Agitazione e rivalità fra i pretendenti all’incarico della restituzione
del Tolomeo.
L’incarico della spedizione egizia era infatti un boccone così ghiotto,
un orizzonte così foriero di potenza civile e militare che nessuno
dei più cospicui uomini politici del tempo se ne sarebbe volentieri
vista sgusciare di mano l’occasione. Un precedente _senatus-consultum_
avea, come osservammo, incaricato dell’impresa P. Lentulo proconsole di
Cipro e di Cilicia. Se non che, contro di lui sorgeva adesso temibile
concorrente Gneo Pompeo, alle cui costole il principe egiziano, verso
la fine del 57, allontanatosi prudentemente dal territorio romano[454],
aveva messo un suo incaricato, l’egizio Ammonio[455]. Col triumviro,
in grazia dell’aureola democratica, stavano i più, non esclusi
coloro, che in buona fede pigliavano a cuore la causa del re, e,
quel che più monta, uno degli stessi membri del collegio dei tribuni,
L. Caninio Gallo, mentre Pompeo, in mezzo all’aperta lotta, che per
lui sostenevano i suoi amici, cercava di disarmare gli avversari più
temibili e più tenaci col mostrarsi affatto alieno dall’impresa[456].
Deliberati ad infrangere tutte le rosee speranze del vecchio e del
nuovo concorrente erano invece i più rigidi membri di quel partito
conservatore, che si era mantenuto sempre avverso alla riduzione
dell’Egitto a provincia romana, guatando con occhio sospettoso
l’avvento di un governatore in quelle regioni.
La caduta di un fulmine sulla statua di Giove sul Monte Albano era
intanto servita ai tribuni quale occasione per tentare il responso dei
libri sibillini, e il provvido oracolo avea profetato, vietando pel re
d’Egitto altro soccorso all’infuori di una platonica amicizia. Questo
avea divulgato il tribuno Caio Catone[457] prima ancora della nuova
decisione senatoria, forzando altresì i pontefici a leggere e comentare
pubblicamente l’oracolo, e ciò bastava pel momento a destituire di ogni
importanza il già trascorso _senatus-consultum_ in pro del governatore
della Cilicia[458], mentre a tale «calunnioso ostacolo», come per ora
ebbe a definirlo M. Tullio Cicerone, era giocoforza che la grande
maggioranza dei sostenitori, sia di Pompeo che di Lentulo, fosse
pronta, in ogni modo, a inchinarsi.