Tolomeo Aulete a Roma (58). Suo incontro con Catone (58). Decisioni del
senato in suo favore (57).
Se così infausti erano riesciti per l’Egitto i primi atti di
Roma dopo il riconoscimento di Tolomeo Aulete, non meno dolorose
si apparecchiavano allo stato romano le conseguenze di codesto
riconoscimento medesimo.
Ad Alessandria infatti il re si era tosto trovato in conflitto con
l’opinione pubblica a cagione delle violenze, cui aveva più volte
ricorso per riscuotere dagli Egizi quei proventi, che dovevano, tra
l’altro, servire a compensarlo del denaro a più riprese largito per
conciliarsi l’opinione pubblica e i principali uomini politici di
Roma[435]. I malumori crebbero a tal segno da far sì che Tolomeo
Aulete abbandonasse la capitale e s’avviasse alla volta del Lazio col
deliberato proposito di accasare il suo popolo nel cospetto del senato
medesimo (58)[436].
Per via, a Rodi, si era scontrato in M. Porcio Catone, già partito
per eseguire la legge Clodia concernente l’annessione dell’infelice
Cipro, ed ivi, ritenendo opportuno ingraziarsi un tanto personaggio,
il Tolomeo avea fatto annunziare il suo arrivo, sicuro che l’altro si
sarebbe affrettato a muovergli incontro. Ma il fiero aristocratico,
con la posa di romano antico a lui consueta, rispose che, se il re
aveva qualche cosa a riferirgli, venisse pure a trovarlo nella propria
dimora. E, quando il monarca egizio, meravigliato di tanta alterigia,
transasse con i diritti della sua posizione, accorrendo umilmente
all’udienza accordatagli, nè M. Porcio Catone si levò in piedi a
riceverlo, nè si scomodò più di quello che occorreva per additargli
alteramente una sedia.
Dopo che il Tolomeo gli ebbe esposto la sua situazione, il romano
credette di consolarlo, facendogli prevedere vano ogni tentativo,
stante le lotte intestine della sua patria e descrivendogli l’enorme
opera di corruzione, cui per riescirvi avrebbe dovuto dar mano. Che
quindi tornasse piuttosto in Egitto a rappaciarsi coi suoi sudditi,
al quale uopo egli non era alieno dal favorirlo come intermediario.
Parve che tali parole colpissero l’animo del principe, il quale uscì
da quel colloquio col fermo proposito di obbedire, ma bastarono i
posteriori, avversi eccitamenti degli amici, che l’accompagnavano, per
farlo rientrare nell’antico ordine di propositi ed indurlo a ripigliare
la via dell’Italia[437], che, di quali traversie gli sarebbe stata
cagione, non avrebbe durata gran fatica a sperimentare.
Con una strana celerità in affare di tanta delicatezza, il senato
incaricò P. Lentulo Sfintere, proconsole di Cipro e della Cilicia,
della restituzione del re nei suoi stati[438] (57). Tanta fretta, che
lo conduceva ad una decisa ingerenza negli affari d’Egitto, cozzava con
tutti quei motivi, che l’avevano sino a poco tempo addietro indotto
a disinteressarsi completamente dell’eredità egizia, e la nuova,
repentina decisione poteva, da ciò soltanto, prevedersi a quanti
contrasti non sarebbe andata incontro.