Il viaggio. Il suicidio del Tolomeo di Cipro.
Oltre all’equipaggio dei marinai, al questore assegnatogli ed alla
ormai rituale _cohors amicorum_, non l’accompagnavano colà nè fanti, nè
cavalieri. Tra le persone, a lui più strette per vincoli di amicizia e
di parentela, si notavano, un suo nipote, un familiare, Munazio Rufo,
il quale scriverà una dettagliata relazione dell’opera di lui[408],
mentre un altro suo amico, Canidio, era da Catone già stato spedito
in precedenza perchè annunziasse al re il volere del suo popolo e lo
consigliasse a cedere senza resistenza. Così soltanto avrebbe forse
salvato la propria vita e potuto attendere la nomina a sacerdote di
quella Venere Pafia[409], che, pur troppo, s’era dimostrata così
vana protettrice dell’isola malaugurata. Ad attendere l’esito di
quest’amichevole ambasceria, Catone col suo equipaggio aveva gettato
l’ancora a Rodi.
Quando il Tolomeo Ciprio potè avere notizia della procella, che gli
si addensava sul capo, fu quasi per ismarrirne la ragione. Compreso di
supremo disdegno e disperato per la propria irrimediabile situazione,
ordinò che tutte le sue ricchezze venissero accatastate sulle navi,
ove, montato di lì a poco egli stesso, salpava dall’isola, deciso a
seppellirsi con tutta la flotta nei gorghi delle acque circostanti.
Ma, quando fu giunto in alto mare, l’assalse vergogna dell’atto
irragionevole, a cui egli s’era risoluto, pietà forse dei suoi compagni
e dei tanti tesori, che era stato lì lì per scagliare nell’abisso, e,
ordinato alle navi di rivolgere la prua verso il regno, ormai non più
suo[410], fece presto a suicidarsi con quello stesso espediente, il
veleno, che già tempo prima era rimasto unica via di scampo alla figlia
di Mitridate, da lui scelta a fidanzata, e che Roma gli aveva ritolto,
così come adesso gli ritoglieva e il regno e la vita[411].