La spedizione di Gabinio (55). Aulete rimesso sul trono (55).
Forte così dell’oro del Tolomeo e, per giunta, di una a noi sconosciuta
clausola della legge, che, investendolo della luogotenenza della Siria,
gli aveva altresì concesso un «_imperium infinitum_»[477], Gabinio,
lasciatovi il figlio Sisenna, ancor giovanissimo e spedito innanzi
M. Antonio medesimo, marciò, attraverso la Palestina, alla volta
dell’Egitto (55)[478].
Regnava ancora Berenice, la figlia di Tolomeo Aulete, la quale
si era recentemente sposata ad un siro, un tale Archelao Sillano.
Gabinio fece dapprima arrestare e poi liberare costui per estorcergli
maggiori somme, avendo divulgato ad arte la notizia che egli si fosse
liberato da sè. A Pelusio, valendosi della generosità degli Ebrei,
che s’affrettarono a sgomberargli il passo[479], divise in due corpi
l’esercito e sconfisse le milizie egiziane venutegli contro. Due
nuove vittorie, l’una sul Nilo, l’altra terrestre[480], assicurarono
definitivamente la clandestina impresa e l’ingresso trionfale delle
armi romane in Alessandria. Archelao[481] fu ucciso nei massacri
ordinati, non si sa bene se dal Tolomeo o dal generale romano, mentre
Aulete, rimesso sul trono, inaugurava il nuovo regno, assassinando la
figlia Berenice[482] ed i più cospicui e benestanti cittadini della
capitale, con le cui sostanze egli pensava rifarsi delle ingenti somme
sperperate in Roma alla riconquista del trono.
Fatto nuovo e importantissimo, Gabinio lasciava presso il re, sotto
forma di presidio, un numeroso corpo di legionari romani[483].
L’indipendenza dell’Egitto subiva così la più grave _capitis deminutio_
possibile, e Roma veniva posta nella piena, effettiva possibilità
d’ingerirsi costantemente negli affari della sua politica interna.