch’egli poco

credibile anzi che no, quando non cita nessuna testimonianza che da

noi si possa chiarir vera: manca di criterio e di metodo; ed il suo

opuscolo, che fu talvolta riguardato come un frammento d’un’opera più

estesa, è sì pieno d’inversioni e di ripetizioni, che altri dotti

hanno creduto, a miglior dritto, di ravvisarvi una raccolta di brani

compilati da diversi grammatici. Ma l’anonimo è ancora assai meno

istrutto e più incapace di ricerche logiche. Se si ammettesse il

racconto di quell’ignoto, Tucidide non sarebbe che un vile angariatore,

un sordido usuraio, un amministratore infedele; e tutta la sua gloria

letteraria rimarrebbe disonorata, non da debolezze, ma da vizi

imperdonabili. È mo conveniente il lasciare ad oscuri compilatori

tanta autorità sulla riputazione d’un grand’uomo? Si dirà che avevano

nelle mani antichi scritti che non sono venuti fino a noi; ma

primieramente bisognava si fossero data la briga di citarli: Marcellino

lo fa talvolta; l’anonimo se ne dispensa e proprio là dove erano più

necessarie. Resta poi a sapere quale fiducia meritino tali citazioni:

parecchie di quelle che si possono verificare, perchè rimandano a libri

che sussistono ancora, si trovano false o inesatte; e ciò è quanto

interviene per alcune di quelle di Marcellino. In generale le menzogne

letterarie, le supposizioni di scritti e di testi sono state molto in

uso in tutto il corso dei secoli di mezzo.

Attenendoci ai documenti classici, partito più sicuro, nulla sappiamo

di sicuro della vita di Tucidide dal 456 fino alla presa d’Amfipoli per

parte dei Lacedemoni, nel 424. Racconta egli stesso che non è arrivato

abbastanza presto per salvare quella città, e che gli Ateniesi l’hanno

esiliato: non si lagna di tale rigore; soltanto espone come aveva loro

conservato il porto di Eione, e tale circostanza rimuove qualunque

sospetto d’infedeltà. Il sapere fino a quale punto si aveva diritto di

rinfacciargli negligenza e lentezza, è cosa che ci manca ogni mezzo di

chiarire: non resterebbe almeno sulla sua memoria nessuna di quelle

macchie profonde cui nulla può cancellare; egli non è stato, in mezzo

alle turbolenze della Grecia, nè un proscrittore, nè un depredatore,

nè un codardo, nè un traditore. Da un altro canto, dobbiamo prestar

fede piuttosto a lui che a’ suoi biografi, allorchè ci fa sapere che il

suo esilio ha durato vent’anni, ed è quindi terminato nel 403, quando

la guerra del Peloponneso era al suo fine. Plinio il vecchio ha detto

che gli Ateniesi l’avevano richiamato, e Pausania ha nominato Enobio

come autore del decreto che restituiva tale grande storico alla sua

patria. Enobio merita lode per aver fatto cessare un bando ingiusto,

o almeno uno di que’ rigori estremi che confinano con l’ingiustizia.

Quanto al soggiorno di Tucidide in Egina o altrove, ed ai luoghi ed ai

tempi in cui ha composto i suoi libri, nè Marcellino nè l’anonimo non

ne possono essere appieno informati; e ciò che dicono dei suoi prestiti

con usure è almeno spoglio di prova. Marcellino non lo fa vivere che

cinquant’anni circa; di modo che sarebbe morto poco dopo il 421: ma

esso biografo cita Prassifane, attestando che Tucidide non è venuto

in fama che dopo la fine del regno d’Archelao, vale a dire dal 399 in

poi; il che dà allo storico un’età di settantadue anni innanzi l’epoca

della sua celebrità. Suida, per lo contrario, stabilisce il suo maggior

lustro nell’anno 431, nel momento stesso in cui cominciava la guerra di

che doveva scrivere la storia. Il fatto è che tali compilatori scrivono

a caso, e che non si danno la briga di rendere concordi gli articoli

delle loro Notizie. Tuttavia Dodwell attribuisce una tale importanza a

sì fatta indicazione della morte d’Archelao, che ritarda effettivamente

fino al 399 la publicazione e la fama dell’opera di Tucidide. Ne

stabilisce il cominciamento verso gli anni 403 a 400, e suppone che

per lo innanzi, vale a dire fino all’età di sessantotto anni, lo

storico si fosse limitato a raccogliere materiali. Nulladimeno Tucidide

ci ha dichiarato, che fin dal principio della guerra peloponnesiaca

aveva intrapreso di raccontarne gli avvenimenti; che tale lavoro

seguitava ad occuparlo durante il suo esilio, e che approfittava, onde

perfezionarlo, delle facilità che gli offrivano le sue relazioni tanto

con gli Ateniesi quanto coi nemici loro. Finalmente se vero è che fino

dalla sua adolescenza abbia sentito, ammirando Erodoto, il bisogno

d’imitarlo, si dura fatica a comprendere come avesse poi aspettato più

d’un mezzo secolo a secondare tale vocazione. È dunque verisimile che

siasi occupato della sua opera tra gli anni 431 e 403. Alla fine del

suo terzo libro, dopo d’aver detto dell’eruzione dell’Etna che avvenne

nel 426, la indica come la seconda, ed aggiunge che ve ne sono state

tre dacchè la Sicilia è occupata dai Greci: ora si sa che la terza non

è accaduta che nel 395. Lo storico ha dunque vissuto almeno fino a tale

termine, e probabilmente alcuni anni più oltre, forse fino ai primi

mesi del 391, siccome congettura Dodwell; ma alla fine dello stesso

anno 391, non viveva più, però che i suoi eredi comunicavano i suoi

scritti a Senofonte.

Più ardua quistione è il sapere dove e come è morto: in Tracia o in

Atene? e se di vecchiezza o di malattia? naturalmente, o pel ferro

d’un assassino? Sopra tali circostanze, le tradizioni inconciliabili

seguite da Plutarco, Pausania, Marcellino e dall’anonimo ci lasciano

in un’incertezza donde nessun altro documento ci aiuta ad uscire. Ma

ella è l’opera di Tucidide quella che c’importa di ben conoscere. Oltre

la sua Storia, è fatto autore di un’Epistola, che è indicata come

prolissa ed enfatica nel _Trattato dell’eloquenza_ che si attribuisce a

Demetrio Falereo. Tale Epistola non sussiste più, ed i difetti che vi

si riprendevano sono sì alieni dallo stile dello storico, che potrebbe

pur esservi in ciò qualche errore.

Si dubita ch’abbia egli diviso la sua opera in libri; però che sembra

tale partizione non sia stata sempre la stessa. Diodoro Siculo

la suppone in otto libri, osservando che se ne contano talvolta

nove; altri hanno cresciuto questo numero a tredici, se crediamo a

Marcellino. Una controversia più importante è insorta sull’autenticità

dell’ultimo di tali libri, quello che noi chiamiamo l’ottavo. Questo

non contiene arringhe, e meno splendido n’è lo stile, meno accurato

che nei precedenti: si è voluto inferirne che non era del medesimo

autore, ovvero che bisognava riguardarlo come una semplice raccolta di

materiali destinati ad essere ordinati. Le congetture di coloro che

l’attribuiscono a Senofonte o a Teopompo sono affatto inverosimili.

Diodoro Siculo e Plutarco lo dicono composto da Tucidide, e la loro

opinione basta perchè vi si conformi la nostra, senza che sia bisogno

d’invocare per sopraggiunta l’autorità di Stefano di Bisanzio nè di

Marcellino. Si cita pure la testimonianza di Tucidide stesso, il quale

nel suo libro V dice che ha lavorato sulla Storia dei ventisette anni

della guerra del Peloponneso: ma non ha realmente condotto l’opera sua

fino a tale termine; e quindi tale testo non prova nulla, o proverebbe

più che non si domanda, cioè che a tale ottavo libro tenevano dietro

due o tre altri che si sono perduti. Quest’ultima ipotesi è stata

sostenuta da Gail, il quale ha altronde esposto più compiutamente

d’ogni altro le ragioni di ammettere l’ottavo come autentico.

Il primo libro contiene prima delle vedute generali sui più antichi

tempi della Grecia. Tale quadro ristretto in angusti limiti, è

ugualmente importante per ciò che ne racconta e per la cura che

l’autore ha preso di escluderne le favole e le esagerazioni. Alcuni

dotti lo hanno giudicato troppo poco esteso; avrebbero voluto più

particolarità, più risultati, asserzioni più ricise. Ma que’ che non

curano la falsa scienza, lodano lo storico d’aver temuto di dir nulla

oltre a ciò che aveva potuto bene accertare; del rimanente, non è che

una prima parte della sua esposizione. Della seconda, molto più ampia,

sono materia le cause prossime, i preparamenti, e l’incominciamento

della guerra del Peloponneso. Vi sono in tale primo libro parecchie

inversioni e disgressioni che possono nuocere alla chiarezza d’un tale

ristretto, ed indebolirne l’importanza; vi si trovano altresì otto

arringhe che riempiono forse troppo spazio. Incominciando il secondo

libro, l’autore annuncia che seguirà ne’ suoi racconti l’ordine de’

tempi per estati e per inverni. Il nome di estate s’applica da lui ai

sei mesi compresi dall’equinozio di primavera, fino all’autunnale;

ed il nome d’inverno all’altro semestre. Tale divisione, che è

peculiarmente sua, venne biasimata da Dionigi d’Alicarnasso e da

diversi scrittori, i quali preferiscono il metodo comune, vale a dire

quello che procede per anni civili o per arconti. Ma Tucidide credeva

di toglier di mezzo più sicuramente ogni confusione ed ogni errore,

cominciando ogni anno nel momento in cui ricominciavano le fazioni

della guerra. Il suo libro II abbraccia in tale guisa i primi tre

anni della guerra, da aprile 431 a luglio 428. Vi si distinguono dei

passi rimasti assai celebri, siccome la concione del re di Sparta

Archidamo a’ suoi guerrieri, l’orazione funebre degli Ateniesi morti

nei combattimenti, detta da Pericle; principalmente la descrizione

della peste dell’Attica. I sei anni seguenti fino alla primavera del

422 somministrano la materia dei libri III e IV. Tra le arringhe che

contengono, quelle di Diodoto in favore degli abitanti di Mitilene, e

di Astimaco per que’ di Platea, spiccano per la saggezza delle idee,

e per un’eloquenza vigorosa. Per dipingere i personaggi, l’autore

li lascia parlare ed operare: di tal maniera divampa l’ambizione

di Cleone, e svelansi i suoi raggiri. Le particolarità della presa

d’Amfipoli e dell’esilio di Tucidide si leggono nell’ultima parte del

quarto libro, in cui si trova poscia il testo del trattato che nel 423

sospese le ostilità tra Atene e Sparta, ed interruppe il corso dei

prosperi successi di Brasida. Tale guerra, sì folle nella sua origine,

era divenuta per tutti disastrosa. Ateniesi, Spartani, popoli alleati

degli uni e degli altri, tutti deploravano le sventure di cui erano ad

un tempo gli autori e le vittime. Nondimeno seguiteranno a distruggersi

l’un l’altro senza ragione, senza speranza, e talvolta quasi senza

odio: tale è lo spettacolo che presentano gli ultimi quattro libri

di sì fatta Storia. Non si spiega tale ostinatezza che per l’impero

delle abitudini, e per l’influenza che esercitano sempre taluni sui

publici destini. Tali erano, nel tempo summentovato, Brasida presso

gli Spartani, Cleone presso gli Ateniesi. Brasida voleva proseguire un

arringo cui aveva saputo rendere glorioso: avendo concepito un disegno

molto saggio, lo mandava ad effetto col valore e coi talenti d’un

guerriero, con l’accorgimento d’un uomo di Stato, con la ponderazione

di un grand’uomo. Cleone, superbo di essere riuscito a Sfacteria contro

la sua propria aspettativa, aveva bisogno della guerra per raccogliere

i frutti d’una popolarità male acquistata e mal ferma. Aveva bisogno

d’occasioni di spargere timori, d’insinuare sospetti, d’irritare il

popolo contro i suoi magistrati ed i suoi generali; egli aveva assai

meno in animo di correre i perigli delle pugne e di cogliere allori,

che d’approfittare de’ sinistri altrui. Sperava che la repubblica

diventar dovesse tanto infelice da poterla dominare un giorno. La sua

morte e quella di Brasida sopraggiunsero poco dopo la rinnovazione

delle ostilità, siccome lo storico racconta in principio del quinto

libro: ma le faci della discordia, ch’essi avevano accese, non si

estinsero sulle loro tombe. Si convenne d’un’altra tregua, che doveva

durare cinquant’anni, e di cui Tucidide trascrive pure gli articoli,

quantunque la tenga pressochè per nulla, stante che le restituzioni

non furono effettuate, insorsero le guerre di Mantinea e d’Epidauro,

ed i Beozii rimasero quasi sempre armati. Nel dodicesimo anno, 420

avanti l’èra volgare, Alcibiade apparisce in tale storia, ed in breve,

la mercè di perfidi maneggi contro Nicia, ottiene un comando militare.

Nel 417 si tenne, tra vari deputati d’Atene ed i magistrati di Melo,

una conferenza cui lo storico rapporta sotto la forma del dialogo. Le

osservazioni critiche di Dionigi d’Alicamasso su tale brano sarebbero

giustissime se non s’applicassero che alle massime inique ed alla

condotta sleale degli Ateniesi; ma non v’ha rimprovero da fare a

Tucidide, a meno che non si voglia che abbia inventato tale colloquio,

il che non è ammissibile; ovvero che approvi la teoria politica

degl’inviati d’Atene, il che non è tampoco credibile, però che non

indebolisce le risposte de’ Melii e lascia almeno a’ suoi lettori la

libertà di preferire l’uno o l’altro sistema: forse doveva riprovare

più esplicitamente quello che la probità sociale disapprova. Il suo

sesto libro s’apre nel mese di ottobre 416: la Sicilia diventando il

principale teatro della guerra, lo storico risale alle antichità di

quel paese, e delinea rapidamente il quadro delle vicissitudini che ha

provate. Una parte della storia d’Alcibiade è compresa in esso libro,

il quale contiene eloquenti discorsi, e narrazioni assai animate.

Duole che tali racconti siano interrotti da una digressione inutile

sopra Pisistrato ed i suoi figli, sopra Armodio ed Aristogitone. Il

sistema che l’autore vuole stabilire è stato combattuto da Meursio

in un dotto Trattato intitolato: _Pisistratus_. Di tutti i libri di

Tucidide, quello in cui l’importanza storica giunge al più alto grado

è il settimo, nel quale è raccontata la catastrofe degli Ateniesi

in Sicilia: nulla è omesso nè trascurato di quanto ne può rendere

manifeste le cause, le antecedenze, le circostanze ed i risultati.

Tale libro non corrisponde che ad un solo anno dalla metà del 414

fino all’autunno del 413; ma oltre le arringhe che l’abbelliscono,

è pieno d’avvenimenti militari e politici, mai sempre memorabili e

stupendamente descritti. Contiene la parte più gloriosa della vita

di Gilippo, generale spartano. Siamo obbligati di confessare che

nell’ottavo i racconti freddi e scoloriti sembrano non essere che

abbozzi. Lo stile dell’autore s’abbassa repentemente, e s’affievolisce

a tale che direbbesi che non si interessa egli più che tanto per la

sua materia: l’elocuzione anch’essa non somiglia a quella de’ libri

precedenti, che per essere talvolta oscura; essa diventa meno precisa,

più monotona, meno elegante. Secondo ogni apparenza, lo storico

divisava di ritoccare e di perfezionare tale parte della sua opera, la

quale altronde non doveva essere l’ultima; però che termina nel 412,

ventunesim’anno della guerra peloponnesiaca, ed aveva annunciato il

disegno d’ampliare il suo lavoro fino al ventesimosettimo ed ultimo

anno.

Quantunque Plinio abbia detto che gli Ateniesi richiamarono Tucidide

perchè ammiravano i suoi scritti, sembra che i suoi libri fossero

piuttosto poco diffusi mentre visse; ciò almeno è quanto bisognerebbe

supporre, stando al detto di Diogene Laerzio, secondo il quale non

n’esisteva nell’anno 391 avanti Gesù Cristo che un solo esemplare,

cui Senofonte avrebbe potuto, volendo, appropriarsi o fare sparire.

Saremmo altresì debitori a Senofonte della publicazione e della

conservazione di tale monumento; ma questo non è che una tradizione

vaga, cui Diogene riferisce come l’ha udita. Le copie dei libri di

Tucidide non tardarono a moltiplicarsi. Dicesi che Demostene ne facesse

otto di sua mano; ciò si crede sull’autorità d’un testo di Luciano, il

quale non è però assai ben chiaro, e che potrebbe significare soltanto

che quelle otto copie furono fortunatamente trovate da Demostene o

presso Demostene. È poco verosimile che tale oratore, il quale era

assai affaccendato e conosceva il valore del tempo, siasi condannato

a sì fatta trascrizione. Comunque sia, tale opinione si è riprodotta

in molti libri; ed un prelato greco del secolo decimosesto, di nome

Arsenio, vi ha aggiunto una circostanza che Vossio trova ancora meno

credibile, cioè che dopo d’aver fatto otto copie degli otto libri,

Demostene gli ha, una nona volta, scritti di memoria, dopo l’incendio

della biblioteca d’Atene. Del resto è presumibile che al tempo di

Filippo e d’Alessandro, la Storia della guerra peloponnesiaca fosse

apprezzata dagli Ateniesi illuminati, come Barthélemy la fa apprezzare

da Euclide di Megara; «che vi riconoscessero le Memorie d’un militare

il quale, essendo ad un tempo uomo di Stato e filosofo, aveva saputo

arricchire i racconti e le arringhe di riflessioni soventi profonde,

sempre giuste; che stimassero il suo stile vigoroso, conciso e perciò

appunto talvolta oscuro, che poteva bene di tratto in tratto offendere

l’orecchio, ma che fermava sempre l’attenzione, ed era maestoso per

la sua asprezza medesima; che finalmente concepissero che se un tanto

autore fa uso di espressioni antiquate o di vocaboli nuovi, ciò

significa che uno spirito qual è il suo, male s’accomoda con la lingua

che parla ognuno, ecc. (_Viaggi del Giovane Anacarsi_, cap. LXV).»

Tuttavia è opportuno d’osservare che sì fatti giudizi attribuiti da

Barthélemy agli Ateniesi del quarto secolo innanzi l’èra nostra, sono

realmente tolti quasi tutti da autori latini d’un’epoca meno antica, da

Cicerone e da Quintiliano. Per verità, nel _Trattato dell’Elocuzione_

attribuito a Demetrio Falereo, personaggio di quel quarto secolo,

si parla dell’asprezza e della maestà dello stile di Tucidide: ma è

generale opinione che quel Trattato sia meno antico; che ne fosse

autore Demetrio d’Alessandria, o piuttosto Dionigi di Alicarnasso.

Questi, negli altri suoi scritti, ha criticato assai più severamente

lo storico della guerra peloponnesiaca. Ha dichiarato che quella

guerra appunto non essendo stata nè bella, nè lieta, avrebbe bisognato

condannarla all’oblio. Secondo lui, Tucidide non ha saputo nè ben

principiare, nè ben terminare tale storia; a forza d’ammucchiare gli

apparecchi e le arringhe, stanca l’attenzione del lettore: obbligandosi

a seguire l’ordine de’ fatti per estati e per inverni, dimembra le

sue narrazioni: ora dà a’ suoi racconti un’ampiezza smisurata, ora

li restringe con opposto eccesso. Talvolta dipinge sì vivamente

le sventure delle città prese o distrutte, e dei loro abitanti,

scannati o fatti schiavi, che i poeti stessi non aggiungerebbero

nulla all’orrore delle sue descrizioni; serva d’esempio quanto dice

di Platea, di Mitilene, di Melo; e si contenta d’indicare i disastri

non meno deplorabili di Sicione e d’Egina. Celebra pomposamente i

quindici o venti cavalieri morti nei primi combattimenti, e non degna

di dire se la republica abbia pianto i quarantamila guerrieri che ha

perduti in Sicilia. Perchè tale differenza? ella proviene dall’aver

voluto l’autore esaltare il nome di Pericle, nè poteva impiegare quel

grand’uomo che a lodare le prime vittime di quella lunga guerra.

Dionigi d’Alicarnasso censura altresì, come abbiam veduto, la

conferenza tra gli Ateniesi ed i Melii; biasima la maggior parte delle

arringhe come inconvenienti ed enfatiche, ecc. A giudizi sì severi

abbiamo da opporre quelli che hanno pronunciati Cicerone, Quintiliano,

Luciano, ed altri classici scrittori. Cicerone dà a Tucidide il titolo

di banditore sublime e sincero dei fatti memorabili: _rerum gestarum

pronuntiator sincerus et grandis_. Lo dichiara ammirabile, come

Erodoto, per aver saputo evitare le inezie e le false ricercatezze dei

sofisti del suo tempo; lo paragona ad un torrente impetuoso, e trova

che allorquando racconta combattimenti imbocca la tromba guerriera.

In lui, dic’egli, i pensieri si inalzano a tale segno che ve ne ha

quasi tanti quante sono parole; e nondimeno la locuzione è di tanta

aggiustatezza, che non si sa s’ella faccia brillare i pensieri, o se

ne riceva da questi splendore. Ma Cicerone frammischia qualche critica

a tali lodi: osserva nelle arringhe di Tucidide molte espressioni

oscure; ammirando l’energia del suo stile, vi desidererebbe meno

scosse e più rotondità. Io non potrei, dic’egli, quando il volessi, e

non vorrei quando il potessi imitare quell’estrema brevità. — Le lodi

di Quintiliano non hanno tali restrizioni: tra gli storici greci ne

preferisce due; i loro talenti sono diversi; la loro gloria è pressochè

la stessa; Erodoto è ingenuo, dolce e facondo; Tucidide è conciso, e,

per dir così, condensato; _densus et brevis_, l’eloquenza del primo

è insinuante, quella del secondo appassionata; l’uno è eccellente

ne’ dialoghi, l’altro nelle arringhe solenni: Erodoto attira pel

diletto, Tucidide attrae pel suo vigore. — Principiando dal secolo di

Quintiliano, l’opinione generale decreta a Tucidide un grado eminente

tra gli storici; e le lodi tributate al suo ingegno diventano troppo

numerose perchè da noi s’imprenda a raccorle. Plutarco lo dichiara

assai superiore ad Erodoto per l’esattezza e la sincerità de’ racconti,

come per la nobiltà e l’energia dello stile: oppone l’eloquente

rapidità delle sue arringhe _alle lunghe prediche_ di Teopompo, d’Eforo

e d’Anassimene. Luciano lo rappresenta come un esemplare sovente assai

male imitato, ma di cui l’eccellenza è dichiarata dall’emulazione

stessa che ha eccitata da ogni parte, non meno che per lo splendore di

cui brilla al di sopra di tante copie. Tutte le osservazioni di Luciano

tendono a mostrare che Tucidide non aveva dato l’esempio di nessuno dei

difetti de’ suoi inetti imitatori: essi sono prodighi di riflessioni,

egli n’è avaro; sa interrompere a proposito le particolarità, e non le

prolunga mai oltre il termine in cui cesserebbero d’essere curiose ed

istruttive: anche nella pittura della peste dell’Attica, ha serbato

tale misura. Longino lo colloca con Platone e Demostene nell’ordine

dei grandi modelli che debbono essere ognora presenti al pensiero ed

all’immaginazione d’uno scrittore, e di cui deve in alcun modo evocare

il genio ogni volta che aspira ad esprimere fortemente nobili idee. Nel

capitolo degl’iperbati, Longino dice che Tucidide fa con ammirabile

intelligenza trasposizioni e disgiunzioni di parole che sembrano unite

dai legami più naturali; che impaziente d’aver annunciato tutto,

descritto tutto, tragge con sè i suoi lettori in lunghi e rischiosi

giri; che sovente interrompe sì ripentinamente il suo pensiero, e

frammischia al suo discorso tanti accidenti, che fa temere tale

edificio non crolli tutto, e tremare del pericolo in cui lo scrittore

sembra impigliato; ma che d’improvviso, e quando meno lo pensi, coglie

l’istante di dirti ciò che cercavi, e ti lascia assai più commosso

dalle sue ardite trasposizioni, che se avesse seguito l’ordine consueto.

I classici greci vennero poco letti nel corso del medio evo; sono

appena conosciuti dai cronachisti e dagli scolastici occidentali:

nondimeno in que’ secoli sì barbari sono state fatte le copie della

Storia della guerra del Peloponneso che ci restano, e sulle quali

tale opera è stata tradotta e stampata. V’ha un intervallo di oltre

milledugent’anni tra le copie che Senofonte e Demostene avevano nelle

mani, e le più antiche di quelle che sussistono al presente; e per

mala sorte abbiamo motivo di credere che fino dallo stesso secolo

di Alessandro, i manoscritti degli otto libri principiassero ad

alterarsi, sia per la negligenza degli amanuensi, sia per la temerità

dei correttori. Questa osservazione faceva fin d’allora un grammatico

chiamato Filemone, citato da Porfirio. Ci pervennero tuttavia delle

Chiose greche sopra i detti libri; esse hanno il nome di Marcellino

in un manoscritto in cui sono unite al testo e che esiste a Firenze:

Montfaucon lo crede del secolo decimo, e probabilmente non ve ne ha

di più antico. Non si va però d’accordo a riguardare il biografo

Marcellino come l’unico, nè tampoco come il principale compilatore

di quelle Chiose: esse furono talvolta attribuite ad un Marcello di

Siria, il quale, dicesi, aveva imparato a memoria l’intera opera di

Tucidide, e non era perciò divenuto migliore nell’arte di scrivere;

forse il suo lavoro non è che una raccolta delle osservazioni di vari

antichi grammatici, siccome Asclepio, Antillo, Didimo, Evagora, Erone

d’Atene, Febammone. Il fatto è che non si sa con certezza a chi esse

appartengano; e tale ignoranza non è un grandissimo male: però che, per

sentenza di Mureto, rischiarano assai poco il testo; ed a fronte degli

sforzi di parecchi dotti per farle preziose, sono pressochè di nessun

uso.

Oltre il manoscritto in cui sono queste chiose, furono indicati più

di quarant’altri testi di Tucidide. Firenze ne possiede pure uno

dell’undecimo secolo, e tre d’un’età inferiore. Dei quattro che sono

a Venezia, due sembrano anteriori all’anno 1100. Nessuno di quelli

del Vaticano sembra di pari antichità, nè quelli tampoco che si

custodiscono a Milano, a Padova ed a Torino. In nessun luogo se n’è

raccolto un maggior numero che a Parigi: la biblioteca del Re ne ha

tredici, cui Gail ha descritti e de’ quali ha publicato le varianti;

nessuno precede l’undecimo secolo. Tra quelli che esistono a Madrid,

in Inghilterra, in Olanda, nella Svizzera, in Germania e nell’Europa

settentrionale, Duker ha indicato come i più preziosi quelli di

Basilea, d’Utrecht, di Copenaghen e di Assia-Cassel: quest’ultimo ha

per data l’anno 6760 del mondo, 1252 dell’èra volgare; quello di Mosca

è stato anch’esso consultato assai utilmente, e sembra risalire almeno

al tredicesimo secolo: v’ha ragione di credere che i più degli altri

siano d’epoche posteriori.

Il resultato delle collazioni fatte con questi diversi manoscritti

sarebbe di dividerli in tre classi, di cui ognuna avrebbe avuto la sua

fonte particolare. In capo alla prima classe si collocherebbero que’

di Firenze, di Venezia e della Danimarca; alla seconda apparterrebbero

principalmente quelli di Cassel, di Mosca, ed i più antichi di Parigi;

alla terza, que’ di Basilea e d’Utrecht; ma occorrerebbero ancora molte

varianti tra i manoscritti d’una medesima classe; e si può da ciò

giudicare del lavoro che gli editori hanno dovuto prescriversi, delle

difficoltà che hanno avuto a vincere; e delle imperfezioni che possono

restare nelle copie stampate dal quindicesimo secolo in poi.

Fin dal secolo XV Tucidide riprese in breve la sua antica celebrità.

Dicesi che il re d’Aragona Alfonso V, che morì nel 1458, l’avesse

copiato otto volte di suo pugno ad esempio di Demostene. Quando ciò

sembrasse più credibile in un monarca spagnuolo che non nell’oratore

ateniese, dovrebbesi stupire di non avere ancora trovata oggidì nessuna

di quelle otto copie regali, o di non poterne riconoscere una sola tra

le quaranta che sussistono.

Ciò che è certo e più importante, è che Tucidide fu, verso la metà

del secolo decimoquinto, tradotto in latino da Lorenzo Valla: tale

versione fu stampata due volte, ma senza data, prima del 1500,

in-folio; e la prima di tali edizioni sembra essere di Venezia, verso

il 1474. Ne furono publicate di nuove nella stessa forma, a Parigi,

nel 1513 e 1528; a Colonia, nel 1517, 1527, 1543, 1550; a Basilea, nel

1564; e parecchie in-12º a Francfort, dal 1582 fino al 1594. Per tale

traduzione elegante, e, checchè se ne dica, quasi sempre fedele, la

conoscenza dell’opera si propagava in Europa. Nondimeno il testo greco

era stato publicato per la prima volta a Venezia, in-folio, nel 1502,

da Aldo il vecchio, che stampava in pari tempo Erodoto[1]. Bernardo

Giunti, a Firenze, ne fece una seconda edizione nel 1506, una terza nel

1526: fu adoperato il manoscritto di Basilea per preparar quella che

comparve in essa città. Le due che nel 1540[2] Enrico Stefano diede

in luce a Parigi, nel 1564 e 1588, sono anche oggidì commendevoli

per la loro correzione: esse hanno servito per modello a quella che

Emilio Porto fece comparire a Francfort, nel 1594, in-folio come le

precedenti. Alcune altre, che pure appartengono al secolo decimosesto,

sono in-4º; Parigi, Vascosan (i tre primi libri soltanto), 1549;

Vittemberga (il solo primo libro), 1562, ec. Le suddette edizioni

pressochè tutte accoppiano al testo gli Scolii greci di cui abbiamo

fatto menzione, ed alcune la versione latina di Lorenzo Valla, che fu

prima rettificata da Enrico Stefano, e molto più modificata da Emilio

Porto. Enrico Stefano inserì altronde nell’edizione del 1588 le sue

proprie osservazioni sugli antichi Scolii. Non dice espressamente che

tali Scolii non sono di nessuna utilità: non potrebbe dirlo, da poi

che li stampa; ma le sue osservazioni lo provano, e conchiude che se

essi non sono affatto inutili, lo sono quasi. «Non posso negarlo,

dice francamente, e se nol confessassi, le mie note critiche mi

accuserebbero.»

Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2 · 第 1 / 35 段