XII.[514]

Il processo di C. Rabirio Postumo; l’accusa; la pena.

Frattanto neanche la condanna di Gabinio avea chiuso la serie delle

conseguenze della questione alessandrina. Diretto contracolpo ne fu un

processo contro un personaggio, rimasto, durante i fatti precedenti,

nell’ombra, ma che pur troppo avea avuto gran parte nella loro pratica

attuazione.

Era questi un cavaliere romano, C. Rabirio Postumo. Seguendo

la carriera del padre, egli avea partecipato a moltissime delle

speculazioni e delle imprese dei pubblicani. Avea ottenuto appalti

nelle province, era stato largo d’imprestiti a popoli e a monarchi,

e, per sua malaventura, fra i re, che ne avevano chiesto i favori,

s’era imbattuto in Tolomeo Aulete[515]. I primi suoi imprestiti a

quest’ultimo rimontavano ad una data anteriore alla venuta di lui

a Roma. Dopo quel tempo essi non erano stati continuati con minore

zelo, anzi Postumo vi avea impiegato, non solo i propri, ma eziandio i

capitali dei suoi amici. E, quando Aulete, come vedemmo, era ripartito

definitivamente da Roma per Efeso, nuovo danaro gli era stato rimesso,

in seguito a più di una scrittura, rogata in casa di Pompeo[516]. Non

avendo riscosso nulla di tante somme sborsate, Postumo si era più tardi

acconciato a recarsi alla corte di Aulete, in qualità di amministratore

delle finanze dello stato (διοικητής)[517], nella speranza di rifarsi

di tanti crediti inestinti. Ma, disgraziatamente, anche adesso, avea

dovuto sopportare tutta la bieca ferocia, di cui più volte s’era

dimostrato capace il re d’Egitto. Era stato costretto a vedersi

imprigionare i più fedeli compagni, e, privo dell’ultimo resto delle

proprie sostanze, avea dovuto fuggire dal regno[518]. Dopo di che, a

detta di Cicerone, se non fosse stato il soccorso di Cesare, egli non

avrebbe potuto più mantenersi nel rango sociale ereditato dalla propria

famiglia[519]. Come se ciò non bastasse, in grazia dell’insolvibilità

di Gabinio, egli era stato quindi citato in giudizio da C. Memmio, uno

degli antichi accusatori di quest’ultimo[520].

Il crimine, che gli s’imputava era il medesimo, per cui già era stato

condannato Gabinio, un crimine di concussione[521]. L’ex-proconsole

della Siria non aveva coi propri beni potuto saldare la multa, di

cui era stato ritenuto passibile, e, giusta un articolo della legge

_Iulia de repetundis_, il residuo del debito avrebbe dovuto essere

colmato da colui, che, come Rabirio, nella qualità di ministro delle

finanze in Egitto, avea procurato ed esibito il denaro, necessario

alla consumazione del crimine, falcidiandone, come era presumibile, una

parte nel proprio, esclusivo interesse[522].

Questo il pernio dell’accusa. Intorno ad esso però ne gravitavano delle

altre non meno acerbe ed infamanti.

Sosteneva infatti l’accusatore: 1) le somme sborsate in Roma da

Postumo ad Aulete essere valse a corrompere il senato[523], sì che, fra

l’altro, poco o nulla s’era per esse concluso dall’inchiesta aperta

sulla tragica fine dell’ambasceria alessandrina; 2) Postumo avere,

mirando al proprio interesse, sospinto, per via di danaro, Gabinio

a restituire sul trono Tolomeo Aulete, violando così il tassativo

disposto del senato e l’ammonimento dei libri sibillini; 3) lui stesso,

cittadino romano, essersi abbassato a funzionare da ministro di un re

straniero[524], e, quel che più monta, avere, in tale ufficio, mirato,

anzichè a servire fedelmente il monarca, ad accumulare ricchezze in pro

di se medesimo[525].

La pena, come nel precedente processo, variava dall’esilio alla

interdizione dei diritti politici[526], e, come per Gabinio, sotto le

pressioni di Pompeo, il difensore ne era M. Tullio Cicerone[527].

Le relazioni politiche di Roma con l'Egitto dalle origini al 50 a. C. · 第 105 / 118 题