XI.

La società romana contemporanea.

Siamo pervenuti al periodo più caratteristico di quella nuova società

romana, che Giugurta, il quale ne aveva intravisto soltanto gli esordi,

e nella cui fantasia tutto albergava, tranne l’ipotesi di una questione

alessandrina e di un processo gabiniano, marchiò colla frase scultoria,

lanciata alle porte della metropoli: «_Tu venderesti te stessa, se

trovassi un compratore_»[509]. La gran maggioranza degli storici

spiegano tanto travolgimento di coscienze coll’infelice tautologia

di una corruzione morale, di cui ci sarebbero sconosciuti i motivi

prossimi e remoti. In realtà, la società romana raccoglieva adesso, e a

piene mani, i frutti di quella politica, nel cui vortice, per ragioni

particolari, l’aveva lanciata la classe detentrice del suo governo.

La corruzione morale era il contracolpo di un radicale perturbamento

di tutti gli antichi rapporti sociali e del tenore di vita, che ai

cittadini imponevano le nuove, mutate condizioni circostanti. Le guerre

senza interruzione avevano rovinato la media e la piccola proprietà

terriera, precipitandole nel baratro del pauperismo, costringendole a

vivere di elemosine e a sollecitarle con insinuazioni e con insolenze.

Destituita d’ogni risorsa industriale, l’antica republica di

agricoltori si era, contemporaneamente, per mezzo di un’altra classe

di cittadini, gli _equites_, che alle prime avvisaglie, avevano fatto

in tempo a salvare dalla crisi agricola i loro capitali, gettata al

saccheggio delle province, mentre l’alta aristocrazia della terra,

i possessori dei latifondi, i candidati al consiglio senatorio,

riscotevano le rendite dei loro possessi mostruosi, impinguati dal

sudore degli schiavi, e, di fatto, se non di nome, gareggiavano coi

primi nell’espoliazione del pubblico demanio, i così detti _praedia

populi romani_.

«Compagni e forieri della mutata vita economica erano stati i nuovi

andazzi dei costumi, delle fogge, delle maniere di vita. Con l’eco

delle vittorie e con l’oro dei vinti erano penetrati in Roma, a frotte,

tutta la corrotta genia dei parassiti, tutto quel nugolo di artefici

della corruzione, che si erano schiusi dal seno della decadente civiltà

greca, ed al rustico Lazio apportavano i più raffinati amminicoli

di un’età più corrotta, tutti i più fieri veleni della vita, larvati

sotto le più liete apparenze. L’elemento greco certamente aveva avuto

sempre a mezzo delle colonie italiche contatto con la vita romana,

e non aveva potuto non esercitarvi la sua azione, ma ora addirittura

v’irruppe, e con le sue correnti meno sane, fatte per giunta tramite»

della «corrotta vita orientale»[510]. Tutti gli effetti di una vittoria

sfrenata, di un bottino senza contrasti, una febbre d’oro di piaceri,

di seduzioni avea invaso l’esercito trionfatore dei morigerati

cittadini del Lazio. Pena la morte o la disfatta, i partiti e gli

uomini politici non poterono più, nelle lotte d’ogni giorno, trascurare

tante nuove quantità e consuetudini, il cui maneggio bastava da solo

a decidere della vittoria o della sconfitta. Poveraglie cenciose,

schiavi emancipati, impotenti od ignari dei lavori concessi ai liberi,

stranieri ingordi di rapine e pronti, al pari dei succitati, ad

arrolarsi, quali bravi o mercenari, al servizio dei candidati e degli

uomini politici del tempo, vagavano, come orde fameliche, cui bisognava

saldare i conti prima di tentare l’agone della vita pubblica[511].

Ogni elezione era quindi una voragine pei candidati, un incendio di

debiti nuovi, che il posto da conseguire doveva colmare ed estinguere

coi rivoli infiniti delle dilapidazioni provinciali. «La corruzione

elettorale e la dilapidazione delle province erano come i due estremi

di una linea, che, ripiegandosi su se stessa, formava un circolo chiuso

e il più vizioso che mai fosse.

«Si corrompeva per ottenere la carica, e si voleva la carica per fare

una fortuna»[512]. E la fortuna da conquistare era tanto più pericolosa

quanto più grande, come quella che riscoteva i reclami dei dilapidati,

le invidie e gli odii degli avversari, pronti a tradursi in altrettanti

processi, nuova fonte di sperpero e di corruzione. Come infatti,

prima dell’elezione facea d’uopo comperare gli sgherri e gli elettori,

occorreva adesso comperare il pubblico, i giudici e gli accusatori,

pena ineluttabile, in caso d’insuccesso, l’interdizione dei pubblici

uffici, equivalente all’interdizione del pubblico espoliamento.

Tali erano alcuni soltanto dei frutti della trascorsa politica

imperialista del senato romano, che storici e retori esaltano quale

capolavoro di sapienza stataria, e che invece, originata, come abbiamo

visto[513] da gretti interessi di classe, terminava per inabissare,

sotto le sue conseguenze, il mondo conquistato ed i conquistatori.

Le relazioni politiche di Roma con l'Egitto dalle origini al 50 a. C. · 第 104 / 118 题