II.

Un’ambasceria egizia al senato romano (57). Sua fine. L’inchiesta.

Processi.

Ad Alessandria intanto, sia che il viaggio del Tolomeo fosse rimasto

ignorato, sia che la corte avesse avuto poca fiducia in un’azione

energica del governo romano, era stata insediata sul trono la figlia

dell’esule, Berenice[439]. Ma le notizie dei maneggi del padre non

tardarono a pervenire, e, in vista delle nuove imprevedute circostanze,

fu decisa un’ambasceria di ben cento delegati coll’incarico di

giustificare dinnanzi al senato l’opera del gabinetto d’Alessandria e

di notificare al medesimo i capi d’accusa gravanti su Tolomeo Aulete.

L’infelice ambasceria non giunse neanco al suo destino. Fatta in gran

parte massacrare per via dallo spodestato re d’Egitto, i superstiti

finirono la loro vita a Roma, o, senza neanche esservi fatti

pervenire[440], intimoriti e corrotti, desistettero dall’occuparsi

della loro missione e, caso ancora più grave, dell’eccidio dei loro

compagni[441]. Per quanto però Aulete avesse cercato di soffocare la

voce del suo misfatto, questo era stato così enorme da non permettere

che il senato se ne disinteressasse. Su proposta di uno dei suoi

componenti, fu aperta quindi un’inchiesta, e primo ad interrogare

si stabilì fosse Dione, già duce della malaugurata ambasceria. Se

non che questi subì una sorte identica a quella dei suoi compagni di

sventura. Corrotto dapprima dal re d’Egitto, ne veniva più tardi fatto

assassinare, mentre l’inchiesta, avendosi il Tolomeo già accaparrato

la buona volontà di parecchi fra i più cospicui uomini politici romani,

non arrecava se non frutti negativi[442].

Se infatti da un lato non riescì possibile raccogliere sufficienti

prove di reità sugli alessandrini citati in giudizio[443], più

brillante esito riscossero i cittadini romani, che del delitto erano

stati o partecipi o provocatori.

Nell’esercito dei complici morali del re, che, per di lui mezzo,

cercavano gl’interessi del proprio partito o del proprio patrimonio,

si annoverava fra’ primi l’ospite liberale del principe, il grande

Pompeo[444]. Al di sotto del medesimo formicolava una serqua più o meno

estesa e sconosciuta di pubblicani, alle cui porte quegli aveva bussato

per ottenere i quattrini necessari alla sua opera immorale, mentre una

folla enorme e nauseante di corrotti e di prevaricati s’industriava a

soddisfare i debiti e l’appetito, accattando le briciole disperse del

luculliano banchetto. Questi ultimi, come gli sprovvisti di una classe

sociale e di un partito cui appellarsi, erano i soli passibili di

accuse e di condanne, e soltanto di due fra i medesimi ci è pervenuta

menzione di regolare processo.

Le relazioni politiche di Roma con l'Egitto dalle origini al 50 a. C. · 第 95 / 118 题