VII.

Clodio e Cicerone dopo la spedizione (56).

Così, dopo le province greche, dopo le asiatiche e le altre della

Cirenaica e della Libia, dopo la sentenza di morte della propria

dignità e della propria autonomia, sempre in grazia dell’alleata

d’oltre mare, andava per l’Egitto perduta la nuova provincia cipriota.

Ma l’entusiasmo, di cui tale fatto era stato cagione nella capitale

d’Italia, non aveva però sanato il profondo dissidio fra il partito

e le tendenze politiche di Catone e quelle del tribuno, che della

spedizione cipria a lui aveva proposto l’incarico, ed anche questa

volta, come più gravemente in seguito, una questione egizia si

apparecchiava ad assurgere agli onori di pomo della discordia fra

i partiti e gli uomini politici romani. Aspettando però che tali

eventi maturassero, essa incendiava il campo stesso dei conservatori,

suscitando Catone contro Cicerone, ed attuando in tutti i suoi

particolari il piano, concepito da Clodio nello spedire a Cipro il più

implacabile fra i propri avversari.

Il facondo oratore, dal giorno in cui il popolo romano l’aveva

costretto a metter piede fuori di Roma, da altro pensiero non era stato

animato, se ne togli quello di far toccare con mano, anche a coloro

che non lo desideravano, tutta l’enormità del delitto, che contro la

maestà della sua persona era stato perpetrato, e quindi atterrare,

demolire, disperdere l’opera e l’uomo, che ne erano stati autori.

Perciò, di ritorno dall’esilio, egli, nell’assenza di Clodio, un bel

dì, scortato da un codazzo di popolo, si era data la briga di strappare

dal Campidoglio le tavole, recanti il testo delle leggi proposte

dal suo avversario. L’atto impensato di un così incauto conservatore

provocò una seduta senatoria, nella quale, contro le giustificazioni

di Cicerone, partenti dal presupposto che Clodio non avesse diritto

al tribunato per irregolarità della sua _transitio ad plebem_[426],

credette opportuno di replicare Catone medesimo, facendo osservare come

anzitutto tanta pretesa illegalità era una legale consuetudine, di cui,

per via di adozione, avevano fruito mille altri cittadini romani, e

che, pur data, ma non concessa, non poteva ora offendersi impunemente

l’autorità e la scrupolosità di quei magistrati, (tra i quali lui

stesso, stante le sue incombenze a Cipro e a Bisanzio, non poteva non

essere annoverato), da Clodio rivestiti di qualche missione.

Quantunque la seconda parte della replica offrisse troppo il

fianco alla critica, stantechè con un annullamento, motivato così,

come Cicerone lo avrebbe proposto, non si veniva punto a ledere

l’onorabilità dell’esecutore, ma del proponente, pure l’opposizione

di Catone bastò ad impedire l’annullamento delle leggi, il che mise

in evidenza le inconciliabilità morali, e, in fondo, politiche, tra il

fiero conservatore e l’incosciente opportunista (56)[427].

Le relazioni politiche di Roma con l'Egitto dalle origini al 50 a. C. · 第 91 / 118 题