La società romana contemporanea.
Siamo pervenuti al periodo più caratteristico di quella nuova società
romana, che Giugurta, il quale ne aveva intravisto soltanto gli esordi,
e nella cui fantasia tutto albergava, tranne l’ipotesi di una questione
alessandrina e di un processo gabiniano, marchiò colla frase scultoria,
lanciata alle porte della metropoli: «_Tu venderesti te stessa, se
trovassi un compratore_»[509]. La gran maggioranza degli storici
spiegano tanto travolgimento di coscienze coll’infelice tautologia
di una corruzione morale, di cui ci sarebbero sconosciuti i motivi
prossimi e remoti. In realtà, la società romana raccoglieva adesso, e a
piene mani, i frutti di quella politica, nel cui vortice, per ragioni
particolari, l’aveva lanciata la classe detentrice del suo governo.
La corruzione morale era il contracolpo di un radicale perturbamento
di tutti gli antichi rapporti sociali e del tenore di vita, che ai
cittadini imponevano le nuove, mutate condizioni circostanti. Le guerre
senza interruzione avevano rovinato la media e la piccola proprietà
terriera, precipitandole nel baratro del pauperismo, costringendole a
vivere di elemosine e a sollecitarle con insinuazioni e con insolenze.
Destituita d’ogni risorsa industriale, l’antica republica di
agricoltori si era, contemporaneamente, per mezzo di un’altra classe
di cittadini, gli _equites_, che alle prime avvisaglie, avevano fatto
in tempo a salvare dalla crisi agricola i loro capitali, gettata al
saccheggio delle province, mentre l’alta aristocrazia della terra,
i possessori dei latifondi, i candidati al consiglio senatorio,
riscotevano le rendite dei loro possessi mostruosi, impinguati dal
sudore degli schiavi, e, di fatto, se non di nome, gareggiavano coi
primi nell’espoliazione del pubblico demanio, i così detti _praedia
populi romani_.
«Compagni e forieri della mutata vita economica erano stati i nuovi
andazzi dei costumi, delle fogge, delle maniere di vita. Con l’eco
delle vittorie e con l’oro dei vinti erano penetrati in Roma, a frotte,
tutta la corrotta genia dei parassiti, tutto quel nugolo di artefici
della corruzione, che si erano schiusi dal seno della decadente civiltà
greca, ed al rustico Lazio apportavano i più raffinati amminicoli
di un’età più corrotta, tutti i più fieri veleni della vita, larvati
sotto le più liete apparenze. L’elemento greco certamente aveva avuto
sempre a mezzo delle colonie italiche contatto con la vita romana,
e non aveva potuto non esercitarvi la sua azione, ma ora addirittura
v’irruppe, e con le sue correnti meno sane, fatte per giunta tramite»
della «corrotta vita orientale»[510]. Tutti gli effetti di una vittoria
sfrenata, di un bottino senza contrasti, una febbre d’oro di piaceri,
di seduzioni avea invaso l’esercito trionfatore dei morigerati
cittadini del Lazio. Pena la morte o la disfatta, i partiti e gli
uomini politici non poterono più, nelle lotte d’ogni giorno, trascurare
tante nuove quantità e consuetudini, il cui maneggio bastava da solo
a decidere della vittoria o della sconfitta. Poveraglie cenciose,
schiavi emancipati, impotenti od ignari dei lavori concessi ai liberi,
stranieri ingordi di rapine e pronti, al pari dei succitati, ad
arrolarsi, quali bravi o mercenari, al servizio dei candidati e degli
uomini politici del tempo, vagavano, come orde fameliche, cui bisognava
saldare i conti prima di tentare l’agone della vita pubblica[511].
Ogni elezione era quindi una voragine pei candidati, un incendio di
debiti nuovi, che il posto da conseguire doveva colmare ed estinguere
coi rivoli infiniti delle dilapidazioni provinciali. «La corruzione
elettorale e la dilapidazione delle province erano come i due estremi
di una linea, che, ripiegandosi su se stessa, formava un circolo chiuso
e il più vizioso che mai fosse.
«Si corrompeva per ottenere la carica, e si voleva la carica per fare
una fortuna»[512]. E la fortuna da conquistare era tanto più pericolosa
quanto più grande, come quella che riscoteva i reclami dei dilapidati,
le invidie e gli odii degli avversari, pronti a tradursi in altrettanti
processi, nuova fonte di sperpero e di corruzione. Come infatti,
prima dell’elezione facea d’uopo comperare gli sgherri e gli elettori,
occorreva adesso comperare il pubblico, i giudici e gli accusatori,
pena ineluttabile, in caso d’insuccesso, l’interdizione dei pubblici
uffici, equivalente all’interdizione del pubblico espoliamento.
Tali erano alcuni soltanto dei frutti della trascorsa politica
imperialista del senato romano, che storici e retori esaltano quale
capolavoro di sapienza stataria, e che invece, originata, come abbiamo
visto[513] da gretti interessi di classe, terminava per inabissare,
sotto le sue conseguenze, il mondo conquistato ed i conquistatori.