Gabinio sotto processo (55). Tentativi di salvataggio. Condanna
contumaciale di Gabinio (54).
La prolissa questione aveva avuto, pel re d’Egitto, la sua definitiva
soluzione, e, quando Cicerone, scornato nella sua olimpica ingenuità,
apprese la clamorosa novella, che, insieme colle proprie, spacciava le
speranze di Lentulo, scriveva a un amico lontano, senza il coraggio
di uno solo rigo di comento: «A Pozzuoli si buccina che il Tolomeo
sia diggià nel suo regno; se hai qualche notizia più sicura, fammela
sapere.»[484].
Non così avvenne, nè poteva accadere per Gabinio.
Questi, conscio della gravità del suo operato, non ebbe neanche il
coraggio di redigere la regolamentare relazione al senato. Ma di ciò,
in sua vece, si presero cura i Siri, da cui, avendo i pirati fatto
amaramente sperimentare gli effetti della lontananza del governatore
romano, partì un acerbo reclamo al governo della città dominatrice.
I pubblicani medesimi non avevano, in quell’intervallo, potuto
riscuotere i tributi, per cui, se Gabinio avea ricolmo il proprio
scrigno, le casse dell’erario e degli appaltatori delle imposte della
regione ne erano state, in grazia sua, tutt’altro che favorite[485].
Un provvedimento disciplinare s’imponeva; Gabinio fu messo in stato
d’accusa[486], e l’accusa fu duplice[487]: _de maiestate_, in quanto
avea violato i decreti del popolo romano, _de repetundis_, cioè di
concussione, in quanto aveva gravemente esorbitato dalle proprie
attribuzioni, s’era fatto corrompere da un principe alleato, e, per
esso, aveva, non senza gravi conseguenze, trascurato l’amministrazione
della provincia affidatagli[488]. Il candido Cicerone, tutto tenero
del «_calunnioso ostacolo_» della religione, com’egli aveva altra
volta definito l’oracolo, adesso, più violento che mai contro Gabinio,
eccitava il popolo a voler riletti quei libri della Sibilla, di cui
egli poco prima avea eccitato Lentulo a trasgredire il responso.
Sperava che in tal guisa vi si sarebbe trovata la pena con cui i
tribunali avrebbero dovuto colpire colui, che avea frodato Lentulo
dell’incarico di ricondurre Aulete nel regno. Ma i consoli Pompeo
e Crasso, l’uno, intimo di Gabinio e già istigatore della sua
impresa, l’altro, o solidale per interessi di partito, o corrotto dal
governatore della Cilicia, lottarono disperatamente perchè non venisse
presa decisione alcuna in proposito (55). Se non che, scaduto l’anno di
carica e successi nel loro ufficio Domizio Enobarbo ed Appio Claudio,
ambedue membri della conservatrice aristocrazia romana, la rosea
situazione dell’antico ufficiale di Cesare si oscurò; e, sia indettato,
sia favorito dai consoli, il senato decretava che gli oracoli venissero
riletti. Delle disastrose inondazioni furono interpetrate come segno
dell’ira degli Dei, e tutto cooperò a rendere inevitabile il processo
di Gabinio, che, contumace, fu, per la prima soltanto delle due
imputazioni, condannato alla pena capitale[489].