Cronologia del dibattimento.
Rimane la questione della cronologia del dibattimento.
L’unico accenno alla medesima, contenuto nell’unica fonte rimastaci,
l’orazione ciceroniana, si è il richiamo ad uno dei più notevoli
eventi politici del tempo, la minacciata demolizione della potenza di
Giulio Cesare[544], in nome del quale il difensore ricerca le ultime
vie della coscienza dei giudici. Se non che, di minacciate demolizioni
del proconsole delle Gallie, per opera di avversari e di amici, se
ne ebbero a contare più d’una dall’anno ormai trascorso dell’ultimo
processo di Gabinio, cui, quello di Postumo si ricollega quale
appendice, all’altro della sua rottura finale con gli _optimates_ (49),
e, peggio ancora, alla di lui morte (44). Occorrono quindi ulteriori
considerazioni per poter fissare con approssimativa sicurezza la
cronologia del giudizio, che direttamente ci riguarda.
Esso, anzitutto, data l’intonazione della difesa, ci si rivela
vicinissimo all’altro di Gabinio; ma, quel che più importa, gli ultimi
capitoli dell’orazione accennano chiaramente a un periodo di intima
riconciliazione dell’oratore con Cesare[545]. Or bene, i periodi
di simpatia fra i due uomini sono molto meno numerosi degli altri
delle svariate ostilità contro il proconsole delle Gallie. Infatti
nè possiamo più trovarne traccia durante o dopo la guerra contro
Pompeo, nè fra il 53 e il 49, nel qual periodo di tempo Cicerone si
chiuse in una completa parsimonia di giudizi e di decisioni, pari alla
incertezza, che allora lo dominava. Gli anni, dunque, che ci rimangono,
vengono costituiti dal biennio 54-53, e nel 54, a noi ampiamente noto
come quello della luna di miele degli amori cesaro-ciceroniani,[546],
ci apparisce ragionevole collocare il giudizio, che, per sua mala
ventura, ebbe a subire Rabirio Postumo.
Così si chiudeva l’era più drammatica delle relazioni di Roma con
l’Egitto, che, per due anni, aveva in maniera anormale tempestato la
vita politica romana, provocandovi una crisi, che solo poteva stare
a fronte dell’altra, avvenuta in sugl’inizi della guerra giugurtina.
Gli uomini ed i partiti vi si erano buttati a capofitto, l’uno contro
l’altro, per sfruttare con interessi opposti la situazione, e, quando,
dopo tanto affacendarsi, Tolomeo Aulete potè credersi tranquillo sul
trono d’Alessandria, non ebbe certo l’intuito di prevedere ch’egli
avea concorso a sollevare una tempesta, di cui, tra non guari, la sua
dinastia ne avrebbe subito, e fatalmente, il contracolpo.