III.

Il viaggio. Il suicidio del Tolomeo di Cipro.

Oltre all’equipaggio dei marinai, al questore assegnatogli ed alla

ormai rituale _cohors amicorum_, non l’accompagnavano colà nè fanti, nè

cavalieri. Tra le persone, a lui più strette per vincoli di amicizia e

di parentela, si notavano, un suo nipote, un familiare, Munazio Rufo,

il quale scriverà una dettagliata relazione dell’opera di lui[408],

mentre un altro suo amico, Canidio, era da Catone già stato spedito

in precedenza perchè annunziasse al re il volere del suo popolo e lo

consigliasse a cedere senza resistenza. Così soltanto avrebbe forse

salvato la propria vita e potuto attendere la nomina a sacerdote di

quella Venere Pafia[409], che, pur troppo, s’era dimostrata così

vana protettrice dell’isola malaugurata. Ad attendere l’esito di

quest’amichevole ambasceria, Catone col suo equipaggio aveva gettato

l’ancora a Rodi.

Quando il Tolomeo Ciprio potè avere notizia della procella, che gli

si addensava sul capo, fu quasi per ismarrirne la ragione. Compreso di

supremo disdegno e disperato per la propria irrimediabile situazione,

ordinò che tutte le sue ricchezze venissero accatastate sulle navi,

ove, montato di lì a poco egli stesso, salpava dall’isola, deciso a

seppellirsi con tutta la flotta nei gorghi delle acque circostanti.

Ma, quando fu giunto in alto mare, l’assalse vergogna dell’atto

irragionevole, a cui egli s’era risoluto, pietà forse dei suoi compagni

e dei tanti tesori, che era stato lì lì per scagliare nell’abisso, e,

ordinato alle navi di rivolgere la prua verso il regno, ormai non più

suo[410], fece presto a suicidarsi con quello stesso espediente, il

veleno, che già tempo prima era rimasto unica via di scampo alla figlia

di Mitridate, da lui scelta a fidanzata, e che Roma gli aveva ritolto,

così come adesso gli ritoglieva e il regno e la vita[411].

Le relazioni politiche di Roma con l'Egitto dalle origini al 50 a. C. · 第 87 / 118 题