La difesa di Cicerone.
La principale tra le difese di quest’ultimo volse sull’interpetrazione
del capoverso della legge _Iulia_, che implicava nelle reti del
processo precedente il malcapitato cavaliere.
— Anzi tutto, opponeva il difensore, Postumo non è, a tenor di legge,
di nulla imputabile perchè, nè, in genere, nel processo di Gabinio,
nè tanto meno nella conseguente _litis aestimatio_[528], egli è stato
citato come imputato o come testimone, nè mai vi si è udito menzionare
il di lui nome, il che, giusta la consuetudine giudiziaria, avrebbe
dovuto essere richiesto, perchè Postumo potesse venire imputato[529], e
non già in un giudizio distinto, sibbene in quello medesimo, tenuto per
il reo principale[530]. Ma, aggiungeva Cicerone, data l’imputabilità
di Rabirio, come individuo, non ne consegue la possibilità di una
condanna, dappoichè la legge _Iulia_ non è applicabile all’ordine degli
_equites romani_[531] —.
Se non che, tali argomentazioni non bastavano a separare la causa di
Postumo dall’altra di Gabinio, ed è perciò che Cicerone insiste su
questo punto con tutto il calore, di cui egli è capace.
— Ciò che Gabinio avea fatto, obbiettava il difensore contro la
seconda delle accuse appendicolari gravanti sul proprio patrocinato,
è unicamente imputabile all’opinione di Gabinio medesimo, nè l’accusa
di corruzione, volutamente esercitata da Postumo, rimane al di sopra
di una pura ed illogica diceria[532]. I citati testimoni alessandrini
hanno lodato Gabinio, il che implicitamente ridonda ad onore di
Postumo, a meno che non si voglia lodare colui, per il quale fu
raccolto il danaro, e biasimare chi materialmente lo raccolse[533].
Essi medesimi, nel processo di Gabinio, negarono che a costui fosse
stata offerta mercede alcuna, e Pompeo ebbe allora a testimoniare
averlo il re assicurato nessun’altra somma al proconsole della Siria
essere stata esibita se non quella necessaria alla spedizione. Come
potersi quindi credere ora ai medesimi, quando affermano che parte
di codesto inesistito mezzo di corruzione sia rimasto nelle mani di
Rabirio[534]? —
Liberata così la causa di quest’ultimo dal processo Gabiniano, Cicerone
tenta svincolarla dalle rimanenti quistioni, cui l’accusatore l’aveva
strettamente connessa.
— L’accusa di aver partecipato alla corruzione dell’assemblea
senatoria, dichiara Cicerone, nè è questo — a rigor di legge — il
luogo in cui possa venire dibattuta, nè è congiunta con la causa
di Postumo, sprovvisto di mezzo alcuno per prevedere l’uso, che dei
propri imprestiti avrebbe fatto Aulete, non già nemico, ma alleato di
Roma, dalla quale avea riscosso l’affidamento della restituzione sul
trono. Sarebbe curioso, obbietta di nuovo il difensore, condannare,
non già chi trafisse, sibbene chi ebbe l’infelice idea di fabbricare la
spada[535].
Nè può egualmente il cavaliere Postumo venire accusato di essersi
moralmente compromesso per aver servito il re egizio. Certo tale
decisione fu stolta, ma Postumo vi ricorse per saldare da sè i crediti
ch’egli vantava con Aulete, a tutto intenzionato piuttosto che a
soddisfarli. Data la mala volontà di quest’ultimo, altro dilemma non
rimaneva se non quello di vestire il pallio per tornare togato a Roma,
o rimanere in questa per rimetterci le possibilità della toga[536]. Chi
può del resto, aggiungeva il difensore, affermare che l’amministrazione
di Postumo abbia peccato di disonestà? Duplice era la via di guadagno:
o, riscotendo i tributi, ritenerne la consueta percentuale, e in ciò
nulla di men che corretto; o frodare nella esazione e nella consegna
della somma promessa a Gabinio, e ciò è in contraddizione colla mercede
di 10000 talenti, che l’accusatore, fondandosi sul processo di Gabinio,
ritiene promessi e pervenuti per intero a quest’ultimo[537].
L’accusa poi che Postumo, con tutta la sua ostentata indigenza,
possegga e celi delle ricchezze è destituita d’ogni fondamento e
contraddice alla misera fine della di lui gestione in Egitto. Chi
narrò di navi noleggiate per suo conto a Pozzuoli, fra cui una, che
alle dimensioni apparve la depositrice del tesoro, chi intravide merci
preziose, celate sotto carte e pannolini e simili bazzecole, non si
fondò che su vane e inattendibili dicerie —.
E così, forte dell’assenza quasi completa di prove, Cicerone entra
nell’ampio torrente della perorazione, rammentando come la disgrazia
del danaro prestato sia da sola sufficiente a costituire la peggiore
delle condanne, enumerando le sciagure, di cui Rabirio era stato parte
e spettatore ad Alessandria, la stima e la generosità, di cui era
stato fatto segno da Cesare, invocando la solidarietà degli _equites_,
allora, giusta la legge Aurelia[538], membri del tribunale giudicante,
solleticando coi frequenti accenni alla propria autorità l’ordine
senatorio, cui egli si dichiarava onorato di appartenere, e chiedendo,
per tutto ciò, l’assoluzione dell’imputato.
Riescì Postumo assolto?
Nessuna notizia ci è pervenuta sul proposito ed il silenzio è pari
all’arditezza di qualsiasi supposizione. Qualunque però sia stato
l’esito del processo, nessuno degli argomenti difensivi poteva, a rigor
di termini, vantare un valore meno che causidico, e tutta l’orazione,
quando non sonò puro appello alla sensibilità dei giudicanti, rimase
nella bassa sfera dei doveri d’ufficio del difensore. La causa
di Postumo era moralmente e logicamente inseparabile da quella di
Gabinio, e Cicerone era troppo bene informato della colpabilità di
quest’ultimo per potersi con coscienza afferrare alla contraddizione
dei legati alessandrini, e, peggio ancora, alla testimonianza di
Pompeo. Nè era egualmente possibile svincolare la causa di Postumo da
quella della corruzione del senato, chè il primo avea avuto tempo di
sincerarsi della fine dei propri imprestiti[539], e la legge _Iulia
de repetundis_ poteva, oltre ai diretti, permettersi di colpire i più
remoti responsabili, anche se semplici privati[540]. Le giustificazioni
poi circa i motivi dell’ufficio, da Rabirio spontaneamente assunto ad
Alessandria, ne attenuavano, ma non giustificavano la colpabilità,
e, peggio ancora, cozzavano contro l’ipotesi d’intendimenti onesti
nell’amministrazione, che l’imputato aveva intrapreso[541]. La causa,
poteva _a priori_ dirsi irrimediabilmente perduta, e a Cicerone nulla
era necessario attendere per convincersi della colpabilità del proprio
cliente[542]. Ciò non ostante, come ad ogni passo della sua vita,
preferì sacrificare sugli altari dell’opportunismo più ingenuo e dei
_matchs_ oratorii più fanciulleschi la sua facondia e la sua reale
onestà, e di altro non possiamo dichiararci addolorati se non del fitto
buio, che ai nostri occhi ricopre l’esito di questo, non ultimo fra i
suoi malaugurati _tours de force_[543].