Il processo di C. Rabirio Postumo; l’accusa; la pena.
Frattanto neanche la condanna di Gabinio avea chiuso la serie delle
conseguenze della questione alessandrina. Diretto contracolpo ne fu un
processo contro un personaggio, rimasto, durante i fatti precedenti,
nell’ombra, ma che pur troppo avea avuto gran parte nella loro pratica
attuazione.
Era questi un cavaliere romano, C. Rabirio Postumo. Seguendo
la carriera del padre, egli avea partecipato a moltissime delle
speculazioni e delle imprese dei pubblicani. Avea ottenuto appalti
nelle province, era stato largo d’imprestiti a popoli e a monarchi,
e, per sua malaventura, fra i re, che ne avevano chiesto i favori,
s’era imbattuto in Tolomeo Aulete[515]. I primi suoi imprestiti a
quest’ultimo rimontavano ad una data anteriore alla venuta di lui
a Roma. Dopo quel tempo essi non erano stati continuati con minore
zelo, anzi Postumo vi avea impiegato, non solo i propri, ma eziandio i
capitali dei suoi amici. E, quando Aulete, come vedemmo, era ripartito
definitivamente da Roma per Efeso, nuovo danaro gli era stato rimesso,
in seguito a più di una scrittura, rogata in casa di Pompeo[516]. Non
avendo riscosso nulla di tante somme sborsate, Postumo si era più tardi
acconciato a recarsi alla corte di Aulete, in qualità di amministratore
delle finanze dello stato (διοικητής)[517], nella speranza di rifarsi
di tanti crediti inestinti. Ma, disgraziatamente, anche adesso, avea
dovuto sopportare tutta la bieca ferocia, di cui più volte s’era
dimostrato capace il re d’Egitto. Era stato costretto a vedersi
imprigionare i più fedeli compagni, e, privo dell’ultimo resto delle
proprie sostanze, avea dovuto fuggire dal regno[518]. Dopo di che, a
detta di Cicerone, se non fosse stato il soccorso di Cesare, egli non
avrebbe potuto più mantenersi nel rango sociale ereditato dalla propria
famiglia[519]. Come se ciò non bastasse, in grazia dell’insolvibilità
di Gabinio, egli era stato quindi citato in giudizio da C. Memmio, uno
degli antichi accusatori di quest’ultimo[520].
Il crimine, che gli s’imputava era il medesimo, per cui già era stato
condannato Gabinio, un crimine di concussione[521]. L’ex-proconsole
della Siria non aveva coi propri beni potuto saldare la multa, di
cui era stato ritenuto passibile, e, giusta un articolo della legge
_Iulia de repetundis_, il residuo del debito avrebbe dovuto essere
colmato da colui, che, come Rabirio, nella qualità di ministro delle
finanze in Egitto, avea procurato ed esibito il denaro, necessario
alla consumazione del crimine, falcidiandone, come era presumibile, una
parte nel proprio, esclusivo interesse[522].
Questo il pernio dell’accusa. Intorno ad esso però ne gravitavano delle
altre non meno acerbe ed infamanti.
Sosteneva infatti l’accusatore: 1) le somme sborsate in Roma da
Postumo ad Aulete essere valse a corrompere il senato[523], sì che, fra
l’altro, poco o nulla s’era per esse concluso dall’inchiesta aperta
sulla tragica fine dell’ambasceria alessandrina; 2) Postumo avere,
mirando al proprio interesse, sospinto, per via di danaro, Gabinio
a restituire sul trono Tolomeo Aulete, violando così il tassativo
disposto del senato e l’ammonimento dei libri sibillini; 3) lui stesso,
cittadino romano, essersi abbassato a funzionare da ministro di un re
straniero[524], e, quel che più monta, avere, in tale ufficio, mirato,
anzichè a servire fedelmente il monarca, ad accumulare ricchezze in pro
di se medesimo[525].
La pena, come nel precedente processo, variava dall’esilio alla
interdizione dei diritti politici[526], e, come per Gabinio, sotto le
pressioni di Pompeo, il difensore ne era M. Tullio Cicerone[527].