Clodio e Catone, (53).
Di lì a poco scoppiava una più violenta rottura fra Clodio, sostenuto
dai maggiorenti del partito democratico, e Catone medesimo.
L’anno 55 era stato quello del consolato di Pompeo e di Crasso, a
conseguire il quale i due pretendenti avevano a Lucca, insieme con
Cesare, stabilito di non trascurare mezzo alcuno. E gli argomenti
elettorali, cui essi dettero mano, coronarono così brillantemente i
loro sforzi che anche Catone rimase escluso dalla pretura, cui già
pare i comizi l’avessero eletto, e, solo scaduto il 55 e ripartite
le province, così come i triumviri avevano fissato[428], Catone potè
finalmente assurgere agli onori della carica, che già da un anno
a lui legalmente spettava[429] (54). Come era previdibile, la sua
gestione non potè non sollevare il contrasto della democrazia, per cui,
spiratone il termine[430], Clodio, sentinella avanzata dei triumviri,
dette anche questa volta il segnale dell’attacco.
Già prima di quel giorno, erano fra i due uomini — per motivi in
apparenza trascurabili — nati degli screzi a proposito della missione
cipria.
Subito dopo il ritorno di Catone, Clodio aveva richiesto che gli
schiavi deportati assumessero, in memoria della sua legge, il
soprannome di _Clodii_. Catone vi si era opposto recisamente, ed
aveva per coerenza contraddetto al desiderio di altri, che, dal di
lui nome, proponevano l’appellativo di _Porcii_. La contesa fu pel
momento risoluta col denominarli semplicemente _Cipri_. Ora invece si
riaccendeva sul terreno stesso dell’amministrazione catoniana, e Clodio
chiedeva i non più esistenti libri, entro i quali l’altro avrebbe
dovuto consegnare il rendiconto della medesima, insinuando che la loro
perdita era stata dolosa, che buona parte dell’erario del Tolomeo era
stato dall’ex-questore distolto ad usi tutt’altro che vantaggiosi al
popolo romano, e facendo, tra le righe, balenare il pericolo di un
processo _de repetundis_[431].
Pompeo e Cesare spalleggiavano l’accusatore, e quest’ultimo rincarava
la dose con una lettera, alla quale fu data pubblicità, fra le cui
insinuazioni se ne notava una circa l’offerta e il rifiuto della
pretura da parte di Catone al 56, quasi avesse questi voluto dimostrare
tanto onore essergli venuto meno solo per sua deliberata volontà[432].
Ma l’abile lavorio dell’opinione pubblica, per cui, dietro il fatto
particolare, si mirava a demolire l’uomo, e, dietro l’uomo, il partito,
nient’altro poteva generare che un momentaneo intorbidamento dell’animo
degli spassionati. Catone aveva ragione da vendere e testimonianze
più che attendibili da contrapporre, e bastò, in pubblica adunanza,
il confronto dei tesori, da lui con mezzi pacifici portati da Cipro,
con quelli, recati da Pompeo, da l’Oriente, in seguito a guerre
dispendiose, non che il suo rifiuto della provincia, spettantegli dopo
la pretura, con l’affacendamento dei triumviri intorno alle proprie,
perchè tutto il pallone dell’accusa si risolvesse in una bolla di
sapone ed il suo merito ne riescisse più che immacolato[433] (53).