Suo ritorno (20 settembre 54). Purgazione della contumacia. Gabinio
assolto _de maiestate_ (fine dell’ottobre 54). Gabinio condannato _de
repetundis_ (fine del 54).
Tanta vendetta saldava eziandio i conti del processo, che rimaneva.
Ma, appunto per questo, Gabinio volle tentare l’estrema audacia, ed il
20 settembre dello stesso anno 54, rientrava in Roma, intenzionato a
provocarvi la purgazione della contumacia[490].
Il suo ritorno risollevò l’ira e le proteste del senato e dei suoi
avversari[491], fra cui non ultimo Cicerone, il quale si riaccinse a
scagliare contro Gabinio tutti i fulmini della sua eloquenza[492].
Ma i nuovi processi seguirono un andazzo ed ebbero un esito assai
diverso dal precedente[493]. Lentulo, suo accusatore nel processo
_de maiestate_, apparve da ultimo[494] così remissivo da suscitare
persino in Cicerone il dubbio che avesse subìto la pericolosa
influenza di Pompeo[495]. La giuria venne corrotta dalle enormi somme
dispensate da Gabinio e dalle raccomandazioni del solito Pompeo[496].
L’opinione pubblica fu turbata dall’oscura minaccia di una prossima
dittatura[497], e Gabinio tornava trionfalmente assolto del reato di
lesa maestà con voti 38 contro 32[498] (fine dell’ottobre 54)[499].
La sentenza portava, come suo motivo, una strana interpetrazione del
responso della sibilla, la quale avrebbe alluso ad altri tempi e ad
altri re egizi, nè prescriveva condanna alcuna contro l’imputato[500].
Ma, se tale argomento ebbe la virtù di convincere i giudici, non
scosse d’un punto l’opinione e la superstizione della maggioranza del
pubblico, spettatore del dibattimento. La notizia di tanta enormità
provocò un tumulto, ed i giudici, così audaci nell’averla perpetrata,
affidarono adesso la loro salvezza alla fuga, scampando a stento
all’indignazione popolare[501]. Ma, strana ironia della sorte, il
terzo processo _de repetundis_, i cui auspici si presentavano assai
più favorevoli che nei precedenti, doveva da ultimo subire l’esito più
infelice.
Esso si era dovuto rimandare stante le condizioni di salute del pretore
incaricato dell’istruzione[502], e, quando il processo ottenne il suo
turno, Gabinio, oltre a trovarsi in certo modo garantito dall’esito
brillante dell’altro _de maiestate_, potea contare a favor suo
l’acquisto del già non disagevolmente placato Cicerone, che gli si
apprestava quale patrocinatore[503] e la presenza di Pompeo, che si era
affrettato ad intervenire al giudizio ed a perorare innanzi al popolo
radunato la causa del suo protetto, leggendovi le lettere speditegli da
Cesare in favore di quest’ultimo. Ma l’odiosità della causa[504], lo
zelo eccessivo di Pompeo, il nauseante voltafaccia di Cicerone[505],
e fors’anco una tal quale negligenza di Gabinio, già sicuro del fatto
suo, nell’accaparrarsi la benevolenza dei giudici, cogli argomenti
più solidi della corruzione, pare abbiano concorso gravemente a farne
abortire le speranze. Gabinio infatti, scampato a tante più gravi
situazioni, colpito da condanna, non ostante si fosse abilmente difeso,
allegando a motivo della sua spedizione il timore di un accordo tra
la flotta egizia e le galere dei corsari, fatale in caso di successo
alla sua provincia[506], nonchè, a giustificazione della medesima, la
clausola dell’_imperium infinitum_, contenuta nella legge, che l’aveva
investito della luogotenenza della Siria; e, benchè avesse insistito
nell’affermare di non avere ricevuto altro denaro, se non quanto era
occorso a indennizzarlo delle spese[507], veniva adesso costretto a
pigliare la via dell’esilio[508] (54).