Cicerone e P. Lentulo. Pompeo, A. Gabinio e Tolomeo Aulete.
Non erano così rassegnati i partigiani dei due concorrenti.
Tra essi Cicerone consigliava per lettera Lentulo, qualora lui, che si
trovava più vicino, ne giudicasse più opportuna l’interna situazione,
vigendo ancora il _senatus-consultum_, il quale l’aveva investito
della missione in Egitto, di rimettere coraggiosamente Aulete sul
trono, riconducendolo magari a Tolemaide od altrove, indi marciare con
l’esercito e la flotta, senza fare uso delle armi, su Alessandria, ed
assicurarvi stabilmente colla presenza delle sue truppe, il dominio
del re. Così il Tolomeo sarebbe stato rimesso sul trono, giusta il
primo _senatus-consultum_, e, senza azione militare alcuna, giusta il
responso dei libri sibillini. Se poi, soggiungeva l’oratore, Lentulo,
costretto o meno, fosse riescito a conquistare l’Egitto, agli occhi
del pubblico, il successo dell’impresa sarebbe bastato a giustificare
l’impiego di qualsiasi mezzo[473].
Ma l’abile e poco scrupoloso piano dell’oratore non persuase il
pretore della Cilicia, il quale fu l’unico a rassegnarsi al suo crudo
destino. Se non che, mentre ciò avveniva, ed il 56 trascorreva in vane
querimonie, Aulete, raccomandato da Pompeo, si presentava al proconsole
della Siria, Aulo Gabinio[474].
Quando Gabinio ricevette Tolomeo, pensava, — e le condizioni della
provincia lo richiedevano, — ad una guerra contro i Parti. Ma le
istanze di un suo, per allora, oscuro luogotenente di cavalleria, M.
Antonio, il futuro competitore di Ottaviano[475], prevalsero alla
coscienza del proprio dovere, cui del resto Aulete non gli avrebbe
concesso di porgere eccessivo omaggio, dappoichè aveva, insieme col
generale, corrotto l’esercito, sborsando immediatamente metà della
somma pattuita, ben diecimila talenti[476], e rimettendo il resto al
saldo della ricevuta promessa, la restituzione in patria.