Catone a Cipro (58). Il tesoro regio all’asta pubblica.
Se però così grande era stato lo strazio del principe, pari ad esso
non fu la disperazione, tanto meno la resistenza dei sudditi. Quando
Catone, informato della catastrofe, mosse da Rodi verso Cipro per
prenderne possesso, l’accoglienza, che gli abitanti dell’isola fecero
al proquestore romano fu tutt’altro che ostile, e ciò, anche nella vana
speranza di essere creati _socii_ e non sudditi del popolo romano.
Catone però non recava istruzione alcuna sul proposito, e, quindi,
anzichè occuparsi del definitivo riordinamento politico di Cipro,
si affrettò, giusta le norme ricevute, a darvi solo un provvisorio
assetto amministrativo, e, più che a questo, a ritirare dai possessi
e dall’erario regio gli schiavi ed i tesori abbandonati dal defunto
monarca[412]. Le ricchezze, di cui egli in tal guisa si faceva
riscotitore, furono enormi[413], e, così scrupoloso fu il trattamento,
cui Catone, sin d’ora, si mostrò intenzionato, da potere più tardi
ripetere avere egli, sprovvisto d’armi e d’armati, recato alla sua
patria tanto danaro, quanto mai Pompeo da tutto l’Oriente sconvolto, in
seguito ad infinite guerre e trionfi[414].
Ma un’altra incombenza, insieme con quella di Cipro, egli aveva,
su proposta di Clodio, ricevuta dal popolo romano, e da ciò, dopo i
primi atti, fu costretto a interrompere le sue occupazioni nell’isola
per recarsi dall’Egitto alle rive del Bosforo, e precisamente a
Bisanzio[415].
In questa sua breve assenza, egli raccomandò al nipote la luogotenenza
dell’isola, non fidando troppo nella scrupolosità di Canidio. Indi,
sbrigata la seconda missione, tornato a Cipro, si accinse a commutare
in denaro sonante tutta la numerosa e preziosa suppellettile del
Tolomeo, ponendola all’asta pubblica, come prescriveva la legge, che
dell’incarico lo aveva rivestito.
Tale operazione era delle più delicate, poichè, era facile prevederlo,
numerosi si sarebbero esibiti a tentarvi bottino i sollecitatori ed
i mezzani. Catone non si fidò nè di servi, nè di banditori, nè di
mercanti, nè di amici[416], e presenziò lui stesso le operazioni della
vendita, interessandosi minutamente di tutti i loro particolari, delle
loro fasi, dell’offerta, del pagamento e persino della richiesta, che
curò rimanesse costantemente elevata[417].
A vendita compiuta, egli potè calcolare di aver raccolto ben settemila
talenti d’argento, la qual somma, al pari di tutti i precedenti suoi
atti, riportò integrale nei due libri di rendiconto della propria
amministrazione, ch’egli avea nel frattempo diligentemente compilati.
Indi, con l’avarizia più gelosa, non già del danaro, ma dell’opinione,
che ai suoi concittadini si apparecchiava ad imporre circa la propria
illibatezza, temendo il lungo tragitto, ripose il danaro in un numero
sterminato di vasi della capacità di due talenti e cinquecento
dramme, rilegandone ciascuno con una fune dal cui capo pendeva un
grosso sughero, indizio sicuro, in caso di naufragio, del luogo del
giacimento.