III.

Processo di P. Ascizio e M. Celio Rufo (56).

Furono infatti accusati dell’uccisione del capo dell’ambasceria egizia

un P. Ascizio e l’ottimate M. Celio Rufo, che venne altresì incolpato

di avere espulso da Pozzuoli gli ambasciatori alessandrini, spediti

dalla reggente d’Egitto. Difensore di ambedue fu M. Tullio Cicerone,

il quale, nel secondo processo, venne coadiuvato dal suo collega in

oratoria forense, M. Crasso.

Il processo di Ascizio precedè l’altro di Celio, e l’esito fu quale

migliore non poteva aspettarsi: la piena e completa assoluzione

dell’imputato[445] (56).

Più clamoroso dovea riescire il secondo dibattimento. Sembra infatti

che M. Celio, oltre a figurare tra i corrotti dal principe egiziano,

sia stato, nella qualità di creditore del medesimo, uno degli strumenti

più interessati di corruzione[446]; nè il rango sociale che egli

occupava avrebbe consentito che lo si trascinasse ad un pubblico

dibattimento, se un ripicco privato della gente Claudia non gli serrava

contro una mezza dozzina circa di sottoscrittori[447]. L’accusa che

gli fu mossa, una molteplice accusa _de vi_[448], c’interessa per due

soltanto fra i suoi «_a capi_»: l’imputazione della cacciata degli

ambasciatori alessandrini da Pozzuoli ed il mandato assassinio di Dione

per mezzo degli schiavi di quello stesso cittadino romano, L. Lucceio,

che l’aveva ospitato[449].

Gli argomenti della difesa vennero ripartiti fra i due oratori.

Crasso parlò in discolpa di Celio circa l’affare dell’espulsione degli

ambasciatori, Cicerone in merito alla supposta complicità nell’omicidio

del loro capo.[450]. L’orazione del primo ci è perfettamente

sconosciuta; l’altra di M. Tullio si ridusse ad opporre all’accusa

l’assoluzione di Ascizio[451] e la testimonianza favorevole di Lucceio,

sotto la cui autorità quegli cercò di schiacciare tutto l’edifizio

degli avversari. Come Ascizio, Celio fu assolto[452], e Cicerone potè

esser lieto di avere da un canto resa la pariglia a quei Clodi, per la

cui sollecitudine era stato imbastito il processo, dall’altro, d’avere

avuto agio di accaparrarsi, con l’apologia di Lucceio, lo storico

futuro delle sue gesta politiche[453].

Questi i soli processi di cui abbiamo menzione. Se non che lo scandalo,

represso in maniera così fortunata, rimetteva il Tolomeo nel pieno

diritto di tornare alla richiesta dell’aiuto di Roma, aprendo in tal

guisa una seconda fase della vertenza più spinosa della precedente.

Le relazioni politiche di Roma con l'Egitto dalle origini al 50 a. C. · 第 96 / 118 题