XIII.

La difesa di Cicerone.

La principale tra le difese di quest’ultimo volse sull’interpetrazione

del capoverso della legge _Iulia_, che implicava nelle reti del

processo precedente il malcapitato cavaliere.

— Anzi tutto, opponeva il difensore, Postumo non è, a tenor di legge,

di nulla imputabile perchè, nè, in genere, nel processo di Gabinio,

nè tanto meno nella conseguente _litis aestimatio_[528], egli è stato

citato come imputato o come testimone, nè mai vi si è udito menzionare

il di lui nome, il che, giusta la consuetudine giudiziaria, avrebbe

dovuto essere richiesto, perchè Postumo potesse venire imputato[529], e

non già in un giudizio distinto, sibbene in quello medesimo, tenuto per

il reo principale[530]. Ma, aggiungeva Cicerone, data l’imputabilità

di Rabirio, come individuo, non ne consegue la possibilità di una

condanna, dappoichè la legge _Iulia_ non è applicabile all’ordine degli

_equites romani_[531] —.

Se non che, tali argomentazioni non bastavano a separare la causa di

Postumo dall’altra di Gabinio, ed è perciò che Cicerone insiste su

questo punto con tutto il calore, di cui egli è capace.

— Ciò che Gabinio avea fatto, obbiettava il difensore contro la

seconda delle accuse appendicolari gravanti sul proprio patrocinato,

è unicamente imputabile all’opinione di Gabinio medesimo, nè l’accusa

di corruzione, volutamente esercitata da Postumo, rimane al di sopra

di una pura ed illogica diceria[532]. I citati testimoni alessandrini

hanno lodato Gabinio, il che implicitamente ridonda ad onore di

Postumo, a meno che non si voglia lodare colui, per il quale fu

raccolto il danaro, e biasimare chi materialmente lo raccolse[533].

Essi medesimi, nel processo di Gabinio, negarono che a costui fosse

stata offerta mercede alcuna, e Pompeo ebbe allora a testimoniare

averlo il re assicurato nessun’altra somma al proconsole della Siria

essere stata esibita se non quella necessaria alla spedizione. Come

potersi quindi credere ora ai medesimi, quando affermano che parte

di codesto inesistito mezzo di corruzione sia rimasto nelle mani di

Rabirio[534]? —

Liberata così la causa di quest’ultimo dal processo Gabiniano, Cicerone

tenta svincolarla dalle rimanenti quistioni, cui l’accusatore l’aveva

strettamente connessa.

— L’accusa di aver partecipato alla corruzione dell’assemblea

senatoria, dichiara Cicerone, nè è questo — a rigor di legge — il

luogo in cui possa venire dibattuta, nè è congiunta con la causa

di Postumo, sprovvisto di mezzo alcuno per prevedere l’uso, che dei

propri imprestiti avrebbe fatto Aulete, non già nemico, ma alleato di

Roma, dalla quale avea riscosso l’affidamento della restituzione sul

trono. Sarebbe curioso, obbietta di nuovo il difensore, condannare,

non già chi trafisse, sibbene chi ebbe l’infelice idea di fabbricare la

spada[535].

Nè può egualmente il cavaliere Postumo venire accusato di essersi

moralmente compromesso per aver servito il re egizio. Certo tale

decisione fu stolta, ma Postumo vi ricorse per saldare da sè i crediti

ch’egli vantava con Aulete, a tutto intenzionato piuttosto che a

soddisfarli. Data la mala volontà di quest’ultimo, altro dilemma non

rimaneva se non quello di vestire il pallio per tornare togato a Roma,

o rimanere in questa per rimetterci le possibilità della toga[536]. Chi

può del resto, aggiungeva il difensore, affermare che l’amministrazione

di Postumo abbia peccato di disonestà? Duplice era la via di guadagno:

o, riscotendo i tributi, ritenerne la consueta percentuale, e in ciò

nulla di men che corretto; o frodare nella esazione e nella consegna

della somma promessa a Gabinio, e ciò è in contraddizione colla mercede

di 10000 talenti, che l’accusatore, fondandosi sul processo di Gabinio,

ritiene promessi e pervenuti per intero a quest’ultimo[537].

L’accusa poi che Postumo, con tutta la sua ostentata indigenza,

possegga e celi delle ricchezze è destituita d’ogni fondamento e

contraddice alla misera fine della di lui gestione in Egitto. Chi

narrò di navi noleggiate per suo conto a Pozzuoli, fra cui una, che

alle dimensioni apparve la depositrice del tesoro, chi intravide merci

preziose, celate sotto carte e pannolini e simili bazzecole, non si

fondò che su vane e inattendibili dicerie —.

E così, forte dell’assenza quasi completa di prove, Cicerone entra

nell’ampio torrente della perorazione, rammentando come la disgrazia

del danaro prestato sia da sola sufficiente a costituire la peggiore

delle condanne, enumerando le sciagure, di cui Rabirio era stato parte

e spettatore ad Alessandria, la stima e la generosità, di cui era

stato fatto segno da Cesare, invocando la solidarietà degli _equites_,

allora, giusta la legge Aurelia[538], membri del tribunale giudicante,

solleticando coi frequenti accenni alla propria autorità l’ordine

senatorio, cui egli si dichiarava onorato di appartenere, e chiedendo,

per tutto ciò, l’assoluzione dell’imputato.

Riescì Postumo assolto?

Nessuna notizia ci è pervenuta sul proposito ed il silenzio è pari

all’arditezza di qualsiasi supposizione. Qualunque però sia stato

l’esito del processo, nessuno degli argomenti difensivi poteva, a rigor

di termini, vantare un valore meno che causidico, e tutta l’orazione,

quando non sonò puro appello alla sensibilità dei giudicanti, rimase

nella bassa sfera dei doveri d’ufficio del difensore. La causa

di Postumo era moralmente e logicamente inseparabile da quella di

Gabinio, e Cicerone era troppo bene informato della colpabilità di

quest’ultimo per potersi con coscienza afferrare alla contraddizione

dei legati alessandrini, e, peggio ancora, alla testimonianza di

Pompeo. Nè era egualmente possibile svincolare la causa di Postumo da

quella della corruzione del senato, chè il primo avea avuto tempo di

sincerarsi della fine dei propri imprestiti[539], e la legge _Iulia

de repetundis_ poteva, oltre ai diretti, permettersi di colpire i più

remoti responsabili, anche se semplici privati[540]. Le giustificazioni

poi circa i motivi dell’ufficio, da Rabirio spontaneamente assunto ad

Alessandria, ne attenuavano, ma non giustificavano la colpabilità,

e, peggio ancora, cozzavano contro l’ipotesi d’intendimenti onesti

nell’amministrazione, che l’imputato aveva intrapreso[541]. La causa,

poteva _a priori_ dirsi irrimediabilmente perduta, e a Cicerone nulla

era necessario attendere per convincersi della colpabilità del proprio

cliente[542]. Ciò non ostante, come ad ogni passo della sua vita,

preferì sacrificare sugli altari dell’opportunismo più ingenuo e dei

_matchs_ oratorii più fanciulleschi la sua facondia e la sua reale

onestà, e di altro non possiamo dichiararci addolorati se non del fitto

buio, che ai nostri occhi ricopre l’esito di questo, non ultimo fra i

suoi malaugurati _tours de force_[543].

Le relazioni politiche di Roma con l'Egitto dalle origini al 50 a. C. · 第 106 / 118 题